GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

VII DOMENICA DEL T.O.

Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

********************

Il fatto che Gesù diede l’insegnamento che stiamo ascoltando da un paio di domeniche su una montagna, significa molto. Il cammino dell’amore infatti è graduale. Cioè, avanza per gradi. Come quando si scala una montagna. Per chi la ama, non è difficile capirlo. Ci sali su con grande fatica e crescenti ostacoli ma, ad ogni tappa della scalata in cui ti fermi, ti guardi attorno, in alto o giù, e vedi sempre qualcosa di nuovo che prima non vedevi. Il vangelo di oggi ci porta sulla sommità della montagna chiudendosi al v. 48 con la chiamata finale a quella santità che già nel libro del Levitico (1a lettura) Dio comandava al suo popolo: siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19,2). Sulla vetta della montagna, dove si ha la massima panoramica e dove si vede meglio che cos’è la vita, c’è l’Amore gratuito e incondizionato di Dio verso tutti, anche i nemici. Gesù ci rivela dunque in cosa rifulge la santità di Dio, nonché la vetta del nostro cammino: voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48). Poi, metterà la sua firma su quanto detto nel discorso della montagna quando Egli stesso salirà sulla sommità del Golgota, manifestando la Gloria della santità divina nel morire in Croce come un empio, perdonando tutti.

Sto pensando a quanto sia difficile amare chi non è amabile, amare chi ci è avverso. Sto ricordando le innumerevoli volte in cui ho ascoltato fratelli e sorelle nella fede confessare di non riuscire a perdonare chi aveva loro recato qualche danno; a come mi sono sempre sentito solidale verso loro in questo senso di impotenza. Però, penso anche a quanto sia facile crearci un alibi e giustificarci perché ci diciamo: “è troppo difficile, non ci riuscirò mai”; oppure, “a perdonare ci riescono solo i santi”, mentre avvertiamo pienamente il nostro essere piccoli e peccatori, incapaci ad amare fino a tal punto.

Caro Giacomo che stai scrivendo, caro fratello e cara sorella che mi stai leggendo, diciamoci la verità. Certo, perdonare non ci è spontaneo, è molto faticoso alla nostra natura. Ma se stiamo camminando dietro di Lui, se siamo davvero innamorati delle parole di Gesù, può il Signore chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere? Avremmo un Dio così sadico ed esigente da chiedere ai suoi figli qualcosa di così irraggiungibile? No, Dio che muore sulla Croce non è così. Dio che muore sulla Croce è Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), e non chiede loro di pagare le bollette della luce e dell’acqua! La seconda lettura di oggi ci pone con il vangelo un interrogativo cruciale: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?…Santo è il tempio di Dio che siete voi (1Cor 3,17). Dunque la nostra fede ci ricorda che lo Spirito Santo vive in noi e ci può portare alla vetta dell’amore, se davvero impariamo ad obbedirgli. Se davvero stiamo rischiando la nostra vita per le parole di Gesù, se davvero sono disposto a perdere tutto ciò a cui sono attaccato per Lui; allora, la ineffabile esperienza di amare come Gesù mi sarà data! Il Signore è ansioso di farci questo dono! Non è vero che solo i grandi santi canonizzati dalla sua Chiesa sono riusciti a perdonare i nemici. Ci sono tanti piccoli e poveri peccatori come te e come me che ci sono riusciti!

Interrompo ora le mie parole per lasciare spazio a quelle di un sacerdote romano che il 5 febbraio del 2006 incontrò la morte nella sua piccola parrocchia a Trebisonda (Turchia) per mano di un estremista islamico. Davanti alla vetta dell’amore raggiunta da questo fratello unito nel sacerdozio ministeriale, preferisco lasciar parlare lui. La lettera che scrisse ai suoi amici a Roma soltanto pochi giorni prima della sua morte (31 gennaio 2006), è una perla dalla bellezza incomparabile. Vi invito a leggerla attentamente, anche se lunga. Prima però, una breve preghiera: caro Andrea che splendi nei cieli, prega per noi affinché non indietreggiamo nel cammino e non abbiamo più paura della Croce; perché un giorno possiamo giungere ad amare come Gesù, perdonando di cuore l’uomo che ci fa del male.

