RICOMINCIA DACCAPO

II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

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Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1). Amo la “ouverture” letteraria dell’opera di Marco perché è una concisa dichiarazione di fede che racchiude tutto quello che vuole raccontare. Ogni lettore, se apre il suo cuore alla Parola che ascolta, può davvero vivere un nuovo inizio della sua storia. Infatti, l’inizio della lieta notizia per l’uomo è la storia di Gesù: se questa storia entra nella sua storia, allora comincia un nuovo capitolo della propria esistenza, comincia una nuova vita, un nuovo mondo si schiude ai suoi occhi. Gesù è sempre pronto a ricominciare daccapo con l’uomo. Perché come dice Pietro, davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno (2Pt 3,8).

Come è giunta questa lieta notizia per l’umanità di nome Gesù? Con la realizzazione delle profezie, in particolare con l’invio di un messaggero di nome Giovanni che realizza la profezia di Isaia (Is 40,3). Anche oggi Dio, fedele a sé stesso, invia messaggeri ai suoi figli per annunciarsi. Chi è il Giovanni Battista della tua vita? Sapresti individuarlo? Sappi che, perché sia tale, deve essere voce di uno che grida nel deserto: cioè uno che parla con chiarezza ma in uno spazio dove è dai più inascoltato (chi c’è in un deserto a udire uno che grida?). Deve essere anche uno che richiama a preparare la via del Signore nel deserto (Mc 1,3): ovvero uno che ti attrae ad andare al nocciolo essenziale della vita, che non si può cogliere se non incontrando sé stessi mentre ci si impegna a far tacere le mille voci che tirano la tua vita da tutte le parti, fuorché da quella di Dio. Insomma, deve essere uno che alla fine ti rimette in contatto con la nostalgia di Dio che abita nel profondo del tuo cuore. Per questo, nonostante vivesse in un deserto, accorrevano a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme (Mc 1,5a).

10 bis
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

Ma non solo. Deve essere uno che provoca (“pro-vocare”, cioè “chiama fuori”) la tua vita al punto da aiutarti a vedere e poi confessare i tuoi peccati, non per paura di Dio, ma appunto perché ti aiuta a incontrare il tuo vero io (Mc 1,5b). Egli è uno che ti vuole convincere di peccato solo per farti gustare il dono che Dio ti vuole rinnovare: il perdono dei peccati (Mc 1,4). Inoltre, con la sobrietà della sua vita (Mc 1,6) è uno che ti fa innamorare di Gesù perché innamorato a tal punto di Lui da essere sempre pronto a farsi da parte: poiché gli basta l’onore di essere al suo servizio, consapevole della propria indegnità e del limite del suo ministero (Mc 1,7-8).

Conoscete la storiella di quell’uomo “credente” che, naufrago in mare, ad ogni barca che gli si accostava per soccorrerlo replicava: “andate pure, so che Dio mi salverà”? Dopo aver rifiutato di salire su varie barche che gli si erano avvicinate per il soccorso, quell’uomo morì annegato. E il racconto si conclude con l’uomo che giunge alle porte del paradiso e subito si rivolge a Dio dicendogli: “avevo fede che mi avresti soccorso, perché dunque mi hai fatto morire in mare?” Dio gli risponde: “ma se ti ho mandato almeno una decina di barche per salvarti, sciocco!…”. Credo che Dio ci mandi sempre messaggeri di salvezza per la nostra vita che sono il più delle volte a un tiro di schioppo nel parlarci! Il problema spesso è la nostra sordità (per questo anche il Battista attuale dovrà gridare!…), le nostre resistenze, la nostra attesa sbagliata (cfr. la storiella precedente), oppure il pensare che un messaggero come il Battista attuale debba riprodurre necessariamente le categorie del passato (quanti corrono dietro al primo profeta di sventura che si presenta accreditato da innumerevoli digiuni, piedi scalzi e carismi eccezionali…): forse anche per questo quell’uomo naufrago della storiella non salì su nessuna di quelle barche, tanto gli sembrava troppo normale il messaggero di Dio che gli chiedeva di farsi soccorrere!

Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all’inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.

 

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VUELVE A COMENZAR DESDE EL COMIENZO

 

Comienzo del evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios (Mc 1,1). Amo la “ouverture” literaria de la obra de Marco porque es una concisa declaración de fe que encierra todo aquello que quiere contar. Cada lector, si abre su corazón a la Palabra que escucha, puede de verdad vivir un nuevo comienzo de su historia. De hecho, el comienzo de la feliz historia para el hombre es la historia de Jesús: si esta historia entra en su historia, entonces comienza un nuevo capítulo de la propia existencia, comienza una nueva vida, un nuevo mundo se abre a sus ojos. Jesús siempre está listo a volver a comenzar desde el comienzo con el hombre. Porque como dice Pedro, para el Señor un solo día son como mil años y mil años como un solo dia (2Pt 3,8).

¿Cómo ha llegado esta feliz noticia para la humanidad de nombre Jesús? Con las realizaciones de las profecias, en particular con el envío de un mensajero de nombre Juan que realiza la profecía de Isaias (Is 40,3). Dios, también hoy, fiel a sí mismo, envía mensajeros a sus hijos para anunciarse. ¿Quién es el Juan Bautista de tu vida? ¿sabrías identificarlo? Debes saber que, para que sea tal, debe ser voz de uno que grita en el desierto: o sea uno que habla con claridad pero en un lugar donde es de los menos escuchados (¿quién está en un desierto escuchando a uno que grita?). Debe ser también uno que llama a preparar el camino del Señor en el desierto (Mc 1,3): o mejor uno que te atrae a ir al corazón de lo esencial de la vida, que no se puede tomar sino solo encontrandose a sí mismo mientras nos empeñamos a hacer callar las miles voces que tiran tu vida por todas partes menos a la de Dios. En conclusión, debe ser uno que al final te vuelve a poner en contacto con la nostalgia de Dios que vive en lo profundo de tu corazón . Para esto, a pesar de que viviera en un desierto, concurrían a Juan toda la región de Judea y todos los habitantes de Jerusalém (Mc 1,5a).

Pero no solo. Debe ser uno que provoca (“pro-vocar”, o sea “llama afuera”) tu vida al punto de ayudarte a ver y luego confesar tus pecados, no por miedo de Dios, sino justamente porque te ayuda a encontrar tu verdadero yo (Mc 1,5b). Él es uno que te quiere convencer de pecado solo para hacerte gustar el don que Dios te quiere renovar: el perdón de los pecados (Mc 1,4). Además, con la sobriedad de su vida (Mc 1,6) es uno que te hace enamorar de Jesús porque enamorado a tal punto de Él que está siempre listo a ponerse a un costado: porque le basta el honor de estar a su servicio, consciente de ser indigno y del límite de su propio ministerio (Mc 1,7-8).

Conocen la historia de aquél hombre “creyente” que, náufrago en el mar, a cada barca que se le acercaba para socorrerlo replicaba: “váyanse, ¿sé que Dios me salvará? Después de haber rechazado subir sobre varias barcas que se le habían acercado para socirrerlo, aquél hombre murió ahogado. Y la historia se concluye con el hombre que llega a las puertas del paraíso e inmediatamente se dirige a Dios diciéndole: “tenía fe en que me hibieras auxiliado ¿por qué entonces me has hecho morir en el mar?” Dios le respondió: “pero si te he enviado al menos una docena de barcos para salvarte ¡tonto!…” Creo que Dios nos mande siempre mensajeros de salvación para nuestra vida que ¡están más de las veces a un tiro de piedra a hablarnos! El problema muchas veces es nuestra sordera (Por esto también el Bautista actual deberá ¡gritar!…), nuestras resistencias, nuestra espera equivocada (cfr. la historia precedente), o también el pensar que un mensajero como el Bautista actual deba reproducir necesariamente las categorias del pasado (cuantos corren detrás del primer profeta de desventura que se presenta acreditado por innumerables ayunos, pies descalzos y carismas excepcionales…): quizás también por esto aquél hombre náufrago de la historia no subió en ninguna de aquellas barcas, ¡por tanto normal le parecía el mensajero de Dios que le pedía hacerse auxiliar!

Este tiempo de Adviento tendrá todavía una vez más su Juan Bautista. No lo hagamos gritar en vano. Regresemos a escucharlo creando el desierto dentro de nosotros, o mejor preparando nuestra alma a una silenciosa acogida del evangelio de Dios: Jesucristo Señor nuestro. Juan nos invita a volver a caminar desde el comienzo nuestra historia yendo al encuentro del comienzo de la suya que se parte de un lugar pobre, no acogedor, absolutamente imprevisto. Si caminamos verdaderamente hacia aquél lugar, para nosotros es la promesa segura: Él los bautizará en Espíritu Santo (Mc 1,8), o sea estaremos nuevamente zambullidos en el misterio de Dios que se ha zambullido en nuestra humanidad.

LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

CHI SI E’ SEDUTO SULLA CATTEDRA DI GESÙ?

XXXI DOMENICA DEL T.O.

Mal 1,14.2,1-2.8-10; Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

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Carissimo lettore, 

oggi, per il consueto commento al vangelo domenicale, come puoi constatare, ho cambiato genere letterario. Ho sentito il bisogno di scriverlo in forma epistolare, dopo aver meditato attentamente le letture di questa domenica. Il perché è presto detto. Se, come credo, il vangelo va sempre attualizzato perché è una parola che ci parla oggi, che parla della realtà presente, allora, dopo un po’ di salutare silenzio, ti confesso che ho sentito nel cuore nascere una domanda, mentre mi riecheggiavano dentro queste parole del Signore: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 23,2). E’ una domanda rivolta a Lui che mi chiama in causa personalmente: “e sulla tua cattedra Signore Gesù? Chi si è seduto?” Naturalmente, la tentazione (smascherata abbastanza presto) è stata di guardare fuori di me, tra fratelli nel sacerdozio che hanno incarichi importanti, oppure tra quelli che occupano gerarchicamente una posizione più “rilevante”. E forse ci avrei anche preso. Ecco perché oggi trovi il commento al vangelo scritto in questa forma. Devo dirti francamente che il monito delle letture odierne mi ha toccato, perché esso è indubbiamente diretto a tutti i sacerdoti con coloro che sono incaricati di un ruolo di guida in mezzo al suo popolo.

Gli scribi e i farisei
Scribi e farisei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Quanto è facile sedersi sulla cattedra al posto di Gesù, il posto che solo Lui può occupare! Come è facile insegnare agli altri con la parola e smentire la parola con la condotta! (Mt 23,3) Quanto è facile sedersi su quella cattedra, scambiando il posto dal quale Gesù insegna con un posto d’onore, di vantaggi e di potere! Come è faticosa invece la coerenza del vangelo! Anche chi scrive su questo blog non è indenne dal lievito dei farisei e dei sadducei (Mt 16,6). Perciò, in primo luogo, mi viene da chiederti perdono. Perdona questo povero sacerdote peccatore che ti parla, perché annaspa nel cercare di vivere la coerenza del vangelo e si trova molto lontano dal servire il Signore nei fratelli in spirito di umiltà e mitezza! Perché se annaspa, se fatica così tanto, vuol dire che ancora troppe volte si siede sulla cattedra di Gesù usurpando il suo posto! Insieme al Signore perdonalo, e perdona con lui tutti quei confratelli quando smentiscono con i fatti gli insegnamenti che ricevi. Ho/abbiamo bisogno del tuo perdono. Aiutami anche con la tua preghiera, perché il ministero che il Signore ci ha condiviso non può restare in piedi senza la tua preghiera. Sono sicuro che la mia povera preghiera, aiutata dalla tua, può permettere al Signore Gesù di compiere un altro grande miracolo: convertire la durezza del mio cuore per formarlo nuovo sullo stampo del suo meraviglioso Cuore.

Gesù 2

Devi sapere che la mia vita sacerdotale è un paradosso crescente. Stupenda e tremenda, piena di belle e inattese sorprese nonché di inedite insidie, ti fa sentire a volte così vicino al Signore e a volte così lontano da Lui (come oggi); vittoriosa quando sperimenta il fallimento, così irresistibilmente attratta dal fascino di Gesù e così terribilmente umana quando spuntano le proprie miserie. Dopo quasi venti anni non so dirti se sto seguendo veramente il Signore, e nello stesso tempo posso solo dire che mi ritrovo a spingere me e gli altri a seguirlo con più grande passione e a scommettere la nostra stessa vita sulle sue promesse. Alla luce delle sue parole, non posso che chiederti un ultimo favore: semmai ti capitasse di scoprirmi, quando mi incontri o quando mi leggi, a legare pesanti e difficili fardelli sulle spalle della gente, oppure di cercare compiaciuto posti d’onore nei banchetti, primi seggi nelle sinagoghe (chiese) o saluti nelle piazze, o ancora di essere chiamato “rabbi” (don, padre, reverendo) dalla gente, allora ti prego di rimproverarmi apertamente, senza paura (Mt 23,4-6). Perché al tempo di Gesù come oggi, prima o poi, viene a galla dove stai vivendo e cosa stai amando: se sotto lo sguardo di Dio o sotto lo sguardo degli altri, se amando Dio o amando l’ammirazione degli altri. E io voglio vivere solo sotto lo sguardo del Signore Gesù, con la sola premura di dar gloria al suo Nome (Mal 2,1-2), anche se mi costasse più fatica di quella che mi tocca oggi. Grazie.

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¿QUIÉN SE HA SENTADO SOBRE LA CATEDRA DE JESÚS?

 

Querido lector,

Hoy, por el usual comentario al evangelio dominical, como puedes constatar, he cambiado género literario. He sentido la necesidad de escribirlo de manera epistolar, después de haber meditado atentamente las lecturas de este domingo. El por qué será inmediatamente dicho. Si, como creo, el evangelio va siempre actualizado porque es una palabra que nos habla hoy, que habla de la realidad presente, entonces, después de un poco de saludable silencio, te confieso que he sentido en el corazón nacerme una pregunta, mientras me retumbaban dentro estas palabras del Señor: sobre la cátedra de Moisés se han sentado los maestros de la Ley y los fariseos (Mt 23,2) Es una pregunta dirigida a Él que me llama en causa personalmente: “y sobre tu cátedra Señor Jesús, ¿quién se ha sentado?” Naturalmente, la tentación (desenmascara bastante rápido) ha sido de mirar fuera de mí, entre hermanos en el sacerdocio que tienen encargos importantes, o también entre aquellos que ocupan jerárquicamente una posición más “importante”. Y quizás también lo habría tomado. He aquí por qué hoy encuentras el comentario al evangelio escrito en esta forma. Debo decirte francamente que la advertencia de las lecturas actuales me ha tocado, porque ello es dirigido indudablemente a todos los sacerdotes con los que son encargados de un papel de guía en medio a su pueblo.

Cuánto es fácil sentarse sobre la cátedra en el lugar de Jesús, ¡el lugar que solo Él puede ocupar! ¡Cómo es fácil enseñar a los otros con la palabra y desmentir la palabra con la conducta! (Mt 23,3) ¡Cuánto es fácil sentarse sobre aquella cátedra, intercambiando el lugar del cual Jesús enseña con un puesto de honor, de ventajas y de poder! ¡Cómo es fatigosa en cambio la coherencia del evangelio! También quien escribe en este blog no es indemne de la levadura de los fariseos y de los saduceos (Mt 16,6). Por lo cual, en primer lugar, me nace pedir perdón. ¡Perdona a este pobre sacerdote pecador que te habla, porque tantea al buscar vivir la coherencia del evangelio y se encuentra muy lejano del servir al Señor en los hermanos en espíritu de humildad y mansedumbre! Porque se intenta, se fatiga así tanto, quiere decir que ¡todavía demasiadas veces se sienta en la cátedra de Jesús usurpando su lugar! Junto al Señor perdónalo, y perdona con él a todos aquellos hermanos cuando desmienten con los hechos las enseñanzas que recibe. Tengo/Tenemos necesidad de tu perdón. Ayúdame también con tu oración, porque el ministerio que el Señor nos ha compartido no puede quedarse de pie sin tu oración. Estoy seguro que mi pobre oración, ayudada de la tuya, puede permitir al Señor Jesús cumplir otro gran milagro: convertir la dureza de mi corazón para formarlo nuevo con la huella de su maravilloso Corazón.

Debes saber que mi vida sacerdotal es una paradoja creciente. Estupenda y tremenda, llena de bellas e inesperadas sorpresas no que de inéditas insidias, te hace sentir a veces así cerca del Señor y a veces así lejano de Él (como hoy); así irresistiblemente atraído por la fascinación de Jesús y así terriblemente humano cuando sobresalen las propias miserias. Después de casi veinte años no sé decirte si estoy siguiendo verdaderamente al Señor, y al mismo tiempo puedo solo decir que me encuentro empujando a mí y a los demás a seguirlo con pasión más grande y a apostar nuestra misma vida sobre sus promesas. A la luz de sus palabras, no puedo que pedirte un último favor: si en caso te sucediera de descubrirme, cuando me encuentres o cuando me leas, a amarrar pesantes y difíciles lastres sobre las espaldas de la gente, o también buscando complacido puestos de honor en los banquetes, primeros puestos en las sinagogas (iglesia) o saludos en las plazas, o también de ser llamado “rabí” (padre, reverendo) por la gente, entonces te ruego de llamarme la atención abiertamente, sin miedo (Mt 23,4-6). Porque en el tiempo de Jesús como hoy, antes o después, viene a la luz dónde estás viviendo y qué cosa estas amando: si bajo la mirada de Dios o bajo la mirada de los demás, si amando a Dios o amando la admiración de los demás. Y yo quiero vivir solo bajo la mirada del Señor Jesús, con solo la premura de dar gloria a su Nombre (Mal 2,1-2), también si me costase más fatiga de aquella que me toca hoy. Gracias.

DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.

 

RIVESTITEVI DEL SIGNORE GESÙ CRISTO

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

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Ma quelli non se ne curarono, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Un re, non una persona qualunque, invita alle nozze del proprio figlio. I suoi servi eseguono l’ordine, ma gli invitati non vollero venire (Mt 22,2). Cosa può indurli a rifiutarsi di andare a quella festa? L’antipatia del re o di suo figlio? Una temuta noia per la possibile lungaggine delle celebrazioni? Il fatto che l’accettazione dell’invito possa comportare delle spese? Il primo rifiuto non fa desistere il re. E questo già desta la nostra attenzione. Quasi fosse preoccupato di qualche fraintendimento, egli manda altri servi con lo stesso invito e una importante precisazione: “guardate che è già tutto pronto, al pranzo ho provveduto e non vi chiedo nient’altro che venire alla festa di nozze” (Mt 22,4). Ma nemmeno questa precisazione piena di gratuità contenuta nel nuovo invito li fa ritornare sui propri passi. Anzi, alcuni di essi insultano oppure accoppano i servi inviati. Visto il comportamento di questi invitati, verrebbe da dire che questa festa di nozze ha qualcosa che non va, oppure che qualcosa non va nel re che invita. O sono forse questi primi invitati il problema?

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Allora il re si indignò, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Il re indignato (Mt 22,7) ci toglie ogni dubbio in proposito: sono gli invitati che non sono degni (Mt 22,8). Ma cos’è che li rende tali? In che cosa consiste la loro indegnità? Nel fatto che si sentono sicuri di poter fare a meno, per essere felici, di andare a quella festa. Si sentono ricchi e sicuri nei loro affari o nelle loro proprietà (Mt 22,5), ma non si accorgono di essere nudi, ciechi e sordi all’invito del Signore! Il vangelo è sempre un pungolo salutare! Le parabole, se le accettiamo, sono come uno specchio che mostra ciò che avviene in chi legge. Da questo punto di vista sono sempre particolarmente efficaci, perché parlando d’altro spiazzano il lettore che, all’inizio, ascolta senza tante difese, come si trattasse di cose che riguardano gli altri, per poi capire, alla fine, che parlano di lui. La parabola di oggi è un logico sviluppo di quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa. Quello che ha fatto Israele infatti, lo fa oggi pure la Chiesa. Far parte del popolo di Dio (per noi in quanto battezzati) non era, non è e non sarà mai garanzia di salvezza. I cristiani sono oggi coloro che partecipano alle nozze del Figlio, ma come vi partecipano? Non basta partecipare, ovvero dire “sì” a Lui oppure dire “Signore, Signore” (cfr. Mt 7,21). La salvezza viene dal riconoscere che siamo uguali ai nostri padri ebrei! Se riconosciamo di essere come quel fratello che dice di sì e poi non fa, possiamo diventare come l’altro figlio che sa di dire no per poi pentirsi (cfr. Mt 21,28-32): ed è questo che salva e introduce alla comprensione della 2a parte della parabola.

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Andate ora ai crocicchi delle strade, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Andate ora ai crocicchi delle strade (Mt 22,9), dice il re nuovamente ai suoi servi perché continuino a invitare alla festa di nozze tutti quelli che incontrano sul proprio cammino. E chiamano proprio tutti, buoni e cattivi, fino a quando la sala nuziale è piena (Mt 22,10). Gli antichi padri della chiesa hanno visto in questi tre inviti del re le tre epoche dell’annuncio del regno di Dio. La prima, con l’incarnazione e l’inaugurazione delle nozze del Figlio di Dio, invera il primo rifiuto di Israele che prolunga, nel non riconoscimento del Messia, la storia dei rifiuti del popolo ebreo dall’esodo in poi. La seconda, con l’avvento della chiesa nascente segnata dal secondo rifiuto di Israele all’annuncio kerigmatico, unito alla persecuzione degli apostoli. Questo secondo rifiuto diventa occasione perché l’annuncio del regno si estenda nell’invito alla fede rivolto a tutte le genti: è il terzo invito del re. In tal senso, la sala nuziale imbandita e piena di commensali è la terza e ultima epoca, quella della chiesa attuale in cui convivono, come dappertutto, buoni e cattivi. Però il messaggio fondamentale, quello che deve penetrare nel cuore del lettore, si trova contenuto nei versetti finali. Il re che gioisce nel vedere la propria casa piena perché vuole che tutti siano salvi, passa ad osservare i commensali e nota che tra essi ce n’è uno che non ha la veste nuziale. Allora, pur chiamandolo amico, con la sola sua domanda ammutolisce il suo interlocutore (Mt 22,12) e ordina ai suoi servi di legarlo e gettarlo nelle tenebre (Mt 22,13).

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Come mai sei senza abito nuziale? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Cos’è questa veste nuziale senza della quale non si può stare alla presenza del Signore? E perché la mancanza di questa veste ci relega nelle tenebre? E’ indubbio che quando si va a una festa di nozze ci si veste bene; è una esperienza umana così comune che se davvero qualcuno si presentasse vestito male penso che subito attirerebbe gli sguardi (e i commenti…) degli altri invitati. Allora la veste nuziale non può che essere metafora di una realtà spirituale, senza della quale, si viene a essere tagliati fuori dalla comunione con Dio e con i fratelli che già l’indossano. La veste è un simbolo/tema densissimo nella Bibbia. Pensate alle tuniche di pelle con cui Dio riveste Adamo ed Eva dopo il peccato (Gn 3,21), alla veste dalle lunghe maniche del patriarca Giuseppe (Gn 37,3) fino alla visione giovannea della Gerusalemme celeste in cui si sottolineano le vesti candide dei salvati (Ap 7,9-14). Potremmo stare una giornata intera a passeggiare nelle Scritture. Vorrei soffermarmi solo evocando una veste, quella che una celebre pagina del vangelo chiama come la più bella (Lc 15,22): è una veste che il padre ordina ai servi di far indossare al figlio minore tornato a casa, quale segno di amore accogliente, per far cominciare una grande festa, anche qui con tanto di banchetto. Dunque la veste nuziale è, prima di tutto, metafora della vita nuova che Dio ci dona misericordiosamente e gratuitamente per il solo fatto di riconoscerci peccatori. E’ il dono di Dio che ci fa vivere da figli suoi. Ma, nello stesso tempo, è una veste che non si indossa una volta per tutte. Il vangelo di oggi mette in guardia il credente perché non giunga alla fine della vita svestito, scoprendo la propria nudità quando non c’è più tempo per indossare la veste nuziale. Non ci si può permettere di rimandare l’accettazione dell’invito al banchetto, né ci si può permettere di giocare con l’invito stesso, andando al banchetto senza chiedersi se ci si sta lasciando vestire da Dio. E si lascia vestire da Dio solo chi scopre (e si convince!) ogni giorno di essere peccatore. Chi si sente perdonato e decide di far vivere di perdono sé stesso e gli altri. Soltanto chi si riconosce sterile comincia a far frutto, chi si riconosce di aver crocifisso il Figlio diventa suo erede, chi si scopre nudo viene rivestito, perché conosce l’amore con cui è amato! Perciò soltanto al termine di un lungo cammino un uomo di nome Agostino crollò davanti a un albero all’udire quella parola che guarì la sua sordità e gli fece cambiare vita: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).

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Un rey, no una persona cualquiera, invita al matrimonio del propio hijo. Sus sirvientes siguen la orden, pero los invitados no quisieron ir (Mt 22,2). ¿Qué cosa puede llevarlos a rechazar ir a aquella fiesta? ¿La antipatía del rey o de su hijo? ¿Un temible aburrimiento por la posibilidad de que la celebración sea larga? ¿El hecho de que la aceptación a la invitación pueda conllevar a gastos? El primer rechazo no hace que el rey se desanime. Y ya esto hace llamar nuestra atención. Como si estuviera casi preocupado por algún mal entendido, él manda a otros siervos con la misma invitación y una importante precisión: “miren que ya todo está listo, para el almuerzo ya está pensado y no les pido nada más que venir a la fiesta de bodas” (Mt 22,4). Pero ni siquiera esta precisión llena de gratuidad contenida en la nueva invitación les hace volverlo a pensar. Más bien, algunos de ellos insultan o también arrean a los siervos enviados. Viendo el comportamiento de estos invitados, daría ganas de decir que esta fiesta de bodas tiene algo que no va bien, o si no que algo no va bien el rey que invita. ¿O quizás son estos primeros invitados el problema?

El rey indignado (Mt 22,7) nos quita cada duda a propósito: son los invitados que no son dignos (Mt 22,8).  ¿Pero qué es que los hace así? ¿En qué consiste su indignidad? En el hecho de que se sienten seguros de poder prescindir, para ser felices, de no ir a esa fiesta. Se sienten ricos y seguros en sus negocios o en sus propiedades (Mt 22,5), pero no se dan cuenta que ¡están desnudos, ciegos y sordos a la invitación del Señor! ¡El evangelio es siempre un hincón saludable! Las palabras, si las aceptamos, son como un espejo que muestra lo que sucede en quien lo lee. Desde este punto de vista es siempre particularmente eficaz, porque hablando de otra cosa desubican al lector que, al comienzo, escucha sin tantas defensas, como si se tratara de cosas que reguardan a los demás, para luego entender, al final, que hablan de él. La parábola de hoy es un lógico desarrollo de aquellos de los viñeros asesinos del domingo pasado. Aquello que ha hecho Israel de hecho, lo hace también hoy la Iglesia. Hacer parte del pueblo de Dios (para nosotros en cuanto bautizados) no era, no es y nunca será garantía de salvación. Hoy los cristianos son aquellos que participan a las bodas del Hijo, pero ¿cómo participan? No basta con participar, o decir “sí” a Él o también decir “Señor, Señor” (cfr. Mt 7,21). ¡La salvación viene del reconocer que somos iguales a nuestros padres hebreos! Si reconocemos ser como aquél hermano que dice sí y luego no hace, podemos volvernos como el otro hijo que sabe que dice que no para luego arrepentirse (cfr. Mt 21,28-32): y es esto que salva e introduce a la comprensión de la segunda parte de la parábola.

Vayan al cruce de los caminos (Mt 22,9), dice el rey nuevamente a sus siervos porque continúen invitando a la fiesta de bodas a todos aquellos que encuentran en su camino. Y llaman justamente a todos, buenos y malos, hasta cuando la sala nupcial esté llena (Mt 22,10). Los antiguos padres de la iglesia han visto en estos tres invitados del rey las tres épocas del anuncio del reino de Dios. La primera, con la encarnación y la inauguración de las bodas del Hijo de Dios, la verdad es que es el primer rechazo de Israel que prolonga, en el no reconocimiento del Mesías, la historia de los rechazos del pueblo hebreo desde el éxodo en adelante. La segunda, con el adviento de la iglesia naciente marcada por el segundo rechazo de Israel al anuncio kerigmático, unido a la persecución de los apóstoles. Este segundo rechazo se vuelve ocasión para que el anuncio del reino se extienda a la invitación a la fe dirigida a todas las gentes: es la tercera invitación del rey. En tal sentido, la sala nupcial servida y llena de comensales es la tercera y última época, aquella de la iglesia actual en la cual conviven, como por todas partes, buenos y malos. Pero el mensaje fundamental, aquello que debe penetrar en el corazón del lector, se encuentra contenida en los versículos finales. El rey que se alegra en el ver la propia casa llena porque quiere que todos sean salvados, pasa a observar a los comensales y nota que entre ellos hay uno que no tiene la túnica nupcial. Entonces, aun llamándolo amigo, con solo su pregunta enmudece a su interlocutor (Mt 22,12) y ordena a sus siervos que lo amarren y tiren a las tinieblas (Mt 22,13).

¿Qué es este vestido nupcial sin la cual no se puede estar a la presencia del Señor? ¿Y por qué la falta de este vestido nos encierra en las tinieblas? Es indudable que cuando se va a una fiesta de bodas nos vestimos bien; es una experiencia humana muy común que si de verdad alguien se presentara mal vestido pienso que inmediatamente atraería las miradas (y los comentarios…) de los demás invitados. Entonces la túnica nupcial no puede ser que metáfora de una realidad espiritual, sin la cual, se viene a ser sacados de la comunión con Dios y con los hermanos que ya la visten. La túnica es un símbolo/tema densísimo en la Biblia. Piensen a las túnicas de piel con la cual Dios viste a Adán y Eva después del pecado (Gen3,21), a la túnica de las mangas largas del patriarca José (Gen 37,3) hasta la visión juanina de la Jerusalén celeste en la cual se subraya las cándidas túnicas de los salvados (Ap 7,9-14). Podríamos estar una jornada entera a pasear en las Escrituras. Quisiera detenerme solo evocando una túnica, aquella que una célebre página del evangelio llama como la más bella (Lc 15,22): es una túnica que el padre ordena a los siervos que hagan poner al hijo menor regresado a casa, qué signo de amor acogedor, para hacer comenzar una gran fiesta, también aquí con tanto de banquete. Entonces la túnica nupcial es, antes de todo, metáfora de la vida nueva que Dios nos dona misericordiosamente y gratuitamente por el solo hecho de reconocernos pecadores. Es el don de Dios que nos hace vivir como hijos suyos. Pero, al mismo tiempo, es una túnica que no se pone una vez para siempre. El evangelio de hoy pone en guardia al creyente para que no llegue al final de la vida desvestido, descubriendo la propia desnudez cuando no hay más tiempo para ponerse la túnica nupcial. No nos podemos permitir postergar la aceptación de la invitación al banquete, ni nos podemos permitir jugar con la invitación misma, yendo al banquete sin preguntarnos si nos estamos dejando vestir por Dios. Y se deja vestir por Dios solo quien descubre (¡y se convence!) cada día de ser pecador. Quien se siente perdonado y decide hacer vivir de perdón a sí mismo y a los demás. Solamente quien se reconoce estéril comienza a dar fruto, quien reconoce haber crucificado al Hijo se vuelve su heredero, quien se descubre desnudo viene revestido, porque ¡conoce el amor con el cual es amado! Por lo cual solamente al final de un largo camino un hombre de nombre Agustín se derrumbó delante de un árbol al oír aquella palabra que curó su sordera y le hizo cambiar vida: revístanse del Señor Jesucristo (Rm 13,14).

 

CHE VE NE PARE?

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Siamo ancora nella vigna del Signore. Domenica scorsa abbiamo visto che la parabola raccontata da Gesù era indirizzata soprattutto a coloro che sono chiamati per primi a lavorarci dentro. Il suo inequivocabile finale getta una luce profonda sul mistero del regno di Dio e della sua accoglienza: così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Mt 20,16). La piccola parabola di oggi continua a illuminare questo mistero, ovvero continua a far emergere la mormorante resistenza dei primi chiamati che, allora come oggi, contestano segretamente il Signore per la sua bontà verso tutti. Il suo infatti sarebbe un comportamento ingiusto (Mt 20,11-12). A chi oggi continua, consciamente o inconsciamente, a discutere sulla sua giustizia così “strana”, Dio risponde nella prima lettura: voi dite “non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque casa d’Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?…(cfr. Ez 18,25-28)

Gesù tiene moltissimo anche ai primi chiamati. Per questo vediamo come anche il vangelo di oggi si dirige a una delle categorie più difficili a convertirsi, ai capi e agli anziani del popolo: l’intento del Signore non è infatti quello di abbandonarli nel loro rifiuto, ma di far rispecchiare i suoi uditori nel personaggio che li riguarda. E’ così anche oggi nel popolo di Dio. Quanto sta accadendo a Francesco non fa che rendere un gran servizio alla verità del vangelo, nonché confermare ancor di più questo papa nella sua chiamata. Perché in fin dei conti, con l’ultima lettera “correctio filialis de haeresibus propagatis” di alcuni autorevoli fratelli sacerdoti e non, che cosa c’è dietro il sospetto (se non l’accusa) delle eresie indicate? Lo stesso sospetto che circondò Gesù da parte delle autorità religiose per il suo misericordioso abbassarsi  su tutti coloro che, per il loro peccato o la loro reputazione non proprio immacolata, venivano accolti e chiamati dal Signore. In Amoris Laetitia il papa conclude un cammino sinodale di due anni dove tutte le voci ecclesiali sono state ascoltate e confrontate in materia per poi convergere nel documento; il quale, non è mera espressione di una sua visione personale sull’amore nella famiglia, ma della chiesa intera nel suo insieme. Si è liberi di pensare quello che si vuole, ma dietro il sospetto che Francesco con questa esortazione apostolica stia minando alcuni fondamenti dottrinali della fede, in realtà mal si cela, ancora una volta, il “problema” della bontà di Dio che si apre verso gli ultimi e chiede alla sua chiesa di fare altrettanto. E di “ultimi”, ve l’assicuro, ce ne sono anche tra coppie ferite nelle proprie vicende personali che stanno cercando di vivere come famiglia nella fede con sincera intenzione.

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I due figli inviati nella vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Gesù racconta di un uomo che comanda ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo disobbedisce inizialmente con la parola, ma ci ripensa e si pente, alla fine obbedisce e ci va a lavorare. Il secondo obbedisce subito con la parola, ma in realtà poi disobbedisce perché non ci va (Mt 21,28-30). Il Signore fa trarre le conclusioni ai suoi stessi uditori, i quali, senza accorgersene, confermano il suo insegnamento. Significato inequivocabile: c’è chi arriva nella vigna a lavorare dopo esserne stato a lungo lontano e tuttavia entra per primo nel regno; e c’è chi solo apparentemente vi è già dentro per lavorarci, ma in realtà è fuori, e vi accederà se e soltanto dopo che avrà aperto il cuore a Chi il cuore ce l’ha sempre aperto a tutti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Infatti, a dimostrazione delle sue parole, Gesù osserva come gli stessi pubblicani e prostitute si pentirono e si convertirono al messaggio di un appartenente al popolo dei primi chiamati come Giovanni il Battista, che certo non sottolineava tanto la via della misericordia (Mt 21,32); ma anche questo messaggio fu del tutto inascoltato dalle autorità religiose.

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Vi passano avanti, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Il brano del vangelo di oggi ci aiuta a penetrare maggiormente nel segreto del nostro rapporto con Dio. Se lo si vuole verificare seriamente, non può essere mai sganciato dal rapporto con i fratelli e dalla immagine che noi abbiamo di Lui. Prima di tutto, quello che sicuramente emerge dalle parole di Gesù è che Egli ama molto la sincerità. Come dire: meglio un “no” sincero alla sua chiamata che un “sì” ad essa falso, calcolatore e mormorante. Al lettore attento non sarà sfuggita la somiglianza di questi due figli a quelli della ben più celebre parabola di Luca (Lc 15,1ss.): il primo al fratello minore allontanatosi dalla casa paterna, il secondo al fratello maggiore che, pur restando nella casa del padre, non vive in comunione di cuore con il padre della casa. Alla fine del racconto, quel padre che ha tanto atteso pazientemente il ritorno del figlio minore esce di casa a pregare il maggiore perché vi rientri a celebrare con lui la salvezza donata al fratello. Ma l’inghippo che gli impedisce di rientrare è la sua “giustizia” messa a confronto con l’inspiegabile condotta misericordiosa del padre, segno inconfondibile di una immagine sbagliata che ha di lui. Stiamo pian piano scoprendo qualcosa di importante nella vita spirituale: il Signore Gesù si rivela solo a chi lo ama, a chi gli dice un sì sincero, fiducioso, senza pretendere di capire tutto. A chi invece dice di capirlo/conoscerlo, ma non lo ama per quello che è, Gesù parla con il suo silenzio (come sta facendo papa Francesco con coloro che lo sospettano o lo accusano in via epistolare). Poi, per recuperarlo, gli parla in parabole affinché rifletta e capisca quello che non vuol capire. Difatti il vangelo di oggi è come uno “screening” che svela a sé stesso l’ascoltatore/lettore che non vuole convertirsi, perché si riconosca nel secondo figlio e così passi al movimento interiore e al comportamento del primo.

Kierkeegärd diceva che la verità è paradossale. Quando meditiamo il vangelo ce ne accorgiamo. Gesù afferma che persone che vivono in modo palesemente ingiusto (pubblicani e prostitute) sono preferibili a quelle che vivono in modo “giusto”. Come è possibile? Non è forse una contraddizione? Può il Signore contraddirsi? No. Ancora una volta è il paradosso del vangelo a rispondere. In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Trovo queste parole di Gesù tra le più dure e nello stesso tempo più belle e consolanti che abbia mai detto ai suoi uditori. Perché pubblicani e prostitute sono peccatori d.o.c. che non potranno mai fingersi giusti e pertanto sono più aperti e pronti ad accogliere la salvezza che il Signore offre loro (cfr. Lc 7,36 ss., 18,9-14 e 19,1-10!!!…). Solo quando accetteremo di essere come loro (o peggio!) potremo entrare nel regno di Dio. La proposta del padre ai due figli è identica: è il comando dell’amore che se messo in pratica li rende simili a Lui. Ma il secondo figlio guarda il padre come a un padrone al quale non si può dire di no. E’ come la persona religiosa che si sente in obbligo di compiacere Dio. Ma per dovere nessuno saprà mai amare! In realtà anche questo figlio, come l’altro, non vuole ascoltare il padre. Tuttavia mentre il primo dice apertamente di no e ci ripensa, questo invece non se lo permette perché vive nella paura di mettersi contro il padre-padrone. Dunque esprimere apertamente il proprio rifiuto è già segno positivo: suppone che il padre che ci sta di fronte rispetti la libertà del figlio, mentre dire di sì per paura suppone che il padre non tolleri la libertà e schiacci chi a Lui si ribella (P.Silvano Fausti S.I.). Ancora una volta, il vero peccato più nascosto nel cuore dell’uomo, ma evidenziato dal vangelo, è quello di chi si crede nel giusto e non può ottenere il perdono semplicemente perché non ne sente nemmeno il bisogno. Rischio alto di resistenza allo Spirito cui si avvicinano tutti coloro che non riconoscono in sé il peccato che rimproverano agli altri.

Che ve ne pare? Vi piace questo Gesù che porta sempre ciascuno a guardare dentro di sé?

 

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QUE LES PARECE?

 

Estamos todavía en la viña del Señor. El domingo pasado hemos visto que la parábola narrada por Jesús estaba dirigida sobre todo para aquellos que son  llamados primero a trabajarnos adentro. Su inconfundible final lanza una luz profunda sobre el misterio del reino de Dios y de su acogida: Así sucederá: los últimos serán primeros, y los primeros serán últimos (Mt 20,16). La pequeña parábola de hoy continúa a iluminar este misterio, o mejor dicho continúa en hacer sobresalir la murmurante resistencia de los llamados primero que, en aquél entonces como hoy, contestan secretamente al Señor por su bondad hacia todos. El suyo de hecho sería un comportamiento injusto (Mt 20,11-12). A quien hoy continúa, conscientemente o inconscientemente, a discutir sobre su justicia así “extraña”, Dios responde en la primera lectura: ustedes dicen “no es recto el modo de actuar del Señor”. Oigan, pues, gente de Israel: ¿así que mi manera de ver las cosas no es correcta? ¿No lo será más bien la de ustedes?… (cfr. Ez 18,25-28)

Jesús tiene muchísimo también a los primeros llamados. Por esto vemos como también el evangelio de hoy se dirige a una de las categorías más difíciles en convertirse, a los jefes y a los ancianos del pueblo: el intento del Señor no es de hecho el de abandonarlos en su rechazo, sino de hacer reflejar a sus oidores en el personaje que les reguarda. Es así también hoy en el pueblo de Dios. Cuanto está ocurriéndole a Francisco no hace que devolver un gran servicio a la verdad del evangelio, además de todavía confirmar a este Papa aún más en su llamada. Porque al fin de cuentas, con la última carta “correctio filialis de haeresibus propagatis” de algunos acreditados hermanos sacerdotes y no, ¿qué cosa hay detrás de las sospechas (sino la acusación) de las herejías indicadas? La misma sospecha que circundó Jesús de parte de las autoridades religiosas por su misericordioso abajarse sobre todos aquellos que, por su pecado o su reputación no seguramente inmaculada, venían acogidos y llamados por el Señor. En Amoris Laetitia el papa concluye un camino sinodal de dos años donde todas las voces eclesiales han sido escuchadas y confrontadas en materia para luego converger en el documento; el cual, no es mera expresión de su visión personal sobre el amor en la familia, sino de la iglesia entera en su conjunto. Sé es libre de pensar lo que se quiere, pero detrás de la sospecha que Francisco con esta exhortación apostólica esté minando algunos fundamentos doctrinales de la fe, en realidad mal se esconde, una vez más, el “problema” de la bondad de Dios que se abre hacia los últimos y pide a su iglesia de hacer lo mismo. Y de “últimos”, les aseguro, están también entre las parejas heridas en sus propios asuntos personales que están buscando de vivir como familia en la fe con sincera intensión.

Jesús cuenta de un hombre que manda a sus dos hijos a ir a trabajar en la viña. El primero desobedece inicialmente con la palabra, pero lo vuelve a pensar y se arrepiente, al final obedece y va a trabajar. El segundo obedece inmediatamente con la palabra, pero en realidad luego desobedece porque no va (Mt 21,28-30). El Señor hace sacar las conclusiones a sus mismos oyentes, los cuales, sin darse cuenta, confirman su enseñanza. Significado inconfundible: está quien llega a la viña a trabajar después de haber estado por mucho tiempo lejano y sin embargo entra como primero al reino; y está quien solo aparentemente está ya dentro por trabajar, pero en realidad está afuera, y entrará si y solamente después que habrá abierto el corazón a Quien el corazón lo tiene siempre abierto a todos: los publicanos y las prostitutas los adelantarán en el reino de Dios (Mt 21,31). De hecho, en demostración de sus palabras, Jesús observa como los mismos publicanos y prostitutas se arrepintieron y se convirtieron al mensaje de un perteneciente al pueblo de los primeros llamados como Juan Bautista, que ciertamente no subrayaban tanto el camino de la misericordia (Mt 21,32); pero también este mensaje fue no escuchado del todo por las autoridades religiosas.

El texto del evangelio de hoy nos ayuda a penetrar mayormente en el secreto de nuestra relación con Dios. Si se quiere verificar seriamente, no puede ser nunca desenganchado de la relación con los hermanos y de la imagen que nosotros tenemos de Él. Primero de todo, lo que seguramente sobresale de las palabras de Jesús es que Él ama mucho la sinceridad. Como decir: mejor un “no” sincero a su llamada que un “si” falso a esa, calculador y murmurante. Al lector atento no se le habrá escapado la semejanza de estos dos hijos a aquellos de la tanto célebre parábola de Lucas (Lc 15,1ss.): el primero al hermano menor alejándose de la casa paterna, el segundo al hermano mayor que, a pesar de estar en la casa del padre, no vive en comunión de corazón con el padre de la casa. Al final del relato, aquél padre que tanto ha esperado pacientemente el regreso del hijo menor sale de casa a rogar al mayor para que entre a celebrar con él la salvación donada al hermano. Pero el obstáculo que le impide entrar es su “justicia” puesta en confrontación con la inexplicable conducta misericordiosa del padre, signo inconfundible de una imagen equivocada que tiene de él. Estamos poco a poco descubriendo algo importante en la vida espiritual: el Señor Jesús se revela solo a quien lo ama, a quien le dice un sí sincero, confiado, sin pretender de entenderlo todo. A quien en cambio dice de entenderlo/conocerlo, pero no lo ama por lo que es, Jesús habla con su silencio (como está haciendo papa Francisco con aquellos que lo sospechan o lo acusan de manera epistolar). Luego, para recuperarlo, le habla en parábolas para que reflexione y entienda lo que no quiere entender. De hecho el evangelio de hoy es como un “screening” que revela a sí mismo el que escucha/lector que no quiere convertirse, para que se reconozca en el segundo hijo y así pase al movimiento interior y al comportamiento del primero.

Kierkeegärd decía que la verdad es paradojal. Cuando meditamos el evangelio nos damos cuenta. Jesús afirma que las personas que viven de manera lampantemente injusta (publicanos y prostitutas) son preferibles a aquellos que viven de manera “justa”. ¿Cómo es posible? ¿No es quizás una contradicción? ¿Puede el Señor contradecirse? No. Una vez más es la paradoja del evangelio en responder. En verdad yo les digo: los publicanos y las prostitutas llegarán antes que ustedes al Reino de los cielos. Encuentro en estas palabras de Jesús entre las más duras y al mismo tiempo más lindas y consoladoras que jamás haya dicho a sus oyentes. Porque publicanos y prostitutas son pecadores ad hoc que nunca podrán fingirse justos y por lo tanto son más abiertos y listos en acoger la salvación que el Señor ofrece a ellos (cfr. ¡¡¡Lc 7,36 ss., 18,9-14 y 19,1-10!!!…). Solo cuando aceptaremos ser como ellos (¡o peor!) podremos entrar en el reino de Dios. La propuesta del padre a los dos hijos es idéntica: es el mandamiento del amor que si es puesto en práctica lo rinde similar a Él. Pero el segundo hijo mira al padre como un jefe al cual no se le puede decir que no. Es como la persona religiosa que se siente en la obligación de complacer a Dios. ¡Pero por deber nunca nadie sabrá amar! En realidad también este hijo, como el otro, no quiere escuchar al padre. Sin embargo mientras el primero dice abiertamente que no y vuelve a pensar, este en cambio no se lo permite porque vive en el miedo de ponerse en contra del padre-jefe. Entonces expresar abiertamente el propio rechazo es ya signo positivo: supone que el padre que nos está delante respete la libertad del hijo, mientras decir que si por miedo supone que el padre no tolera la libertad y aplaste quien a Él se rebela (P. Silvano Fausti S.I.). Una vez más, el verdadero pecado más escondido en el corazón del hombre pero evidenciado por el evangelio, es aquello de quien se cree estar en lo justo y no puede obtener el perdón, simplemente porque no siente ni siquiera la necesidad. Riesgo alto de resistencia al Espíritu de quienes se acercan todos aquellos que no reconocen en sí el pecado que culpan a los demás.

¿Qué les parece? ¿Les gusta este Jesús que lleva siempre a cada uno a mirarse dentro de sí?

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.

 

IL PERDONO TI PORTA NEL FUTURO

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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Non si può veramente comprendere che cos’è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa), se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni che Gesù da circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21) La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all’infinito l’orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un’occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni autentica fraternità. E, vista la chiarezza dell’insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell’offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno talvolta bisogno di più tempo e perdoni che si offrono subito oltre le umane attese, ferma restando la fatica “naturale” dell’uomo a perdonare. Non a caso il proverbio recita: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”.

Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) diventa personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorre per trasportare tutto questo debito? Il centro del messaggio emerge facendoci un’altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re lo lascia libero condonandogli tutto il debito! (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell’uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l’accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell’uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l’abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio compagno debitore. Sdegnato, il re cambia comportamento ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che egli ha emesso nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35).

Tutto sommato, credo che la nostra stessa ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, anche se lo riconosciamo, il vangelo suona come un ammonimento e nello stesso tempo come una sana provocazione che ci “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? E nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell’ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l’ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l’innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti a dure prove da superare che toccano l’uomo fino a fargli sentire come insormontabile il perdonare certe offese? E’ davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c’è qualcos’altro?

Leiris
Antoine Leiris con il piccolo Melvil

Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all’indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell’ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata su Facebook con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l’uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?…Se lui che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? (Sir 27,30-28,1ss.). Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo visto anche nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così come mi dice il vangelo, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà l’esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell’odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con se stessi e con l’animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio impegnandosi a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.

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Verdaderamente no se puede comprender qué cosa es la corrección fraterna como acto de amor (cf. El evangelio del domingo pasado), si no se acoge sinceramente el mensaje inequivocable del evangelio de este domingo. Aquella sin esto no se puede iluminar a los ojos de nuestro corazón, y viceversa. Pedro se da cuenta, de las indicaciones que Jesús da acerca de las relaciones entre los discípulos, de cuanto le está a pecho la fraternidad, y entonces hace una pregunta con propuesta en adjunto: Señor, si mi hermano comete culpa contra mí, ¿cuántas veces debo perdonarlo? ¿Hasta siete veces? (Mt 18,21) La respuesta de Jesús a la pregunta de Pedro (Mt 18,22) no solo amplía al infinito el horizonte del perdón así reducido en el corazón de su discípulo, sino que ofrece una ocasión única a Jesús para reiterar, con una parábola, cuál es el fundamento de cada auténtica fraternidad. Es, vista la claridad de la enseñanza, se resigne cada espíritu que quiera llamarse “cristiano” a buscar de justificar de alguna manera el perdón negado, cualquiera sea el tipo y la repetición de la ofensa en caso. No existen perdones para conceder y perdones para negar. Existen solo perdones más fáciles y perdones más difíciles que regalar; perdones que algunas veces tienen necesidad de más tiempo y perdones que se ofrecen inmediatamente más allá de la humana espera, teniendo en cuenta la fatiga “natural” del hombre a perdonar. No casualmente el proverbio recita: “Dios perdona siempre, el hombre algunas veces, la naturaleza nunca”.

El rey que quiere arreglar cuentas (Mt 18,23) se vuelve un personaje extraordinariamente magnánimo delante de la deuda insolvente de un tal que le viene presentado (Mt 18,24): un talento=6000 jornadas laborables; entonces la deuda de 10.000 talentos=60.000.000 de sueldos cotidianos. Para pagar tal deuda se necesitaría 200.000 ¡años de vida, y sin comer! O bien: en el tiempo de Jesús un talento pesaba 36 kg. de metal; entonces 10.000 talentos es un peso de 360 toneladas de metal precioso. ¿Con qué cosa se transporta y cuánto tiempo se necesitaría para transportar toda esta deuda? El centro del mensaje emerge haciéndonos otra pregunta: ¿qué hace cambiar así repentinamente al rey que había ordenado que fuera vendido como esclavo, junto con su mujer, sus hijos y todo cuanto poseía? La compasión delante de la súplica de su oración (Mt 18,26). El rey lo deja libre ¡perdonándole toda la deuda! (Mt 18,27). El problema muy serio de la parábola es que apenas salió (Mt 18,28) aquél hombre encuentra a un compañero que tiene una deuda infinitamente menor con él y parece no haber aprendido nada de la magnanimidad del rey. El compañero le dirige la mismísima súplica, pero no encuentra en él alguna piedad (Mt 18,29-30). Otros compañeros asisten a la escena y muy disgustados refieren al rey lo sucedido (Mt 18,31). El rey convoca a ese hombre y, llamándolo siervo miserable le pregunta cómo así, después de haber experimentado la abundancia de su perdón, no se haya comportado así también con el propio compañero deudor. Indignado, el rey cambia comportamiento y ejecuta hacia aquél tal la misma “sentencia” que él ha emitido respecto a su deudor. Lapidaria la conclusión del evangelio: lo mismo hará mi Padre Celestial con ustedes, a no ser que cada uno perdone de corazón a su hermano (Mt 18,35).

Sumando todo, creo que nuestra misma razón no haga fatiga en reconocer justo el comportamiento del rey. Sin embargo, también si lo reconocemos, el evangelio suena como una advertencia y al mismo tiempo como una sana provocación que nos “obliga” a ponernos una serie de preguntas: yo ¿cómo vivo mis relaciones con mis hermanos? ¿Cómo un acreedor o un deudor? Y en mi vida de fe, ¿cuál es el baricentro de mí actuar? ¿Mi promesa de restituirle a Dios lo que le debo (cfr. Mt 18,26) o su promesa ya cumplida con el don del Hijo suyo Jesús, nuestro Salvador? Es decir, vivo mi relación con Dios en el ansia de deberle algo por la consciencia de mi deuda (ilusionándome de poderlo saldar), o en el gozo de no poderlo cancelar, porque creo que Él que ya lo ha cancelado (cfr. Col 2,13-14) me ofrece cada día una vida de pecador perdonado? Y luego: ¿creo que el Señor me ha hecho el don del poder de perdonar a los demás como Él me ha perdonado? O ¿me escondo detrás de la innata fatiga humana de perdonar, creándome un pretexto delante de duras pruebas que superar que tocan al hombre hasta hacerle sentir como insuperable el perdonar ciertas ofensas? ¿Verdaderamente el perdón está al centro de la vida nueva que Jesús nos ha donado o hay otra cosa?

Pienso que todos recordamos la sensación generada un par de años atrás por Antoine Leiris, un hombre francés que, al día siguiente de la trágica desaparición de la esposa por obra de los terroristas del ISIS, después de algunas noches de dolor y sin dormir escribió la célebre carta publicada con el título “Ustedes no tendrán mi odio”. En aquella carta el hombre no solo daba testimonio de su fuerza en la decisión de no odiar a los asesinos de su esposa, sino que prometía también de hacer crecer a su pequeño hijo ensenándole a ejercitar esta misma elección, agregando que en ella, juntos, hubieran sido “más fuertes que cualquier ejército”. No sé si el sr. Antoine sea cristiano, pero sé ciertamente que, también si no lo fuera, su decisión ha sido un rayo potente de luz que ha desgarrado las tinieblas de aquél trágico momento de la historia. Porque también la Palabra de Dios confirma, en la 1ra lectura de hoy, que si son horribles las tragedias procuradas por los graves pecados de los hombres, también odio e ira son cosas abominables, y el pecador lo lleva dentro. El que se venga experimentará la venganza del Señor: él le tomará rigurosa cuenta de todos sus pecados. Perdona a tu próximo el daño que te ha hecho, así cuando tú lo pidas, te serán perdonados tus pecados. ¡Cómo! ¿Un hombre guarda rencor a otro hombre y le pide a Dios que lo sane?… Si él, débil y pecador, guarda rencor, ¿quién le conseguirá el perdón?  (Sir 27,30-28,1ss.).  Entonces la elección del perdón es también razonable. Pero es la revelación del rostro de Dios en la Biblia que la funda y la refuerza, como hemos visto también en la parábola contada por Jesús. En ella de hecho, el Señor nos indica con claridad como poderlo seguir en el camino de un amor que no retrocede delante de las ofensas que se pueden derribar en nuestra vida: pensar a mis 10.000 talentos de deuda perdonados por Dios más que a las 100 monedas que mi prójimo me debe. Si estoy realmente convencido que las cosas están así como me dice el evangelio, entonces no será solo fatigoso recorrer su camino de amor a ultranza, sino que será una experiencia de un poder que de verdad el Señor dona a quien le cree. Una última consideración. El sr. Antoine se ha prometido así mismo educar a su pequeño a no odiar, sino a perdonar. Ha elegido también la mejor inversión para su hijo. Porque si induces a un ser humano a recordar siempre los pecados de los demás, lo haces vivir en el rencor y en el odio establecido en el pasado. Y allí se vive muy mal, en prisión consigo mismo y con el ánimo siempre en guerra hacia los demás; de allí no nos movemos más. Si en cambio decides educar a un hombre al perdón, lo haces caminar y le garantizas el futuro. Porque solo quien vive del perdón de Dios está comprometido a su vez en perdonar, es verdaderamente un hombre libre que vive ya en el futuro.

UN SAGGIO PROTOCOLLO PER I RAPPORTI COMUNITARI

XXIII DOMENICA DEL T.O.

Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

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Mi pare che da un bel po’ di tempo, sul primo canale televisivo di mamma Rai, una serie di telefilm riscontri presso il pubblico un buon successo: quella di don Matteo, con il tanto amato Terence Hill protagonista nel ruolo del popolare parroco. Io non l’avevo mai visto fino a un paio di mesi fa, quando ho cominciato ad assistere a qualche episodio. Quello che mi è sembrato un “leitmotiv” di questa serie televisiva è che don Matteo conduce delle indagini parallele godendo delle informazioni che il maresciallo dei carabinieri fiduciosamente gli passa, per poi giungere alla soluzione del caso, inducendo il colpevole a riconoscere il male commesso. Ma il tocco finale del padre Brown nazionale è dato dalla sua capacità di aiutarlo anche a vedere la via d’uscita dal male, di fargli cioè sperimentare il perdono divino al di la della giustizia umana che deve fare il suo corso. In altre parole, vediamo in don Matteo un esempio di quella che chiamiamo “correzione fraterna”, il tema della liturgia della parola di questa domenica.

Diciamo subito che la correzione fraterna è arte di amore non facile da esercitare. E tuttavia è una sua forma espressiva molto alta. Basti vedere qual è il testo successivo al vangelo di oggi (Mt 18,21-35). Si rende necessaria pertanto una serie di premesse, per non confonderci in questa materia. Innanzitutto la correzione fraterna è possibile solo laddove, in una comunità cristiana, ciascuno è in primo luogo accolto incondizionatamente con i suoi limiti e non giudicato per i suoi sbagli. Per questo S.Paolo, nella 2a lettura, ricorda a tutti dove deve incastonarsi questa prassi: non siate debitori di nulla a nessuno se non dell’amore vicendevole, perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge (Rm 13,8) Inoltre, la correzione fraterna di cui si parla è quella che riguarda peccati gravi (cfr. Mt 18,6-9). Oggetto della correzione fraterna non è l’offesa personale, come ad una prima lettura il testo sembra far intendere (Mt 18,15). Infatti l’offesa personale è sempre da perdonare e dimenticare (cfr. Mt 18,21ss.). L’oggetto è il peccato, in quanto fattore che nuoce in primo luogo a chi lo commette. Il fine della correzione è riguadagnarlo alla fraternità (Mt 18,15b), perché bisogna tentare di tutto per riportare a casa chi si è smarrito (cfr. Mt 18,12-14). Quindi, prima di lanciarsi ad esercitare la correzione fraterna è bene esaminarsi nel proprio cuore per verificare da dove parte la propria mozione: dall’amore verso il fratello che, operando il male, fa prima di tutto del male a sé stesso ferendo la fraternità? Oppure da un desiderio di umana “giustizia” che mal cela giudizi personali o critiche malevole?    

Gesù indica un protocollo fondamentale da seguire per l’esercizio della correzione fraterna:

a) prima si affronta la persona a tu per tu, in privato, per rispetto nei suoi confronti. Chi si sente accolto senza condizioni in genere è disposto a ricevere osservazioni, per cui la correzione, se esercitata nell’amore, funziona e ristabilisce la fraternità.

b) Siccome non sempre la cosa si semplifica secondo la prima modalità, allora il Signore suggerisce di ricorrere alla mediazione di 2 o 3 testimoni (Mt 18,16). E’ il tentativo di riportare la persona alla verità con l’aiuto di altri, non l’indizione di un regolare processo: laddove uno non riesce per dei limiti personali, forse può riuscirci sostenuto da altri; naturalmente, anche questi dovranno trovarsi nelle disposizioni di cui sopra per aiutarlo.

c) Se nemmeno la seconda modalità inducesse la persona a ravvedersi, Gesù dice di comunicare la situazione, se necessario, alla comunità. Su questo terzo passaggio si è discusso molto in passato e anche oggi. C’è stato un periodo, nei primissimi secoli cristiani, in cui il dettame veniva seguito alla lettera. Ma nel tempo lo Spirito ha spiegato alla chiesa che il senso delle parole di Gesù non è certo quello di esporre la persona che sbaglia al pubblico ludibrio, anche se il suo peccato fosse già grave e conosciuto presso il popolo. Si tratta invece di mettere il soggetto sotto lo sguardo della chiesa per indurlo a sentire la personale responsabilità verso i suoi fratelli. Se poi non ascoltasse nemmeno la comunità cristiana sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,17). Questa espressione non è sinonimo di condanna o esclusione. La comunità è chiamata a far capire che, rifiutando di ascoltare, la persona si pone da se stessa fuori dalla comunione ecclesiale. E’ questo anche il significato della “scomunica”, uno dei provvedimenti più gravi che la chiesa può prendere nei confronti di uno dei suoi figli. Essa ha sempre un valore illustrativo-pedagogico-deterrente: cioè serve a manifestare alla persona la gravità del male che commette, magari a cuor leggero, affinché si ravveda.

In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo (Mt 18,18). La Chiesa ha ricevuto lo stesso potere che Gesù ha dato a Pietro (cfr. anche Mt 16,19) e deve usarlo nella stessa maniera: è il potere dell’amore che non vuole che nessuno si perda (Mt 18,14). La preghiera ecclesiale garantisce la presenza di Gesù (Mt 18,19-20) affinché si cerchi e si trovi la luce per camminare insieme sempre meglio. La comunità cristiana allora diventa spiritualmente matura quando, fondata in questa preghiera, impara ad esercitare la correzione fraterna.   

 

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Me parece que desde hace un poco de tiempo, en el primer canal televisivo de mamá Rai, una serie de película tenga en el público un buen suceso: aquella de padre Mateo, con el tanto amado protagonista Terence Hill en el rol del popular párroco. Yo no lo había nunca visto hasta hace un par de meses, cuando he comenzado a asistir a algunos episodios. Lo que me ha parecido un “leitmotiv” de esta serie televisiva es que padre Mateo conduce algunas investigaciones paralelas disfrutando de las informaciones que el mariscal de la guardia civil confiadamente le pasa, para luego alcanzar a la solución del caso, induciendo al culpable a reconocer el mal cometido. Pero el toque final del padre Brown nacional está dado por su capacidad de ayudarlo también a ver el camino para la salida del mal, o sea, de hacerle experimentar el perdón divino más allá de la justicia humana que debe continuar su recorrido. En otras palabras, vemos en padre Mateo un ejemplo de lo que llamamos “corrección fraterna”, el tema de la liturgia de la palabra de este domingo.

Decimos inmediatamente que la corrección fraterna es arte del amor no fácil de ejercercitar. Y ante todo es su forma expresiva muy alta. Basta ver cuál es el texto sucesivo al evangelio de hoy (Mt 18,21-35). Se hace necesario por lo tanto una serie de premisas, para no confundirnos en esta materia. Ante todo la corrección fraterna es posible solo allí donde, en una comunidad cristiana, cada uno es acogido incondicionalmente en primer lugar con sus límites y no juzgado por sus equivocaciones. Por esto S. Pablo, en la 2da lectura, recuerda a todos dónde debe ubicarse esta práctica: no tengan deuda alguna con nadie, fuera del amor mutuo que se deben, pues el que ama a su prójimo ya ha cumplido con la Ley (Rm 13,8) Además, la corrección fraterna de la cual se habla es aquella que concierne pecados graves (cfr. Mt 18,6-9). Objeto de la corrección fraterna no es la ofensa personal, como en una primera lectura el texto pareciera hacer entender (Mt 18,15). De hecho la ofensa personal es siempre para perdonar y olvidar (cfr. Mt 18,21ss.). El objeto es el pecado, en cuanto factor que daña en primer lugar a quien lo comete. El final de la corrección es reconquistarlo a la fraternidad (Mt 18,15b), porque es necesario intentar de todo para conducirlo a casa a quien se ha descarrilado (cfr. Mt 18,12-14). Entonces, antes de lanzarse a ejercitar la corrección fraterna es bien examinarse en el propio corazón para verificar de dónde parte la propia moción: ¿del amor hacia el hermano que, haciendo el mal, hace antes que nada el mal a sí mismo hiriendo la fraternidad? O también ¿de un deseo de humana “justicia” que no logra a custodiar bien juicios personales o críticas malévolas?

Jesús indica un protocolo fundamental para seguir por el ejercicio de la corrección fraterna:

a) Antes se enfrenta a la persona tú a tú, en privado, por respeto a él mismo. Quien se siente acogido sin condiciones en general está dispuesto a recibir observaciones, por lo cual la corrección, si es ejercitada en el amor, funciona y restablece la fraternidad.

b) Como no siempre la cosa se simplifica según la primera modalidad, entonces el Señor sugiere pedir ayuda a la mediación de 2 o 3 testimonios (Mt 18,16). Es el intento de llevar a la persona a la verdad con la ayuda de otros, no la convocación de un regular proceso: allí donde uno no logra por los límites personales, quizás puede lograrlo sostenido por otros; naturalmente, también estos deberán encontrarse en la predisposición de arriba para ayudarlo.

c) Si ni siquiera la segunda modalidad conduce a la persona a rectificarse, Jesús dice que se debe comunicar la situación, si es necesario, a la comunidad. Sobre este tercer pasaje se ha discutido mucho en el pasado y también hoy. Ha habido un período, en los primeros siglos cristianos, en la cual el dictamen venía seguido a la letra. Pero en el tiempo el Espíritu ha explicado a la iglesia que el sentido de las palabras de Jesús no es seguramente de exponer a la persona que se equivoca a la humillación pública, también si su pecado fuera ya grave y conocido por el pueblo. Se trata en cambio de poner al sujeto bajo la mirada de la iglesia para conducirlo a sentir la personal responsabilidad hacia sus hermanos. Si luego no escuchara ni siquiera a la comunidad cristiana sea para ti como el pagano y el publicano (Mt 18,17). Esta expresión no es sinónimo de condena o exclusión. La comunidad está llamada a hacer entender que, rechazando la escucha, la persona se pone por sí misma fuera de la comunión eclesial. Es esto también el significado de la “excomunión”, uno de las disposiciones más graves que la iglesia puede tomar con respecto a uno de sus hijos. Esta tiene siempre un valor ilustrativo-pedagógico-disuasivo: o sea sirve para manifestar a la persona la gravedad del mal que comete, quizás con el corazón ligero, para que se arrepienta.

En  verdad yo les digo: todo lo que aten en la tierra, lo mantendrá atado el cielo, y todo lo que desaten en la tierra, lo mantendrá desatado el cielo (Mt 18,18). La Iglesia ha recibido el mismo poder que Jesús ha dado a Pedro (cfr. también Mt 16,19) y debe usarlo de la misma manera: es el poder del amor que no quiere que nadie se pierda (Mt 18,14). La oración eclesial garantiza la presencia de Jesús (Mt 18,19-20) para que se busque y se encuentre la luz para caminar juntos siempre mejor. La comunidad cristiana entonces se vuelve espiritualmente madura cuando, fundada en esta oración, aprende a ejercer la corrección fraterna.

LA CROCE, INSPIEGABILE SPIEGAZIONE DI DIO

XXII DOMENICA DEL T.O.

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

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“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, diceva “face to face” Pietro apostolo a Gesù nel vangelo di domenica scorsa, rispondendo alla domanda incalzante del Maestro sulla propria identità. Il vangelo di oggi è la prosecuzione di quel racconto. Pochi passi avanti ed ecco che Pietro, con tutti noi che leggiamo, entra in crisi. Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli (Mt 16,21). La spiegazione di cosa vuol dire quell’affermazione sconvolge l’uditorio a un punto tale che Pietro stesso si sente in dovere di rimproverare il Maestro (Mt 16,22). Gesù, senza mezzi termini, lo invita a tornare al suo posto. E lo fa chiamandolo satana, aggiungendo che è per lui uno scandalo perché non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,23). Ma come si può un paio di minuti prima essere proclamati beati e riempiti di inaudita fiducia (Mt 16,17-19) per poi essere chiamati poco dopo satana? La nostra logica si infrange davanti a questo incidente. Succede così spesso quando entriamo nel mondo del vangelo. In esso infatti non ci sono mai ovvietà. Per questo Paolo, nella 2a lettura di oggi, ci dice di lasciarci trasformare nel modo di pensare (Rm 12,2). C’è un pensiero satanico nascosto dentro un comportamento tanto umano, e dobbiamo saperlo. Pietro ha ricevuto in dono dal Padre la rivelazione che Gesù è il Messia, ed è la verità. Tuttavia, non significa che l’ha compresa. Il racconto ci mostra senza alcun velo che Pietro non conosce ancora chi è il Cristo, anche se lo indica con precisione nella persona di Gesù. La sua reazione deve essere ben meditata da chi vuol essere suo discepolo. Perché per tutti gli aspiranti c’è prima da vivere l’esperienza di scoprirsi lontani dal conoscere Dio, anche se siamo battezzati e ci diciamo “cristiani”. Il cristianesimo infatti non è una ideologia, non è un catechismo imparato a memoria, non è una dottrina imbalsamata: è il mio rapporto con Gesù.

Il Figlio dell'Uomo deve molto soffrire
Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Perciò, la pagina del vangelo di oggi costituisce una svolta importantissima per il discepolo. Dopo essere stato riconosciuto, Gesù scopre la sua identità nell’annuncio delle cose che lo attendono (v.21) e noi, come Pietro, scopriamo quello che avviene nel nostro cuore quando la debolezza della croce si presenta davanti a noi. Pensiamo di sapere chi è Lui, pensiamo di sapere chi siamo noi, pensiamo di sapere qual è il bene nostro e anche il suo! Pensiamo di sapere anche cos’è il bene per la chiesa, e dunque pensiamo di sapere anche qual è la strada perché la chiesa sia sempre più sé stessa, perché Dio sia sempre più il suo Dio. Ma l’incontro con la parola della croce, qui annunciata per la prima volta, ci ricorda che l’uomo lo vive come uno scontro: lo scandalo della croce che Pietro vivrà insieme agli altri qui si preannunzia come conflitto tra il modo nostro di pensare e il pensiero di Dio: perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, così le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,8-9). Lo scontro è inevitabile se si vuol davvero conoscere il pensiero di Dio. Si tratta di uscire allo scoperto difronte a quello che Gesù afferma/manifesta di sé e decidere dove collocarsi mentre camminiamo con Lui: vogliamo stare davanti a Gesù come Pietro (e come satana,…ricordate le tentazioni nel deserto?) che vuole condurlo a fare la propria volontà? Oppure vogliamo seguirlo stando dietro di Lui per imparare a discernere la volontà di Dio, ciò che a Lui è gradito e perfetto (Rm 12,2), come suggerisce sempre Paolo nella 2a lettura? La fede è dunque quel meraviglioso perché faticoso cammino che ci porta a misurarci continuamente con la parola della croce, per acquisire progressivamente il modo di pensare di Dio. Non lo si acquista da un giorno all’altro.

Non ti accadrà mai questo!
Dietro di me satana! Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Gesù parla ai discepoli di ogni tempo ricordando loro che la sua non è un’imposta, ma una proposta: seguirlo deve essere frutto di un atto di libertà. Diversamente non c’è discepolato. E ci dice che colui che imbrocca la sua via, il discepolo, è una persona impegnata a rinnegare il proprio falso io, una persona che piuttosto di scaricare e incolpare del proprio male gli altri è sempre protesa a prenderlo su di sé; è uno che non cerca di salvare la propria reputazione e la sua stessa vita, ma piuttosto mette entrambe a repentaglio per amore di Gesù (Mt 16,24-25). Certo, tutti noi, davanti a queste parole, avvertiamo la nostra povertà e inadeguatezza. Ma il Signore rende anche ragionevole la sua sequela con le domande successive che invitano alla fiducia in Lui e a una riflessione sull’inganno del mondo (Mt 16,26-27). Come le parole di una sua discepola che ho avuto la grazia di incontrare sul mio cammino, una splendida mamma che un giorno mi scrisse questa lettera, una donna che ancora oggi dona agli altri la luce della “sapientia crucis”: “Non sono più giovane, sono stata operata di una malattia che si chiama cancro, non ho più le forze per compiere certe imprese. Inoltre mi ha preso da tempo il cosiddetto male oscuro, la depressione che da anni mi porto dentro e nella quale sono caduta a motivo di una lebbra di cui muoiono oggi gli esseri umani: i miei due figli che, caduti nella droga, rischiavano di morire ogni volta che si iniettavano la siringa, ma che, grazie a Lui, ne sono usciti. Dunque il Signore ha permesso che io sia stata sia in oncologia, sia in psichiatria. Ti assicuro che quest’ultima è la peggiore. E’ una morte interiore. Sei a terra. Ma in questo dolore accettato faticosamente e offerto, nel quale ti senti con Gesù nel Getsemani, Lui opera silenziosamente cose stupende. Chiedo scusa a Dio e a te se oso dire che la nostra infermità è quasi una messa vivente. Morte: perché costretti in un letto, da soli. Soli con Dio e in Dio. Gli altri osservano ma non comprendono. Risurrezione: perché Lui continua a tenerti per mano sussurrandoti: “cammina, Io sono con te. Ti tengo in braccio”. Ed iniziano a piovere le grazie. La gioia, lo stupore, l’amore, la fede. “Nella prosperità l’uomo non comprende” dice un salmo. Prova a portare la croce, abbracciala e Dio ti trasforma la vita. Sei nel mondo, ma non sei più del mondo. Allora puoi perderti in un cielo stellato, commuoverti davanti a un tramonto, ascoltare la dolce melodia del mare e la musica del vento, unirti al canto degli uccellini e lodare il Signore. Io sono ignorante e non so nulla di teologia, ma so che Gesù mi dice: “ti amo”. Ed io posso testimoniarlo. Se davanti a Lui faremo un solo minuto di silenzio assoluto in cui gli sia dato di parlarci e farci palpitare il cuore potremmo dire: grazie Gesù. Sono una mamma che prega a volte così: “Ti ringrazio Gesù, perché in me hai operato cose stupende. Tempo fa, quando pregavo solo il Padre Nostro, temevo quella frase che dice “sia fatta la tua volontà”. Ti ho aperto il cuore, piano piano. Ti ho ringraziato, piano piano. Ho baciato le tue piaghe, piano piano. Mi sono abbandonata totalmente, piano piano. Mi sono lasciata amare da te, piano piano. Voglio lodarti per la tua infinita misericordia, perché mi hai sedotto Signore. Non solo vuoi la mia anima, ma ti sei preso anche qualche pezzo del mio corpo. Infatti anche questo non mi appartiene. Grazie per le cicatrici che hai impresse sulla mia pelle e sulla mia anima, perché ho incontrato te, il Bene, il Sommo Bene. Ti offro i miei peccati, tutto il resto è dono tuo. Come Maria ti dico “eccomi sono la serva del Signore”. Mi abbandono a te, accetto la mia miseria, e qui trovo la perfetta letizia di Francesco. Lode e Gloria a Te Signore Gesù che mi fai vedere con gli occhi del tuo amore, in ogni persona, la tua immagine. Grazie.”

 

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“Tú eres el Cristo, el Hijo del Dios vivo”, decía “cara a cara” Pedro apóstol a Jesús en el evangelio del domingo pasado, el primer papa, respondiendo a la pregunta apremiante del Maestro sobre la propia identidad. El evangelio de hoy es la continuidad de aquella historia. Pocos pasos adelante y he ahí que Pedro, con todos nosotros que leemos, entra en crisis. Jesús comenzó a explicar a sus discípulos (Mt 16,21). La explicación de qué cosa quería decir aquella afirmación sorprende al auditorio a tal punto que el mismo Pedro se siente obligado a llamarle la atención al Maestro (Mt 16,22). Jesús, sin medios términos, lo invita a regresar a su lugar. Y lo hace llamándolo satanás, agregando que para él es un escándalo porque no piensa según Dios, sino según los hombres (Mt 16,23). Pero cómo puede ser hace un par de minutos ser proclamado dichoso y llenado de inaudita confianza (Mt 16,17-19)) para luego ser llamado poco después satanás? Nuestra lógica se quebranta delante de este accidente. Sucede así tanto cuando entramos en el mundo del evangelio. En ello de hecho no hay nunca obviedad. Por esto Paolo, en la 2da lectura de hoy, nos dice que nos dejemos transformar en el modo de pensar (Rm 12,2). Hay un pensamiento satánico escondido dentro de un comportamiento tanto humano, y debemos saberlo. Pedro ha recibido como don del Padre la revelación que Jesús es el Mesías, y es la verdad. Sin embargo, no significa que lo haya comprendido. El relato nos muestra sin ningún velo que Pedro no conoce todavía quién es el Cristo, también si lo indica con precisión en la persona de Jesús. Su reacción debe ser bien meditada de quien quiere ser su discípulo. Porque para todos los aspirantes hay que vivir antes la experiencia de descubrirse lejanos del conocer a Dios, aunque si estamos bautizados y nos decimos “cristianos”. El cristianismo de hecho no es una ideología, no es un catecismo aprendido a memoria, no es una doctrina embalsamada: es mi relación con Jesús.