D.Andrea Santoro + 5.02.2006
                              D. Andrea Santoro + 5.02.2006

Carissimi, 

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre, è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumoroso. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4/5 ragazzi, sui 14/15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: “Ma sei qui perché ti hanno obbligato?”. “No, sono venuto volentieri, liberamente”. “E perché?”. “Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…”. “Ma sei contento? (hanno usato la parola “mutlu” che in turco vuol dire felice)”. “Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi e sono ancora più contento. Vi voglio bene”. A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: “Anche noi ti vogliamo bene”. Dirsi: “Ti vogliamo bene”, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare … E non è vero che “se ami conosci Dio” e lo fai conoscere e, se non ami, anche se possiedi la scienza, se parli tutte le lingue, se distribuisci beni ai poveri non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
 

Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte ancora mi fa male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano 3 giovani sui 25/30 anni. Uno mi ha chiesto: “Si ricorda di me?”. Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. “Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni”. “Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro”. Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del Vangelo esposta nella bacheca: “Amate i vostri nemici” e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: “Getta i fiori a chi ti getta i sassi”. Poi ha continuato: “Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’abbiamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?”. “Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia”. Hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto! Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano.Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: “Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri”. Un’altra volta entrano due ragazze: “Padre mi riconosce?”, mi fa una. “Si, certo!”. “Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?”. “Si, è così”. “Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…”. “Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?”. “No, acqua”. “Ecco appunto. Ma non è facile. Questo però è il Vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…”Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa, a scuola, in chiesa e su ogni altro campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il “mio” fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, della inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del “suo” Spirito per tenere a bada il mio. Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di “piccoli provocatori” di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei “piccoli” che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li “scandalizzano” cioè quanti sono per essi “motivo di inciampo e di induzione al male”. Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo “parlare male” dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che “tutti i turchi fanno cose turche”. Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: “Tutto il mio vicinato mi è addosso…anche i monelli hanno ribrezzo di me…mi danno la baia…” (Gb 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon (Trebisonda) mi hanno parlato del pianto dei loro bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. “Se mi assalgono e io rispondo, sono ancora cristiano?” mi chiedeva preoccupato e pensoso. “Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito “l’occhio per occhio e dente per dente”. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero…”. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle “premure” della polizia che pur garantendogli piena libertà (“la Turchia è uno stato laico, sei libero”, gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché “pagana e idolatra”, e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente “libera” e davvero “sorella” di tutti. 


Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. 
Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o collettiva.

La ricchezza del medio oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere “terra santa” per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla “rivelazione” di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del medio oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che “si rivela” e che “appassionatamente” si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo “luminoso”, “unico” e “malato” del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere “signori” della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un Vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un “vantaggio” che può sembrare “svantaggioso” e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di “questo” Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come “cristiano”, “sale” nella minestra, “lievito” nella pasta, “luce” nella stanza, “finestra” tra muri innalzati, “ponte” tra rive opposte, “offerta “di riconciliazione? Molti ci sono, ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle 3 settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze. Ringrazio Dio di quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire “sì” alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Santoro

4 thoughts on “GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

  1. Ciao don Giacomo! Grazie per le tue riflessioni! Il bisogno di sentire parole come queste è sempre grande!!
    È vero quello che dici: la strada dell’ amore è come la scalata di una montagna, soltanto che a volte il terreno non è soltanto accidentato ma è pure scivoloso! E allora si ritorna indietro, si perde di vista quel panorama che si può gustare dalle cime più alte, dove si vede solo il cielo…..e sarebbe già un successo accettare questa condizione di umana debolezza, mettendo a tacere la parte orgogliosa di noi.
    Ma facciamo un passo indietro.
    Per iniziare la scalata occorre essere preparati, allenati a prendere pure delle belle folate di vento o temporali improvvisi. Nel senso che stare accanto ad una persona che ha gli aculei estrusi non è facile. Arrivare al cuore di quella persona comporta il rischio di ferite o di pugni nello stomaco.
    Ma penso che non ci sia altra strada! L’ odio non fa altro che creare odio. Bisogna in qualsiasi modo opporvicisi.
    Da soli non è possibile e quindi è confortante la fiducia che ripone in noi Gesù che ci invita ad essere “perfetti”…….con il Suo aiuto però.
    Gesù scommette molto su di noi, forse ci vergognamo anche di questo, ma sono certa che per ognuno di noi c’è sempre un’ulteriore chance

    Mi piace

  2. Grazie di quanto hai scritto
    p.Giacomo, la vita è davvero una scalata, alle volte viene voglia
    di …..”arrancare”….
    poi come dici , la vetta ci attira;
    non molliamo, ci saranno impedimenti, molte cadute, ma
    ciò che ci attende é un premio
    di vita incondizionata ed eterna e, come dice Santoro, se ci faremo come agnelli, vinceremo.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...