Por esto, la página del evangelio de hoy constituye un cambio importantísimo para el discípulo. Después de haber sido reconocido, Jesús descubre su identidad en el anuncio de las cosas que lo esperan (v.21) y nosotros, como Pedro, descubrimos lo que sucede en nuestro corazón cuando la debilidad de la cruz se presenta delante de nosotros. ¡Pensamos que sabemos quién es Él, pensamos que sabemos quién somos nosotros, pensamos que sabemos cuál es nuestro bien y también el suyo! Pensamos que sabemos también cuál es el bien para la iglesia, y entonces pensamos que sabemos también cuál es el camino para que la iglesia sea siempre más ella misma, para que Dios sea siempre más su Dios. Pero el encuentro con la palabra de la cruz, aquí anunciada por primera vez, nos recuerda que el hombre lo vive como un enfrentamiento: el escándalo de la cruz que Pedro vivirá junto a los otros aquí se pre anuncia como conflicto entre nuestro modo de pensar y el pensamiento de Dios: Porque mis pensamientos no son los de ustedes, ni sus caminos son los míos —afirma el Señor—. Mis caminos y mis pensamientos son más altos que los de ustedes; ¡más altos que los cielos sobre la tierra! (Is 55,8-9). El enfrentamiento es inevitable si se quiere de verdad conocer el pensamiento de Dios. Se trata de salir al descubierto delante de lo que Jesús afirma/manifiesta de sí y decidir dónde colocarse mientras caminamos con Él: ¿queremos estar delante de Jesús como Pedro (y como satanás,… ¿recuerdan las tentaciones en el desierto?) que quiere conducirlo a hacer la propia voluntad? ¿O también queremos seguirlo estando detrás de Él para aprender a discernir la voluntad de Dios, lo que a Él es agradable y perfecto (Rm 12,2), como sugiere siempre Paolo en la 2da lectura? La fe entonces es aquél maravilloso ¿por qué? fatigoso camino que nos lleva a medirnos continuamente con la palabra de la cruz, para adquirir progresivamente el modo de pensar de Dios. No se adquiere de un día para otro.

Jesús habla a los discípulos de cada tiempo recordando a ellos que lo suyo no es una imposición, sino una propuesta: seguirlo debe ser fruto de un acto de libertad. Diversamente no hay discipulado. Y nos dice que aquel que acierta su vida, el discípulo, es una persona comprometida a renegar el propio falso yo, una persona que en cambio de descargar e inculpar el propio mal a los demás es siempre propenso a tomarlo sobre sí; es uno que no busca salvar la propia reputación y su propia vida, sino más bien mete ambas en peligro por amor de Jesús (Mt 16,24-25). Cierto, todos nosotros, delante de estas palabras, advertimos nuestra pobreza e incapacidad. Pero el Señor rinde también razonable su séquela con las preguntas sucesivas que invitan a la confianza en Él y a una reflexión sobre el engaño del mundo (Mt 16,26-27). Como las palabras de una de sus discípulas que he tenido la gracia de encontrar en mi camino, una espléndida mamá que un día me escribió esta carta, una mujer que todavía hoy dona a los demás la luz de la “sapientia crucis”: “No soy más joven, he sido operada de una enfermedad que se llama cáncer, no tengo más las fuerzas para cumplir ciertas tareas. Además me ha tomado desde hace tiempo el así dicho mal oscuro, la depresión que desde años me llevo dentro y en la cual caí a motivo de una lepra de la cual mueren hoy los seres humanos: mis dos hijos que, caídos en la droga, arriesgaban de morir cada vez que se inyectaban la jeringa, pero que, gracias a Él, lograron a salir. Entonces el Señor ha permitido que yo haya estado ya sea en oncología, ya sea en psiquiatría. Te aseguro que esta última es la peor. Es una muerte interior. Estás en el piso. Pero en este dolor aceptado fatigosamente y ofrecido, en el cual te sientes con Jesús en el Getsemaní, Él obra silenciosamente cosas estupendas. Pido perdón a Dios y a ti si oso decir que nuestra enfermedad es casi una misa viviente. Muerte: porque obligados en una cama, solos. Solos con Dios y en Dios. Los otros observan pero no comprenden. Resurrección: porque Él continúa a tenerte la mano susurrándote: “camina. Yo estoy contigo. Te tengo en mis brazos”. Y comienzan a llover las gracias. El gozo, la maravilla, el amor, la fe. “En la prosperidad el hombre no comprende” dice un salmo. Prueba a llevar la cruz, abrázala y Dios te transforma la vida. Estás en el mundo, pero no eres más del mundo. Entonces puedes perderte en un cielo estrellado, conmoverte delante de un atardecer, escuchar la dulce melodía del mar y la música del viento, unirte al canto de los pájaros y alabar al Señor.  Yo soy ignorante y no sé nada de teología, pero sé que Jesús me dice: “te amo”. Y yo puedo testimoniarlo. Si delante de Él hiciéramos un solo minuto de silencio absoluto en el cual le sea permitido hablarnos y hacernos palpitar el corazón podríamos decir: gracias Jesús. Soy una mamá que reza a veces así: “Te agradezco Jesús, porque en mí has hecho cosas estupendas. Tiempo atrás, cuando rezaba solo al Padre Nuestro, temía aquella frase que dice “se haga tú voluntad”. Te he abierto el corazón, poco a poco. Te he agradecido, poco a poco. He besado tus heridas, poco a poco. Me he abandonado totalmente, poco a poco. Me he dejado amar por ti, poco a poco. Quiero alabarte por tu infinita misericordia, porque me has seducido Señor. No quieres solo mi alma, sino que te has tomado también algunos pedazos de mi cuerpo. De hecho también esto no me pertenece. Gracias por las cicatrices que has grabado sobre mi piel y sobre mi alma, porque te he encontrado a ti, el Bien, el Sumo Bien. Te ofrezco mis pecados, todo el resto es don tuyo. Como María te digo “heme aquí soy la sierva del Señor”. Me abandono a ti, acepto mi miseria, y aquí encuentro la perfecta alegría de Francisco. Alabanza y Gloria a Ti Señor Jesús que me haces ver con los ojos de tu amor, en cada persona, tu imagen. Gracias.”

QUELLA FEDE CHE VIENE DALL’ESTERO

XX DOMENICA DEL T.O.

Is 56,1.6-7; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

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La paura, come realtà non controllabile che ci abita, non impedisce l’avanzare della fede. Anzi, il vangelo di domenica scorsa ci suggerisce come essa possa mettersi al suo servizio. Ma per sé stessa, la paura è realtà che si oppone alla fede. Invece quest’ultima è antidoto e forza che muove la persona ad affrontare e superare ogni paura. La mamma cananea del vangelo di oggi è una delle icone più belle in tal senso.

Cananea 1
Il grido della cananea, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Una donna di Canaan che vive nella regione di Tiro e Sidone (Mt 15,21-22a). Cos’era e cos’é oggi Canaan per gli ebrei? Gli abitanti di Canaan sono i nemici “tradizionali” di Israele; il popolo eletto li aveva scacciati dal loro territorio per ordine divino, i cananei erano dunque un popolo dal paganesimo crudele e selvaggio. La donna viene quindi da un contesto culturale molto torbido. Di questa donna emerge solo una realtà: ha una figlia, anche se non è presente. La donna rivolge un appello secco a Gesù: pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio (Mt 15,22b). Il Signore tira dritto senza rivolgerle una parola (Mt 15,23a). Già qui ci potremmo meravigliare: ha avuto compassione di ogni essere umano immerso nel dolore, perché di questa mamma non ha subito pietà? Da questo punto di osservazione il vangelo tace, ma vediamo che subito i suoi discepoli, avvicinandosi, si comportano come forse ci saremmo comportati anche noi. A Gesù noi cosa gli avremmo detto? Avremmo solamente espresso la nostra meraviglia per vederlo insensibile al grido di quella donna? Sta di fatto che i discepoli danno un consiglio al Signore: esaudiscila, perché ci viene dietro gridando (Mt 15,23b). Può darsi che gli dissero così per indurlo ad esaudirla. Ma devo dirvi che oggi, tra gli esegeti, al posto di esaudiscila circola una versione che pare sia più corretta: mandala via. Questa migliore traduzione è venuta incontro a una sensazione molto forte percepita mentre meditavo il testo. Mi sembra che i discepoli non si facciano intercessori per quella mamma. Semplicemente suggeriscono al Signore di togliere davanti a loro quella fastidiosa voce. Non vi vengono in mente altri episodi simili nel vangelo? Vi ricordate quando un’altra audace donna si avvicinò a Gesù in mezzo a una calca di gente, riuscendo a malapena a toccargli il lembo del mantello? Gesù cercava con lo sguardo chi lo avesse toccato, mentre i discepoli cercavano di scoraggiarlo facendogli osservare la quantità di persone che premevano su di lui. Oppure quell’uomo cieco al bordo della strada di Gerico: ricordate come questi gridava a Gesù mentre il suo seguito gliene diceva di tutti i colori per farlo tacere? Certo che noi discepoli di Cristo non sempre imbrocchiamo bene la via della fede, non c’è che dire. Per dirla con il vangelo di domenica scorsa, siamo uomini di poca fede.

Cananea 2
Si prostrò dinanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù ribadisce il limite della sua missione (Mt 15,24) per la gioia dei discepoli presenti che l’ascoltarono e di tutti quegli altri che nella storia della chiesa (anche oggi!…) vorrebbero la chiesa come recinto dei giusti, quelli che vorrebbero un cattolicesimo a propria immagine e somiglianza, cioè con dei confini precisi, un’identità precisa, una storia precisa, un cattolicesimo che confisca il Signore al servizio delle proprie attese invece che presentarlo sulla lunghezza d’onda delle sue, come indica anche lo stesso termine greco καθολικός, da cui proviene il termine “cattolico”: universale, cioè per tutti, annunciato a tutti, offerto a tutti gli uomini che si aprono al vangelo. E allora perché Gesù ha avuto quella espressione? Metto da parte lo sfondo interpretativo più ampio che emerge alla luce del finale del vangelo di Matteo: cioè la delimitazione storica della missione che Gesù compie nei confini di Israele, per poi consegnarla e farla proseguire alla sua chiesa inviata a tutti i popoli. Mi concentro invece sulla esperienza molto umana di chi avverte il silenzio di Dio di fronte alle proprie richieste come una sorta di fredda distanza, di indifferenza o, peggio ancora, di ostilità. Quella mamma infatti non si scoraggia alla risposta di Gesù e si prostra davanti a Lui continuandolo a invocare (Mt 15,25). Ma Gesù a questo appello risponde con peggiore durezza: non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini (Mt 15,26). E’ la risposta più dura che si possa attendere un pagano. Gli ebrei infatti chiamavano “cani” i pagani.  

Cananea 3
Eppure i cagnolini, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù si comporta da perfetto ebreo ortodosso! Disprezzando (apparentemente) il suo vicino di territorio. Di fronte all’atteggiamento e alle parole di Gesù chiunque avrebbe vacillato. O, quanto meno, si sarebbe fortemente irritato per la mancata accoglienza. Invece questa mamma no. Ed ecco che allora scopriamo qualcosa di nuovo circa la dinamica della fede. Essa infatti è messa spesso alla prova da ripetute disfatte e delusioni, da porte chiuse in faccia e da apparente sordità divina. Le parole della donna hanno qualcosa di combattivo e di geniale (Mt 15,27). Perché se hai fede hai uno spirito combattivo e il genio proprio di chi ama. L’amore ti fa vedere oltre le parole, oltre i silenzi, oltre le resistenze che incontri, oltre ciò che ti appare. L’amore ti dona anche parole nuove, ti da una speranza e una marcia incrollabili. L’amore non ti fa arrendere mai. Quella donna di Canaan è una vera mamma! Una mamma così immedesimata con la sofferenza della figlia che non tiene più in conto quello che può succedere a lei. La vita della figlia è la sua stessa vita! Quante mamme ho incontrato sul mio cammino con un cuore così! La prima è proprio la mia mamma, 76 anni da qualche giorno, ma mi fermo subito altrimenti non la finisco più. Voglio ricordare invece una mamma incontrata in Sardegna anni fa. Il figlio adolescente chiuso, da quando aveva 5 anni, in una macchina di acciaio che l’aiuta a respirare per una malattia progressivamente paralizzante. Ve l’assicuro, guardare quella mamma era come contemplare il cielo: era una liturgia continua vedere come ogni suo movimento si sintonizzasse sul respiro del figlio immobilizzato dentro quell’apparecchio. Poi vorrei raccontarvi di un’altra cananea dei nostri giorni. Un fatto realmente accaduto durante un caldo giorno d’estate, in una località del sud della Florida (U.S.A): un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore che un alligatore si stava avvicinando alle spalle del bambino, senza che questi si accorgesse di nulla. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola, il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando l’alligatore gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. L’alligatore era forte, ma la mamma era molto più determinata… e nessuno dei due mollava la presa! Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise l’alligatore. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare. Durante il ricovero in ospedale, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e, invece di mostrare le gambe, con grande orgoglio si rimboccò le maniche del pigiama: “quelle che devi vedere sono queste!”- gli disse – mostrando le cicatrici che le unghie della mamma gli avevano lasciato sulle sue braccine. E aggiunse: “queste ce le ho perché la mamma mi ha salvato”. 

Cananea 4
Sua figlia fu guarita, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri (Mt 15,28) risponde subito Gesù al genio della cananea. Il Signore è venuto sulla terra per mostrare come la fede si manifesti e si manifesterà ancora in molti che verranno da oriente ed occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,11). Ma, nello stesso tempo, la fede di questa donna immortalata dal vangelo, ci mostra come bisogna parlare al Signore, come bisogna pregare, come bisogna guardare ai suoi apparenti silenzi. Pietro domenica scorsa, non appena toglie gli occhi da Gesù comincia ad affondare. Questa donna non toglie mai gli occhi dal Signore e, convinta della sua bontà, lotta non per ottenere qualcosa per sé, ma per la figlia. Dobbiamo dunque ringraziare anche questa indomita donna straniera se oggi crediamo che Dio è padre e madre e che a Lui si può gridare, con Lui si può piangere e, perché no?…si può anche lottare, a meno che non gli si voglia imporre i nostri orari, i nostri criteri di bene, le nostre pretese infantili.

 

Non ti arrendere mai,

 neanche quando la fatica si fa sentire,

 neanche quando il tuo piede inciampa,

 neanche quando i tuoi occhi bruciano,

 neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati,

 neanche quando la delusione ti avvilisce,

 neanche quando l’errore ti scoraggia,

 neanche quando il tradimento ti ferisce,

 neanche quando il successo ti abbandona,

 neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta,

 neanche quando l’incomprensione ti circonda,

 neanche quando la noia ti atterra,

 neanche quando tutto ha l’aria del niente,

 apri le tue mani, sorridi e…ricomincia!

 Io sono con Te

 

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El miedo, como realidad no controlable que nos habita, no impide el avance de la fe. Más bien, el evangelio del domingo pasado nos sugiere cómo ella puede ponerse al servicio de la fe. Pero por ella misma, el miedo es realidad que se opone a la fe. En cambio esta última es antídoto y fuerza que mueve a la persona a afrontar y superar cada miedo. La mamá cananea del evangelio de hoy es una de los iconos más lindos en tal sentido.

Una mujer de Canaán que vive en la región de Tiro y Sidón (Mt 15,21-22a). ¿Qué era y qué cosa es hoy Canaán para los hebreos? Los habitantes de Canaán son los enemigos “tradicionales” de Israel; el pueblo elegido los había botado de su territorio por orden divino, los cananeos eran entonces un pueblo de paganismo cruel y salvaje. La mujer viene entonces de un contexto cultural muy turbio. De esta mujer emerge solo una realidad: tiene una hija, aunque si no está presente. La mujer dirige una llamada seca a Jesús: piedad de mí Señor, hijo de David! Mi hija está muy atormentada por un demonio (Mt 15,22b).  El Señor sigue adelante sin dirigirle una palabra  (Mt 15,23a). Ya aquí nos podríamos maravillar: ha tenido compasión de cada ser humano sumergido en el dolor, ¿por qué de esta mamá no ha sentido piedad?  De este punto de vista el Evangelio calla, pero vemos que inmediatamente sus discípulos, acercándose, se comportan como quizás nos hubiéramos comportado también nosotros. Está de hecho que los discípulos dan un consejo al Señor: atiéndela, porque nos persigue con sus gritos  (Mt 15,23b). Puede ser que le dijeron así para obligarlo a atenderla. Pero debo decir que hoy, entre los exégetas, en lugar de atenderla circula una versión que parece sea más correcta: dile que se vaya. Esta mejor traducción ha venido al encuentro a una sensación muy fuerte percibida mientras meditaba el texto. Me parece que los discípulos no se hacen intercesores por esa mamá. Simplemente sugieren al Señor de sacársela de delante aquella fastidiosa voz. ¿No les viene a la mente otros episodios similares en el evangelio? ¿Se acuerdan cuando otra audaz mujer se acercó a Jesús en medio a una muchedumbre logrando a las justas a tocarle el borde de la túnica? Jesús buscaba con la mirada quién lo hubiera tocado, mientras los discípulos intentaban desanimarlo haciéndole observar la cantidad de personas que se apiñaban sobre él. O también aquél hombre ciego al borde del camino de Jericó: se acuerdan cómo este gritaba a Jesús mientras sus seguidores le decían de todo para hacerlo callar? Cierto que nosotros discípulos de Jesús no siempre dirigimos bien el camino de la fe, no hay duda. Para decirlo con el evangelio del domingo pasado, somos hombres de poca fe

Jesús reitera el límite de su misión (Mt 15,24) por el gozo de los discípulos presentes que lo escucharon y de todos aquellos otros que en la historia de la iglesia (¡también hoy!…) quisieran a la iglesia como recinto de los justos, aquellos que quisieran un catolicismo a la propia imagen y semejanza, o sea con confines precisos, una identidad precisa, una historia precisa, un catolicismo que confisque al Señor al servicio de las propias esperas en cambio de presentarlo sobre la longitud de las suyas, como indica también el mismo término griego καθολικός, del cual proviene el término “católico”: universal, o sea para todos, anunciado a todos, ofrecido a todos los hombres que se abren al evangelio. Y entonces ¿por qué Jesús ha tenido aquella expresión? Pongo a parte el fondo interpretativo más amplio que emerge a la luz del final del evangelio de Mateo: o sea la delimitación histórica de la misión que Jesús cumple en los confines de Israel, para luego entregarla y hacerla proseguir a su iglesia enviada a todos los pueblos. Me concentro en cambio sobre la experiencia muy humana de quien advierte el silencio de Dios delante a la hostilidad. Aquella mamá de hecho no se desanima a la respuesta de Jesús y se postra delante de Él continuándolo a invocar (Mt 15,25). Pero Jesús a este llamado responde con peor dureza: No está bien tomar el pan de los hijos, para tirárselo a los perros (Mt 15,26). Es la respuesta más dura que se pueda esperar un pagano. Los hebreos de hecho llamaban “perros” a los paganos.

¡Jesús se comporta como perfecto hebreo ortodoxo! Despreciando (aparentemente) a su vecino de territorio. Delante de la actitud y a las palabras de Jesús cualquiera hubiera vacilado. O, al menos, se hubiera irritado tanto por la falta de acogida. En cambio esta mamá no. He aquí que entonces descubrimos algo de nuevo acerca de la dinámica de la fe. Esta de hecho es puesta muchas veces a la prueba por repetidos fracasos y desilusiones, por puertas cerradas en la cara y de aparente sordera divina. Las palabras de la mujer tienen algo de combatiente y de genial (Mt 15,27). Porque si tienes fe tienes el espíritu combativo y el genio justo de quien ama. El amor te hace ver más allá de las palabras, más allá de los silencios, más allá de las resistencias que encuentras, más allá de lo que se te aparece. El amor te da palabras nuevas, te da una esperanza y una marcha inquebrantable. El amor no te hace rendirte nunca. ¡Aquella mujer de Canaán es una verdadera mamá!  Una mamá así ensimismada con el sufrimiento de la hija que no tiene más en cuenta aquello que puede pasarle a ella. ¡La vida de la hija es su misma vida! ¡Cuántas mamás he encontrado en mi camino con un corazón así! La primera es justamente mi mamá, 76 años desde hace pocos días, pero me detengo inmediatamente sino no acabo más. Deseo recordar en cambio a una mamá encontrada en Cerdeña años atrás. El hijo adolescente cerrado, desde cuando tenía 5 años, en una máquina de acero que lo ayuda a respirar por una enfermedad progresivamente paralizante. Les aseguro, mirar a aquella mamá era como contemplar el cielo: era una liturgia continúa ver como cada movimiento suyo se sintonizara con la respiración del hijo inmovilizado dentro del aparato. Luego quisiera contarles de otra cananea de nuestros días. Un hecho realmente sucedido durante un día caluroso de verano, en una localidad del sur de Florida (U.S.A): un niño decidió ir a nadar en la laguna detrás de su casa. Salió corriendo por la puerta trasera, se tiró en el agua y nadaba feliz. No se daba cuenta de que un cocodrilo se le acercaba Su mama desde la casa miraba por la ventana, y vio con horror lo que sucedía.  Enseguida corrió hacia su hijo gritándole lo más fuerte que podía. Oyéndole, el niño se alarmo y miro nadando hacia su mamá. Pero fue demasiado tarde. Desde el muelle la mamá agarró al niño por sus brazos justo cuando el caimán le agarraba sus piernitas. La mujer jalaba determinada, con toda la fuerza de su corazón. El cocodrilo era más fuerte, pero la mamá era mucho más apasionada y su amor no la abandonaba. Un señor que escuchó los gritos se apresuró hacia el lugar con una pistola y mato al cocodrilo. El niño sobrevivió y, aunque sus piernas sufrieron bastante, aún pudo llegar a caminar. Cuando salió del trauma, un periodista le pregunto al niño si le quería enseñar las cicatrices de sus pies. El niño levantó la colcha y se las mostró. Pero entonces, con gran orgullo se remango las mangas y señalando hacía, las cicatrices en sus brazos le dijo: “Pero las que usted debe ver son estas”. Eran las marcas de las uñas de su mama que habían presionado con fuerza. “Las tengo porque mamá no me soltó y me salvo la vida”. 

Mujer, ¡qué grande es tu fe! Que se cumpla tu deseo (Mt 15,28) responde inmediatamente Jesús al genio de la cananea. El Señor ha venido a la tierra para mostrar como la fe se manifiesta y se manifestará todavía en muchos que vendrán muchos del oriente y del occidente para sentarse a la mesa con Abrahán, Isaac y Jacob en el reino de los cielos (Mt 8,11). Pero, al mismo tiempo, la fe de esta mujer inmortalizada por el evangelio, nos muestra cómo hace falta hablar al Señor, como hace falta rezar, como hace falta mirar sus aparentes silencios. El domingo pasado Pedro, apenas quita la mirada de Jesús comienza a hundirse. Esta mujer no quita nunca los ojos del Señor y, convencida de su bondad, lucha no para obtener para sí misma, sino para la hija. Debemos entonces agradecer también a esta indómita mujer extranjera si hoy creemos que Dios es padre y madre y que a Él se puede gritar, con Él se puede llorar y, ¿por qué no?… se puede también luchar, a menos que no se le quiera imponer nuestros horarios, nuestros criterios de bien, nuestras pretensiones infantiles.

No te rindas nunca,

tampoco cuando la fatiga se hace sentir,

tampoco cuando tu pie tropieza,

tampoco cuando tus ojos queman,

tampoco cuando tus esfuerzos son ignorados,

tampoco cuando la desilusión te deprime,

tampoco cuando el error te desanima,

tampoco cuando la traición te hiere,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando la ingratitud te duele,

tampoco cuando la incomprensión te circunda,

tampoco cuando el tedio de aterra,

tampoco cuando todo tiene el aire del nada,

abre tus manos, sonríe y… ¡vuelve a comenzar!

Yo estoy contigo

AFFONDARE PER LASCIARSI AFFERRARE

XIX DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,9.11-13; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

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Questa volta Gesù va in disparte su un monte da solo per pregare (Mt 14,23), senza portarsi alcun discepolo. Domenica scorsa invece, aveva portato in disparte con sé Pietro, Giacomo e Giovanni su un altro monte, e sappiamo come è andata. Ma l’esperienza di Dio non è sempre una trasfigurazione. Fosse per noi, ci pianteremmo una o più tende come propose Pietro (Mt 17,4), in fondo perché vorremmo che il Signore si manifestasse sempre così. L’episodio del vangelo di oggi ci ricorda che la realtà è ben altra. La barca che fatica ad andare avanti per il vento contrario mentre Lui “se ne sta lassù, da solo”: quale espressione fotografa meglio quello che tutti sperimentiamo nella vita? Tu ed io, noi, la chiesa, non ci sentiamo forse tante volte nel cammino di questa vita come quella barca in un mare in tempesta, in cui Dio sembra che “se ne sta lassù, da solo”? Questo è il senso profondo del messaggio di Matteo evangelista. Il tempo della chiesa è come l’avventura di una traversata in un mare minaccioso che mette sempre a dura prova la sua fede. Ma è anche l’indicibile esperienza di un Dio che viene incontro ad essa camminando su questo mare. In mezzo ci sta il travaglio della stessa fede, in cui paura e dubbi sono ingredienti necessari (Mt 14,26).

Se vogliamo che la nostra fede maturi diventando consapevole e adulta, dobbiamo far bene i conti con questo vangelo. Su questo testo faremmo bene a riflettere tutti, ma proprio tutti, credenti e non credenti. Il non credente farebbe bene ogni tanto a dubitare del suo non credere, il credente del suo credere. Altrimenti entrambi diventeranno solo adoratori dei propri rigidi schemi. Dunque la nostra fede, per essere tale, non può evitare di passare dentro le proprie paure e dubbi. Quando trovo davanti a me fratelli o sorelle che mi raccontano le angosce e i dubbi del loro cammino mi rallegro e ringrazio sempre il Signore, perché in loro mi specchio e con essi condivido la debolezza della mia fede e la speranza che essa passi dentro tutte le prove. Ma quando incontro fratelli o sorelle inossidabili, granitici nel loro linguaggio, quelli che parlano sempre di fede in ogni istante della giornata, quelli che trovano sempre una parola religiosa per ogni evento o persona in cui si imbattono; quelli che sanno sempre cosa dire davanti ad un malato terminale, quelli che sanno tutto sulla chiesa e i suoi problemi, quelli sempre pronti alla polemica quando guardano l’agire di altri cristiani, quelli che vanno a scavare sempre nelle intenzioni altrui, quelli che….Beh! – mi dico sempre – “beati loro che hanno tutte queste sicurezze…” Però, alla luce del vangelo, mi pare che rischino di trovarsi con un pugno di mosche tra le mani.

Gesù cammina sulle acque
Gesù cammina sul mare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2014

Gli apostoli sono colti dallo spavento: un uomo che cammina sulle acque del mare non è umano! (Mt 14,25). Sono pertanto convinti di vedere un fantasma e gridano dalla paura. E’ proprio così. Chi segue la paura scambia la propria fantasia per realtà e la realtà per fantasia. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,26-27). Che bello quel subito! Quando siamo nell’angoscia non sembra sia così, sembra che Gesù sia in ritardo. Papa Giovanni XXIII ripeteva spesso: “sembra che il Signore arrivi sempre con un quarto d’ora di ritardo”. In realtà il Signore è il Dio che interviene subito con la parola nella nostra paura, prima di tutto perché non l’ha inventata Lui, ma soprattutto perché è Colui che lavora per farcela superare. Il più delle volte siamo noi in ritardo nel credergli! Osserviamo il comportamento di Pietro. Egli ha una richiesta audace da fare. Cerca di andare oltre la paura e il dubbio che lo accomuna agli altri: Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque (Mt 14,28). Decliniamo questa richiesta. “Signore, se sei proprio tu quello che vedo e non un fantasma, allora fammi fare l’esperienza di quello che a me è impossibile: camminare come te sul mare”. E Gesù gli risponde: vieni! Pietro davvero comincia a vivere l’impossibile (Mt 14,29). Ma vedendo che il vento era forte s’impaurì e cominciando ad affondare gridò: Signore salvami! (Mt 14,30). A questo punto rivolgo a voi tutti lettori un paio di domande, perché non capisco bene. E’ Pietro che ha lanciato una sfida al Signore, o è il Signore che ha sfidato Pietro? La richiesta di Pietro nasce dalla fede o dalla paura? Se guardo i primi passi compiuti da lui sul mare, verrebbe da dire: dalla fede. Se guardo come stava finendo, verrebbe da dire: dalla paura. Che ne pensate? Adesso ci penso prima un po’ anch’io, poi riprenderò a scrivere.

Eccomi a tirare le somme di questo commento. Mi ha fatto bene fermarmi sulle domande che vi ho rivolto. E riparto ancora una volta da quel bellissimo subito che ritroviamo al v. 31. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato? Provo a declinare anche questa affermazione di Gesù. “Caro Pietro, hai visto bene dentro il tuo cuore? Da dove è venuta la tua richiesta? Adesso lo sai. Sei uomo di poca fede perché hai cercato la soluzione al tuo dubbio e alla tua paura mettendomi alla prova. Ti sei accorto quanto somigli ai tuoi padri? Ti ricordi quando essi si trovarono nel deserto dove li condussi per fare esperienza del mio amore provvidente? Anche lì, nonostante i molteplici segni della mia vicinanza, mi mettevano continuamente alla prova. Non si parla così con me! Però non ho rifiutato la tua sfida sfidandoti a mia volta, perché tu conoscessi la verità del tuo cuore. Ho detto: vieni! Cioè, va bene Pietro, sia fatta la tua volontà. E ora vedi che nel fare la propria volontà non si va molto lontano. Anzi, si affonda in mare. Però lo spazio della fede autentica è proprio lì: quando stai affondando e vivi nella tua paura. Quando hai gridato a me, quando invece di guardare te e ciò che è intorno a te, hai alzato gli occhi su di me. Solo allora ti sei comportato da credente e hai potuto sentire la mia mano potente afferrarti subito! Cerca bene la paura che ti abita e vacci a vivere. Non aver paura delle tue paure. Perché se da lì elevi la tua preghiera, toccherai ancora con mano la mia onnipotente mano!”

Credo che a questo punto le domande che vi avevo rivolto hanno trovato una piccola luce. Ammettiamolo, anche noi siamo come Pietro. Pensiamo che la radice della fede in Dio sia la sua risposta alle nostri pressanti richieste (che spesso sono pretese), invece che l’abbandono sereno e fiducioso al suo amore. Nel fiume infido della nostra storia come vogliamo navigare? Tenendo gli occhi fissi su Gesù o sulla crescente paura che affligge la vita nostra e altrui? Il Card. Comastri, figlio spirituale di S.Teresa di Calcutta, racconta che un giorno si trovava insieme a un gruppo di sacerdoti che dialogava con la madre circa i tempi che si stavano abbattendo sulla chiesa. Era il tempo della contestazione e delle defezioni diffuse, c’era dunque da avere tanta paura. Allora madre Teresa, partendo dall’episodio di questo vangelo, disse loro: “State attenti! Voi pensate che la chiesa sia forte quando cammina sulle acque, cioè quando tutto va bene, quando tutti la applaudono o si inchinano davanti ad essa. No, non è questo il momento della vera grandezza della chiesa. La chiesa infatti è forte ed è veramente se stessa quando sente affondare il piede nella propria debolezza e, come Pietro, tende la mano a Gesù gridando con umile fede: Signore, salvami! Solo allora la chiesa avverte che subito la mano forte di Dio la stringe e la solleva dalle insidie della storia”. Dunque se senti che stai per affondare, ricordati, è giunto il momento di lasciarsi afferrare.

 

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Esta vez Jesús va solo sobre un monte para rezar (Mt 14,23), sin llevarse a algún discípulo. El domingo pasado en cambio, se había llevado consigo a Pedro, Santiago y Juan sobre otra montaña, y sabemos cómo ha ido. Pero la experiencia de Dios no es siempre una transfiguración. Si fuera por nosotros, nos plantaríamos una o más tiendas como propuso Pedro (Mt 17,4), en fondo porque quisiéramos que el Señor se manifestase siempre así. El episodio del evangelio de hoy nos recuerda que la realidad es toda otra cosa. La barca que fatiga a seguir adelante por el viento contrario mientras Él “está arriba, solo”: ¿qué expresión fotógrafa mejor lo que todos nosotros probamos en la vida? Tú y yo, nosotros, la iglesia, ¿no nos sentimos quizás tantas veces en el camino de esta vida como aquel barco en un mar de tempestades, en el cual Dios parece que “estuviera arriba, solo?” Este es el sentido profundo del mensaje de Mateo evangelista. El tiempo de la iglesia es como la aventura de una travesía en un mar amenazante que pone siempre a dura prueba su fe. Pero es también indescifrable la experiencia de un Dios que viene al encuentro de ella caminando sobre este mar. En medio está el trabajo de la misma fe, en el cual miedo y dudas son ingredientes necesarios (Mt 14,26)

Si queremos que nuestra fe madure volviéndose consciente y adulta, debemos hacer bien las cuentas con este evangelio. Sobre este texto haremos bien en reflexionar todos, pero todos, creyentes y no creyentes. El no creyente haría bien de vez en cuando a dudar de su no creer, el creyente de su creer. Sino ambos se volverán solo adoradores de los propios rígidos esquemas. Por tanto nuestra fe, para ser tal, no puede evitar pasar dentro de los propios miedos y dudas. Cuando encuentro delante de mí hermanos o hermanas que me cuentan las angustias y las dudas de su camino me alegro y agradezco siempre al Señor, porque en ellos me reflejo y con ellos comparto la debilidad de mi fe y la esperanza que esa pase dentro de todas las pruebas. Pero cuando encuentro a los hermanos o hermanas inoxidables, de granito duro en su lenguaje, aquellos que hablan siempre de fe en cada instante de la jornada, aquellos que encuentran siempre una palabra religiosa para cada evento o persona con la cual se topan; aquellos que saben siempre qué cosa decir delante de un enfermo terminal, aquellos que saben todo sobre la iglesia y sus problemas, aquellos siempre listos a la polémica cuando miran el actuar de otros cristianos, aquellos que van a escavar siempre en las intenciones de los demás, aquellos que…. Ya! – Me digo siempre- “dichosos ellos que tienen todas esas seguridades…” Pero, a la luz del evangelio, me parece que arriesgan de encontrarse con un puño de moscas entre las manos.

Los apóstoles son tomados por el miedo: ¡un hombre que camina sobre las aguas del mar no es humano! (Mt 14,25). Están por lo tanto convencidos de ver a un fantasma y gritan del miedo. Es justamente así. Quien sigue el miedo cambia la propia fantasía por la realidad  y la realidad por la fantasía. Pero al verlo caminar sobre el mar, se asustaron. Al instante Jesús les dijo: Ánimo, soy yo; no teman (Mt 14,26-27). ¡Qué lindo aquél al instante! Cuando estamos en la angustia no parece que sea así, parece que Jesús esté en retraso. Papa Juan XXIII repetía muchas veces: “parece que el Señor llegue siempre con un cuarto de hora de retraso”. En realidad el Señor es el Dios que interviene al instante con la palabra a nuestro miedo, antes de todo porque no la ha inventado Él, pero sobretodo porque es Aquél que trabaja por hacérnosla superar. ¡La mayor parte de las veces somos nosotros en retardo en creerle! Observemos el comportamiento de Pedro. Él tiene un pedido audaz para hacer. Intenta ir más allá del miedo y la duda que lo acomuna a los demás: Señor, si eres tú, manda que yo vaya a ti caminando sobre el agua (Mt 14,28). Declinamos esta solicitud. “Señor, si eres en verdad tú lo que veo y no un fantasma, entonces hazme hacer la experiencia de lo que para mí es imposible: caminar como tú sobre el mar”. Y Jesús le responde: ¡Ven! Pedro de verdad comienza a vivir lo imposible (Mt 14,29). Pero el viento seguía muy fuerte, tuvo miedo y comenzó a hundirse. Entonces gritó: ¡Señor, Sálvame! (Mt 14,30). A este punto dirijo a todos ustedes lectores un par de preguntas, porque no entiendo bien. ¿Es Pedro que ha lanzado un desafío al Señor, o es el Señor que ha retado a Pedro? ¿La pregunta de Pedro nace de la fe o del miedo? Si miro los primeros pasos cumplidos por él sobre el mar, diría: de la fe. Si miro el cómo estaba terminando, diría: del miedo. ¿Qué piensan ustedes? Ahora pienso antes un poco también yo, luego volveré a escribir.

Heme aquí a sacar conclusiones de este comentario. Me ha hecho bien detenerme sobre las preguntas que les he hecho. Y vuelvo a comenzar una vez más de aquél bellísimo al instante que volvemos a encontrar en el v. 31. Al instante Jesús extendió la mano y lo agarró, diciendo: Hombre de poca fe, ¿por qué has dudado? Pruebo a declinar también esta afirmación de Jesús. “Querido Pedro, ¿has visto bien dentro de tu corazón? ¿De dónde ha venido tu pedido? Ahora lo sabes. Eres hombre de poca fe porque has buscado la solución a tu duda y a tu miedo poniéndome a la prueba. ¿Te has dado cuenta cuanto te pareces a tus padres? ¿Te acuerdas cuando ellos se encontraron en el desierto donde los conduje para hacer experiencia de mi amor providente? También allí, a pesar de los múltiples signos de mi cercanía, me ponían continuamente a la prueba. ¡No se habla así conmigo! Pero no he rechazado tu reto desafiándote al mismo tiempo, para que tú conocieras la verdad de tu corazón. He dicho: ¡Ven! O sea, está bien Pedro, se haga tu voluntad. Y ahora vez que en el hacer la propia voluntad no se va muy lejos. Más bien, se hunde en el mar. Pero el espacio de la fe auténtica es exactamente allí: cuando te estás hundiendo y vives en tu miedo. Cuando has gritado a mí, cuando en cambio de mirar a ti y lo que está en torno a ti, haz levantado los ojos hacia mí. ¡Solo entonces te has comportado como creyente y has podido sentir mi mano potente aferrarte inmediatamente! Busca bien el miedo que te habita y ve a vivir. No tengas miedo de tus miedos. ¡Porque si de allí elevas tu oración, tocarás todavía con mano mi omnipotente mano!”

Creo que a este punto las preguntas que les había dirigido han encontrado una pequeña luz. Admitámoslo, también nosotros somos como Pedro. Pensamos que la raíz de la fe en Dios sea su respuesta a nuestros apremiantes pedidos (que normalmente son presunciones), en cambio del abandono sereno y confiado a su amor. En el río pérfido de nuestra historia ¿cómo queremos navegar? ¿Teniendo los ojos fijos en Jesús o sobre el creciente miedo que aflige nuestra vida y de los demás? El Card. Comastri, hijo espiritual de S. Teresa de Calcuta, cuenta que un día se encontraba junto a un grupo de sacerdotes que dialogaban con la madre a cerca de los tiempos que estaban golpeando a la iglesia. Era el tiempo de la contestación y de las deserciones difusas, se tenía entonces que tener miedo. Entonces madre Teresa, partiendo del episodio de este evangelio, dijo a ellos: “¡Estén atentos! Ustedes piensan que la iglesia sea fuerte cuando camina sobre las aguas, o sea cuando todo va bien, cuando todos la aplauden o se inclinan delante de ella. No, no es este el momento de la verdadera grandeza de la iglesia. La iglesia de hecho es fuerte y es verdaderamente sí misma cuando siente hundirse el pie en la propia debilidad y, como Pedro, tiende la mano a Jesús gritando con humilde fe: ¡Señor, sálvame! Solo entonces la iglesia advierte que al instante la mano fuerte de Dios la agarra y la levanta de las insidias de la historia”. Entonces si sientes que estás por hundirte, recuérdate, ha llegado el momento de dejarnos aferrar.

 

GESÙ, L’AFFARE DECISIVO DELLA VITA

XVII DOMENICA DEL T.O.

1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 

 

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L'uomo e il tesoro
Parabola del tesoro nascosto, Gerrit Dou, (1630) Monastero di Bose

 

In questi ultimi mesi mi è capitato di incontrare uomini e donne in procinto di iniziare o concludere ottimi affari. C’è chi sta acquistando una bella casa con 80.000 euro invece di pagarne 130.000, suo effettivo valore. C’è chi, dopo una lunga ricerca, ha finalmente trovato una donna come onesta e affidabile badante per il proprio genitore anziano. C’è chi, dopo aver lungamente “subìto” un lavoro, ne ha trovato un altro più calzante per le proprie capacità. C’è chi ha trovato un privato vendergli la propria auto perfettamente integra in tutte le sue componenti per un paio di migliaia di euro. In mezzo alle tante cose che non funzionano nella vita, tutti, in tali occasioni, tiriamo un sospiro di sollievo…Pensavo perciò come, nella vita, facciamo tutti l’esperienza di affari che ci vanno bene e di altri che ci vanno male.

Il vangelo di oggi ci consegna un messaggio importantissimo. E’ come se ci dicesse: ecco, c’è però un affare molto più importante da portare a termine. Se ti capitasse “a tiro”, bada di non lasciartelo sfuggire. Di questo ce ne parlano le prime due parabole. In entrambe infatti avviene qualcosa che porta i 2 soggetti protagonisti a vendere tutti i propri averi (Mt 13,44-45), una scelta davvero piuttosto radicale. Cosa può portare l’uomo a una tale decisione? La 1a parabola racconta che questo avviene in quanto il soggetto si imbatte in un tesoro assolutamente inaspettato. La sorpresa è così intensa da procurare a quell’uomo una gioia tale da fargli vendere tutto per acquistare il campo dove lo ha trovato e poi nuovamente nascosto. Traduzione: cos’è il regno dei Cieli? E’ incontrare dentro la propria storia Gesù vivo che la sconvolge riempendola di gioia. La gioia, e soltanto la gioia, è il motore di una tale decisione, non perché si debbano buttar via i propri averi, ma perché si trova in Gesù il senso di tutta la vita, il significato di tutto ciò che si è e si ha; per cui non c’è più niente che possa contare quanto Lui. La 2a parabola sottolinea la capacità di un altro uomo, un mercante, di saper valutare tra pietre preziose. Costui è un intenditore che cerca. Incontrare Gesù è come trovare, nella propria ricerca, una perla talmente preziosa che, al confronto, tutto quello che si è incontrato fino a quel momento impallidisce e diventa solo funzionale per giungere ad averla. Le due parabole hanno dunque una certa simmetria. Anche se si può incontrare Gesù in modi diversi (in modo fortuito o come frutto di una ricerca) quello che importa però è decidersi di portare a termine l’affare: vivere con e per Lui. Infatti, prima o poi nella vita ci si accorgerà che non si può amare Gesù e i propri averi. In altre pagine dei vangeli sappiamo cosa il Signore stesso dice in proposito: perché o si odierà uno e si amerà l’altro, oppure ci si affezionerà all’uno e si disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona (Lc 16,13 e Mt 6,24).

Mi meraviglio sempre quando incontro nella chiesa fratelli che coltivano la fede  per qualche altro motivo, ma non per la gioia di chi si è incontrato. O forse, semplicemente non hanno ancora incontrato Gesù. Non lo so. Proprio non riesco a comprendere come si possa tenere in piedi il cristianesimo senza gioia. E’ un’illusione, non regge, alla lunga persino il mondo che ci circonda lo squalifica (cfr.Mt 5,13). E’ impressionante quanti ambienti ecclesiali siano oggi ricchi di tante cose, di dottrina e di tante sicurezze, nei giudizi categorici, nei mezzi, nei sussidi a disposizione, nelle persone titolate a portare avanti continue iniziative e progetti pieni di buone intenzioni, eppure tra loro non si respira la gioia di Gesù! Come è bello invece vedere l’uomo quando, incontrato Gesù, decide di far ruotare la sua vita non più attorno a sé, ma attorno a Lui! Nei giorni scorsi un amico è venuto a bussare di buon mattino alla mia porta. Non è sua consuetudine venire di mattino così presto: “vorrei parlarti”, – mi dice. Prima ancora che mi parlasse intuivo che stava per dirmi qualcosa di molto importante. E così, davanti a un buon caffè, mi comunica la sua decisione di lasciare tanti affari, di lasciare tante occupazioni che riempiono la sua vita, di delegare ad altri le sue attività per concentrarsi nell’affare più importante da quando Gesù gli ha toccato il cuore: dare più tempo e la sua stessa vita per servirlo meglio. Voleva condividere con me questa sua decisione. Quando l’ho salutato aveva gli occhi che gli brillavano e tutto il suo volto emanava una pace profonda. Notate bene: è un uomo sposato. Quanto è grande e buono il Signore Gesù con chi si decide per Lui, chiunque egli sia!

Andiamo alla ultima coppia di parabole. La prima parabola (Mt 13,47-50) richiama in parte quella del grano e della zizzania di domenica scorsa, ma sottolinea soprattutto la responsabilità a cui siamo chiamati. Gesù non ci è venuto incontro per fare di Lui un affare privato. Non esiste dono che Dio ci faccia che non serva per amare e coinvolgere gli altri. Guai a chi si costruisce una fede “fai-da-te”. In questo senso allora i discepoli sono chiamati a essere una comunità (una rete) di gente pescata dalla morte che a sua volta diventa pescatrice (Mt 4,19). Essi non scelgono chi vi entra (anche perché sceglierebbero solo i buoni, i bravi e i belli!…), ma accolgono tutti nel proprio seno, peccatori come loro. Solo alla fine del mondo, cioè quando la rete sarà riempita (v.48) si opererà una distinzione tra pesci buoni e cattivi, azione che eseguiranno gli angeli (v.49). Ancora una volta il richiamo è di non lasciarsi influenzare dalla voglia di giudicare prima del tempo. Il tempo presente che viviamo ci è dato per la pesca e per essere misericordiosi con gli altri come Colui che ci ha pescato misericordiosamente. Diversamente, ci si auto-incarica ad essere angeli chiamati ad eseguire i giudizi divini che nemmeno conosciamo. E quanti ce ne sono di questi “angeli” oggi in giro, basta dare un’occhiata su facebook…

Avete capito tutte queste cose? – dice in conclusione Gesù ai suoi uditori, che gli rispondono subito: “” (Mt 13,51). Perciò ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). Se anche voi avete capito tutte queste cose (che spero di aver trasmesso fedelmente), allora non c’è bisogno che vi spieghi quest’ultima paraboletta. Se invece non le avete comprese, non scoraggiatevi. L’augurio con la mia preghiera più sincera è che, per tutti voi che avete letto, Gesù diventi il tesoro unico della vita. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore (Lc 12,34).

 

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En estos últimos meses me ha sucedido que he encontrado hombres y mujeres a punto de iniciar o concluir óptimos asuntos. Hay quien está comprando una bella casa con 80,000 euros en cambio de pagar 130,000, su efectivo valor. Está quien, después de una larga búsqueda, finalmente ha encontrado una mujer como honesta y confiable cuidadora para el propio papá anciano. Está quien, después de haber “padecido” largamente un trabajo, ha encontrado otro más adecuado a la propia capacidad. Está quien ha encontrado a un privado venderle su propio carro perfectamente integra en todos sus componentes por un par de millones de euros. En medio de las tantas cosas que no funcionan en la vida, todos, en tales ocasiones, hacemos un suspiro de descanso… Pensaba por esto como, en la vida, hacemos todos la experiencia de asuntos que nos van bien y de otros que nos van mal.

El evangelio de hoy nos entrega un mensaje importantísimo. Es como si se dijera: he aquí, hay sin embargo en la vida un negocio mucho más importante para llevar a  termine. Si te sucediera “en tu camino”, cuida en no dejarlo escapare. Nos hablan las primeras dos parábolas. En las dos de hecho sucede algo que lleva a los 2 sujetos protagonistas a vender todos los propios bienes (Mt 13,44-45), una elección verdaderamente radical. ¿Qué puede llevarle al hombre a una tal decisión? La 1ra parábola cuenta que esto ocurre en cuanto el sujeto se topa con un tesoro absolutamente inesperado. La sorpresa es así intensa hasta el punto de crear en aquél hombre un tal gozo  de hacerle vender todo para comprar el campo donde lo ha encontrado, y luego nuevamente esconderlo. Traducción: ¿Qué es el reino de los Cielos? Es encontrar dentro de la propia historia a Jesús vivo que la transforma llenándola de gozo. El gozo, y solamente el gozo, es el motor de una tal decisión, no porque se deban arrojar los propios bienes, sino porque se encuentra en Jesús el sentido de toda la vida, el significado de todo lo que se es y se tiene; por lo cual no hay más nada que pueda valer cuanto Él. La 2da. Parábola de hecho subraya la capacidad de otro hombre, un mercader, de saber evaluar entre las piedras preciosas. Este es un entendedor que busca. Encontrar a Jesús es como encontrar, en la propia búsqueda, una perla tanto preciosa que, en comparación, de todo aquello que se ha encontrado hasta ese momento palidece y se vuelve solo funcional para alcanzar y tenerla. Las dos parábolas tienen entonces una cierta simetría. Aunque se pueda encontrar a Jesús en modos diferentes (de manera fortuita o como fruto de una búsqueda) lo que importa es decidirse en llevar a termine el asunto: vivir con y para Él. Antes o después en la vida nos daremos cuenta que no se puede amar a Jesús y los propios bienes. En otras páginas de los evangelios sabemos qué es lo que el Señor mismo dice a propósito: porque o se odiará uno y se amará al otro, o si no nos aficionaremos a uno y se despreciará al otro. No pueden servir a Dios y a Mahoma (Lc 16,13 y Mt 6,24).

Me quedo maravillado cuando encuentro en la iglesia a hermanos que no cultivan la fe por el gozo de quien se ha encontrado. O quizás, simplemente todavía no han encontrado a Jesús. No lo sé. No logro a comprender como se pueda tener en pie el cristianismo sin gozo. Es una ilusión, no se mantiene, a la larga hasta el mundo que nos rodea lo descalifica (cfr. Mt 5,13). Es impresionante cuántos ambientes eclesiales hoy sean ricos de doctrinas y de tantas seguridades, sobre todo en los juicios categóricos, en los medios, en las personas tituladas a llevar adelante continuas iniciativas y proyectos llenos de buenas intenciones, ¡pero entre ellos no se respira el gozo de Jesús! Cómo es bello en cambio ver al hombre cuando, encontrado Jesús, decide hacer girar su vida no más alrededor de sí mismo, sino entorno a Él! En los días pasados un amigo ha venido a tocar de buena mañana a mi puerta. No es su costumbre venir así temprano por la mañana: “quiero hablarte”, – me dijo. Todavía antes de que me hable intuía que estaba para decirme algo muy importante. Y así, delante de un buen café, me comunicó su decisión de dejar tantos negocios, de dejar tantas ocupaciones que llenan su vida, delegar a otros sus actividades para concentrarse en el asunto más importante desde cuando Jesús le ha tocado el corazón: dar más tiempo y su misma vida para servirlo mejor. Quería compartir conmigo esta decisión suya. Cuando lo he saludado tenía los ojos que le brillaban y todo su rostro emanaba una paz profunda. Noten bien: es un hombre casado. Cuanto es grande y bueno el Señor Jesús con quien se decide por Él, ¡quien ese fuera!

Vamos a la última pareja de parábolas. La primera parábola (Mt 13,47-50) vuelve a llamar en parte a aquella del trigo y de la cizaña del domingo pasado, pero subraya sobre todo la responsabilidad a la cual estamos llamados. Jesús no nos ha venido al encuentro para hacer de Él un asunto privado. No existe don que Dios nos haga que no sirva para amar e involucrar a los demás. Pobre de quien se construye una fe “autoservicio”. En este sentido entonces los discípulos están llamados a ser una comunidad (una red) de gente pescada de la muerte que a su vez se vuelve pescadora (Mt 4,19). Ellos no eligen quien entra (también porque elegirían solo a los buenos, los capaces y los lindos!…), pero acogen a todos en el propio seno pecadores como ellos. Solo al final del mundo, o sea cuando la red estará llena (v.48) se trabajará una diferenciación entre peces buenos y malos, acción que ejercerán los ángeles (v.49). Una vez más la llamada es de no dejarnos influenciar del deseo de juzgar antes de tiempo. El tiempo presente que vivimos nos es dado para la pesca y para ser misericordiosos con los demás como Aquél que nos ha pescado misericordiosamente. Diferentemente, nos auto-encargamos a ser ángeles llamados para cumplir los juicios divinos que ni siquiera conocemos. Y cuantos hay por ahí de estos “ángeles” vayan a dar una mirada por facebook…

¿Han entendido estas cosas? – dice en conclusión Jesús a sus oidores, que le responden inmediatamente: “si” (Mt 13,51). Por lo cual cada escriba que se volvió discípulo del reino de los cielos es similar a un jefe de casa que extrae  de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas (Mt 13,52). Si también ustedes han entendido todas estas cosas, que espero haber transmitido fielmente, no es necesario que les explique esta última parábolina. Si en cambio no lo han entendido, no se desanimen. El deseo con mi oración más sincera es que, por todos ustedes que han leído, Jesús se vuelva el tesoro único de la vida. Porque donde está tu tesoro, allí estará también tu corazón (Lc 12,34).

LASCIATE CHE CRESCANO INSIEME

XVI DOMENICA DEL T.O.

Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-30

 

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a sradicarla?”. “No” – rispose, “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il bel seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!». 

 

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Semina di grano e zizzania
Il seminatore e il nemico, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Delle tre parabole che oggi Gesù racconta nel vangelo, sembra che l’attenzione maggiore debba essere rivolta a quella del grano e della zizzania, dato che di questa, e non delle altre due, come i primi discepoli, sicuramente anche noi avremmo chiesto spiegazione al Signore (Mt 13,36). Nella parabola di domenica scorsa si parlava del seme della Parola e delle difficoltà che incontra nel terreno del nostro cuore prima di dar frutto. La parabola di oggi ci dice da quale seme provengano quegli ostacoli: è un seme cattivo. Gesù semina la sua Parola. Ma anche il nemico, il diavolo, semina la sua. La parabola è rivolta a noi discepoli e riguarda il problema che più ci attanaglia: il problema del male e del nostro rapporto con esso, problema tutto concentrato nella domanda che i servi fanno al padrone di casa, allorché scoprono meravigliati che nel suo campo, tra il grano, è spuntata anche della zizzania. Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27).

Parabola grano e zizzania 2
Da dove viene la zizzania? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Gesù risponde fugando ogni dubbio sulla sua origine (Mt 13,28a), ma non fuga altri dubbi/domande che si intrufolano facilmente nel nostro cuore di credenti. Ad es., perché se il proprietario è “padrone” del suo campo non ha messo a sua guardia qualche vigilante? Oppure, perché non ha installato a sua protezione qualche altra misura di difesa? Non fanno così i padroni dei campi? Il testo del vangelo ci dice soltanto che il nemico di quell’uomo venne a seminare in mezzo al grano il suo seme, mentre tutti dormivano (Mt 13,25). Perché questa disattenzione? Come mai il nemico agisce così?

Vorrei dire qualcosa prima di tutto circa il diavolo, origine di ogni male. Il vangelo (ma anche l’A.T.) ne parla come di una realtà personale. Dopo un cinquantennio nel quale satana è riuscito persino a convincere i credenti sulla sua inesistenza, oggi invece assistiamo alla sua riscoperta in tante aree ecclesiali. Cosa in sé molto positiva per la fede. Per cui, se nei primissimi anni post-conciliari ci si è spinti teologicamente fino a teorizzare il male come realtà impersonale (e quindi a negare l’esistenza del diavolo), oggi, come reazione, assistiamo a una sensibilizzazione sulla sua presenza che a volte è frutto della evangelizzazione, a volte però rischia di diventare una seconda vittoria del diavolo, dopo quella riscossa in chi nega la sua esistenza. Difatti, incontro sempre più spesso cristiani, laici e chierici, intenti a passare tantissimo tempo per “aiutare” a vedere il diavolo dappertutto e per indicare quasi subito nell’esorcista il rimedio ad ogni male. A parlar con loro sembra quasi si sentano investiti di una vera e propria missione. Il problema è che nemmeno si accorgono che se da un lato dobbiamo effettivamente aprire gli occhi sulla zizzania e a guardarci dal maligno, dall’altro, siamo chiamati egualmente a vedere bene il grano che ci circonda. E non si accorgono minimamente che in questa parabola il Signore insegna qual è l’atteggiamento che vuole dai suoi discepoli nei confronti del male, il più delle volte giungendo a contraddirlo e a fare così un miglior servizio a satana! Quanta violenza “sacra” in certe predicazioni per cercare di individuare, condannare, ed eliminare il male saltando letteralmente il messaggio del vangelo di oggi! E’ la solita tentazione di sognare una chiesa fatta di gente perfetta, pura e senza difetti, tutta intenta a creare e ricreare delle “elìtes” di credenti incaricati di reprimere il male dentro di essa. Ma i maggiori disastri arrivano sempre dal tentativo di eliminare il male! Infatti, la proposta umana sarà sempre quella di toglierlo di mezzo: vuoi che andiamo a sradicarla? (Mt 13,28). Ma il Signore risponde “no” a questa proposta (Mt 13,29).

Parabola grano e zizzania 1
Lasciate che crescano insieme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Anche se dispiace raccontarlo, offro un esempio in proposito. Ricordo che nel mio 3° anno di studi teologici c’era un fratello come me candidato al sacerdozio che si distingueva per l’ordine esteriore della sua persona, l’impeccabilità del suo vestirsi  (colletto clergyman da prete), ma anche austerità di vita personale, della sua condotta tra noi studenti, fedeltà rocciosa alla preghiera, ecc.ecc.. Quando poi divenne sacerdote la sua reputazione crebbe ancora di più. C’erano amici comuni che andarono a passare dei giorni nella sua parrocchia. Mi raccontarono che si svegliava ogni mattino alle 5.00, che beveva solo un caffè, che passava a preparare i fiori per il tabernacolo ogni giorno dopo l’angelus, e che digiunava due volte alla settimana. La sua predicazione era feroce nei confronti del male presente nella chiesa, contro i costumi traviati del popolo di Dio e contro altri mali che affliggono le comunità cristiane dei nostri giorni. Più lo si ascoltava, più si aveva la percezione di trovarsi di fronte a una sorta di santo “alla padre Pio” per intenderci. Ma io più lo vedevo e più mi sembrava troppo “perfetto”; al punto che, pur ascoltando queste notizie dagli altri, rimanevo sempre perplesso e mi domandavo: “perché quando entro a contatto con questo sacerdote non sento tra noi aria di fraternità? Perché si avverte questa forte “distanza” tra noi suoi confratelli e lui, anche se noi non la cerchiamo?” Non sapevo rispondermi e perciò rimanevo in silenzio quando la maggior parte del popolo di Dio decantava la sua santità. Sono passati quasi 15 anni dall’ultima volta che l’ho visto. Due anni fa ricevo la notizia che è indagato da qualche tempo per violenze ed abusi sessuali su adolescenti che frequentavano la sua parrocchia. Quest’anno è giunta la sentenza che ha confermato l’imputazione con la dichiarazione ufficiale della sua diocesi che la recepisce e chiede perdono alle vittime con le proprie famiglie.

Il male non appare subito. Anch’esso è frutto di una semina. Il diavolo è paziente! Ma in genere, all’inizio, appare sempre come qualcosa di bello e di buono. Una delle cose più difficili da accettare per noi credenti è proprio la realtà della commistione del bene con il male. Da qui le tante fughe nel religioso che fanno sognare la chiesa dei puri nella continua ricerca della personale purezza come assenza di ogni male; oppure le tante fughe dei delusi dalla chiesa quando la si sperimenta come realtà che ha sempre in sé anche la zizzania: ecco allora che ci si allontana da essa e viene ripudiata. Il Signore Gesù risponde con un secco “no” alle nostre proposte di eliminazione del male perché non accada che, raccogliendo la zizzania, sradichiate anche il grano (Mt 13,29). Egli ci propone di avere un rapporto diverso con il male che è in noi e fuori di noi. Bisogna prenderlo in modo diverso. Non come quel mio fratello sacerdote che si è messo in testa di essere esente dal male e si è poi ritrovato sradicato anche il suo grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme è l’indicazione di Gesù. Non siamo noi uomini i chiamati a fare da mietitori, ma gli angeli (Mt 13,39). “L’uomo non è né angelo né bestia e disgrazia vuole che chi vuol essere un angelo finisce per far la bestia” (Blaise Pascal): quanto è vero questo celebre pensiero del grande scienziato convertito alla fede! E’ veramente difficile accettare la nostra realtà umana dove le zizzanie si rivelano talmente forti e radicate che, chi si concentra per sradicarle, rischia di sradicare anche il grano. Quanta fatica faccio ad aiutare quei fratelli/sorelle che se da una parte mi chiedono consiglio per il loro cammino spirituale, non ci sentono però alle loro orecchie quando gli dico che sono troppo concentrati a spazzare via il male da se stessi: noto dalla reazione che è come se gli dicessi qualcosa di contrario alla fede; perciò, la maggior parte se ne va alla ricerca di altre guide.

Fuori parabola, è veramente difficile accettare la linea divina nei confronti del male: Dio non combatte il male reprimendolo, ma insegnandoci a vincerlo con il perdono. Il tempo di questa vita, non è il tempo della mietitura (Mt 13,40-43). E’ il tempo della Misericordia Divina che vuol fare di ogni luogo di peccato il luogo della sua rivelazione: laddove abbonda il peccato, sovrabbonda la sua grazia (Rm 5,20). Il trionfo del bene sarà solo alla fine del mondo (Mt 13,39). Finché siamo sulla terra, dovremo sempre misurarci con la presenza del male, ricordandoci però che Dio lo lascia stare perché è attraverso di esso che possiamo conoscerlo per quello che Lui è: amore incondizionato e misericordioso. Se quindi gli crediamo e lo seguiamo nella sua indicazione, scopriremo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28), cioè che anche il nostro male può esser messo al servizio del bene. Scopriremo che davvero il volto del Dio di Gesù Cristo è lo stesso del Dio del libro della Sapienza (1a lettura), quando lo decanta nel modo di agire con cui insegna al suo popolo che si devono amare gli uomini, perché ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, Egli concede anche il pentimento (Sap 12,19). E scopriremo anche che, toccata con mano la sua misericordia verso il nostro male, diventiamo poco a poco con gli altri come Lui, lo scandaloso Signore che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e fa sorgere il sole sui malvagi e sui buoni (Mt 5,45).

 

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De las tres parábolas que hoy Jesús nos cuenta en el evangelio, parece que la atención mayor deba ser dirigida a aquella del trigo y de la maleza, dado que de esta, y no de las otras dos, como los primeros discípulos, también nosotros seguramente hubiéramos pedido explicación al Señor (Mt 13,36). En la parábola del domingo pasado se hablaba de la semilla de la Palabra y de las dificultades que encuentra en el terreno de nuestro corazón antes de dar fruto. La parábola de hoy nos dice de qué semilla vienen esos obstáculos: es una mala semilla. Jesús siembra su Palabra. Pero también el enemigo, el diablo, siembra la suya. La parábola está dirigida a nosotros discípulos y se trata del problema que más nos aflige: el problema del mal y de nuestra relación con ella, problema todo concentrado en la pregunta que los siervos hacen al dueño de la casa, cuando descubren maravillados que en su campo, entre el trigo, ha nacido también la maleza. Señor, ¿no sembraste buena semilla en tu campo? ¿De dónde pues, viene esa maleza? (Mt 13,27)

Jesús responde disipando cada duda sobre su origen (Mt 13,28a), pero no disipa otras dudas/preguntas que se entrometen fácilmente en nuestro corazón de creyentes. Por ej., ¿Por qué si el propietario es “dueño” de su campo no ha puesto  en guardia algún vigilante? O sino, ¿Por qué no ha instalado en su protección cualquier otra medida de defensa? ¿No hacen así los dueños de los campos? El texto del evangelio nos dice solamente que el enemigo de aquel hombre viene a sembrar en medio del trigo su semilla, mientras todos dormían (Mt 13,25). ¿Por qué esta desatención? ¿Cómo es que el enemigo actúa así? Quisiera decir algo antes de todo acerca del diablo, origen de cada mal. El evangelio (pero también el A.T.) habla como de una realidad personal. Después de una cincuentena de años en la cual satanás ha logrado hasta convencer a los creyentes sobre su inexistencia, hoy en cambio asistimos a su descubrimiento en tantas áreas eclesiales. Cosa en sí muy positiva para la fe. Por lo cual, si en los primerísimos años post-conciliares nos hemos dirigido teológicamente hasta teorizar  el mal como realidad impersonal (y entonces negar la existencia del diablo), hoy, como reacción, asistimos a una sensibilización sobre su presencia que a veces es fruto de la evangelización;  pero algunas veces arriesga de volverse una segunda victoria del diablo, después de aquella percepción en quien niega su existencia. De hecho, encuentro siempre más cristianos, laicos y clérigos, proyectados a pasar tantísimo tiempo para “ayudar” a ver el diablo por todas partes y para indicar casi inmediatamente en el exorcista el remedio de cada mal. Al hablar con ellos parece como si se sintieran investidos de una verdadera y propia misión. El problema es que ni siquiera se dan cuenta que si de un lado debemos efectivamente abrir los ojos sobre la cizaña y cuidarnos del maligno, por otro lado, estamos llamados igualmente a ver bien el trigo que nos circunda. Y no se dan cuenta mínimamente que en esta parábola el Señor enseña cuál es la actitud que quiere de sus discípulos con respecto al mal, ¡la mayoría de las veces alcanzando a contradecirlo y a hacer así un mejor servicio a satanás! ¡Cuánta violencia “sagrada” en ciertas predicaciones para buscar de individuar, condenar, y eliminar el mal saltando literalmente el mensaje del evangelio de hoy! Es la misma tentación de soñar una iglesia hecha de gente perfecta, pura y sin defectos, toda propensa a crear y recrear “élites” de creyentes encargados de reprimir el mal dentro de ella. ¡Pero los peores desastres siempre llegan del esfuerzo por eliminar el mal! De hecho, la propuesta humana será siempre aquella de quitarla del medio: ¿Quieres que vayamos a arrancarla? (Mt 13,28). Pero el Señor responde “no” a esta propuesta (Mt 13,29).

Aunque si disgusta contarlo, ofrezco un ejemplo a propósito de esto. Recuerdo que en mi primer 3er año de estudios teológicos había un hermano como yo candidato al sacerdocio que se distinguía por el orden exterior de su persona, la impecabilidad de su vestirse (clerygman de sacerdote), pero también austeridad de vida personal, de su conducta entre nosotros estudiantes, fidelidad como una roca a la oración, etc. Etc… Cuando luego se volvió sacerdote su reputación cayó todavía más. Tenía amigos comunes que fueron a pasar unos días en su parroquia. Me contaban que se despertaba cada mañana a las 5.00, que tomaba solo un café, que pasaba preparando las flores para el sagrario cada día después del ángelus, y que ayunaba dos veces a la semana. Su predicación era feroz con respecto al mal presente en la iglesia, contra las costumbres desviadas del pueblo de Dios y contra otros males que afligen las comunidades cristianas de nuestros días. Más lo escuchaba, más se tenía la percepción de encontrarse delante de un joven santo “a la padre Pio” para entendernos. Pero yo más lo veía y más me parecía demasiado “perfecto”; hasta el punto que, aun escuchando estas noticias de los demás, me quedaba muy perplejo y me preguntaba: “¿Por qué cuando estoy en contacto con este sacerdote no siento entre nosotros aire de fraternidad? ¿Por qué se advierte esta fuerte “distancia” entre nosotros sus hermanos sacerdotes y él, a pesar que no la buscáramos? No sabía responderme y por eso me quedaba en silencio cuando la mayor parte del pueblo de Dios ensalzaban su santidad. Han pasado casi 15 años de la última vez que lo he visto. Dos años atrás recibo la noticia que está siendo indagado desde hace un tiempo por violencia y abusos sexuales en adolescentes que frecuentaban su parroquia. Este año ha llegado la sentencia que ha confirmado la imputación con la declaración oficial de su diócesis que la ejecuta y pide perdón a las víctimas con las propias familias.

El mal no aparece inmediatamente. También esa es fruto de una siembra. ¡El diablo es paciente! Pero en general, al comienzo, aparece siempre como algo lindo y bueno. Una de las cosas más difíciles de aceptar para nosotros creyentes es justamente la realidad de la confusión del bien con el mal. De aquí las muchas fugas en el religioso que hacen soñar a la iglesia de los puros en la continua búsqueda de la personal pureza como ausencia de cada mal; o sino las tantas fugas de los desilusionados de la iglesia cuando la experimenta como realidad que tiene siempre en sí misma también la cizaña: he aquí entonces que esta viene repudiada. El Señor Jesús responde con un seco “no” a nuestras propuestas de eliminación del pues al quitar la maleza podrían arrancar también el trigo (Mt 13,29). Él nos propone tener una relación diferente con el mal que está en nosotros y fuera de nosotros. Es necesario tomarlo de manera diferente. No como aquél hermano mío sacerdote que  puso en su cabeza de estar libre del mal y se encontró luego erradicado también de su trigo. Déjenlos crecer juntos es la indicación de Jesús. No somos nosotros hombres llamados a ser los que cosechan, sino los ángeles (Mt 13,39). “El hombre no es ni ángel ni bestia y desgracia quiere que quien quiere ser un ángel termina por ser la bestia” (Blaise Pascal): ¡cuánto es verdad este célebre pensamiento del gran científico convertido a la fe!  Es verdaderamente difícil aceptar nuestra realidad humana donde las cizañas se revelan tanto fuertes y radicadas que, quien se concentra para desenraizarlas, arriesga de erradicar también el grano. Hago una fatiga increíble en ayudar a esos hermanos/hermanas que me piden un consejo para su camino espiritual, pero no escuchan cuando les digo a ellos que están demasiado concentrados en desaparecer el mal de sí mismos: es como si dijera a ellos algo  contrario a la fe, el mayor número se va en busca de otros guías. Fuera de la parábola, es verdaderamente difícil aceptar la línea divina con respecto al mal: Dios no combate el mal reprimiéndolo, sino ensenándonos a vencerlos con el perdón. El tiempo de esta vida, no es el tiempo de la cosecha (Mt 13,40-43). Es el tiempo de la Misericordia Divina que quiere hacer de cada lugar de pecado el lugar de su revelación: donde abundó el pecado, sobreabundó la gracia (Rm 5,20). El triunfo del bien será solo al final del mundo. Hasta que estemos en la tierra, debemos siempre medirnos con la presencia del mal, recordándonos que Dios lo deja justamente porque es a través de esa que podemos conocerlo por lo que es: amor incondicional y misericordioso. Si entonces le creemos y lo seguimos en sus indicaciones, descubriremos que Dios dispone todas las cosas para bien de los que lo aman (Rm 8,28), o sea que también nuestro mal puede ser puesto al servicio del bien y que de verdad el rostro de Dios de Jesucristo es el mismo que el  Dios del libro de la Sabiduría (1a lectura), cuando lo decanta al actuar así le has mostrado a tu pueblo que el justo debe amar a todos los hombres, y has dado a tus hijos esa dulce esperanza de que después del pecado les permites que se arrepientan (Sab 12,19). Y descubriremos también que, tocando con mano su misericordia hacia nuestro mal, nos volvemos poco a poco con los demás como Él, el Señor  que hace brillar su sol sobre malos y buenos, y envía la lluvia sobre justos y pecadores (Mt 5,45).

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).   

SE METTI GESÙ AL SUO POSTO

XIII DOMENICA DEL T.O.

2RE 4,8-11.14-16; RM 6,3-4.8-11; MT 10,37-42

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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Se qualcuno vuol venire dietro di me
       Se qualcuno vuol venire dietro a me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

 

Continuano le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli circa la missione a loro affidata nel mondo. Si rafforza quel “non abbiate paura” udito domenica scorsa. Infatti, se da un lato il Signore chiarisce subito che al suo discepolo non saranno risparmiati disprezzo e persecuzioni, dall’altro, le parole di oggi garantiscono che ci sarà pur sempre l’esperienza dell’accoglienza in quanto suo accreditato rappresentante (Mt 10,40-42). Notate il legame ontologico (“chi accoglie voi accoglie me”) che Gesù crea con il discepolo: a chi, credendo in questo profondo legame, accoglie il suo inviato, è assicurata la risposta grata del Signore. Per tre volte in due versetti è sottolineata la promessa della ricompensa di Dio.

E’ sempre molto bello per me sottolineare la bontà con cui Dio ricompensa la fede: quante volte (non si possono contare!) ho toccato con mano la fedeltà del Signore alle sue promesse! Quante benedizioni ho visto per coloro che con fede hanno riconosciuto e accolto la mia povera persona come inviato di Gesù! Come dimenticarle? Ecco una tra le tante: mi trovavo in America Latina (Perù) da circa tre anni. Una domenica, mi recavo come sempre in una delle cappelle a me affidate per celebrare l’eucarestia. Ci arrivavo sempre una mezz’ora prima per essere disponibile al sacramento della riconciliazione. Quella sera giunse davanti a me una mamma che non voleva confessarsi, ma aveva una richiesta da farmi: “padre Giacomo, la prego, venga a casa mia! Mia figlia non vuole più ascoltarmi. Non so più cosa fare, tra noi non è più come prima. Mi ostacola in tutto, mi rimprovera sempre per ogni cosa e, soprattutto, non ne vuole più sapere di Dio. C’è un clima sempre pesante a casa. Sono in ansia perché non riesco più a parlare con lei”. Quando la conobbi, Dora aveva 51 anni. Da quando rimase da sola, abbandonata subito dall’uomo con cui concepì Marta, si era sempre occupata con amore di sua figlia. Una ragazza madre come tante. “Verrò a casa tua” – le dissi – colpito dal tono contenuto e dignitoso della sua richiesta. Giunsi nella povera dimora di Dora un pomeriggio della settimana successiva al nostro incontro; c’era in casa anche sua figlia Marta. Bussai, e quando Dora mi vide alla porta trasalì di gioia: “padre! Che piacere! Venga dentro!…Che gioia! Oggi il Signore Gesù viene in casa mia!” Sono così i poveri dove ho vissuto per molti anni. Vedono in te quasi istintivamente la presenza di Gesù. Mentre mi preparava qualcosa da offrirmi guardavo tutto intorno la povertà della casa, ma in essa anche un ordine e una pulizia inconsueti. Giunse Marta e ci presentammo. Bastarono solo poche battute perché capissi che si trattava di una ragazza molto intelligente e perché lei si sentisse un tantino libera da vomitarmi addosso il suo disprezzo per la chiesa, i preti e tutti quelli che credono in Dio. Tuttavia, mentre parlava, notavo il suo argomentare ben ordinato e guardavo gli occhi sinceri con cui si esprimeva. Pensai alla sua vita senza papà sin dal grembo materno. Le dissi solo che molta della sua critica verso la chiesa era giusta e che mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lei. Poi arrivò la mamma e consumammo insieme quello che aveva preparato. Quando me ne andai, gli occhi di Marta mi scrutavano con un “non so che” di sorpresa e diffidenza. Dora invece, nascondeva il suo sguardo ad entrambi perché commossa. Ritornai la settimana successiva e questa volta fu Marta ad aprirmi la porta: “sono tornato per continuare quel discorso iniziato con te” – le dissi. Restai insieme a lei per quasi due ore. Quando me ne andai, Marta mi strinse forte la mano e mi disse con un germe di sorriso sul volto: “grazie!”. Alcuni giorni dopo, avevamo in programma un ritiro di evangelizzazione speciale per giovani. Andai a casa sua per invitarla. “Di cosa si tratta?” – mi chiese – “Vieni e vedrai” – le risposi. Accettò l’invito. Il suo volto già non era più lo stesso. Il Signore Gesù in quel ritiro completò il suo miracolo. Riconciliò Marta con sua madre, con se stessa, con Lui e la sua chiesa. Ricordo ancora al telefono la voce di Dora strozzata dall’emozione; aveva chiamato per ringraziarmi. “Sei tu che hai creduto nella presenza di Gesù in me: perciò Lui ha potuto operare questo” – le risposi. Oggi Marta, dopo aver completato i suoi studi universitari, è una giovane donna affermata nel suo lavoro che benedice Dio in ogni circostanza della sua vita.

Infine, qualche pensiero sui versetti iniziali (37-39) del vangelo di oggi. Se Gesù parla così non è certo per entrare in concorrenza con l’amore che sentiamo per i nostri cari. E ciononostante le sue parole sono chiarissime. Chi non lo colloca prima degli affetti più cari non è degno di Lui. Che cosa vuol dire? Nella regola di S.Benedetto da Norcia c’è una ricorrente, breve espressione rivolta ai suoi monaci che è la migliore sintesi di questi versetti: “non anteponete nulla all’amore per Cristo”. Per il discepolo in cammino queste parole non suonano né strane né  antagoniste degli altri amori umani. Non anteporre niente all’amore di Cristo non fa male agli altri amori. E’ piuttosto la direzione più autentica e saggia per far crescere bene ogni amore e per comprendere il significato della propria e dell’altrui esistenza. Alcune settimane fa insieme ad alcuni amici ho incontrato un sacerdote che conobbe molto da vicino Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (Vibo Valentia) in Calabria. Naturalmente, abbiamo ascoltato molte cose riferite ai fenomeni soprannaturali che accadevano intorno alla sua persona. Ma una delle cose che mi ha colpito di più di quanto udito da quel confratello sacerdote, è stata la risposta che un giorno lei diede alla domanda di uno dei suoi figli ormai adulto. Natuzza infatti era una donna sposata. Questo figlio si rendeva conto della grande carità che muoveva la mamma ad accogliere tutti, soprattutto i più poveri e sofferenti, in casa sua. Carità che sperimentavano a un punto tale che tutti la chiamavano “mamma Natuzza”. Allora un giorno questo figlio, sapendo bene da quanti fosse così chiamata e considerata, fece questa domanda a sua madre: “molti ti chiamano mamma, ma io vorrei sapere se, per te, loro sono come tuoi figli, o meglio: per te, io sono come loro?”. La risposta di Natuzza fu sicura e decisa: “sì, non c’è alcuna differenza tra te e loro: siete tutti miei figli”. Così è il cuore di chi ha messo nella sua vita Gesù al suo posto, cioè il primo. Si trova a vivere una vita e un ordine nuovo che fa bello tutto ciò che lo circonda, dando il suo proprio significato ad ogni amore umano. Perché per noi cristiani non c’è amore che, se vuol evitare di fare danni, non debba orientarsi e sottoporsi a quello di Gesù Cristo. Diversamente, ecco i multiformi problemi di oggi in tante relazioni umane, per dirla morbidamente. Mettiamo dunque Gesù al suo posto, come Dora e come Natuzza. Non ce ne pentiremo.  

 

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Continúan las instrucciones de Jesús a sus discípulos acerca de la misión en el mundo a ellos confiada. Se refuerza aquél “no tengan miedo” escuchado el domingo pasado. De hecho, si por un lado el Señor aclara inmediatamente que a su discípulo no se le ahorrará desprecio y persecución, del otro lado, las palabras de hoy garantizan que estará siempre la experiencia de la acogida en cuanto a su acreditado representante (Mt 10,40-42). Noten el vínculo ontológico (“quien acoge a ustedes a mí me acoge”) que Jesús crea con el discípulo: a quien, creyendo en este profundo vínculo, acoge a su enviado, está asegurada la respuesta grata del Señor. Por tres veces en dos versículos está subrayada la promesa de la recompensa de Dios.

Para mí es siempre lindo subrayar la bondad con la cual Dios recompensa la fe: ¡cuántas veces (¡no se pueden contar!) he tocado con mano la fidelidad del Señor a sus promesas! ¡Cuántas bendiciones he visto para aquellos que con fe han reconocido y acogido mi pobre persona como enviado de Jesús! ¿Cómo olvidarlo? He aquí una de las tantas: me encontraba en América Latina (Perú) desde hacía tres años. Un domingo, me dirigía como siempre en una de las capillas a mí confiada para celebrar la Eucaristía. Llegaba siempre una media hora antes para estar disponible al sacramento de la reconciliación. Aquella noche llegó ante mí una mamá que no quería confesarse, pero tenía un pedido que hacerme: “padre Giacomo, le ruego, ¡venga a mi casa! Mi hija no quiere escucharme más. No sé más que cosa hacer, entre nosotras no es más como antes. Me obstaculiza en todo, me llama la atención por cada cosa y, sobretodo, no quiere saber nada de Dios. Hay un clima siempre pesado en la casa. Estoy ansiosa porque no logro más a hablar con ella”. Cuando la conocí, Dora tenía 51 años. Desde cuando se quedó sola, abandonada inmediatamente del hombre con la cual concibió a Marta, se había siempre ocupado con amor de su hija. Una madre soltera como tantas. “Iré a tu casa” – le dije – impactado por el tono sostenido y digno de su pedido. Llegué a la pobre demora de Dora una tarde de la semana sucesiva de nuestro encuentro; estaba en la casa también su hija Marta. Toqué, y cuando Dora me vio en la puerta   sobresalto de gozo: “¡padre! ¡Qué gusto! ¡Entre!… ¡Qué alegría! ¡Hoy el Señor  Jesús llega a mi casa!” Son así los pobres donde he vivido por muchos años. Ven en ti casi instintivamente la presencia de Jesús. Mientras me preparaba algo para ofrecerme miraba alrededor la pobreza de la casa pero también un orden y limpieza inusual. Llegó Marta y nos presentamos. Bastaron solo pocos intercambios para entender que se trataba de una joven muy inteligente y para que ella se sintiera un poquito libre para que me vomitara encima su desprecio por la iglesia, los sacerdotes y todos aquellos que creen en Dios. De todas maneras, mientras hablaba, notaba su modo muy ordenado de argumentar y miraba los ojos sinceros con los cuales se expresaba. Pensé a su vida sin papá desde el vientre materno. Le dije solo que mucho de su crítica hacia la iglesia era justo y que me hubiera dado gusto hablar todavía con ella. Luego llegó la mamá y consumimos juntos lo que había preparado. Cuando me fui, los ojos de Marta me escrudiñaban con un “no sé qué” de sorpresa y desconfianza. Dora en cambio, escondía su mirada a los dos porque estaba conmovida. Regresé la semana sucesiva y esa vez fue Marta quien me abrió la puerta: “he regresado para continuar aquel discurso comenzado contigo” – le dije. Me quedé con ella por casi dos horas. Cuando me fui, Marta me apretó fuerte la mano y me dijo con un germen de sonrisa sobre su rostro: “¡gracias!”. Algunos días después, teníamos en programa un retiro de evangelización especial para jóvenes. Fui a su casa para invitarla. “¿De qué se trata?” – Me dijo – “ven y verás” – le respondí.  Aceptó la invitación. Su rostro ya no era más el mismo. El Señor Jesús en aquél retiro completó su milagro. Reconcilió a Marta con su madre, consigo misma, con Él y su iglesia. Recuerdo todavía al teléfono la voz de Dora entrecortada por la emoción; había llamado para agradecerme. “Haz creído en la presencia de Jesús en mí: por esto Él ha podido obrar esto” – le respondí. Hoy Marta, después de haber completado sus estudios universitarios, es una joven mujer exitosa en su trabajo que bendice a Dios en cada circunstancia de su vida.

En fin, algunos pensamientos sobre los versículos iniciales (37-39) del evangelio de hoy. Si Jesús habla así no es seguramente para entrar en un concurso con el amor que sentimos por nuestros seres queridos. Y sin embargo sus palabras son clarísimas. Quien no lo pone antes de los afectos más queridos no es digno de Él. ¿Qué quiere decir? ¿Qué cosa quiere decir? En la regla de S. Benedicto de Norcia existe una recurrente y breve expresión dirigida a sus monjes que es la mejor síntesis de estos versículos: “no antepongan nada al amor por Cristo”. Para el discípulo en camino estas palabras no suenan ni extrañas ni antagónicas de los amores humanos. Es más bien la dirección más auténtica y sabia para hacer crecer bien a cada amor y para comprender el significado de la propia y de la ajena existencia. Algunas semanas atrás junto a algunos amigos he encontrado a un sacerdote que conoció de muy cerca de Natuzza Evolo, la mística de Paravati (Vibo Valentia) en Calabria. Naturalmente, hemos escuchado muchas cosas referidas a los fenómenos sobrenaturales que sucedían alrededor de su persona. Pero una de las cosas que me impresionó más de lo que escuché de ese hermano sacerdote, ha sido la respuesta que un día ella le dio a la pregunta de uno de sus hijos ya adulto. Natuzza de hecho era una mujer casada. Este hijo se daba cuenta de la gran caridad que movía a su mamá a acoger a todos, sobre todo a los más pobres y sufridos, en su casa. Caridad que probaba a tal punto que todos la llamaban “mamá Natuzza”. Entonces un día este hijo, sabiendo bien de cuantos era así llamada y considerada, hizo esta pregunta a su madre: “muchos te llaman mamá, pero yo quisiera saber si, para ti, ellos son como tus hijos, o mejor: para ti, ¿yo soy como ellos?”. La respuesta de Natuzza fue segura y decidida: “sí, no hay alguna diferencia entre tú y ellos: son todos mis hijos”. Así es el corazón de quien ha puesto en su vida a Jesús en su lugar, o sea, el primero. Se encuentra a vivir una vida y un orden nuevo que hace hermoso todo lo que lo circunda, dando su propio significado a cada amor humano. Porque para nosotros cristianos no hay amor que, si quiere evitar de hacer daños, no deba orientarse y someterse a aquello de Jesucristo. Diversamente, he aquí los multiformes problemas de hoy en tantas relaciones humanas, para decirlo suavemente. Pongamos entonces a Jesús en su lugar, como Dora y como Natuzza. No nos arrepentiremos.

NON SEGUIRE LA PAURA

XII DOMENICA DEL T.0.

GER 20,10-13; RM 5,12-15; MT 10,26-33

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

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Gesù dorme nella tempesta
                  “I discepoli terrorizzati nella tempesta”, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

 

Non abbiate paura, dice Gesù ai suoi discepoli (e a noi lettori) per tre volte nel vangelo di questa domenica (Mt 10,26.28.31). Sembra che questo invito nella Bibbia ricorra per ben 365 volte, cioè il numero dei giorni che costituiscono un anno. E’ come se la Sacra Scrittura ti dicesse: ogni giorno, quando ti alzi al mattino dal letto, fa risuonare questa parola all’orecchio del tuo cuore. E’ la prima cosa che Dio ci dice cominciando la nostra giornata. Perché Egli non è il Signore che genera paura, ma Colui che ci libera da essa. Chiariamo: non che la paura non abbia una sua funzione positiva. Se aiuta ad evitare i pericoli della vita è segno di salute mentale. Ma se evitare i pericoli diventa la preoccupazione primaria che frena da ogni possibile esperienza di vita, è delirio di onnipotenza. Basta guardarsi un po’ intorno. Si cerca affannosamente una sicurezza in ogni ambito dell’esistenza umana. Vogliamo che qui sulla terra tutto sia assicurato/protetto dai pericoli in modalità assoluta e, se succede qualcosa di storto, di imprevisto, bisogna subito trovare un colpevole, bisogna che qualcuno paghi per l’accaduto. Ma questo non è vivere. Chi vive sempre nella paura di perdere la vita corporale ha già buttato via la sua vita spirituale. Come diceva il giudice Paolo Borsellino: “chi vive seguendo la paura muore ogni giorno, chi non la segue muore una volta sola”. E poi ha firmato quanto detto con la sua vita, in quel tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Il testo del vangelo di oggi è incastonato nel racconto della chiamata e dell’invio dei discepoli. Si comprende meglio il messaggio ricordando cosa il Signore dice ai suoi mentre consegna loro la sua missione: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Hobbes diceva che homo homini lupus; Gesù dice che il suo discepolo è un uomo come gli altri chiamato ad essere homo homini agnus. Egli è subito chiamato/inviato per essere associato al destino del suo Maestro. Questo deve essere chiaro. Il mistero di Gesù è anche il suo. Essere incompreso, rifiutato, insultato, odiato e perseguitato dagli uomini, non è altro che il segno dell’essere alla sequela del Signore. In questi giorni abbiamo visto Francesco andare nei luoghi dove Lorenzo Milani e Primo Mazzolari vissero questa indimenticabile e sofferta esperienza, invitando la chiesa italiana a guardarli quali testimoni autentici del vangelo. Noi per paura di soffrire e di morire ci chiudiamo in noi stessi e difendiamo il nostro microparadiso naturale o artificiale fino a far del male agli altri, ovvero anche a noi stessi. E giustifichiamo con mille ragioni le nostre chiusure. Si guardi attentamente la realtà odierna e chi vuol capire capisca. Le difficoltà, le lotte, le piccole o grandi persecuzioni, sono la necessaria paga di chi ha scelto di vivere la propria vita come un compito d’amore, come Gesù. Chi porta amore in questo mondo riceve odio. E’ una legge fondamentale che fatichiamo sempre ad accettare: chi fa il bene deve essere punito. Così accadde a Lorenzo e a Primo, discepoli veri del Signore.

Ecco allora Gesù raccomandarsi di non temere gli uomini. E se lo dice per tre volte vuol dire che prima di tutto dobbiamo riconoscere che spesso viviamo nella paura. E’ il punto di partenza. Diversamente non ci si conosce ancora e non si può nemmeno cominciare un autentico cammino spirituale. Francamente quando incontro qualcuno/a che mi dice che non ha paure un po’ mi preoccupa. Solo gli incoscienti, i presuntuosi, i temerari e i dittatori non hanno paura: ma bisogna aver paura di e per loro! Ad es. tra i giovani “Blue Whale” (Balena blu) e altre pratiche estreme come quella di farsi i selfie in situazioni pericolose o come quella di aprire i portelloni dei treni in corsa sfidando la morte nello sporgersi fuori, sono il segno di un delirio di onnipotenza che diventa collettivo. Ma l’invito di Gesù a non aver paura non è assenza di essa, non è temerarietà. Il Signore invita a non seguire la paura dando 3 motivazioni.

1) Perché quello che trasmette ai suoi discepoli in gran segreto e in spirito di nascondimento sarà pienamente rivelato in tutta la sua verità nel futuro, luogo in cui avverrà il capovolgimento di quello che appare ora. La Croce, da segno di morte e di sconfitta splenderà quale segno di vita e vittoria, colui che perde la sua vita a causa del vangelo si rivelerà come colui che vive in eterno, i prepotenti e tutti i poteri vincenti che dominano in questo mondo si riveleranno come i veri perdenti. Per questo, investiti dallo Spirito Santo, forza dei deboli e degli inermi, i discepoli devono annunciare apertamente tutto quello che il Signore comunica loro superando i propri timori e incertezze: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,26-27).

2)  Perché gli uomini hanno un potere limitato: possono dare la morte fisica, ma non possono dare la morte all’anima dell’uomo. Meglio preoccuparsi di non essere morti interiormente piuttosto che scampare dalla morte corporale a tutti i costi! Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo (Mt 10,28) è l’avvertimento di Gesù. Ma chi prende sul serio queste parole?

3) Ma soprattutto, perché agli occhi del Padre noi siamo importantissimi, siamo suoi figli! Perfino i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,30-31). Non dobbiamo andare dietro alla paura perché abbiamo un Dio che segue con amore il nostro cammino fin nei dettagli della nostra vita che nemmeno noi conosciamo! Siamo forse mai riusciti a contare i capelli che abbiamo in testa? Solo chi costruisce la propria autostima dalla scoperta della propria dignità di figlio di Dio rimane stabile, ed è in grado di affrontare ogni prova che gli giunge nella vita. Il piccolo racconto che segue lo spiega bene:

“Una ragazza di un villaggio di pescatori rimase incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il monaco che vive nel santuario fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del monaco. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prenditene cura!”. Il monaco si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!…” E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse per lui, facendosi carico di tutte le spese. In seguito a questo fatto quel monaco perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andava più a chiedergli consigli, e questo durò per quasi un anno. Quando la giovane ragazza vide tutto quel che gli stava capitando, non sopportò più questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il monaco, ma il figlio del vicino di casa. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi di quell’uomo di Dio. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il monaco entrò nel tempio, prese in braccio il bambino e sorridendo lo restituì loro limitandosi a dire: “Va bene! Va bene!…” 

Le ultime parole di Gesù nel vangelo possono paradossalmente crearci timore. Ma in questo caso trattasi di santo timore di Dio, un dono dello Spirito. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33). Riconoscere in questa vita Gesù per essere da Lui riconosciuti: è solo questione di non aver paura di affermare la propria fede come tantissimi pensano? E’ solo questione di tenere appeso il crocifisso senza timore in casa/ufficio/scuola, nel vestire ogni giorno in clergyman o tonaca (per noi preti), nel condurre battaglie morali pro famiglia su tutti i canali comunicativi, nell’essere sempre in prima linea presenti nella S.Messa? Dico che questo sarebbe troppo comodo. Anche se tutto ciò concorre indubbiamente a formare la mia identità cristiana, è il Vangelo stesso che mi chiarisce dove in primo luogo il Signore si attende di essere riconosciuto: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato, ero carcerato…(Mt 25,35-36). Come è facile ingannarsi! Come è facile rinnegare (= non riconoscere) il Signore Gesù e nemmeno accorgersene! Ma non dobbiamo scoraggiarci: c’è uno dei primissimi discepoli che ha cominciato l’avventura della fede a partire dal suo triplice rinnegamento di Gesù. Al Signore è bastato ricevere le sue lacrime sincere, perché certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui. Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche Egli ci rinnegherà. Se manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm, 11-13).

 

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No tengan miedo, dice Jesús a sus discípulos (y a nosotros lectores) por tres veces en el evangelio de este domingo (Mt 10,26.28.31). Parece que esta invitación en la Biblia recuerde por 365 veces, o sea el número de los días que constituyen un año. Es como si las Sagradas Escrituras nos dijera: cada día, cuando te levantes en la mañana de la cama, haz resonar esta palabra al oído de tu corazón. Es la primera cosa que Dios nos dice al comenzar nuestra jornada. Porque Él no es el Señor que genera miedo, sino Aquél que nos libra de ella. Aclaramos: no es que el miedo no tenga una función positiva. Si ayuda a evitar los peligros de la vida es signo de salud mental. Pero si evitar los peligros se vuelve la preocupación primaria que me frena de cada posible experiencia de vida, es delirio de omnipotencia. Basta mirarse un poco alrededor. Se busca afanadamente una seguridad en cada ámbito de la existencia humana. Queremos que aquí sobre la tierra todo sea asegurado/protegido de los peligros en modalidad absoluta y, si sucediera algo chueco, improvisadamente, se necesita inmediatamente encontrar a un culpable, se necesita que alguien pague por lo sucedido. Pero esto no es vivir. Quien vive siempre en el miedo de perder la vida corporal ya eliminó su vida espiritual. Como decía el juez Paolo Borsellino: “quien vive siguiendo el miedo muere cada día, quien no la sigue muere una sola vez”. Y luego ha firmado lo que ha dicho con su propia vida, en aquella trágica tarde del 19 de julio 1992.

El texto del evangelio de hoy es encastrado en el relato de la llamada y del envío de los discípulos. Se comprende mejor el mensaje recordando qué cosa dice a los suyos mientras entrega a ellos su misión: “Miren que los envío como ovejas en medio de lobos” (Mt 10,16) Hobbes decía que homo homini lupus; Jesús dice que su discípulo es un hombre como los demás llamado a ser homo homini agnus. Él es inmediatamente llamado/enviado para ser asociado al destino de su Maestro. Esto debe estar claro.  El misterio de Jesús es también el suyo. Ser incomprendido, rechazado, insultado, odiado y perseguido por los hombres, no es otra cosa que el símbolo del estar a la séquela del Señor. En estos días hemos visto a Francisco ir en los lugares donde Lorenzo Milani y Primo Mazzolari vivieron esta inolvidable y sufrida experiencia, invitando a la iglesia italiana a mirarlos como testimonios auténticos del evangelio. Nosotros por miedo de sufrir y de morir nos encerramos en nosotros mismos y defendemos nuestro micro paraíso natural o artificial hasta hacer el mal a los demás, o mejor dicho, también a nosotros mismos. Y justificamos con miles razones nuestros encierros. Si miras atentamente la realidad hodierna y quien quiera entender entienda. Las dificultades, las luchas, las pequeñas o grandes persecuciones, son los necesarios pagos de quien ha elegido vivir la propia vida como una tarea de amor, como Jesús. Quien lleva amor a este mundo recibe odio. Es una ley fundamental que fatigamos siempre en aceptar: quien hace el bien debe ser castigado. Así sucedió a Lorenzo y a Primo, discípulos verdaderos del Señor.

He aquí entonces a Jesús recomendándose de no temer a los hombres. Y si lo dice por tres veces quiere decir que primero de todo debemos reconocer que muchas veces vivimos en el miedo. Es el punto de partida. Diferentemente no nos conocemos todavía y no se puede ni siquiera comenzar un auténtico camino espiritual. Francamente cuando encuentro a alguien que me dice que no tiene miedo un poco me preocupa. Solo los inconscientes, los presuntuosos, los temerarios y los dictadores no tienen miedo: ¡pero es necesario tener miedo de y por ellos! Por ej. entre los jóvenes “Blu Whale” (ballena azul) y otras prácticas  extremas como aquella de hacerse los selfie en situaciones peligrosas o como aquellas de abrir las puertas de los trenes mientras corre desafiando la muerte al asomarse afuera, son los signos de un delirio de omnipotencia que se vuelve colectivo. Pero la invitación de Jesús a no tener miedo no es exactamente ausencia de esa, no es imprudencia. El Señor invita a no seguir el miedo dando 3 motivos.

1) Porque lo que les transmite a sus discípulos en gran secreto y en espíritu de escondimiento será revelado plenamente en toda su verdad en el futuro, lugar en que ocurrirá el vuelco de lo que aparece ahora. La Cruz, de signo de muerte y de derrota resplandecerá cual signo de vida y victoria, aquél que pierde su vida a causa del evangelio se revelará como aquél que vive en eterno, los prepotentes y todos los poderes que vencen que dominan en este mundo se revelarán como los verdaderos perdedores. Por esto, revístanse del Espíritu Santo, fuerza de los débiles y de los inermes, los discípulos deben anunciar abiertamente todo lo que el Señor comunica a ellos superando los propios temores e incertezas: Lo que yo les digo en la oscuridad, repítanlo ustedes a la luz, y lo que les digo en privado, proclámenlo desde los techos. (Mt 10,26-27).

2)  Porque los hombres tienen un poder limitado: pueden dar la muerte física, pero no pueden dar la muerte al alma del hombre. Mejor preocuparse de no estar muertos interiormente antes que salir vivo de la muerte corporal a toda costa! Teman más bien al que puede destruir alma y cuerpo en el infierno (Mt 10,28) es la advertencia de Jesús. Pero quién toma seriamente estas palabras?

3) Pero sobre todo, porque a los ojos del Padre nosotros somos importantísimos, ¡somos sus hijos! En cuanto a ustedes, hasta sus cabellos están todos contados. ¿No valen ustedes más que muchos pajaritos? Por lo tanto no tengan miedo! (Mt 10,30-31). ¡No debemos ir detrás del miedo porque tenemos a un Dios que sigue con amor nuestro camino hasta en los detalles de nuestra vida que ni siquiera nosotros conocemos! ¿Hemos quizás logrado a contar los cabellos que tenemos en la cabeza? Solo quien construye la propia autoestima del descubrimiento de la propia dignidad de hijo de Dios se queda estable y está en grado de afrontare cada prueba que le llega en la vida. La pequeña historia que sigue lo explica bien:

“Una joven de un pueblo de pescadores se quedó encinta. Sus padres le pegaron hasta que confiese quién era el padre: “Ha sido el monje que vive en el santuario fuera del pueblo”. Sus padres y todos los habitantes del pueblo se indignaron. Una vez nacido el niño, corrieron al templo y dejaron al neonato a los pies del monje. Le dijeron: “¡Eres un hipócrita, este niño es tuyo! ¡Cuídalo!” El monje se limitó a replicar: “¡está bien! ¡está bien!…” Y dio al niño a una mujer del pueblo para que lo lactara y lo acuda por él, haciéndose cargo de todos los gastos. Luego de este hecho aquél monje perdió la propia reputación, sus discípulos lo abandonaron, nadie iba más a pedirle consejos, y esto duró por casi un año. Cuando la joven mujer vio todo lo que le estaba sucediendo, no soportó más esta situación y contó a todos la verdad. El padre del niño no era el monje, sino el hijo del vecino de casa. Sus padres y todos los habitantes del pueblo, regresaron al templo y se postraron a los pies de aquél hombre de Dios. Imploraban su perdón y pidieron que le devolviera al niño. El monje entró al templo, tomó en brazos al niño y sonriendo lo devolvió a ellos limitándose a decir: “!está bien! ¡está bien!…”

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio pueden paradojalmente crearnos temor. Pero en este caso se trata de santo temor, un del Espíritu. Al que se ponga de mi parte ante los hombres, yo me pondré de su parte ante mi Padre de los Cielos. Y al que me niegue ante los hombres, yo también lo negaré ante mi Padre que está en los Cielos (Mt 10,32-33). Reconocer en esta vida a Jesús para ser por Él reconocidos: es solo cuestión de no tener miedo de afirmar la propia fe como tantísimos piensan, en el colgar el crucifijo en casa/oficina, en el vestir cada día en clerygman o túnica (para nosotros sacerdotes), en el conducir batallas morales en todos los canales comunicativos, en el estar siempre en primera fila presentes en la S. Misa? Digo que esto sería demasiado cómodo. Aunque si todo esto conlleva a formar mi identidad cristiana, es el Evangelio mismo que se encarga de llamarme donde en primer lugar el Señor se espera ser reconocido: Porque tuve hambre y ustedes me dieron de comer; tuve sed y ustedes me dieron de beber. Fui forastero y ustedes me recibieron en su casa. Anduve sin ropas y me vistieron. Estuve enfermo y fueron a visitarme. Estuve en la cárcel y me fueron a ver… (Mt 25,35-36). ¡Cómo es fácil renegar al Señor Jesús y no darnos cuenta! Pero no nos desanimamos: hay uno de los primerísimos discípulos que ha comenzado la aventura de la fe a partir de su triple negación de Jesús. Al Señor ha bastado recibir sus lágrimas sinceras, una cosa es cierta: si hemos muerto con él, también viviremos con él. Si sufrimos pacientemente con él, también reinaremos con él. Si lo negamos, también él nos negará. Si somos infieles, él permanece fiel, pues no puede desmentirse a sí mismo. (2Tm 2, 11-13).

VUOI AMARMI?

VI DOMENICA DI PASQUA

At 8,5-8. 14-17;  1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

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Se mi amate (Gv 14,15). L’incipit del vangelo odierno di Giovanni richiama quello dei vangeli sinottici che si esprimono diversamente: se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso… Nel mio dialetto paterno (napoletano) c’è una simpatica espressione che indica lo stato di attrazione o di vero e proprio innamoramento in atto di un giovane verso una ragazza: lei dice “m’ ven ‘appriess”; cioè, il tale mi viene dietro. E’ così. Se si ama una persona la si segue, la si osserva attentamente, ci si interessa cordialmente e ci si prende cura di lei. Una mamma che ama il proprio bimbo lo segue affettuosamente fin nei primissimi passi della sua vita. Un papà che fa altrettanto lo segue nella sua crescita e cerca di educarlo a vivere in mezzo agli altri. Un/a insegnante che ama i suoi studenti li segue personalmente cercando di tirar fuori da ciascuno il meglio che hanno dentro. Una cosa è certa. Non si può obbligare nessuno ad amare qualcuno. La natura dell’amore suppone ed esige libertà.

Se mi amate. Anche Gesù non costringe nessuno ad amarlo; ma cosa succede se si risponde al suo amore, cioè, se una volta incontrato si comincia ad amarlo e quindi a conoscerlo? Prima di tutto ci si innamora sempre più della sua storia che possiamo leggere, rileggere e meditare ogni giorno nei vangeli. Sostanzialmente lo si accoglie cercando di vivere/sperimentare le sue parole: chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama (Gv 14,21a). Non so voi che mi state leggendo, ma davanti a questa affermazione (a anche altre) di Gesù, non è che mi senta tanto sicuro, anzi. Più vado avanti e più mi sembra realisticamente di non accogliere bene la direzione spirituale del Signore, di non riuscire ad osservare i suoi comandi: in una sola parola, di non amarlo veramente. Conosco una persona consacrata che un giorno si trovò da sola difronte ad un grande crocifisso mentre sentiva che il mondo gli stava crollando addosso. Ad un certo punto guardandolo in alto, mentre un profondo silenzio lo avvolgeva, gli disse: “io non ti ho mai amato veramente”. Dopo qualche istante sentì dentro di sé con chiarezza queste parole: “infatti, non sei tu che hai amato me…io sì invece ho amato e amo ancora te”.

Penso sia molto importante non disprezzare mai quel povero amore che possiamo dare a Gesù. Sicuramente conoscete queste parole sublimi che ha ispirato ad un anonimo cristiano (anche se da tempo sono attribuite a tale Mons. Lebrun): “Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo: so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: “Dammi il tuo cuore, amami come sei…”. Se aspetti di essere un angelo per amare, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami…come sei…Voglio l’amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l’Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei… e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l’amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l’amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: “Gesù ti amo”. Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m’importa, di vederti lavorare con amore. Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai…perché ti ho creato soltanto per l’amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, moriresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l’azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia… Non ti preoccupare di non possedere virtù: ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare… Ma ricordati… amami come sei… Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all’amore, non mi ameresti mai…Va…”

Avete notato che il testo parte dalla richiesta di Gesù di amarlo così come siamo, nella nostra povertà, per poi chiederci di lasciarci amare da Lui che si fa mendicante del nostro amore? Questo significa che ogni nostro povero atto d’amore va impiantato sempre per bene sotto quell’amore più grande e più vero che è l’amore del Signore per noi. Solo se al centro del proprio cuore c’è la fede in questo amore possiamo comprendere il senso di quanto oggi ci dice nel vangelo. Lo stesso Giovanni evangelista lo afferma nella sua prima lettera: in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi (1Gv 4,10). Allora amare, conoscere il Signore Gesù, diventa un cammino che ci fa scoprire la sua presenza vicinissima. E’ la scoperta di avere dentro di sé il suo stesso Spirito, quello Spirito che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce (Gv 14,17a). Amare Gesù è conoscerlo interiormente in questo dono che ci abita: egli rimane presso di voi e sarà in voi (Gv 14,17b). Come è successo quel giorno al mio conoscente davanti al grande crocifisso.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14,21b). Come sono belle le promesse di Gesù! Pensate: chi lo ama sperimenta l’amore del Padre e dello stesso Signore verso di lui. Dio gli si rivela: mi manifesterò a lui. E’ una verità di fede comprovabilissima. Come disse anche una giovane nigeriana a un mio amico: “tu pensa a Gesù che Gesù pensa a te!”.

SE AVETE CONOSCIUTO ME

V DOMENICA DI PASQUA

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

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In quel guazzabuglio incomprensibile che è il cuore umano c’è un’infinità di paure: la fede in Gesù è l’antidoto e il rimedio per ognuna di esse. La fede in Gesù è liberante. Il brano del vangelo di oggi comincia laddove Gesù ha appena terminato di annunciare la sua dipartita, dopo aver predetto il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e un generale fuggi-fuggi davanti allo scandalo della croce. Logico che davanti a questo parlare i discepoli fossero turbati: chi non lo sarebbe? Eppure il Signore invita a non lasciarsi trascinare dal turbamento e ad avere fede in Lui. Come se la fede, per essere veramente tale, dovesse necessariamente attraversare l’oscurità delle paure che ci abitano, come se dovesse sperimentare necessariamente tutta la propria debolezza (Gv 14,1). E, per aiutarci nella traversata, ecco la promessa: nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto “vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi (Gv 14,2-3).

Credo che la paura di essere dimenticati nella morte sia la madre di tutte le paure. Don Oreste Benzi la definiva così: la paura di non vivere nel cuore di nessuno, ovvero la paura di non essere amati. In genere, quando celebro un funerale, se non ci sono richieste particolari dei familiari del defunto, prego e faccio pregare con il vangelo di questa domenica. Sapere che Gesù è il Dio diventato uomo come noi. Sapere che è morto ma poi è risorto. Sapere che è andato a prepararci un posto, e che ora è in grado di raggiungere ogni essere umano dentro quell’esperienza di solitudine assoluta che è la morte, questo è sommamente consolante e incoraggiante. Tanto tempo fa mi capitò tra le mani questo racconto illuminante in proposito: il più grande si chiamava  Frank e aveva vent’anni. Il più giovane si chiamava Ted e ne aveva diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi fin dalle elementari. Insieme decisero di arruolarsi nell’esercito. Partendo, promisero a se stessi e ai genitori che avrebbero avuto cura l’uno dell’altro. Furono fortunati e finirono nello stesso battaglione. Quel battaglione fu mandato in guerra. Una guerra terribile tra le sabbie infuocate del deserto. Per qualche tempo Frank e Ted rimasero negli accampamenti protetti dall’aviazione. Poi, una sera, giunse l’ordine di avanzare in territorio nemico. I soldati avanzarono per tutta la notte, sotto la minaccia di un fuoco infernale. Al mattino, il battaglione si radunò in un villaggio. Ma Ted non c’era. Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti, fra i morti. Trovò il suo nome nell’elenco dei dispersi. Si presentò al comandante. “Chiedo il permesso di andare a riprendere il mio amico”, disse. “E’ troppo pericoloso”, rispose il comandante – “e poi ho già perso il tuo amico. Perderei anche te. Là fuori stanno sparando”. Ma Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore trovò Ted ferito mortalmente. Se lo caricò sulle spalle. Una scheggia lo colpì. Si trascinò ugualmente fino al campo con il suo amico addosso. “Frank! Valeva la pena morire per salvare un morto?”, gli gridò il comandante – “Sì”, sussurrò, “perché prima di morire, Ted mi ha detto: Frank, sapevo che saresti venuto…”

Continuo a pensare da circa trent’anni che conoscere e far conoscere Gesù sia la cosa più importante della nostra vita; e mi meraviglio di come l’essere umano possa permettersi di saltare la questione. Le cose che ci dice e le promesse che ci fa sono realtà così grandi e belle che non so proprio come si possano evitare o smentire. Blaise Pascal direbbe che non ci si può sottrarre alla scommessa. Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6): Gesù è il cammino per incontrare la verità e la vita cui il nostro cuore anela. Conoscere Gesù è conoscere quel Dio che da sempre l’uomo vorrebbe vedere e incontrare: Signore, mostraci il Padre e ci basta, gli dice Filippo (Gv 14,8). E Gesù gli risponde: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). Mentre meditavo questo brano pensavo a come si corra anche oggi il rischio di vivere a due passi dal Signore, magari anche deambulando nella sua chiesa, e non conoscerlo. Si rischia di non coltivare un rapporto sincero con Lui, di non pensare più a quel posto che sta preparando per amor mio, si rischia di vivere in un’angoscia senza fine perché in realtà o ci si rapporta con un fantasma che rafforza per lo più le nostre paure, oppure si maschera da cristiano il proprio ateismo pratico. Da quando sono diventato sacerdote non pensavo di incontrare ancora tanti fratelli che vanno dietro a un’immagine personale di Dio che certo non libera interiormente, né aiuta a guardare la realtà con fiducia e speranza. E in questo modo non ci si accorge di dare ragione alla menzogna del serpente antico che, sin dalle origini, volle far credere all’uomo che Dio non è un padre amorevole, ma un geloso despota che vuole dominarci (Gen 3,1ss.).

In questo terzo millennio cristiano appena cominciato, gli sconvolgimenti epocali cui stiamo assistendo dopo il crollo di tutte le impalcature ideologiche che presumevano di reggere il mondo, sembrano mettere tutto in discussione fino a propagare quello che Benedetto XVI ha chiamato culturalmente “una dittatura del relativismo”. Una cosa mi sembra certa nel non ancora definito cambiamento che percorre l’umanità: la paura cresce e minaccia di paralizzare gli uomini nel proprio egoismo. Certamente, tutti abbiamo tanti motivi per avere paura davanti agli avvenimenti che si susseguono nel mondo. Ma la nostra speranza nasce dalla convinzione che con Gesù si entra nella vita vera, quella eterna. Il male del mondo, Lui lo ha già vinto: voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo! (Gv 16,33). La fede in Gesù Cristo, malgrado tutto, resta la più ragionevole strada per guardare al futuro con speranza. Dare fiducia a Gesù ogni giorno è la sfida più affascinante della vita: pur nella fatica del cammino, si sperimenta come è bello superare le proprie paure con Lui che ci spiega, poco a poco, il senso profondo della nostra esistenza.

  “La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c’è in essa, abbastanza speranza per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni. Se non avete che luce, vi limitate all’evidenza; se non avete che oscurità, siete immersi nell’ignoto. Solo la fede fa avanzare”. (Louis Evely)

DAVVERO!

III DOMENICA DI PASQUA

At 2,14a.22-23; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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                          Gesu’ in persona si avvicino’, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E’ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16).

Si fermarono con il volto triste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all’annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E’ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell’aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona.

             Spiego’ loro in tutte le scritture, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d’amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29).

Si aprirono gli occhi e lo riconobbero, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il cammino della fede è una discesa nell’oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d’amore: l’Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l’un l’altro (Lc 24,32). L’incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35). 

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¿Nunca les ha sucedido soñar con los ojos abiertos y haber trabajado por tanto tiempo en algo en el cual han dedicado todo de sí mismos con sacrificio y afecto, entreviendo poco a poco gradualmente la realización, para después asistir a la caída de todo delante de tu mirada? Si les ha sucedido, entonces podemos acercarnos también nosotros a los dos discípulos que retroceden tristes de Jerusalém, conversando sobre todo lo trágico que les había sucedido. Podemos imaginarnos sus sentimientos, sus preguntas, sus pausas, podemos comprender su discusión que intenta explicar algo sobre lo sucedido. Se hubiera vuelto una de las mismas estériles discusiones humanas, si Jesús en persona (Lc 24,15) no los hubiera alcanzado en aquel camino hecho de conversaciones sin salida. Es hermoso pensar que Jesús nos alcanza en nuestro extravío, allí donde nuestro corazón no sabe darse respuestas, allí donde retrocedemos delante a los dramas que nos suceden en la vida, es hermoso saber que continúa a caminar con nosotros a pesar de nuestra persistente ceguera: pero sus ojos eran incapaces de reconocerlo (Lc 24,16)

El viandante resucitado provoca un alto con una pregunta acerca del discutir de ellos. Enciende un diálogo simple que hace salir de sus corazones la tristeza (Lc 24,17), la personal interpretación de los hechos, la esperanza desilusionada ahora perteneciente al pasado: nosotros esperábamos (Lc 24,21); pero, sobretodo, la total incerteza delante al anuncio de las mujeres que han encontrado la tumba vacía. Es así que trabaja el Señor. Caminando con nosotros, primero nos lleva a conocer todas las hosquedades (dudas) y las resistencias que nos habita. Porque es así que estamos hechos, primero más que nada escépticos delante a lo que otros testimonian de haber visto y oído y a cuanto nos comunica la misma palabra de Dios. Necios y lentos de corazón para creer (Lc 24,25): esta es nuestra carta de identidad cuando está privada de la ayuda del Peregrino que nunca nos abandona.

¿No tenía que ser así y que el Cristo padeciera para entrar en su gloria? (Lc 24,26): esta es la palabra sobre la cual se infringen nuestros razonamiento y nuestras esperas erradas, nuestra equivocada imagen de Dios y cada otra búsqueda que queremos conducir por nosotros mismos. ¿Por qué Señor, era necesario que sufrieras? ¿Por qué Señor esta necesidad por ti y por nosotros? El Resucitado no dice por qué, pero invita a los dos discípulos a regresar con Él en las Escrituras: allí, en el libro sagrado de la palabra de Dios, estaba ya predicha esta historia de amor sufrida y solo aparentemente derrota. También hoy Jesús nos invita a regresar sobre las Escrituras, para que todo lo que ha sido dicho es por Él y en vista de Él: ellas son la roca inquebrantable sobre la cual apoyarnos si queremos que nuestra fragilisima fe crezca y no muera. Así, cuando respondamos siempre más a su invitación, nos encontremos invitando nosotros mismos al Señor para que continúe a hablarnos quedándose junto a nosotros (Lc 24,29).

El camino de la fe es una pendiente en la oscuridad de nuestro corazón para después descubrir, más adelante, que el Viviente es capaz de estar con nosotros también en nuestras tinieblas. Su palabra nos transmite la luz victoriosa que sana nuestra ceguera espiritual y nos lo hace reconocer siempre presente con nosotros, sobretodo en el altar donde hacemos memoria de su don de amor: La Eucaristía. Y también si a causa de nuestra intermitencia nos parezca a veces de perderlo de vista (Lc 24,31), el fuego encendido de su palabra en nuestro corazón nos asegura y nos ayuda a confirmarnos el uno con el otro (Lc 24,32). El encuentro con el Resucitado cambia la dirección de nuestro camino, nos convierte a recorrer su mismo camino haciéndonos superar nuestros miedos (Lc 24,33), nos reune a nuestros hermanos que comparten con nosotros la misma inaudita sorpresa: Es verdad, el Señor ha resucitado (Lc 24,34). Quien lo ha encontrado no puede callar, porque siente la necesidad de contar con gozo aquello que el Señor ha hecho en la propia historia personal (Lc 24,35).

SEPPE CHE LO AVEVANO CACCIATO

4a DOMENICA DI QUARESIMA

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

1
          Fece del fango con la saliva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

 

Nel racconto evangelico di questa domenica ci è posto davanti, al di là dell’episodio specifico della vita di Gesù, l’itinerario che ciascun battezzato compie per venire alla luce della fede. Ciascuno di noi nasce spiritualmente cieco, però, camminando nella vita, per un dono di Dio, la luce della fede ci apre gli occhi sulla realtà fino a incontrare e riconoscere personalmente in Gesù Cristo la verità di Dio e dell’uomo. Perché se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3). Il racconto è denso di simbolismi, sarebbe bello commentarlo nella sua interezza, ma non possiamo. Desidero soffermarmi con voi solo su un aspetto, peraltro richiamato dalla prima lettura della liturgia di oggi.

2
Gesù spalma il fango sugli occhi del cieco nato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non lo vede; vede un uomo che gli altri vedevano soltanto nel proprio status di mendicante, certamente non gradevole allo sguardo (Gv 9,8). Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7). Gesù è attirato dalla piccolezza di quel cieco e, nel suo vedere e agire, conferma la parola che Dio rivolge al profeta Samuele, inviato nella casa di Iesse per scegliersi il re del suo popolo. Gesù non si perde dietro inutili interrogativi che gli uomini pongono davanti al mistero della sofferenza umana (Gv 9,2-3). La compassione è sempre il movente di ogni sua azione, la compassione porta il Signore a chinarsi sempre su chi è escluso o messo ai margini di una vita più umana (Gv 9,4-7).

3
                   Tornò che ci vedeva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

La mancanza di compassione e l’incredulità sembra invece attorniare subito l’ex-cieco dopo il miracoloso intervento di Gesù (Gv 9,10ss.). L’uomo risponde con sincerità a ciascuna domanda che gli si rivolge, ed è lì, con la vista riacquistata, a testimoniare la bellezza di quanto accaduto. Eppure nessuno si apre allo stupore di questa vita restituita alla gioia del dono della vista, persino i suoi genitori (Gv 9,20-22) in preda alle proprie paure, non entrano nella meraviglia operata dal Signore. Anzi, per giudei e farisei quel miracolo è solo argomento per imbastire un processo sommario e trovare ogni tipo di cavillo che sostenga non solo la loro incredulità, ma anche l’accusa di peccato verso Gesù e il cieco graziato (Gv 9,16.24.34). Succede sempre così con chi non sa sorprendersi dell’agire divino, perché impegnato a promuovere e difendere la religione della dottrina fredda che categorizza gli uomini in figli di serie “A”, di serie “B”, “C” ecc.; la religione dei privilegi che, facendo presa sulle paure che abitano nelle coscienze umane, cavalca l’immagine del Dio impietoso per controllarle a proprio vantaggio. E’ la religione che, non sopportando di perdere il suo potere sulle coscienze, non può che avvertire come una grave minaccia Gesù e la sua opera, perché porta in dono all’uomo una fede libera e liberante.

4
                      Il cieco nato guarito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’esito dell’incalzante interrogatorio è inevitabile. L’ex-cieco viene espulso dalla sinagoga a motivo della sua testimonianza (Gv 9,34). Ogni aspirante discepolo deve saperlo. Se sta camminando davvero sulle orme di Gesù, questa esperienza sarà inevitabile. La progressiva illuminazione della fede comporta la progressiva aggressività di chi è ancora nelle tenebre, persino di chi presume di conoscere e seguire Dio. Ma è proprio nella condivisione profonda del suo stesso incomprensibile destino, è proprio nell’esperienza di essere banditi dalla comunità umana a causa del nome di Gesù, che il discepolo entra in un rapporto più intimo con il Signore. Che bello il versetto che introduce il faccia a faccia tra Gesù e il cieco guarito! Dopo aver incassato la scomunica dei farisei, il vangelo ci dice che Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori (Gv 9,34). Ecco il privilegio di tutti coloro che, rimanendo nella verità piccoli, sofferenti e senza difensori, incuranti del disprezzo di chi conta religiosamente, possono accogliere il Signore che rivela a loro la propria identità: tu lo hai visto, è colui che parla con te (Gv 9,37).

5
        Il cieco guarito e interrogato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Franco Zeffirelli ha sceneggiato mirabilmente, nel suo film sulla vita di Gesù, l’incontro al tempio dell’ex-cieco con Lui e il prosieguo di questa parte del racconto. Da una parte i farisei e i dottori della Legge schierati come un plotone di esecuzione mentre guardano minacciosamente Gesù da un’altra parte che posa la sua mano sul cieco guarito (Renato Rascel) rannicchiato a una sua gamba. Da un lato gli oppressori, dall’altro l’oppresso insieme al Dio che starà sempre dalla parte di ogni oppresso.

6
       Il cieco guarito espulso dalla sinagoga, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Anche se Gesù non è venuto per condannare, davanti a Lui è già cominciato un giudizio che, in realtà, compiamo noi stessi. Infatti, in un altro testo del suo vangelo, Giovanni dice che il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3,19). L’uomo ha la libertà di rifiutare la luce che è venuta per illuminare ogni uomo (Gv 1,9) e preferire le tenebre di una vita mondana e incurante delle cose di Dio, cullando l’illusione di vedere e sapere ciò che giova alla sua vita. Allora, la scoperta del suo accecamento potrà essere l’unica áncora per la sua salvezza (Gv 9,41). Proprio come accadde al più celebre dei farisei della Bibbia: Saulo di Tarso (At 9,8-9).

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                   E si prostrò innanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

IL POZZO E’ PROFONDO

3a DOMENICA DI QUARESIMA

Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-30

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

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Alcuni anni fa mi trovavo con un fratello sacerdote in una località balneare per un breve periodo di riposo. Eravamo soliti trovare un po’ d’ombra presso un piccolo pino marittimo, molto vicino alla spiaggia libera dove ci recavamo; lì sotto lasciavamo il telo per asciugarci e il nostro zaino. Quel pomeriggio, rientrando dal mare dopo un bel bagno, ci sdraiammo al solito posto ma ci accorgemmo che c’erano anche altri teli e alcune borse. Dopo qualche minuto, due giovani donne si avvicinarono con passo rapido. Intuimmo che dovevano essere le proprietarie di quelle cose e allora, spontaneamente, ci alzammo per far spazio, affinché potessero anche loro godere dell’ombra del pino. Una di esse, vedendo il nostro comportamento, cominciò a scusarsi con noi. Quel mio confratello la rassicurò dicendo che l’ombra dell’albero era lì per tutti e che potevano tranquillamente prendere posto perché c’era spazio a sufficienza. Ma quella donna, dopo una furtiva occhiata con l’amica, ci rivolse uno sguardo piuttosto ammiccante e, con modalità sprezzantemente sfidante, ci disse: “e perché mai ci date spazio? Dovremmo forse darvi qualcosa in cambio?…”

Gesù e la samaritana al pozzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

A parte la constatata, imperante sfiducia nei confronti di chi oggi può compiere un atto gratuito, quell’episodio mi fece ricordare il racconto della donna di Samaria con Gesù al pozzo. La richiesta d’acqua del Signore dovette inizialmente suonargli come una indebita avance: un giudeo giammai avrebbe parlato con una samaritana, quindi tanto meno l’avrebbe mai “abbordata” in luogo pubblico (Gv 4,9). Come mai quell’uomo le faceva una simile richiesta? Ma soprattutto, come mai quella donna venne al pozzo per attingere acqua a mezzogiorno (Gv 4,6), quando normalmente ci si reca nelle ore fresche dell’alba e del tramonto? Sembrerebbe volutamente, per starsene da sola. Come se il vangelo, con infinita discrezione, ci volesse presentare la sua solitudine. Eppure, presso un pozzo, Giacobbe corteggiò Rachele (Gen 29,9ss.) che poi sposò; Mosè incontrò la sua futura sposa Zippora tra le figlie di Reuel (Es 2,10-22): un richiamo evidente dell’evangelista Giovanni per dirci che c’è qualcosa di più, dietro il gioco di fraintendimenti sull’acqua, che cresce progressivamente nel dialogo tra Gesù e quella donna. La scena del racconto, concentrata sul loro incontro, diventa paradigmatica di ogni esperienza di fede. Il Signore nel suo bisogno molto umano di bere acqua scopre la sua sete, affinché la donna possa, poco a poco, scoprire la propria sete più profonda e insoddisfatta.

Dammi da bere, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

E il pozzo è lì, sullo sfondo, a ricordarci che il cuore umano è un pozzo molto profondo, ovvero senza fondo, fatto per ricevere e dare acqua. Ma c’è acqua e acqua (Gv 4,10-15). C’è l’acqua stagnante e morta, segno di una vita spenta e infeconda (cfr. Ger 2,13), e c’è l’acqua che zampilla per la vita eterna. Gesù è la sorgente venuta a farci dono di quest’ultima per una vita piena e felice. Il suo dono supera ogni umana attesa: l’acqua viva è il suo amore gratuito, lo Spirito Santo che ci è stato donato (cfr. Rm 5,5). Il racconto nella sua interezza sembra ordinare al lettore un percorso preciso per poter farne esperienza. Infatti, giunge a trovare quest’acqua solo chi accetta la sfida della profondità. Giunge a trovarla solo chi ha il coraggio della verità (Gv 4,18).

Perché non abbia più sete, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

Nel mondo in cui viviamo e ci muoviamo, da un lato la cultura mediatica sembra creata “ad hoc” per non farci scendere in profondità davanti alla nostra e altrui esistenza; da un altro lato, quella stessa cultura è impegnatissima a parlare e far parlare sulle cose umane più profonde e delicate fino a farne un pubblico spettacolo, come se tutti ne potessero opinare con competenza. Ogni riferimento a talk-show e programmi melodrammatici di successo non è per niente casuale: lì, in qualunque caso, la profondità del cuore umano o viene evitata/mascherata oppure è banalizzata. Il vangelo di oggi, invece, suggerisce un habitat diverso affinché il cuore umano possa fare la verità in sé e quindi vivere in profondità, scoprendo l’acqua viva di cui parla Gesù. Il dinamismo dell’incontro che leggiamo nel vangelo si distende lentamente: c’è tutto il tempo necessario per l’emergere di pregiudizi, di altre difese e domande da parte della donna davanti agli occhi accoglienti dello sconosciuto Rabbi giudeo. Questo ci ricorda che non c’è incontro vero con sé stessi, con Dio e con gli altri se non ci si regala il tempo e l’apertura necessari. Inoltre, ci ricorda che ci vuole disponibilità a discendere negli inferi dei propri insuccessi, dove celiamo a noi stessi e agli altri ciò che più ci vergogna (Gv 4,16-18). Quando la samaritana tocca, accompagnata da Gesù, la verità di sé, incontra la verità di Dio che risplende sul volto di Cristo: Egli non la giudica e riconosce la sua sincerità. Spinta dall’acqua sotterranea della propria anima si apre a riconoscere in Lui il tanto atteso Messia; esce dalla sua infelice solitudine e può annunciare a tutti la gioia di averlo forse incontrato. Quando l’acqua di Gesù ci raggiunge, spinge sempre chi ne ha sentito in profondità la sete, a cercare gli altri per renderli partecipi (Gv 4,25-30.39)  

Lasciò la sua anfora, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

TENTATI E ADDESTRATI

1a DOMENICA DI QUARESIMA

Gn 2,7-9.3,1-7; Rm 5,12-19; mt 4,1-11

“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.”

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Quello che il Signore Gesù ci ha proposto nel vangelo di domenica scorsa, è sostanzialmente cercare una vita da figli e fratelli tra noi, nella solida certezza che abbiamo un Dio Padre/Madre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. La Quaresima appena scoccata aiuta a focalizzare se ci troviamo dentro questa ricerca, o se siamo ancora saldamente guidati da satana, mentre c’illudiamo di seguire Gesù. Perché il racconto delle tentazioni subite da Cristo è icona di ogni discepolo sottoposto alla necessità di verificare sempre la propria sequela. Notate subito come il nemico avanzi le sue proposte, quasi fossero scelte migliori per conseguire l’obiettivo del proprio cammino: se sei Figlio di Dio… Le tentazioni ci piombano addosso in 2 modi quando si cerca il bene: o rubandoci il desiderio di cercarlo con lo scoraggiamento (“non ce la faccio!…”), oppure facendocelo cercare nel modo sbagliato. Il male si propone sempre a fin di bene o si presenta comunque (apparentemente) come un progetto di bene. Nella vita non basta avere intenzioni di bene. Un proverbio udito da un sacerdote molti anni fa mi si è impresso nella mente: “la strada che conduce dritto alla dannazione è costellata di buone intenzioni”. Bisogna che ci si chieda con quali mezzi, in che modalità si vogliono realizzarle. E qui troviamo una netta distinzione tra la strategia satanica e quella di Dio che si svela, negli opposti obiettivi, in maniera progressiva.

La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

1° tentativo (vv.3-4): il diavolo propone a Gesù, dopo un lungo digiuno, di soddisfare il proprio bisogno materiale di mangiare. Suggerisce di approfittare del suo essere di Dio trasformando le pietre in pane. Vorrei innanzitutto chiarire che sicuramente il Signore, dopo aver superato le tentazioni, si sarà fatto una bella mangiata! Qui non si tratta di dimostrare che con Dio si può fare a meno di mangiare. Si tratta di chiarire dove si vuol collocare il principio di vita dell’uomo. Se la mia vita coincide con il mio benessere, allora il pane e tutto ciò che lo può preservare/consolidare diventa un assoluto. Tutto ciò che può garantirlo è giustificabile e giustifica ogni altro tipo di scelta a margine. Da questa prospettiva mi chiedo se la chiesa nel mondo occidentale non sia caduta e rimasta immersa in questa tentazione. Prendete il recente caso di quel confratello di una diocesi veneta che si scopre avere una doppia vita. Di giorno parroco, di notte organizzatore di orge. Siamo chiamati a non giudicare il peccatore, ma a farci un chiaro giudizio sul peccato: che segno dei tempi è? Ebbene, a quanti tra i parrocchiani avvicinati è stato chiesto cosa si pensasse in merito, colpisce che si sia levata una difesa generale (anche dal sindaco) del prete, “perché è uno che ha fatto molto per la cittadinanza, ha costruito la casa parrocchiale in montagna, ha fatto il campo sportivo per l’oratorio, organizzava eventi, sapeva parlare alla gente, era un trascinatore, ecc.ecc.”. Cioè, “ha fatto tante opere per noi, quindi è giustificabile/passabile quel che viveva, in fondo siamo uomini…”. E’ vero, siamo uomini e quindi fragili. Ma è questa la missione del sacerdote? E’ quella di garantire senz’altro un bel campo di calcio o di pallavolo per i ragazzi? Quella di soddisfare comunque il bisogno di sicurezza delle famiglie, aumentando il grado di comfort e di intrattenimento per tutti? E’ quella di offrire una disponibilità assoluta per venire incontro a ogni altro bisogno del popolo? O non è forse quella di manifestare, con la sua stessa vita, le parole di Gesù: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? 

La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

2° tentativo (vv.5-7): osservate come il diavolo spinga Gesù dal deserto alla città santa. Che significa? Che le tentazioni non ci mollano nemmeno quando ci si trova in luoghi religiosi o comunque attorniati dal sacro. Anzi, qui si fanno più sottili. Anche satana fa il teologo di mestiere! Lo porta sul pinnacolo del tempio e lo invita a fare l’esperienza di essere sorretto dagli angeli di Dio con tanto di citazione biblica (Sal 91,11-12). Non è forse lui il Figlio che si fida della parola del Padre? Allora si faccia visibile a tutti questa fiducia totale! Si renda visibile a tutti chi egli è!…E’ la tentazione del Dio che deve rispondere alle attese religiose dell’uomo, perché questi possa garantirsi di averlo sempre dalla propria parte. E’ la tentazione di ridurre la presenza di Dio allo spazio dove avviene il miracoloso. E’ la tentazione della religione visibile, spettacolare, fatta per rispondere all’ansia di sicurezza che induce a cercare sempre segni di conferma divina. E’ la tentazione di avere Dio sotto controllo per asservirlo ai propri vantaggi, anche spirituali. E’ la pretesa sottile di essere sempre ascoltati da Dio invece di ascoltare Lui e verificare se le mie pretese sono in linea con i suoi disegni. E’ la tentazione di…mettere alla prova Dio invece di sottoporci liberamente alle prove che permette! Un esempio semplice? Prego Dio cercando di comperarmelo con mille preghiere, digiuni e altri sacrifici per qualcosa di buono che desidero: ad es. la guarigione dalla malattia di qualcuno che amo. Ma la persona non guarisce. Segno che, o non è ancora arrivato il tempo della guarigione (perché il bene della persona non coincide con la sua salute), oppure nella malattia il Signore vuole manifestare il segno inconfondibile della sua vittoria che sarà sempre sulla Croce: cosa da non dare assolutamente per scontata, vista la facilità con cui noi spostiamo Dio dove c’è sempre la salute e il successo! Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi!

La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

3° tentativo (vv.8-11): il diavolo porta Gesù su un monte altissimo. Notate bene: prima sulla parte più alta del tempio, adesso sulla sommità di un monte. Satana offre sempre il suo regno con il fascino e l’ebbrezza che gli sono propri. Il potere e il dominio sugli altri, la vanagloria del possedere sempre più in questo mondo al prezzo dell’adorazione del suo dio. Quanti adoratori di satana in giro anche se non lo sanno! Qui, in questa tentazione, si vede dove vuole arrivare il diavolo. Vuole sostituirsi a Dio offrendo all’uomo una falsa gloria, una falsa felicità, un falso regno. Alla fine, egli è soltanto il grande truffatore! Tutto quello che offre all’uomo è soltanto apparente e non gli da la vita. Quando arriverà la morte (ma spesso anche prima di essa) i suoi doni si riveleranno per quello che sono: una menzogna. L’uomo non porterà via niente con sé da questo mondo. Gesù respinge con decisione la tentazione. Il suo regno è il capovolgimento e la rovina di quello del diavolo. Il suo essere Re si è rivelato sul trono della Croce, dove manifesterà la sua libertà assoluta da satana nel servizio d’amore a tutti, senza dominare nessuno. Il suo essere Re si è sprigionato dalla tomba da cui si è rialzato, perché l’amore di Dio non inganna e non delude il desiderio di vita infinita dell’uomo.  

Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero (e se non ci fossero anche le cadute…) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci imbrogliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. Buona lotta quaresimale!

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Lo que el Señor Jesús nos ha propuesto en el evangelio del domingo pasado, es sustancialmente buscar una vida de hijos y hermanos entre nosotros, en la sólida certeza que tenemos un Dios Padre/Madre que sabe muy bien qué cosa necesitamos: busquen el Reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas se les dará por añadidura. La Cuaresma apenas iniciada ayuda a focalizar si nos encontramos dentro de esta búsqueda, o si estamos todavía saldamente guiados por satanás, mientras nos ilusionamos de seguir a Jesús. Porque el relato de las tentaciones padecidas por Cristo es icono de cada discípulo sometido a la necesidad de verificar siempre la propia secuela. Noten inmediatamente como el enemigo adelante su propuesta, casi como si fueran elecciones mejores para conseguir el objetivo del proprio camino: si eres el Hijo de Dios… Las tentaciones nos caen encima en 2 modos cuando se busca el bien: o robándonos el deseo de buscarlo con el desánimo (“no logro!…”), o sino haciendo que lo busquemos en el modo equivocado. El mal se propone siempre con un fin de bien o se presenta de todas maneras (aparentemente) como un proyecto de bien. En la vida no basta tener la intencion del bien. Un proverbio escuchado a través de un sacerdote muchos años atrás se me ha impregnado en la mente: “el camino que conduce directamente al daño está rodeada de buenas intenciones”. Es necesario que nos preguntemos con qué medios, en qué modo se quiere realizar. Y aquí encontramos una neta diferencia entre la estrategia satánica y aquella de Dios que se revela, en los objetivos opuestos, en modo progresivo.

1° intento (vv.3-4): el diablo propone a Jesús, después de un largo ayuno, de satisfacer la propia necesidad material de comer. Sugiere que aproveche de su ser Dios transformando las piedras en pan. Quisiera antes de nada aclarar que seguramente el Señor, después de haber superado la tentación, ¡se habrá hecho un buen almuerzo! Aquí no se trata de demostrar que con Dios se puede dejar de comer. Se trata de aclarar en dónde se quiere poner el principio de vida del hombre. Si mi vida coincide con mi bienestar, entonces el pan y todo lo que lo puede preservar/consolidar se vuelve un absoluto. Todo lo que puede garantirlo es justificable y justifica toda otra elección del comer. Desde esta prospectiva me pregunto si la iglesia en el mundo occidental no haya caído y quedado inmersa en esta tentación. Tomen el reciente caso de aquel hermano de una diócesis veneciana que se descubre tener una doble vida. De día párroco, de noche organizador de orgie. Estamos llamados a no juzgar  al pecador, pero a darnos un claro juicio sobre el pecado: ¿qué señal de los tiempos que vivimos es? Bien, a cuantos entre los parroquianos que se les ha preguntado qué cosa piensan sobre esto, impacta que se haya levantado una defensa general (también del alcalde) del sacerdote, “porque es uno que ha hecho mucho por la ciudad, ha construido la casa parroquial en la montaña, ha hecho la cancha de futbol para la catequesis, organizaba eventos, sabia hablar a la gente, era uno que contagiaba, etc, etc.”. O sea, “ha hecho tantas obras por nosotros, entonces es justificable/pasable lo que vivía, en fondo somos hombres…”. Es verdad, somos hombres y entonces frágiles. Pero ¿es esta la misión del sacerdote? ¿Es esa de garantizar sin duda una linda cancha de futbol o de volévoy para los jóvenes? ¿Es aquélla de satisfacer de todos modos la necesidad de seguridad de las familias, aumentando el grado de confort y de entretenimiento para todos? ¿Es aquélla de ofrecer una disponibilidad absoluta para responder a cada necesidad del pueblo? ¿O no es quizás aquella de manifestar, con su propia vida, las palabras de Jesús: no de solo pan vive el hombre, sino de cada palabra que sale de la boca de Dios? 

2° intento (vv.5-7): observen como el diablo empuja a Jesús del desierto a la ciudad santa. ¿Qué significa? Que las tentaciones no nos dejan ni siquiera cuando nos encontramos en lugares religiosos o en todo caso rodeados de lo sagrado. Mas bien, aquí se hacen más sutiles. También satanás trabaja como teólogo! Lo lleva sobre lo alto del templo y lo invita a hacer la experiencia de ser sostenido por los ángeles de Dios con tanto de citas bíblicas (Sal 91,11-12). ¿No es quizás el Hijo que se fía de las palabras del Padre? ¡Entonces que se haga visible a todos esta confianza total! Se rinda visible a todos quien es el!… Es la tentación del Dios que debe responder a las expectativas religiosas del hombre, para que estas puedan garantizar de tenerlo siempre de su propia parte. Es la tentación de reducirle a la presencia de Dios el espacio de donde sucede lo milagroso. Es la tentación de la religión visible, espectacular, hecha para responder al ansia de seguridad que induce a buscar siempre signos de confirmación divina. Es la tentación de tener a Dios bajo control para someterlo a las propias ventajas, también espirituales. Es la pretensión sutil de ser siempre escuchados por Dios en cambio de escuchar a Él y verificar si mis pretensiones están en línea con sus diseños. Es la tentación de… poner a la prueba a Dios en cambio de someternos libremente a la prueba que  Él permite! ¿Un ejemplo sencillo? Rezo a Dios intentando comprarmelo con miles oraciones, ayunos y otros sacrificios por algo de bueno que deseo: por ejemplo: La sanación de la enfermedad de alguien que amo. Pero la persona no sana. Signo que, o no ha llegado todavía el tiempo de la sanación (porque el bien de la persona no coincide con su salud), o sino en la enfermedad el Señor quiere manifestar el signo inconfundible de su victoria que será siempre sobre la Cruz: cosa de no dar absolutamente por descontado, vista la felicidad con la cual nosotros movemos a Dios donde está siempre la salud y el suceso! No tentarás al Señor Dios tuyo: Dios no se puede comprar ni ponerlo a la prueba; de Él es necesario aprende a confiar!

3° intento (vv.8-11): el diablo lleva a Jesús sobre un monte altísimo. Noten bien: antes sobre la parte más alta del templo, ahora sobre la cumbre de un monte. Satanás ofrece siempre su reino con la fascinación y placer que le son propios. El poder y el dominio sobre los demás, la vanagloria del poseer siempre más en este mundo al precio de la adoración de su dios. ¡Cuántos adoradores de satanás dando vueltas aunque si no lo saben! Aquí, en esta tentación, se ve donde quiere llegar el diablo. Quiere sustituirse a Dios ofreciendo al hombre una falsa gloria, una falsa felicidad, un falso reino. Al final, él es solamente ¡el gran estafador! Todo aquello que ofrece al hombre es solamente aparente y no le da la vida. Cuando llegará la muerte (pero muchas veces también antes de eso) sus dones se revelarán por lo que son: una mentira. El hombre no se llevará nada consigo de este mundo. Jesús empuja con decisión a la tentación. Su reino es el vuelco y la destrucción de la del diablo. Su ser Rey se ha revelado sobre el trono de la Cruz, donde manifestará su libertad absoluta de satanás en el servicio de amor a todos, sin dominar a nadie. Su ser Rey se ha emanado de la tumba de la cual se ha realzado, porque el amor de Dios no engaña y no decepciona el deseo de vida infinita del hombre.

Las tentaciones no son un episodio aislado de la vida de Jesús, no lo son tampoco para nosotros. La vida es un gimnasio en la cual estamos continuamente tentados y entonces adiestrados. Nosotros normalmente pensamos que si no estuvieran (y si no estuvieran también las caídas…) nuestra vida sería mejor y más bella. En cambio nos engañamos. Las tentaciones, sobretodo cuando nos sentimos asaltados por ellas, es la demostración que nos estamos oponiendo al mal. ¡Buena lucha cuaresmal!

NON TI DIMENTICHERÒ MAI

VIII DOMENICA DEL T.O.

Is 49,14-15; 1COR 4,1-5; mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

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“A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”, diceva due domeniche fa il libro del Siracide nella prima lettura della liturgia. Nel vangelo di oggi Gesù ci spiega perché. L’uomo è un essere bisognoso di ricevere e dare amore. L’amore che parte dal suo cuore, alla lunga, gli darà piacere in quello che ama. Ma, nello stesso tempo, gli farà sentire disprezzo verso ciò che gli si oppone. Perciò avviene che, a un certo punto della vita, ci si renderà conto che non si possono amare due realtà incompatibili tra loro come Dio e le ricchezze di questo mondo. L’apostolo Giacomo ce lo annota nella sua lettera: non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito di Dio che abita in noi? (Gc 4,4-5) In altre parole: Dio pazienta con noi, ma non possiamo tenere a lungo un piede nel regno di satana e un altro nel regno di Dio. Affrettiamoci dunque a conoscere l’amore personale del Signore per noi e non rimarremo delusi! Perché il denaro e ogni altra ricchezza di questo mondo, al contrario, non mantengono quello che promettono: ti illudono di farti felice, di darti pace e sicurezza. E invece tristezza, un cuore schiavo della paura e sempre agitato, la propria disumanizzazione e infine la possibile perdizione, sono i frutti amarissimi di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio (Lc 12,21). Ricordate la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro? (Lc 16,19-31)

Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Come sempre, Gesù va alla radice del problema del cuore umano e chiede ai propri discepoli di imparare a vivere fidandoci di Lui. Non preoccupatevi, è il ritornello che sentiamo ripetutamente nel vangelo di oggi: in nove versetti ricorre per ben sei volte. L’invito del Signore è quello di fondare la propria vita sulla scoperta continua del suo amore che oggi, nella prima lettura, ci assicura : si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ce ne fossero, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15). Questo per me è uno dei nomi di Dio più belli nella Scrittura: IO NON TI DIMENTICHERÒ’ MAI. L’amore umano, (persino quello della mamma!..), può sempre tradire. Ma l’amore di Dio giammai tradisce! E se qualche volta satana ti insinuasse più di un dubbio su quanto ci dice la Bibbia, allora vai davanti a un Crocifisso, fai un bel sospiro, cerca di creare dentro di te un po’ di silenzio e trattieni i tuoi occhi su quell’uomo inchiodato alla Croce: quella è la parola irreversibile di Dio per te e per me! Oppure, fa quello che dice oggi Gesù nel vangelo per farci uscire dalla insidiosa spirale delle umane preoccupazioni. Guarda gli uccelli del cielo, i gigli del campo…e io aggiungo: guarda anche le formiche per terra e i pesci nel mare, osserva gli alberi che ti circondano, le stelle che illuminano un cielo notturno…Siamo circondati da una creazione che ci parla dell’amore di Dio per noi. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). La creazione e la Bibbia sono due libri che contengono lo stesso messaggio d’amore di Dio per l’uomo. Il Signore Gesù ci pianta una domanda nel cuore: non valete forse più di loro?…non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Queste parole non spingono a un magico disimpegno solo perché abbiamo Dio che pensa a noi: l’uomo infatti deve lavorare per procurarsi cibo e vestito. Ma ci dice di credere che siamo al centro di un grande amore, che siamo l’opera più importante della sua creazione e di non fare del lavoro, del cibo e del vestito un assoluto; di non farne l’orizzonte ultimo della nostra esistenza.

Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017
Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33): questa è la sfida lanciata ai suoi discepoli. Sperimenta la provvidente cura di Dio nel cibo, nel vestito e in ogni altro nostro bisogno chi non antepone nulla alla giustizia del suo regno; chi invece gioca con Lui a nascondino, sarà più di una volta scettico nei suoi confronti. In quel anzitutto” c’è il segreto dell’esperienza della premurosa bontà di Dio. Se nelle mie decisioni mi guida la ricerca continua del suo regno, scopro la paternità inesauribile di Dio: e il primo regalo che mi fa è sentire che non c’è una gioia e una ricchezza più grande di essere e vivere come figlio suo e fratello di ogni uomo. Allora, poco a poco, i pensieri e le azioni si assestano sulla lunghezza d’onda del pensare e dell’agire divino. Si sentirà sempre più il bisogno di condividere quello che si ha e quello che si è con chi soffre l’ingiustizia di una esistenza non umana, e crescerà sempre di più la propria disponibilità a costruire il regno. Vorrei concludere con questo racconto edificante accaduto veramente negli USA nell’immediato secondo dopoguerra. Ci farà tanto bene ricordarlo quando davanti ai nostri occhi passerà un uomo che bussa alla porta di casa cercando una vita più umana come la tua e come la mia.

Un ragazzo cercava di pagarsi gli studi vendendo fazzolettini di carta e altri oggettini di poco valore bussando di porta in porta per le case. Un giorno, molto affamato, si accorse di avere in tasca solo pochi centesimi. Decise che avrebbe chiesto anche qualcosa da mangiare alla prossima casa dove avrebbe bussato. Tuttavia, si sentì mancare di coraggio quando ad aprire alla porta venne una graziosa giovane dai grandi occhi verdi. Così, invece del cibo, chiese solo un bicchiere d’acqua. La ragazza però si accorse della sua fame e invece di acqua gli portò un grosso bicchiere di latte. Il giovane la ringraziò calorosamente e poi chiese: «le devo qualcosa?» – «Non mi deve niente» gli rispose la ragazza. «Mia madre mi dice che non si deve niente per un atto di gentilezza». Lui replicò: «Allora grazie, grazie con tutto il mio cuore!». Appena Howard lasciò quella casa, non si sentiva meglio solo fisicamente, ma la sua fiducia in Dio e negli uomini era cresciuta molto. Era infatti sul punto di rinunciare e rassegnarsi a non studiare, ma quel piccolo gesto gli aveva ridato la forza e la volontà di continuare a lottare. Molti anni dopo, quella stessa ragazza, ormai divenuta adulta, si ammalò gravemente. I medici locali non sapevano che fare. Alla fine la mandarono in una grande città dove c’erano degli specialisti in grado di curare quella malattia così rara. Il dottor Kelly, un luminare in materia, fu uno degli invitati per il consulto medico. Quando il professore udì il nome della città da cui proveniva la donna, una strana luce gli brillò negli occhi. Accorse immediatamente nel reparto e si fece indicare la camera dove era ricoverata l’ammalata. La riconobbe immediatamente, e non solo per gli occhi verdi. Subito dopo si avviò verso la stanza dove si teneva il consulto medico deciso a fare di tutto per salvare la vita della donna. Da quel momento dedicò tutto il tempo possibile a quel caso. Dopo una lunga e strenua lotta, la battaglia fu vinta. Durante la convalescenza in ospedale della donna il professor Kelly chiese all’ufficio amministrativo di passare a lui il conto finale delle spese mediche. Lo esaminò e poi scrisse alcune parole in un angolo del foglio. Il conto fu poi portato alla paziente. La donna esitò un poco ad aprirlo: era sicura che avrebbe dovuto impegnare tutto il resto della vita per pagare quel conto di certo salatissimo. Alla fine con cautela lo aprì, ma la sua attenzione fu subito attirata dalle parole scritte a mano su un lato del conto. C’era scritto: «Pagato totalmente, molti anni fa, con un bicchiere di latte».

                                                                                  Firmato: dr. Howard Kelly

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“A cada uno se le dará lo que a él le gustará”, decía hace dos domingos el libro del Siracides en la primera lectura de la liturgia. En el evangelio de hoy Jesús nos explica por qué. El hombre es un ser necesitado de recibir y dar amor. El amor que parte de su corazón, a la larga, le dará placer en aquello que ama. Pero, al mismo tiempo, le hará sentir desprecio hacia lo que se le opone. Por esto sucede que, a un cierto punto de la vida, nos daremos cuenta que no se puede amar dos realidades incompatibles entre ellas como Dios y las riquezas de este mundo. El apóstol Santiago nos lo dice en su carta: ¿no saben que amar al mundo es odiar a Dios? Entonces quien quiere ser amigo del mundo se vuelve enemigo de Dios. O quizás piensan que la Escritura declare inutilmente: ¿hasta los celos nos ama el Espíritu de Dios que habita en nosotros? (St 4,4-5) En otras palabras: Dios es paciente con nosotros, pero no podemos tener por mucho tiempo un pie en el reino de satanás y el otro en el reino de Dios. ¡Apurémonos entonces a conocer el amor personal del Señor por nosotros y no quedaremos desilusionados! Porque el dinero y cada otra riqueza de este mundo, al contrario, no mantienen lo que prometen: te ilusionan en hacerte feliz, de darte paz y seguridad. Y en cambio tristeza, un corazón esclavo del miedo y siempre agitado, la propia deshumanización y en fin la posible perdición, son los frutos amargos de quien acumula tesoros para sí y no se enriquece delante de Dios (Lc 12,21). Se acuerdan de la parábola del hombre rico y del pobre Lázaro? (Lc 16,19-31)

Como siempre, Jesús va a la raíz del problema del corazón humano y pide a los propios discípulos de aprender a vivir confiando en Él. No se preocupen, es el coro que escuchamos repetidamente en el evangelio de hoy: en nueve versículos encontramos por seis veces. La invitación del Señor es aquella de fundar la propia vida sobre el descubrimiento continuo de su amor que hoy, en la primera lectura, nos asegura: ¿se olvida quizás una madre de su hijo, al punto de no conmoverse por el hijo de sus entrañas? Aunque si hubiera una, yo en cambio nunca me olvidaré de ti (Is 49,15). Esto para mí es uno de los nombres de Dios mas lindos de la Escritura: YO NUNCA ME OLVIDARÉ DE TI. El amor humano, (¡hasta el de la mamá!…), puede siempre traicionar. Pero el amor de Dios  ¡nunca traiciona! Y si alguna vez satanás te insinuase más de una duda sobre lo que nos dice la Biblia, entonces ponte delante de un crucifijo, da un buen respiro, intenta crear dentro de ti un poco de silencio y detén tus ojos sobre aquel hombre clavado en la Cruz: esa es la plalabra irreversible de Dios para ti y para mi! O también, haz lo que dice hoy Jesús en el evangelio para hacernos salir de la insidiosa aspiral de las humanas preocupaciones. Mira las aves del cielo, los lirios del campo… y yo agrego: mira tambien las hormigas en la tierra y los peces en el mar, observa los árboles que te circundan, las estrellas que iluminan un cielo nocturno… Estamos circundados de una creación que nos habla del amor de Dios por nosotros. Bueno es el Señor con todos, su ternura se expande sobre todas las criaturas (Sal 145,9). La creación y la Biblia son dos libros que contienen el mismo mensaje de amor de Dios por el hombre. El Señor Jesús nos pone una pregunta en el corazón: ¿no valen ustedes más que ellos?… ¿no hará mucho más por ustedes, gente de poca fe? Estas palabras no empujan a un mágico desempeño solo porque tenemos a Dios que piensa en nosotros: el hombre de hecho debe trabajar para procurarse el alimento y el vestido. Pero nos dice que creamos que somos el centro de un gran amor, que somos la obra mas importante de su creación y no hacer del trabajo, del alimento y el vestido un absoluto; hasta volverlo el horizonte último de nuestra existencia. 

Busquen en cambio, sobretodo, el reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas les serán dadas en añadidura (Mt 6,33): este es el desafío lanzado a sus discípulos. Experimenta la providente atención de Dios en el alimento, en el vestido y en cada otra necesidad quien no antepone nada a la justicia de su reino; quien en cambio juega con Él a las escondidas, será más de una vez ascético con respecto a Él. En aquel “sobretodo” está el secreto de la experiencia de la premurosa bondad de Dios. Si en mis decisiones me guía la búsqueda continua de su reino, descubro la paternidad inesaurible de Dios: y el primer regalo que me hace es sentir que no hay un gozo y una riqueza más grande que ser y vivir como hijo suyo y hermano de cada hombre. Entonces, poco a poco, los pensamientos y las acciones se establecen sobre la síntonia del pensar y actuar divino. Se sentirá siempre más la necesidad de compartir aquello que se tiene y lo que somos con quien sufre la injusticia de una existencia humana, y crecerá siempre más la propia disponibilidad a construir el reino. Quisiera concluir con esta historia edificante que sucedió verdaderamente en los Estados Unidos inmediatamente después de la segunda guerra mundial. Nos hará tanto bien recordarlo cuando delante de nuestros ojos pasará un hombre que toca la puerta de casa buscando una vida mas humana como la tuya y como la mia.

Un joven buscaba pagarse los estudios vendiendo pañuelos de papel y otros objetos de poco valor tocando de puerta en puerta por las casas. Un día, hambriento, se dió cuenta que tenía en el bolsillo solo pocas monedas. Decidió que hubiera pedido también algo para comer a la próxima casa que hubiera tocado. Sin embargo, sintió que le faltaba el coraje cuando al abrir la puerta  ve que era una linda joven de grandes ojos verdes. Así que, en cambio del alimento, pidió sólo un vaso de agua. La joven sin embargo se dió cuenta del hambre que tenía y en cambio de agua le ofreció un grande vaso de leche. El joven le agradeció calurosamente y luego preguntó: «¿le debo algo? » – «No me debe nada» le respondió la joven. «Mi mamá me dice que no se cobra nada por un gesto de gentileza». El respondió: «Entonces gracias, gracias con todo mi corazón!». Apenas Howard dejó la casa, no se sentía mejor solo físicamente, sino que su confianza en Dios y en los hombres había crecido mucho. Estaba de hecho al punto de renunciar y resignarse a no estudiar, pero ese pequeño gesto le habia devuelto la fuerza y la voluntad de continuar a luchar. Muchos años después, aquella joven, ya adulta, se enfermó gravemente. Los médicos locales no sabían qué hacer. Al final la envíaron a una ciudad más grande donde estaban los especialistas en grado de curar aquella enfermedad así rara. El doctor Kelly, un eminente en materia, fue uno de los invitados para la consulta medica. Cuando el profesor escuchó el nombre de la ciudad de la cual provenia la mujer, una extraña luz le brilló en los ojos. Se acercó inmediatamente al reparto y se hizo indicar el cuarto donde estaba la enferma. La reconoció inmediatamente, y no solo por los ojos verdes. Inmediatamente después se dirigió hacia el cuarto donde se tenia la consulta médica decidido a hacer de todo para salvar la vida de la mujer. Desde ese momento dedicó todo el tiempo posible a aquel caso. Después de una larga y extenuante lucha, la batalla fue vencida. Durante la convalecencia en el hospital de la mujer el profesor Kelly pidió a la oficina administrativa de pasar a él la cuenta final de los gastos médicos. Lo examinó y luego escribió algunas palabras en un ángulo de la hoja. La cuenta fue luego llevada a la paciente. La mujer titubió un poco en abrirlo : estaba segura que hubiera debido empeñar todo el resto de su vida para pagar aquella carisima cuenta de seguro. Al final con cautela lo abrió, pero su atención fue inmediatamente atraída por las palabras escritas a mano al lado de la cuenta. Estaba escrito: «Pagado totalmente, muchos años atrás, con un vaso de leche»  

Firmado: dr. Howard Kelly.

GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

VII DOMENICA DEL T.O.

Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

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Il fatto che Gesù diede l’insegnamento che stiamo ascoltando da un paio di domeniche su una montagna, significa molto. Il cammino dell’amore infatti è graduale. Cioè, avanza per gradi. Come quando si scala una montagna. Per chi la ama, non è difficile capirlo. Ci sali su con grande fatica e crescenti ostacoli ma, ad ogni tappa della scalata in cui ti fermi, ti guardi attorno, in alto o giù, e vedi sempre qualcosa di nuovo che prima non vedevi. Il vangelo di oggi ci porta sulla sommità della montagna chiudendosi al v. 48 con la chiamata finale a quella santità che già nel libro del Levitico (1a lettura) Dio comandava al suo popolo: siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19,2). Sulla vetta della montagna, dove si ha la massima panoramica e dove si vede meglio che cos’è la vita, c’è l’Amore gratuito e incondizionato di Dio verso tutti, anche i nemici. Gesù ci rivela dunque in cosa rifulge la santità di Dio, nonché la vetta del nostro cammino: voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48). Poi, metterà la sua firma su quanto detto nel discorso della montagna quando Egli stesso salirà sulla sommità del Golgota, manifestando la Gloria della santità divina nel morire in Croce come un empio, perdonando tutti.

Sto pensando a quanto sia difficile amare chi non è amabile, amare chi ci è avverso. Sto ricordando le innumerevoli volte in cui ho ascoltato fratelli e sorelle nella fede confessare di non riuscire a perdonare chi aveva loro recato qualche danno; a come mi sono sempre sentito solidale verso loro in questo senso di impotenza. Però, penso anche a quanto sia facile crearci un alibi e giustificarci perché ci diciamo: “è troppo difficile, non ci riuscirò mai”; oppure, “a perdonare ci riescono solo i santi”, mentre avvertiamo pienamente il nostro essere piccoli e peccatori, incapaci ad amare fino a tal punto.

Caro Giacomo che stai scrivendo, caro fratello e cara sorella che mi stai leggendo, diciamoci la verità. Certo, perdonare non ci è spontaneo, è molto faticoso alla nostra natura. Ma se stiamo camminando dietro di Lui, se siamo davvero innamorati delle parole di Gesù, può il Signore chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere? Avremmo un Dio così sadico ed esigente da chiedere ai suoi figli qualcosa di così irraggiungibile? No, Dio che muore sulla Croce non è così. Dio che muore sulla Croce è Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), e non chiede loro di pagare le bollette della luce e dell’acqua! La seconda lettura di oggi ci pone con il vangelo un interrogativo cruciale: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?…Santo è il tempio di Dio che siete voi (1Cor 3,17). Dunque la nostra fede ci ricorda che lo Spirito Santo vive in noi e ci può portare alla vetta dell’amore, se davvero impariamo ad obbedirgli. Se davvero stiamo rischiando la nostra vita per le parole di Gesù, se davvero sono disposto a perdere tutto ciò a cui sono attaccato per Lui; allora, la ineffabile esperienza di amare come Gesù mi sarà data! Il Signore è ansioso di farci questo dono! Non è vero che solo i grandi santi canonizzati dalla sua Chiesa sono riusciti a perdonare i nemici. Ci sono tanti piccoli e poveri peccatori come te e come me che ci sono riusciti!

Interrompo ora le mie parole per lasciare spazio a quelle di un sacerdote romano che il 5 febbraio del 2006 incontrò la morte nella sua piccola parrocchia a Trebisonda (Turchia) per mano di un estremista islamico. Davanti alla vetta dell’amore raggiunta da questo fratello unito nel sacerdozio ministeriale, preferisco lasciar parlare lui. La lettera che scrisse ai suoi amici a Roma soltanto pochi giorni prima della sua morte (31 gennaio 2006), è una perla dalla bellezza incomparabile. Vi invito a leggerla attentamente, anche se lunga. Prima però, una breve preghiera: caro Andrea che splendi nei cieli, prega per noi affinché non indietreggiamo nel cammino e non abbiamo più paura della Croce; perché un giorno possiamo giungere ad amare come Gesù, perdonando di cuore l’uomo che ci fa del male.

D.Andrea Santoro + 5.02.2006
                              D. Andrea Santoro + 5.02.2006

Carissimi, 

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre, è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumoroso. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4/5 ragazzi, sui 14/15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: “Ma sei qui perché ti hanno obbligato?”. “No, sono venuto volentieri, liberamente”. “E perché?”. “Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…”. “Ma sei contento? (hanno usato la parola “mutlu” che in turco vuol dire felice)”. “Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi e sono ancora più contento. Vi voglio bene”. A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: “Anche noi ti vogliamo bene”. Dirsi: “Ti vogliamo bene”, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare … E non è vero che “se ami conosci Dio” e lo fai conoscere e, se non ami, anche se possiedi la scienza, se parli tutte le lingue, se distribuisci beni ai poveri non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
 

Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte ancora mi fa male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano 3 giovani sui 25/30 anni. Uno mi ha chiesto: “Si ricorda di me?”. Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. “Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni”. “Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro”. Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del Vangelo esposta nella bacheca: “Amate i vostri nemici” e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: “Getta i fiori a chi ti getta i sassi”. Poi ha continuato: “Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’abbiamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?”. “Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia”. Hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto! Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano.Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: “Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri”. Un’altra volta entrano due ragazze: “Padre mi riconosce?”, mi fa una. “Si, certo!”. “Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?”. “Si, è così”. “Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…”. “Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?”. “No, acqua”. “Ecco appunto. Ma non è facile. Questo però è il Vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…”Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa, a scuola, in chiesa e su ogni altro campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il “mio” fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, della inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del “suo” Spirito per tenere a bada il mio. Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di “piccoli provocatori” di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei “piccoli” che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li “scandalizzano” cioè quanti sono per essi “motivo di inciampo e di induzione al male”. Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo “parlare male” dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che “tutti i turchi fanno cose turche”. Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: “Tutto il mio vicinato mi è addosso…anche i monelli hanno ribrezzo di me…mi danno la baia…” (Gb 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon (Trebisonda) mi hanno parlato del pianto dei loro bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. “Se mi assalgono e io rispondo, sono ancora cristiano?” mi chiedeva preoccupato e pensoso. “Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito “l’occhio per occhio e dente per dente”. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero…”. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle “premure” della polizia che pur garantendogli piena libertà (“la Turchia è uno stato laico, sei libero”, gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché “pagana e idolatra”, e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente “libera” e davvero “sorella” di tutti. 


Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. 
Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o collettiva.

La ricchezza del medio oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere “terra santa” per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla “rivelazione” di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del medio oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che “si rivela” e che “appassionatamente” si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo “luminoso”, “unico” e “malato” del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere “signori” della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un Vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un “vantaggio” che può sembrare “svantaggioso” e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di “questo” Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come “cristiano”, “sale” nella minestra, “lievito” nella pasta, “luce” nella stanza, “finestra” tra muri innalzati, “ponte” tra rive opposte, “offerta “di riconciliazione? Molti ci sono, ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle 3 settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze. Ringrazio Dio di quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire “sì” alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Santoro

FA LUCE A TUTTI E DA SAPORE

V DOMENICA DEL T.O.

 

Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

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Pensandoci bene, se consideriamo solo umanamente le Beatitudini come strada per giungere alla felicità, dovremmo ammettere che è pura follia. La nona Beatitudine, compendio delle otto precedenti, proclama felici ed invita persino all’esultanza coloro che vengono oltraggiati per il nome di Gesù: una pazzia! In realtà lo è tutto il Discorso della montagna (capp.5-7), iniziato con il vangelo di domenica scorsa. Lo vedremo meglio nelle prossime domeniche. Direi di più: lo è tutto il vangelo per chi non si fida di Gesù. S.Paolo lo dice con un’espressione molto efficace: e mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1,22-23). Il Vangelo alla lunga risulterà solo uno scandalo o follia per chi non vuole saperne della vita di Gesù; mentre, per chi continua a scommettere sulle sue parole, la follia della sua Croce diventa la cosa più ragionevole della nostra esistenza.

Nel vangelo di oggi Gesù indica due qualità che identificano chi davvero sta percorrendo la strada delle Beatitudini: egli è sale della terra e luce del mondo. Il discepolo di Cristo infatti non ha necessariamente un curriculum fatto di titoli di studio, di particolari esperienze, di carismi o retaggi speciali provenienti dal passato. Di sicuro chi segue Gesù comincia a dare un sapore particolare alle cose umane più semplici al punto che, chi entra in relazione con lui, “sente” la sua umanità come il sale che insaporisce una buona pietanza o che lo preserva dalla dilagante corruzione come nella sua azione conservatrice degli alimenti. Chi segue Gesù rifugge dall’apparire sui palcoscenici e non fa nulla per farsi notare. Ma, essendo sale, cioè qualcosa che da un sapore nuovo alla sua e alla altrui vita, finisce per non passare inosservato. Questo il senso delle parole di Gesù nei vv.14-16: la sua vita diventa bella, di una bellezza che si può contemplare e che conquista gli altri glorificando Dio.

La prima lettura tratta dal profeta Isaia suggerisce quella concretezza in cui la nostra vita può rivelarsi come il sale che poco a poco la rende più bella e luminosa: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri e senza tetto, vestire chi è nudo senza trascurare i parenti, togliere di mezzo l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, saziare l’afflitto di cuore. Come avrete intuito, è l’amore disinteressato che si prende cura degli altri quel sale che ci fa luce del mondo: allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto…allora brillerà fra le tenebre la tua luce…(Is 58,8-10). Nella mia comunità parrocchiale ho dei fratelli e delle sorelle che sono molto impegnati nel cammino della carità cristiana. Un gruppo della Caritas e un gruppo di una nuova associazione che si chiama Opera Matteo. Hanno deciso di dialogare tra loro, di collaborare insieme, di progettare insieme, nel rispetto della propria diversità. Hanno deciso di non mettere al centro la loro identità di gruppo, la loro peculiarità. Hanno messo al centro prima il povero, l’affamato, l’afflitto, il senza tetto. Così oggi, nella piccola canonica della loro parrocchia, con pochissimo spazio a disposizione, introducono in casa i poveri che sono affamati di pane e di essere ascoltati. Alcuni di loro hanno aperto anche gli spazi della propria casa e della propria attività lavorativa e si stanno ingegnando per cercare di dare una risposta concreta ai problemi urgenti di chi vive un generale disagio. Vedere come stanno cercando di operare silenziosamente per vivere la parola di Dio, vedere il loro tempo libero che dedicano al Signore, vedere la costante ricerca di iniziative che facciano crescere la disponibilità di altri per lavorare nella sua vigna: tutto questo mi fa ringraziare e glorificare Dio perché non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,14-16).

Nelson Mandela sapeva che l’uomo non brilla di luce propria, ma porta dentro di sé una luce che non conosce e che però vuol farsi conoscere: perciò ne ha paura. Credo che il suo celebre pensiero (riportato qui sotto) spicca nella storia della umanità come uno dei migliori commenti a questi versetti del vangelo:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più
.
Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? ”
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

BUONA DOMENICA!

FELICI DI GESÙ

IV DOMENICA DEL T.O.

Sof 2,3.3,12-13; 1cor 1,26-31; mt 5,1-12

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Molti parlano di felicità. Andate su facebook o altri social. Chi passa almeno una volta al giorno da quelle parti credo mi stia capendo. Tutti (o quasi) a dare ricette, a indicare poeticamente una via, oppure a citare questo o quell’altro sulla felicità. Magari, dopo nemmeno qualche ora, alcuni fra essi sparando giudizi a destra e a manca solo per qualche contrarietà. Poi ti giri un po’ intorno e non è che trovi subito al primo angolo della strada di casa una persona felice. Anche Gesù parlò di felicità. Ma, come sempre, dentro la cornice di un sano realismo. Si può essere felici già su questa terra, certamente. Però ciò che Gesù indica per giungere alla felicità non ha grande “audience”, tutt’altro.

Come in tante altre circostanze, mi sarebbe piaciuto vedere le reazioni della folla che quel giorno udì il Signore annunciare la felicità eterna per i poveri, per quelli che sono nel pianto, per i miti, per quelli che hanno fame e sete della giustizia o sono perseguitati per essa, per i misericordiosi, per i puri di cuore, gli operatori di pace, e per tutti i perseguitati e insultati a causa del suo nome. Gli avranno creduto subito? Avranno chiesto spiegazioni? Gli avranno dato del matto? Ci siamo tanto, ma tanto abituati a leggere questo vangelo. Io per primo. Ma se prendiamo seriamente quello che Gesù dice, è davvero sconvolgente: la beatitudine, ovvero la felicità per sempre, è promessa a coloro che in questo mondo normalmente sono sconfitti, scartati, diseredati, quelli che non contano a niente, quelli che non hanno alcuna presa sugli altri, ridicolizzati, deboli, disprezzati, insignificanti. E poi quelli che vengono calunniati, quelli che portano addosso l’obbrobrio di Gesù (Eb 13,13). Tutta una umanità che soffre, poco attraente.

Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017
                     Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

Adesso fermiamoci un attimo. Rileggiamo lentamente il vangelo. Rispondiamo personalmente: ma davvero ci credo che la strada della felicità è indicata nelle beatitudini di Gesù? Quando partii nell’anno 2003 per l’America Latina (Perù) avevo nel cuore ancora la certezza che lì la Chiesa intera vivesse davvero “l’opzione preferenziale per i poveri”. Ero un po’ più giovane. Poi scoprii che lì almeno tre quarti delle forze della Chiesa tra sacerdoti, comunità di consacrati, associazioni e istituti secolari di vita apostolica, hanno sede e vivono il loro ministero nel centro moderno della città di Lima che forse non arriva nemmeno a un quarto della sua popolazione totale. In periferia, tra le masse anonime di poveri che non vivono come noi, ci va a vivere solo una piccola percentuale delle forze ecclesiali. Fu una delusione. Però alla lunga è diventata una bella provocazione per la mia vita. Voglio seguire Gesù perché altri lo seguono o perché liberamente voglio aderire al suo programma di vita che trovo nel Vangelo? Dove appoggio la mia scelta? Sulla sua Chiesa, fatta di uomini fragili come me, o sulla parola del Signore? Forse che il Signore mi chiede di controllare se gli altri stanno veramente scegliendo Lui con le sue scelte, oppure ogni giorno rivolge a me questa domanda?

Ho riletto anch’io il vangelo. Dalla mia cecità mi pare di intravedere il filo sottile che unisce tutte le beatitudini. Chi ama diventa povero in spirito per rispettare e lasciare sempre spazio al suo prossimo, e per lasciar fare a Dio il suo mestiere. Chi ama diventa irreversibilmente una persona mite, virtù di chi matura nella fede. Chi ama vive costantemente affamato e assetato di giustizia, oppure perseguitato per essa, perché la giustizia umana è quasi sempre ingiusta. Chi ama diventa misericordioso, perché si accorge ogni giorno di ricevere misericordia. Chi ama diventa puro di cuore, perché l’amore nel tempo purifica. Chi ama diventa un operatore di pace, perché l’amore riconcilia con se stessi e con gli altri. Chi ama inevitabilmente sarà insultato, perseguitato e calunniato, semplicemente perché si trova nel cammino non davanti, ma dietro a Gesù.

Chi ama? Una cosa sola è certa. Gesù ci ama veramente. La sua storia è lì, nei vangeli, a ricordarcelo; ed è lì, nel sacramento della Eucarestia, a rendercela presente. Allora si capisce perché, se uno davvero sta imparando ad amare, prima o poi si rallegrerà e non si lamenterà più di quello che gli potrà toccare in sorte come sofferenza (Mt 5,12). Perché dunque così pochi disposti a entrare in questo cammino e così tanti disposti a vivere di surrogati d’amore? Mi sento incerto a dare una risposta, in fin dei conti siamo tutti un mistero. Ma oso darla: perché imparare ad amare fa soffrire. E noi non vogliamo più soffrire. Eppure, se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua…

S.Paolo nella seconda lettura invita a considerare la nostra chiamata (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente il senso profondo delle beatitudini. Ci dice: prima di tutto datevi una occhiata intorno e osservate se tra voi che avete sentito la chiamata di Gesù c’è gente sapiente, potente e di nobili origini. Ce ne sono ben pochi. Ed ecco la rivelazione: in tre versetti, per tre volte, viene ripetuto Dio ha scelto (vv.27-29). Sì, anche Dio fa le sue scelte. Proprio qui, sinteticamente, ritroviamo le beatitudini del vangelo: ciò che è stolto, ciò che é debole, ciò che è ignobile e disprezzato, ciò che è nulla per il mondo, Dio lo ha scelto! Il motivo riassuntivo: perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio (1Cor 1,29).

Chi sta imparando ad amare infatti, si ritrova pian piano a scegliere quello che Dio sceglie, cartina di tornasole per verificare se si sta seguendo Lui oppure se stessi, con quel sottilissimo e ben nascosto compiacimento per il bene che si fa. Solo chi sta imparando ad amare comincia ad essere felice. Avendo accettato di essere solo una creatura e di non essere la sorgente dell’amore, è contento di una sola cosa ed è il suo unico vanto: di avere come Dio e sole della propria vita Gesù Cristo Nostro Signore, perché come sta scritto: chi si vanta, si vanti nel Signore (1Cor 1,31). 

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Muchos hablan de felicidad. Vayan a facebook u otros medios sociales. Quien pasa al menos una vez al día por esas partes creo que me está entendiendo. Todos (o casi) a dar recetas, a indicar poéticamente un camino, o también a citar esto o lo otro sobre la felicidad. Quizás, ni siquiera después de algunas horas, algunos entre ellos disparando juicios por aquí y por allá solo por alguna contrariedad. Luego miras un poco a tu alrededor y no es que encuentres inmediatamente en la primera esquina de la calle de casa una persona feliz. También Jesús habló de felicidad. Pero, como siempre, dentro del cuadro de un sano realismo. Se puede ser feliz ya sobre esta tierra, seguramente. Pero lo que Jesús indica para alcanzar la felicidad no tiene grandes “audiencias”, todo lo contrario.

Como en tantas otras circunstancias, me hubiera gustado ver las reacciones de la gente que aquél día escuchó al Señor anunciar la felicidad eterna para los pobres, para aquellos que están en el llanto, para los humildes, para aquellos que tienen hambre y sed de justicia o están perseguidos por ella, para los misericordiosos, para los puros de corazón, los trabajadores por la paz, y para todos los perseguidos e insultados a causa de su nombre. ¿Le habrán creído inmediatamente? ¿Habrán pedido explicaciones? ¿Lo habrán tachado de loco? Nos hemos acostumbrado tanto, pero tanto acostumbrado a leer este evangelio. Yo en primer lugar. Pero si tomamos seriamente aquello que Jesús dice, es verdaderamente desconcertante: las bienaventuranzas, o más bien la felicidad para siempre, es prometida a aquellos que en este mundo normalmente son derrotados, descartados, desheredados, aquellos que no cuentan para nadie, aquellos que no tienen algún peso sobre los demás, ridiculizados, débiles, despreciados, insignificantes. Y luego aquellos que vienen calumniados, aquellos que llevan encima la ignominia de Jesús (Heb 13,13). Toda una humanidad que sufre, poco atrayente.

Ahora detengámonos un momento. Volvamos a leer lentamente el evangelio. Respondamos personalmente: ¿Pero de verdad creo que el camino de la felicidad está indicada en las bienaventuranzas de Jesús? Cuando partí en el 2003 para América Latina (Perú) tenía en el corazón todavía la certeza que allí la Iglesia entera viviera de verdad “la opción preferencial por los pobres”. Era un poco más joven. Luego descubrí que allí al menos tres cuartos de las fuerzas de la Iglesia entre sacerdotes, comunidades de consagrados, asociaciones e institutos seculares de vida apostólica, tienen como sede y viven su ministerio en el centro moderno de la ciudad de Lima que quizás no llega ni siquiera a un cuarto de su población total. En la periferia, entre las masas anónimas de pobres que no viven como nosotros, va a vivir solo un pequeño porcentaje de las fuerzas eclesiales. Fue una desilusión. Pero a la larga se volvió una hermosa provocación para mi vida. ¿Quiero seguir a Jesús porque otros lo siguen o porque libremente quiero adherir a su programa de vida que encuentro en el Evangelio? ¿Dónde apoyo mi elección? ¿Sobre su Iglesia, hecha de hombres frágiles como yo, o sobre la palabra del Señor? ¿Quizás que el Señor me pide que controle si los otros están verdaderamente eligiendo a Él con sus elecciones, o quizás cada día dirige a mí esta pregunta?

He vuelto a leer también yo el evangelio. De mi ceguera me parece entrever el hilo sutil que une todas las bienaventuranzas. Quien ama se vuelve pobre en espíritu por respetar y dejar siempre espacio a su prójimo, y para dejar hacer a Dios su trabajo. Quien ama se vuelve irreversiblemente una persona humilde, virtud de quien madura en la fe. Quien ama vive constantemente hambriento y sediento de justicia, o más bien perseguido por ella, porque la justicia humana es casi siempre injusta. Quien ama se vuelve misericordioso, porque se da cuenta cada día de recibir misericordia. Quien ama se vuelve puro de corazón, porque el amor en el tiempo purifica. Quien ama se vuelve un operador de paz, porque el amor reconcilia consigo mismo y con los demás. Quien ama inevitablemente será insultado, perseguido y calumniado, simplemente porque se encuentra en el camino no delante, sino detrás de Jesús.

¿Quién ama? Una cosa sola es cierta. Jesús nos ama verdaderamente. Su historia está allí, en los evangelios, para recordárnoslo; y está allí, en el sacramente de la Eucaristía, a rendírnosla presente. Entonces se entiende por qué, si uno de verdad está aprendiendo a amar, antes o después se alegrará y no se lamentará de aquello que le podrá tocar en su suerte como sufrimiento (Mt 5,12). ¿Por qué entonces así pocos dispuestos a entrar en este camino y así tantos dispuesto a vivir de subrogados de amor? Me siento incierto a dar una respuesta, en fin de cuentas somos todo un misterio. Pero me atrevo a darla: porque aprender a amar hace sufrir. Y nosotros no queremos sufrir más. Y sin embargo, si alguien quiere venir detrás de mí reniegue así mismo, tome su cruz y me siga

S.Pablo en la segunda lectura invita a considerar nuestra llamada (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente en el sentido profundo de las bienaventuranzas. Nos dice: antes de nada den una mirada alrededor y observen si entre ustedes que han escuchado la llamada de Jesús hay gente sabia, potente y de origen noble. Hay pero muy pocos. Y he aquí la revelación: en tres versículos, por tres veces, viene repetido Dios ha elegido (vv.27-29). Sí, también Dios hace sus elecciones. Justamente aquí, sintéticamente, encontramos las bienaventuranzas del evangelio: lo que es común y despreciado en este mundo, lo que es nada, para deducir a la nada lo que es. Y así ningún mortal podrá alabarse a sí mismo ante Dios (1Cor 1,28).

Quien está aprendiendo a amar de hecho, se encuentra poco a poco a elegir lo que Dios elige, papel para verificar si se está siguiendo a Él o a sí mismos, con aquel sutilísimo y bien escondido complacimiento por el bien que se hace. Solo quien está aprendiendo a amar comienza a ser feliz. Habiendo aceptado de ser solo una criatura y de no ser la fuente del amor, está contento de una sola cosa y es su única vanidad: de tener como Dios y sol de la propia vida Jesucristo Nuestro Señor, porque así está escrito: El que se gloríe, que se gloríe en el Señor (1Cor 1,31)

 

DOV’È COLUI CHE E’ NATO?

EPIFANIA DEL SIGNORE

Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
Il viaggio dei re Magi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Nella notte della nuova creazione Luca evangelista non ci ha parlato di tutti quelli che si recarono presso la sacra mangiatoia. Matteo invece ci dice che a Betlemme, al cospetto di Gesù appena nato, giunsero da lontano, dopo breve sosta a Gerusalemme, anche dei misteriosi personaggi che successivamente la Tradizione ha enumerato e nominato: erano tre e si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Essi, guidati da un astro apparso in cielo, credettero giustamente di dover cercare nella capitale d’Israele il neonato regale. Naturalmente, si recarono dal re Erode in persona per rivolgergli la debita domanda: se infatti un re è nato, si deve trovare dalle sue parti, cioè nei palazzi dove vivono tutti i re (Mt 2,2). Rimango sempre molto colpito da ciò che suscitò quella domanda nel cuore di Erode e di tutta Gerusalemme. A parte il turbamento tipico di tutti quelli che vivono come se il mondo girasse intorno a loro, persone che non possono assolutamente sopportare che qualcuno rubi loro la scena, mi pare evidente, dalla diffusione generale di tale turbamento, che tutta la città del popolo eletto non si stesse dando molto da fare per scrutare i segni e i tempi della venuta del Messia.

In ogni caso, il turbamento di Erode (così diverso da quello di Maria!) lo porta a riunire il suo stato maggiore religioso per cercare di capire dove doveva nascere il Messia. E costoro gli offrono una indicazione della Sacra Scrittura con precisione chirurgica (Mt 2,5-6). A questo punto Erode, autentico lupo travestito da agnello, chiede notizie ai Magi circa la stella che li stava guidando, dice loro di andare pure a Betlemme, di raccogliere le dovute informazioni e fargli sapere qualcosa sul neonato, perché anch’io venga ad adorarlo (Mt 2,7-8). Le trame di morte hanno sempre una bella maschera di bontà. Tutti i loro artefici assomigliano al loro maestro: satana, artista unico nel camuffare le proprie intenzioni attraverso progetti di bene!

Sappiamo come finì il viaggio-ricerca dei Magi. La stella riapparve (confermando l’indicazione della Bibbia) proprio su Betlemme, sul luogo preciso dove nacque Gesù (Mt 2,9). Quanto avrei desiderato vedere i volti di quegli uomini venuti da lontano quando scoprirono il luogo così povero e comunissimo dove nacque il Re dei re. Quale stupore, quale silenzio, quale sorpresa dovettero invadere i loro cuori alla vista del bambino in braccio a sua madre! Per questo il testo ci dice che essi si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 2,11). Un comportamento che manifesta la convinzione di essere davanti a qualcuno di meraviglioso che si percepisce in tutta la sua regalità.

Che cosa ha da dire a noi questo racconto della venuta dei Magi a Betlemme? Tantissime cose, ma ne sottolineiamo solo alcune. A parte il fatto che essi rappresentano tutte le genti giunte da lontano per riconoscere nel bimbo che giace nella mangiatoia il Salvatore del mondo, i Magi ci ricordano che non basta sapere dove è nato Dio tra gli uomini. Se lo si vuole davvero incontrare, se lo si vuole riconoscere come tale, se si vuole vedere “dove” si trova Colui che è nato, bisogna accettare la fatica di un cammino fatto di luci e ombre, di ricerca e di riflessione, di gioia e di dolore, di dubbi e domande, di insicurezza e di speranza. Bisogna lasciarsi guidare da una stella. Chi volesse percorrere una scorciatoia, rischierebbe grandi delusioni. O, peggio ancora, rischierebbe di diventare come Erode, egoista fino al punto da voler uccidere un bimbo appena nato che non è venuto a sottrargli niente; oppure come i sacerdoti e gli scribi, che mettono il loro minuzioso sapere al servizio del suo progetto di morte, senza avvertire minimamente l’arrivo del tempo del messia tanto atteso e senza dare il minimo credito al segno dei misteriosi uomini venuti da lontano per onorarlo. La fede è un affare da vivere/soffrire in prima persona. Altrimenti rischia di diventare un grande auto-inganno per tutti coloro che pensano di conoscere le cose di Dio.

LA GIOIA E LO SCANDALO

3a DOMENICA DI AVVENTO

Is 35,1-6a.8a.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Giovanni il Battista ha annunciato “colui che viene” come il più forte, come colui che realizza il giudizio di Dio con la scure posta alla radice di ogni albero cattivo, pronto a bruciare ogni sorta di male (Mt 3,10-11). Ma, similmente a quel giorno in cui rimase allibito vedendo il Signore venirgli incontro in fila con i peccatori per farsi battezzare, ora, gettato in carcere, l’ultimo dei profeti è smarrito: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? (Mt 11,3) – manda a dire a Gesù, così diverso nel suo agire e parlare con gli uomini dal veniente predicato. Allora delle due l’una: o è sbagliata la sua attesa, o è sbagliato pensare che Gesù è l’atteso. Ecco il senso della domanda inviata.

13-bis
Giovanni in carcere, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

La realtà ti parla del vangelo e il vangelo ti parla della realtà. Basterebbe questo primo passo del vangelo (e scusate se mi ripeto in tema), per leggere dentro quel che accade oggi nella chiesa di Dio, sotto il pontificato di Francesco. Non finiscono mai di moltiplicarsi gli sdegni, i turbamenti, i dubbi dottrinali, se non addirittura le sentenze e le puerili dietro-ideologie, difronte al modo di agire e di parlare di Francesco. Ma la radice comune è quella: la fatica di credere che “colui che viene” sia così come il vangelo ce lo racconta, e non come supporrebbe o vorrebbe il bisogno della nostra testa che pretende sempre puntuali accertamenti normativi su ogni problema umano che la fede affronta.

10-bis
Giovanni battezza al Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

La grandezza vera di Giovanni (decantata anche dal Signore nella seconda parte del vangelo) sta esattamente nel mettere in crisi se stesso piuttosto che l’Atteso: davanti al suo essere così diverso dalla propria attesa, la sua incomprensione non diventa paura aggressiva, la sua certezza non diventa minaccia per chi non si allinea con essa. Giovanni non si irrigidisce. Piuttosto, il suo sbigottimento si fa stupore, la sua austera, rocciosa integrità, si fa domanda smarrita che attende una risposta. Come il salmista che, più o meno alla fine del percorso del suo cammino, recita con sapienza: giunga il mio grido fino a te Signore, fammi comprendere secondo la tua parola…come pecora smarrita vado errando, cerca ancora il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti (Sal 119). Giovanni è davvero il più grande, ma perché? Perché come ogni vero uomo di Dio, soprattutto quando si sente sicuro di conoscerlo, resta aperto al suo Mistero con una domanda che può compromettere le proprie certezze. Non crede forse a Colui che dice: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie ? (Is 55,8). Giovanni è davvero il più grande perché si fa piccolo davanti alla assoluta novità di Gesù! Nuova a tal punto che, in continuità con la storia di Israele, fa esprimere così il Signore mentre tesse l’elogio del Battista: ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Mt 11,11). Vediamo morire Giovanni martire dopo questa domanda; dopo aver ricevuto risposta da Gesù che, piuttosto che offrirgli una risposta “dottrinale”, lo rimanda alle opere che i suoi discepoli possono da se stessi vedere ed udire (Mt 11,4-5). L’uomo di Dio diventa piccolo davanti all’inafferrabilità del suo Mistero, egli sa fermarsi alla sua soglia per lasciare il testimone ad un altro. Sa accontentarsi del responso divino che lo invita ad ammirarlo nelle sue opere.

Tornando alla realtà, dove possiamo trovare un Giovanni Battista dei tempi odierni? Nel monastero “Mater Ecclesiae”, presso i giardini vaticani, dove abita dal 2 maggio 2013. Prega ogni giorno per la chiesa di Dio sparsa per il mondo, in particolare per papa Francesco. Perché? Perché lui sa cosa vuol dire essere alla testa della chiesa, perché ha conosciuto il peso dell’incarico. Ma proprio lui, Benedetto XVI, il grande e finissimo teologo, ha dato a tutti lezione di amore al Signore e alla sua chiesa compiendo il passo che tutti sappiamo. Straordinaria quanto inattesa testimonianza dell’uomo di Dio che ascolta incessantemente nel suo cuore le ispirazioni divine, senza volerle piegare alle proprie sicurezze. Nel disegno di Dio non c’è Gesù senza Giovanni il precursore. Analogamente, nella storia della salvezza che continua nella chiesa, non c’è Francesco senza Benedetto. Ma gli uomini (soprattutto di chiesa!), nella propria delirante pseudo-realtà, fanno mettere contro i due; mentre la ben altra realtà della loro fraternità li chiama a conversione!

Cosa dice a tutti il vangelo in questa 3a domenica di Avvento? Che Gesù sarà sempre la gioia di chi lo accoglie così come Lui si rivela (Mt 11,6). E sarà invece sempre pietra di scandalo per chi ha la pretesa di dirigere il pensiero del Signore. Nel cammino della vita spirituale infatti, alla fine, ci è chiesto di abbandonarci a Lui, come fece il Battista in carcere. Dobbiamo guardarci da una tentazione: quella di voler dare consigli allo Spirito Santo, anziché riceverli. Infatti, “chi ha diretto lo Spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti?” (Is 40,13). Lo Spirito Santo dirige tutti, e non è diretto da nessuno; guida, ma non è guidato. C’è un modo sottile di suggerire allo Spirito Santo quello che dovrebbe fare con noi e come dovrebbe guidarci. (P.Raniero Cantalamessa, 2a predicazione d’Avvento alla Casa Pontificia, 9.12.2016). Chiediamo in dono a Dio un anticipo della gioia del Natale. Chiediamogli di donarci quello che diceva a se stesso Papa Giovanni XXIII: “Devo mettermi in testa che siccome Dio mi vuole bene, è inutile che gli dia consigli sul mio avvenire, devo solo abbandonarmi alla Sua volontà”. Abbandonarsi a Dio, lasciare a Lui le risposte che il nostro cuore non riesci a darsi, è fonte di pace e di gioia.

BUONA DOMENICA!

CERCATI UN DESERTO

2a DOMENICA DI AVVENTO

Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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La prima domenica di Avvento ci ha dato una scossa, non per riempirci di angoscia e paralizzarci, ma per riportare i nostri cuori alla sola speranza che regge all’urto della storia e di ogni tragico, inevitabile evento in cui ci imbattiamo, siano essi rivolgimenti della natura o fatti provocati dagli uomini. Gesù è il futuro e l’unica speranza del credente.

La liturgia della parola oggi ci presenta Giovanni Battista, l’uomo che incarna un’esistenza impregnata di fedeltà ai messaggi profetici provenienti dal passato, nonché un’attiva testimonianza tutta protesa verso il futuro: cioè verso colui che viene dopo di me (Mt 3,11). La sua sobrietà, il suo stile di vita in linea con i veri profeti d’Israele (Mt 3,4) dovettero colpire molto il cuore del popolo: lo vediamo infatti predicare in un deserto periferico invece che nel frequentato tempio (Mt 3,1) e ciononostante attirare una buona fetta del popolo di Dio (Mt 3,5a). E’ come dire che invece di andare a predicare in cattedrale, Giovanni svolgeva il proprio ministero profetico in una chiesetta periferica e desertica di una grande città, se non addirittura all’aperto di una natura scarna. Eppure, molti si lasciavano interpellare nel profondo dalla sua predicazione, se, come dice il vangelo, accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati (Mt 3,6). Chi era Giovanni Battista? E perché riusciva a risvegliare la fede di chi lo ascoltava? Il vangelo ce lo dice riprendendo un testo del profeta Isaia che offre un brevissimo identikit del Battista. Egli è voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Is 40,3).

Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Giovanni è l’uomo che della Parola ha fatto il suo cibo; è l’uomo che sa e gioisce di essere solo voce di essa (cfr. Gv 1,23). Fa risuonare la Parola di Dio nel deserto, assenza di voci e di suoni. Cosa davvero molto importante: in un mondo in cui oramai la parola vale meno di niente; dove si afferma qualcosa solo per sentito dire, dove si sparla degli altri come se fosse la cosa più normale al mondo, o dove si comunica alla velocità della luce una notizia per poi smentirla nemmeno dieci minuti dopo, Giovanni ci ricorda che le parole hanno un peso, che ci piaccia o no. E in realtà non ce lo dice solo lui, ma il Signore stesso, cui dovremo rendere conto di ogni parola uscita dalla nostra bocca (cfr. Mt 5,21 ss.). Penso sia un buon esercizio e, nello stesso tempo, una sana ed ecologica abitudine da intraprendere, pesare bene le nostre parole prima di diffonderle; il che vuol dire anche: riflettere bene prima di parlare. C’è un’inflazione di parole in giro per i vecchi e i nuovi media che ammorbano lo spirito e risucchiano tempo, energie e attenzione; per non dire che a volte sono semplicemente al servizio del diavolo. Questo non ci fa bene. La medicina che suggerisce Giovanni sta nel deserto. Lì possiamo incontrare noi stessi (e se ci vai, stanne certo, ti verrà presto la voglia di confessare i tuoi peccati più che quelli degli altri!…), lì si impara il silenzio, grembo necessario per sottoporre le nostre parole al servizio della Parola e non della menzogna. Solo lì si diventa poco a poco persone autentiche come Giovanni, voce di una Parola normalmente inascoltata in questo mondo. C’è una poetessa americana della fine del secolo XIX che amo molto: Emily Dickinson. A 25 anni scopre il suo deserto nella stanza superiore della casa paterna. Lì condurrà un’esistenza monastica per altri 30 anni, come il Battista, vivendo di pochissime cose e di pochissime relazioni. Alla sua morte, la sorella trova circa 1775 tra poesie e pensieri scritti su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Dentro le righe stupende di uno di questi brevi pensieri, si può leggere bene cosa fiorì nel deserto di Emily:

Non conosco nulla che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo aspettando che cominci a splendere. 

Allora in questo Avvento cerchiamoci un deserto e facciamo un po’ igiene di parole. Torniamo a dare un peso alle nostre parole. E se lo si vuol fare seriamente, bisogna ritornare, nella preghiera, all’ascolto della sua Parola!

Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

La sintesi della predicazione giovannea fu: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino (Mt 3,1): sarà anche l’incipit della predicazione di Gesù. La conversione che Giovanni addita può declinarsi nei due verbi dell’identikit di cui sopra: preparate e raddrizzate. La vita umana è preparazione. Ci si prepara quando si esce di mattino al lavoro o a scuola, ci si prepara quando si deve affrontare un viaggio, ci si prepara quando si deve dare una conferenza, ci si prepara se si vuol diventare un buon professionista, ci si prepara se si vuol essere competitivi in una prestazione sportiva, ci si prepara se si attende l’incontro della persona che si ama…Giovanni viene a ricordare qualcosa che è nell’intima natura di ogni uomo: questo spiega anche il suo disporre il popolo per prepararsi ad accogliere quel messia che attendeva da secoli.

Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Però, in mezzo al popolo, non c’era solo chi accreditava Giovanni e si faceva battezzare da lui. C’erano anche delle guide che fingevano di credergli (Mt 3,7-9). Cosa dice questo a noi oggi? Che c’è vera preparazione solo laddove ci si impegna a raddrizzare la propria vita. Se infatti si crede alle parole di Gesù di domenica scorsa (vegliate, perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’uomo) si impara pian piano a vivere questa vita come una preparazione continua all’incontro definitivo con Lui. Allora si vive davvero attenti alle proprie azioni e alle intenzioni del cuore. E si scopre che c’è sempre qualcosa da raddrizzare. La confessione sacramentale dei peccati è un tesoro posto a nostra disposizione per fare questa operazione, con l’aiuto del sacerdote. Se non c’è questo primo, sincero passo, rischiamo di trovarci davanti agli appelli della chiesa come farisei e sadducei che s’illudevano dicendo a se stessi: abbiamo Abramo come padre (Mt 5,9). Oggi diremmo “siamo cristiano-cattolici, andiamo sempre a messa”. Ringraziamo il Signore che dona ancora tempo per la nostra conversione ed è sempre pronto a immergere la nostra vita in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). Mentre camminiamo nella fede e ci prepariamo, scopriamo infatti che anche Lui è impegnato a prepararci. 

BUONA DOMENICA!

 

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El primer domingo de Adviento nos ha dado una sacudida, no para llenarnos de angustia y paralizarnos, sino para llevar nuestros corazones a la única esperanza que resiste al impacto de la historia y de cada trágico, inevitable evento en el cual nos encontramos, ya sean trastornos de la naturaleza o hechos provocados por los hombres. Jesús es el futuro y la única esperanza del creyente.

La liturgia de la Palabra de hoy nos presenta a Juan Bautista, el hombre que encarna una existencia impregnada de fidelidad a los mensajes proféticos provenientes del pasado, así como un activo testimonio todo dirigido hacia el futuro: o sea, hacia aquél que viene después de mí (Mt 3,11). Su sobriedad, su estilo de vida en línea con los verdaderos profetas de Israel (Mt 3,4) tuvieron que golpear mucho el corazón del pueblo: lo vemos de hecho predicar en un desierto periférico en lugar que el concurrido templo (Mt 3,1) y a pesar de todo atraer a una buena rebanada del pueblo de Dios (Mt 3,5a). Es como decir que en cambio de ir a predicar en la catedral, Juan desarrolla el propio ministerio profético en una iglesita periférica y desierta de una grande ciudad, sino además al abierto de una naturaleza desencarnada. Y aun así, muchos se dejaban interpelar en lo profundo de su predicación, si, como dice el evangelio, y además de confesar sus pecados, se hacían bautizar por Juan en el río Jordán (Mt 3,6). ¿Quién era Juan Bautista? Y ¿por qué lograba a despertar la fe de quien lo escuchaba? El evangelio nos lo dice retomando un texto del profeta Isaías que ofrece un brevísimo identikit del Bautista. Él es voz de uno que grita en el desierto: enderecen sus caminos (Is 40,3)

Juan es el hombre que ha hecho de la Palabra su alimento; es el hombre que sabe y goza de ser solo voz de ella (cfr. Jn 1,23). Hace resonar la Palabra de Dios en el desierto, ausencia de voces y de sonidos. Cosa verdaderamente importante: en un mundo que como nunca la palabra vale menos que nada; donde se afirma algo solo porque lo escuché decir, donde se habla mal de los demás como si fuera la cosa más normal del mundo, o donde se comunica a la velocidad de la luz una noticia para luego desmentirla ni siquiera 10 minutos después, Juan nos recuerda que las palabras tienen un peso, que nos guste o no. Y en realidad no nos lo dice solo él, sino el Señor mismo, al cual debemos rendir cuentas de cada palabra salida de nuestra boca (cfr. Mt 5,21ss). Pienso que es un buen ejercicio y, al mismo tiempo, un sano y ecológico hábito para emprender, pesar bien nuestras palabras antes de difundirlas; lo que quiere decir también: reflexionar bien antes de hablar. Hay por ahí una inflación de palabras por los viejos y los nuevos medios de comunicación que contagian el espíritu y absorben tiempo, energías y atención; por no decir que a veces están sencillamente al servicio del diablo. Esto no nos hace bien. La medicina que sugiere Juan está en el desierto. Ahí podemos encontrarnos a nosotros mismos (¡y si vas, debes estar seguro, te vendrán rápidamente las ganas de confesar tus propios pecados más que lo de los demás!…), ahí se aprende el silencio, vientre necesario para someter nuestras palabras al servicio de la Palabra y no de la mentira. Solo ahí se vuelve poco a poco personas auténticas como Juan, voz de una Palabra normalmente no escuchada en este mundo.

Existe una poetisa americana del final del siglo XIX que amo mucho: Emily Dickinson. A los 25 años descubre su desierto en el cuarto superior de la casa paterna. Ahí conducirá una existencia monástica por otros 30 años, como el Bautista, viviendo de poquísimas cosas y de poquísimas relaciones. En su muerte, la hermana encuentra como 1775 entre poesías y pensamientos escritos en hojas dobladas y cocidas con aguja e hilo en una carpeta. Dentro de las líneas estupendas de uno de estos breves pensamientos, se puede leer bien qué cosa floreció en el desierto de Emily:

No conozco nada que tenga tanto poder como la palabra. A veces escribo una, y la miro esperando que comience a resplandecer. 

Entonces en este Adviento busquemos un desierto y hagamos un poco de higiene de palabras. Regresemos a dar un peso a nuestras palabras. ¡Y si se quiere hacerlo seriamente, es necesario regresar, en la oración, a la escucha de su Palabra!

La síntesis de la predicación juanina fue conviértanse, porque el Reino de los Cielos está cerca (Mt 3,1): será también el comienzo de la predicación de Jesús. La conversión que Juan tilda puede declinarse en dos verbos del identikit de aquí arriba: preparen y enderecen.

La vida humana es preparación. Nos preparamos cuando se sale en la mañana al trabajo o al colegio, nos preparamos cuando se debe enfrentar un viaje, nos preparamos cuando se debe dar una conferencia, nos preparamos si queremos volvernos un buen profesional, nos preparamos si queremos ser competitivos en una prestación deportiva, nos preparamos si se espera el encuentro de la persona que se ama… Juan viene a recordarnos algo que está en lo más íntimo de la naturaleza de cada hombre: esto explica también su disponer al pueblo para prepararse a acoger a aquél mesías que esperaba desde siglos. Pero, en medio al pueblo, no estaba solo quien creía en Juan y se hacía bautizar por él. Estaban también guías que fingían creerle (Mt 3,7-9). ¿Qué nos dice hoy esto a nosotros? Que hay verdadera preparación solo donde nos comprometemos a enderezar la propia vida. Si de hecho se cree en las palabras de Jesús del domingo pasado (vigilen, porque en la hora que no imaginan viene el Hijo del hombre) se aprende poco a poco a vivir esta vida como una preparación continúa al encuentro definitivo con Él. Entonces se vive verdaderamente atento a las propias acciones y a las intenciones del corazón. Y se descubre que hay siempre algo para enderezar. La confesión sacramental de los pecados es un tesoro puesto a nuestra disposición para hacer esta operación, con la ayuda del sacerdote. Si no está este primer, sincero paso, arriesgamos de encontrarnos delante de las apelaciones de la Iglesia como fariseos y saduceos que se ilusionaban diciéndose a sí mismos: tenemos a Abraham como padre (Mt 5,9). Hoy diríamos “somos cristianos-católicos, vamos siempre a misa”. Agradezcamos al Señor que dona todavía tiempo para nuestra conversión y está siempre listo a bautizar nuestra vida en Espíritu Santo y fuego (Mt 3,11). Mientras caminamos en la fe y nos preparamos, descubrimos de hecho que también Él está comprometido a prepararnos.

CERCATE DI CAPIRE

1a DOMENICA DI AVVENTO

Is 2,1-5; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44

Sul suo insolito trono regale il nostro Dio ha cominciato a giudicare il mondo, ma non come lo farebbero gli uomini. Sotto la croce, avrebbero voluto vederlo scendere per dare a tutti una lezione clamorosa; come anche oggi tanti lo vorrebbero più muscoloso davanti al male che imperversa. Ma la onnipotenza del Signore è altra cosa. Il suo modo di vincere il male è altra cosa. Il vangelo rifugge da ogni ovvietà e domenica scorsa ce ne siamo accorti. Credere che quell’uomo “sconfitto” in croce sia un re, non è scelta affatto ovvia né sicura nel cuore di chi si professa cristiano; soprattutto se poi vedi questo re concedere udienza, sapienza e dignità regale a un delinquente che si pente all’ultimo momento. Gesù crocifisso è davvero una pietra scandalosa sulla quale si compie il giudizio degli uomini (cfr. Mt 21,42-44)

Ci siamo appena lasciati alle spalle la porta del Giubileo, entriamo oggi per la porta dell’Avvento. Le porte di Dio hanno questo difetto: non si chiudono mai, perché il suo cuore resta aperto ad accogliere tutti quelli che si affidano a Lui. Ma il vangelo ci ricorda che la scena di questo mondo è destinata a passare (cfr. 1Cor 7,29-31); ci sarà comunque una porta che si chiuderà, quella di questo mondo che spalancherà all’uomo il destino eterno scelto già qui sulla terra. Il richiamo di Gesù infatti è di vivere questa vita in attesa vigile ed operosa dell’incontro con Lui, nostro futuro assicurato. La sua venuta è certa. Anzi, il discepolo che ha discernimento vede proprio nei travagli annunciati da Gesù il segno della sua maggior vicinanza, perché i cieli e la terra passeranno, la mie parole non passeranno mai (Mt 24,35). Per il credente non c’è dunque bisogno di sapere il giorno e l’ora, perché ogni giorno e ogni ora sono buoni per prepararsi a questo incontro. Perciò anche S.Paolo ci dice nella seconda lettura: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino (Rm 13,11-12a). L’avvertimento è come sempre chiarissimo. Occorre essere vigilanti, pronti ad andare incontro al Signore che opera il suo giudizio nel presente: lo stesso momento storico allora può essere vissuto come Noè, impegnati nella costruzione di un’arca che salva, oppure lasciandosi inghiottire dalle acque distruttrici del diluvio. Due uomini e due donne fanno lo stesso lavoro, ma con esito ben diverso: c’è chi sarà preso e salvato e chi sarà lasciato e perduto (Mt 24,40-41). Perché? Appunto perché c’è chi vive nella fiducia delle parole del Signore che ci avverte, e c’è chi vive non curandosi della serietà dei suoi avvertimenti. Paolo direbbe: c’è chi si è svegliato dal sonno del peccato, e c’è chi invece ci dorme ancora.

Cercate di capire questo… (Mt 24,42ss.) Gesù offre una serie di piccole parabole (di cui il vangelo di oggi riporta solo una) per spiegare sostanzialmente perché avverrà, alla sua definitiva venuta (alla porta della morte), quella distinzione di cui sopra. Il diverso comportamento che si ha nel tempo presente decide il futuro diverso degli uomini. Per cui, chi riconosce il Signore ogni giorno della vita e lo aspetta operoso al suo servizio, gli andrà incontro sentendolo arrivare come lo Sposo che viene (cfr. Mt 25,6). Chi invece opererà iniquamente (cfr. Mt 24,48-51), incurante delle parole del maestro, sentirà il Signore arrivare come un ladro che gli scassina la casa (Mt 24,43): il rischio è un destino lontano dal suo volto, e non certo perché ce lo manda Lui. Gesù non ci sottrae mai alla nostra libertà e responsabilità, pur accompagnandoci amorosamente ogni giorno della nostra vita. La storiella che segue integra e illumina il senso profondo del vangelo:

Una leggenda narra che una povera donna con un bambino in braccio davanti a una caverna sentì una voce misteriosa uscire dal di dentro che le diceva: “vieni e prendi tutto quello che vuoi, ma non dimenticare la cosa più importante. E ricordati che quando uscirai da questa caverna, una grande pietra la chiuderà per sempre. Pertanto, cogli pure questa grande occasione, ma ti ripeto, non dimenticare la cosa più importante”. La donna entrò nella grotta e trovò ogni genere di bene e di preziosi. Affascinata da oro, gioielli e tante cose utili per la sua casa, poggiò per terra il suo bambino e iniziò ansiosamente a mettere da parte mille cose, mentre raccoglieva tutto ciò che poteva nel proprio grembiule. La misteriosa voce parlò nuovamente: “ti rimangono solo otto minuti”. Passò ancora del tempo e la voce riprese: “te ne rimangono quattro”. Il tempo si ridusse ulteriormente e la voce aggiunse: “ultimo minuto!”. Esaurito il tempo a disposizione, piena di tanti oggetti, di oro e di gioielli, quella donna corse fuori e la bocca della caverna fu chiusa. Si ricordò solo allora che il suo bimbo era rimasto dentro, ma la parte rimase chiusa: quello che prese con sé durò poco, ma la sua disperazione per aver perso la propria creatura durò sempre.

La vita è un dono troppo prezioso e decisivo per sprecarlo nel sonno del peccato. Il tempo di Avvento che ci è dato serve per svegliarci, ricordarci, deciderci per tornare alla “cosa più importante”. Perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo (Mt 24,44).

BUON AVVENTO!

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: é condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Cosa vedeva? Come stava a vedere? Come tutti coloro che, sempre guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, alla ricerca di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, soldati, sudditi e territori su cui regnare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crediamo (e vogliamo) solo a un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016
Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro malfattore, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Cosa ci fa a patire quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile e ode l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpa nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

Gli chiede una sola cosa: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon ladrone si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15).

E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

“Oggi io, il Signore elevato sulla croce, mi sono abbassato fino all’inferno per essere vicino ad ogni uomo. Entro nella morte, perché tutti possano riavere la vita. Tu sarai con me, perché io, l’Emmanuele, sono con te. Sono ormai ovunque, come puoi vedere. Tu non sei stato con me, sei fuggito lontano. E io sono venuto lontano con te, fin qui sulla croce. Voglio infatti stare con te perché tu possa stare con me. Ora concludo una alleanza nuova, come la nostra amicizia, che comincia oggi. Essa è eterna come la mia fedeltà, più forte della morte. E questo è il paradiso, perché sono io la tua vita. Adamo scappò da esso perché credette alla menzogna. Ora che mi vedi vicino e non puoi e non vuoi più fuggire, conosci la verità di me e di te. Siamo di nuovo l’uno con l’altro. Sono venuto con te sulla croce perché tu tornassi con me nel mio regno. Ora che la tua paura di me è cessata e legata, vedi che il mio amore per te è crocifisso e inchiodato. Non si allontanerà mai da te; e tu non sarai più lontano da me…” (P.Silvano Fausti S.I.)

Dimas, il “buon ladrone”, mio unico santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca

 

BUONA DOMENICA!

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15)

Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

“Hoy yo, el Señor elevado sobre la cruz, me he abajado hasta el infierno para estar cerca a cada hombre. Entro en la muerte, para que todos puedan volver a tener vida. Tú estarás conmigo, porque yo, el Emanuel, estoy contigo. Estoy ya en todas partes, como puedes ver. Tú no has estado conmigo, te has escapado lejos. Y yo he ido lejos contigo, hasta aquí sobre la cruz. Quiero de hecho estar contigo para que tú puedas estar conmigo. Ahora concluyo una alianza nueva, como nuestra amistad, que comienza hoy. Esta es eterna como mi fidelidad, más fuerte que la muerte. Y esto es el paraíso, porque soy yo tu vida. Adán escapó de ella porque creyó en la mentira. Ahora que me vez cercano y no puedes y no quieres más escapar, conoces la verdad de mí y de ti. Somos de nuevo el uno con el otro. He ido contigo sobre la cruz para que tú regreses conmigo en mi reino. Ahora que tu miedo por mí ha acabado y amarrada, ves que mi amor por ti está crucificado y clavado. No se alejará nunca de ti; y tú no estarás más lejano de mí…” (P. Silvano Fausti S.I.)

Dimas, el “buen ladrón”, mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas

IL NOME CHE INFASTIDISCE IL MONDO

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Mal 3,19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

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La domanda-trabocchetto dei sadducei nel vangelo di domenica scorsa permette a Gesù di affermare la certezza della vita futura da risorti, come anche di chiarire che su di essa non si può ragionare con le categorie della vita presente: la sua novità è ben più grande della continuità che c’è fra questa e quella. Il vangelo di oggi ci aiuta a leggere con fede dentro la storia incamminata verso quel futuro.

Il discorso del Signore nasce dall’incanto di alcuni che osservano l’opera umana in cui normalmente ci si radunava: il tempio (v.5). Gesù annuncia senza mezzi termini la sua prossima distruzione (v.6). Non ci fa male apprezzare la bellezza dell’opera umana guardando le nostre chiese, ma è indubbio che si può rimanere così preoccupati di quel che appare in esse, da perdere sia la natura che l’orizzonte della fede. In tal caso ci può far male. Si finisce per preoccuparsi di più del tempio fatto da mani d’uomo invece che del tempio nuovo, quello non fatto da mani d’uomo (cfr. Gv 2,19-20), dove Dio vuole essere adorato (cfr. Gv 4,23-24). La domanda successiva sorge dall’affermazione del Maestro (v.7): gli si chiede il tempo e il segno dell’evento distruttivo predetto, perché per gli ebrei la fine del tempio corrispondeva alla fine del mondo; come tutti quelli che anche oggi continuano a occuparsi maggiormente di conoscere “quando” e “quali segni” accompagnano la fine del mondo. Gesù non soddisfa il prurito di curiosità circa il futuro, né l’ansia di vedere segni nel presente. Egli si è sempre sottratto e si sottrarrà sempre a rispondere a questo tipo di richieste. Anzi, nella ripresa del suo discorso, Gesù avverte di non seguire tutti quelli che si presentano nel suo nome ad annunciare la fine imminente: non andate dietro a loro! (vv.8-9) In genere si tratta di persone che presentano credenziali come carismi particolari, doti medianiche o personali rivelazioni non certificate. E devo purtroppo dire che ce ne sono molti nella sua chiesa, e che molti gli vanno dietro. Ricordo che da ragazzo, nei miei primi passi di conversione, è toccato anche a me passare nelle case di vari fra essi: ho scoperto che si incontrano tra cristiani che frequentano molto la messa, moltiplicano le preghiere e i digiuni, sono fedelissimi a tre/quattro se non cinque devozioni, nonché presentissimi in tutti i maggiori santuari cattolici. La grazia ricevuta di guide spirituali sicure e un progressivo avvicinamento alla Parola di Dio mi hanno aiutato a non andar dietro a quel clima di intimidazione religiosa che si creava intorno a loro con annessi presagi di sventura. Cosa c’è alla radice di questa antica curiosità “religiosa” di conoscere tempo e segni della fine del mondo? E’ il solito tentativo umano di tener sotto controllo una realtà spesso infida e un Dio che sembra non avere potere su di essa. Ma questa non è la fede che ci ha donato Gesù Cristo: non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine (v.9).

Il Signore ci dice con chiarezza che la realtà di questo mondo è sempre avvolta da fatti umani tragici come pure da rivolgimenti naturali e cosmici (vv.10-11). Davanti ad essi, ci invita a non farci vincere dalla paura, perché l’indizio della fine di tutte le cose, della vicinanza del Regno di Dio, in realtà non è rappresentato da questi eventi, ma dalla testimonianza dei suoi discepoli che continuano la storia di Gesù nella propria carne. Come dire: ogni giorno, per chi vive di fede, è la fine del mondo, e nello stesso tempo è il sorgere di un mondo nuovo. Nel piccolo brano che troviamo nella prima lettura di oggi, il profeta Malachia esprime felicemente questa verità: ma per voi, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con i suoi raggi benefici (Mal 3,20). La vita è un banco di prova dove alla lunga esce allo scoperto il “cristiano” che usa il nome di Gesù ingannando se stesso e gli altri, perché cerca la propria gloria attirando l’attenzione su di sé (cfr. At 20,30); ma esce allo scoperto anche il vero cristiano, il discepolo che condivide il destino di Gesù, essendo disposto a subire lo stesso odio del mondo che si abbatté su di Lui: sarete odiati da tutti a causa del mio nome (v.17). Il Signore ha assicurato che il suo discepolo non sarà lasciato a sé stesso. La sua stessa irresistibile parola e sapienza sarà sulla sua bocca (v.15). Ed è assicurata la salvezza integrale della propria persona a motivo della perseverante pazienza nel soffrire la persecuzione (v.19). Non posso fare a meno di riproporre a questo punto, come esemplare testimonianza di quanto detto, la lettera-testamento trovata nello studio di Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze religiose del Pakistan, assassinato il 2 marzo 2011 a motivo della fastidiosa operosità della sua fede:

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nell’amore e nel sacrificio della crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire il mio servizio alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai una predica sul sacrificio d’amore di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio d’amore della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù, ed io potrò guardarlo senza provare vergogna”.  

+Shahbaz Bhatti, 2 marzo 2011
+Shahbaz Bhatti, 2 marzo 2011

Il Signore ci faccia dono del suo Santo Spirito per poter essere sempre segno di quel mondo nuovo che Lui stesso ha cominciato con il dono della sua vita.

BUONA DOMENICA!

IL TUO VOLTO IO CERCO

XXI DOMENICA DEL T.O.

Sap 11,22-12,2; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

 

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

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Ci sono pagine del vangelo che fanno letteralmente scatenare la fantasia: in questi casi, perdo il controllo della mia facoltà immaginativa. Il vangelo di domenica è una di queste pagine. Per favore, perdonate subito chi scrive se nel commento si prenderà qualche licenza narrativa…

Il Signore Gesù sta entrando a Gerico, la città inespugnabile (cfr. Gs 6,1ss.). E lì vive un uomo inespugnabile, Zaccheo, il ricco capo dei pubblicani (Lc 19,2). Egli è uno di quelli di cui il Signore dice: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio (Lc 18,25); uno davanti al quale anche noi, insieme ai primi discepoli, ci interroghiamo: “e chi si può salvare?” (Lc 18,26). Ma Zaccheo, quel giorno, udì il frastuono della gente che faceva ressa attorno a un uomo. Perché tutta quella agitazione? La notizia giunse anche alle sue orecchie: “sta passando in città Gesù, il Rabbi di Nazareth!” (Lc 19,1) Il cuore di Zaccheo è colto da una improvvisa ma non definibile emozione. Esce fuori, si dirige nella calca, anche lui vuole vedere Gesù. Cerca e ricerca un punto di osservazione adeguato, ma non gli riesce; nella folla son tutti più alti di lui, non gli permettono di vederlo (Lc 19,3). Zaccheo non desiste. Perché non ha rinunciato? Perché non ha lasciato perdere questa sua voglia? Perché questa curiosità? Cosa aveva dentro di sé da ingegnarsi così tanto a cercare un posto dove poter finalmente vedere il figlio del falegname di Galilea? Forse che qualche cittadino compiacente non poteva farlo salire sul balcone di casa sua? O forse sapeva che qualsiasi richiesta di questo tipo sarebbe stata respinta, disprezzato e scomunicato com’era presso la cittadinanza e le autorità religiose?

Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Una volta mi trovavo a meditare questo testo da solo, davanti al tabernacolo. Ho rivolto direttamente questi interrogativi a Zaccheo, convinto di essere ascoltato. In fondo, mi dicevo, è uno dei primi amici di Gesù, è un santo, me lo farà questo piacere! Non ho avuto risposte dirette, ma condivido volentieri quel che ho sentito formarsi nel profondo della mia interiorità, mentre meditavo. Allora Zaccheo corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là (Lc 19,4). Il capo dei pubblicani vede la strada che Gesù deve percorrere. Più avanti, vede che c’è un bell’albero frondoso: da lì si può vederlo bene, lì si può anche rimanere nascosti da occhi indiscreti! Non so se Zaccheo avrebbe potuto dire con parole sue cosa esattamente lo muovesse a salire su quell’albero. E poi diciamocelo, é un po’ ridicolo alla sua età: non è forse quando si è bambini che si sale sugli alberi? Anzi, penso sinceramente che non sapesse proprio il senso profondo di quel che faceva, ma lo fece! Forse, nella sua vita socialmente e religiosamente disprezzata, c’era una fame profonda che né il potere né il denaro di cui disponeva riuscivano a soddisfare. Forse, da qualche parte, aveva udito parlare di questo strano maestro che non si rifiutava di stare e persino di mangiare con peccatori come lui: come era possibile? Forse aveva sentito parlare della lezione data a Simone il fariseo, in casa sua, con una nota prostituta di quel luogo (Lc 7,36-50). Forse era nato in lui un desiderio: “sarebbe bello conoscere questo Gesù! Non ho mai sentito finora di un rabbino in Israele che si intrattenga volentieri con gente come noi, che mangi anche in casa di persone come noi…sarà vero che costui parla e agisce così? Se Lui è così, come può essere il suo volto? Come può essere la sua voce? Cosa può fare la sua parola in chi l’ascolta?”. Zaccheo cercava di vedere chi era Gesù. Quel balzo sull’albero mi sembra rivelare che in lui non ci sia la morbosa curiosità “gossippara” di Erode (cfr. Lc 9,9 e 23, 8-9), tanto diffusa oggi, ma l’attrazione misteriosa di chi si chiede: “chi è veramente Gesù?”. Perché c’è una curiosità “possessiva”, quella di chi cerca con lo sguardo una persona ma solo per poterla controllare; e c’è anche una curiosità “contemplativa”, quella di chi cerca con un altro sguardo la persona, aprendosi al suo mistero, senza pretendere nulla da essa.

Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Zaccheo si è sistemato tra i rami del sicomoro: gli basta vedere a distanza Gesù, non desidera altro. Il momento dell’incontro è imminente: “finalmente da quassù vedrò il suo volto un po’ da vicino, vedrò come guarda gli altri attorno a sé, vedrò se davvero come dicono ci sono peccatori come me che camminano vicino a lui, vedrò…”. Come non ricordare le parole di quel salmo? Il mio cuore ripete il tuo invito: “cercate il mio volto”. Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto (Sal 26). Gesù giunge sul posto. Ed ecco, il suo maestoso sguardo si alza verso di lui: Zaccheo scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5). Sorpresa inaudita! Zaccheo ha un sussulto di gioia e obbedisce istintivamente all’invito/auto-invito del Signore (Lc 19,6).

Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

L’uomo che cercava con lo sguardo lo sconosciuto Gesù ora scopre che dal Suo sguardo era cercato e persino conosciuto per nome! Oggi stesso il maestro sarà a casa sua! Gesù a casa dell’immondo Zaccheo, il capo dei pubblicani! Non è possibile,…anzi sì! Perché ciò che è impossibile presso gli uomini è possibile a Dio! Tutto è possibile a Dio! (Mc 10,27). Che cos’è la fede cristiana secondo Zaccheo? E’ incontrare Gesù e rimanere sbalorditi dal suo modo di guardarti e relazionarsi con te. E’ scoprire personalmente che quello che si dice su di Lui non sono frottole, non sono nemmeno storie belle per pochi eletti, ma è un dono per tutti, anche per me!

Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

“E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico – perché anche a quel tempo si chiacchierava tanto! – che diceva: ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quello schifoso di pubblicano? Sì, da lui, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù. Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. Il nome Zaccheo significa “Dio ricorda”: Egli ricorda sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Guardiamo Zaccheo, oggi, sull’albero: il suo è un gesto ridicolo, ma è un gesto di salvezza. E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare! Ricordatelo bene, così è Gesù. Lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua”, cioè nel tuo cuore, nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo; lasciati guardare da Gesù!” (Papa Francesco, Angelus, 3.11.2013)

Le ultime parole di Gesù nel vangelo generalmente sono anche tra le prime ad essere dimenticate: Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Cercare e salvare: identità e missione del Signore Gesù, identità e missione della sua chiesa che prosegue nella storia. Volto di Dio, volto della chiesa. Dio ci faccia la grazia di non perdere di vista il suo Volto, perché subito perderemmo di vista il nostro.

BUONA DOMENICA!

 

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Hay páginas del evangelio que hacen literalmente desencadenar la fantasía: en estos casos, pierdo el control de mi facultad imaginativa. El evangelio del domingo es una de estas páginas. Por favor, perdonen inmediatamente a quien escribe si en el comentario se tomará algunas licencias narrativas…

El Señor Jesús está entrando a Jericó, la ciudad inexpugnable (cfr. Gs 6,1ss.). Y allí vive un hombre inexpugnable, Zaqueo, el rico jefe de los publicanos (Lc 19,2). Él es uno de aquellos del cual el Señor dice: es más fácil para un camello pasar por el ojo de una ajuga que para un rico entrar en el Reino de Dios (Lc 18,25); uno delante al cual también nosotros, junto a los primeros discípulos, nos preguntamos:  y “¿Quién podrá salvarse entonces? (Lc 18,26). Pero Zaqueo, aquél día, oyó el ruido de la gente que hacia alboroto alrededor de un hombre. ¿Por qué toda esa agitación? La noticia llegó también a sus oídos: “está pasando Jesús por la ciudad, ¡el Rabí de Nazaret!” (Lc 19,1) El corazón de Zaqueo viene tomado por una imprevista pero no definible emoción. Sale afuera, se dirige al tumulto, también él quiere ver a Jesús. Busca y rebusca un punto de observación adecuado, pero no logra; en el gentío son todos más altos que él, no le permiten verlo (Lc 19,3). Zaqueo no desiste. ¿Por qué no ha renunciado? ¿Por qué no ha dejado este deseo suyo? ¿Por qué esta curiosidad? ¿Qué tenía dentro de sí para ingeniarse así tanto en el buscar un lugar donde poder finalmente ver al hijo del carpintero de Galilea? ¿Quizás que algún ciudadano complaciente no pudo hacerlo subir sobre el balcón de su casa? ¿O quizás sabía que cualquier pedido de este tipo hubiera sido rechazado, despreciado y excomulgado como era delante de la ciudadanía y las autoridades religiosas?

Una vez me encontraba solo a meditar este texto delante del sagrario. He dirigido directamente estos interrogantes a Zaqueo, convencido de ser escuchado. En fondo, me decía, es uno de los primeros amigos de Jesús, es un santo, ¡me hará este favor! No he tenido respuestas directas, pero comparto con mucho gusto lo que he sentido formarse en lo más profundo de mi interioridad, mientras meditaba.

Entonces se adelantó corriendo y se subió a un árbol para verlo cuando pasara por allí (Lc 19,4). El jefe de los publicanos ve el camino que Jesús debe recorrer. Más adelante, ve que hay un árbol frondoso: de allí se puede verlo bien, ¡allí también se puede quedarse escondido de los ojos indiscretos! No sé si Zaqueo hubiera podido decir con palabras suyas qué cosa exactamente lo movía a subir sobre ese árbol. Y luego digámonoslo, es un poco ridículo a su edad: ¿no es quizás que cuando se es niño se sube sobre los árboles? Además, sinceramente pienso que no sabía el sentido profundo de lo que hacía, pero ¡lo hizo! Quizás, en su vida socialmente y religiosamente despreciada, había un hambre profunda que ni el poder ni el dinero del cual disponía lograban a satisfacerlo. Quizás, en algún lugar, había escuchado hablar de este extraño maestro que no se negaba de estar y hasta de comer con pecadores como él: ¿Cómo era posible? Quizás había escuchado hablar de la lección dada a Simón el fariseo, en su casa, con una notable prostituta de aquél lugar (Lc 7,36-50). Quizás había nacido en él un deseo: “¡sería hermoso conocer este Jesús! No he escuchado hasta ahora de un rabí en Israel que se detenga con gusto con gente como nosotros, que coma también en casa de personas como nosotros… ¿será verdadero que este habla y actúa así? Si Él es así, ¿cómo será su rostro? ¿Cómo será su voz? ¿Qué puede hacer su palabra en quien lo escucha?”. Zaqueo quería ver cómo era Jesús. Aquél rebote sobre el árbol me parece revelar que en él no esté la morbosa curiosidad “posesiva” de Herodes (cfr. Lc 9,9 y 23,8-9), tan difundida hoy, sino la atracción misteriosa de quien se pregunta: “¿quién es verdaderamente Jesús?”. Porque hay una curiosidad “chismosa”, aquella de quien busca con la mirada a una persona pero solo para poderla controlar; y hay también una curiosidad “contemplativa”, aquella de quien busca con otra mirada a la persona, abriéndose a su misterio, sin pretender nada de ella.

Zaqueo se ha ubicado entre las ramas del árbol: le basta ver a distancia a Jesús, no desea más. El momento del encuentro es inminente: “finalmente desde aquí arriba veré su rostro un poco más cerca, veré como mira a los demás alrededor suyo, veré si verdaderamente como dicen hay pecadores como yo que caminan cerca de él, veré…”. ¿Cómo no recordar las palabras de aquel salmo? Mi corazón de ti me habla diciendo: “Procura ver mi faz”. Es tu rostro, Señor, lo que yo busco, no me escondas tu rostro (Sal 26)

Jesús llega al lugar. Y he aquí, su majestosa mirada se levanta hacia él: Zaqueo, baja en seguida, pues hoy tengo que quedarme en tu casa (Lc 19,5). ¡Sorpresa inaudita! Zaqueo tiene un sobresalto de gozo y obedece instintivamente a la invitación / auto-invitación del Señor (Lc 19,6). ¡El hombre que buscaba con la mirada al desconocido Jesús ahora descubre que de Su mirada era buscado y hasta conocido por nombre! ¡Hoy mismo el maestro estará en su casa! Jesús en la casa del inmundo Zaqueo, ¡el jefe de los publicanos! No es posible,… ¡pero sí! Porque para los hombres es imposible, pero no para Dios, porque para Dios ¡todo es posible! (Mc 10,27). ¿Qué es la fe cristiana según Zaqueo? Es encontrar a Jesús quedándonos asombrados de su modo de mirarte y relacionarse contigo. Es descubrir personalmente que aquello que se dice sobre Él no son cuentos, no son ni siquiera historias lindas para pocos elegidos, sino un don para todos, ¡también para mí!

“Y Jesús va a la casa de Zaqueo, suscitando las críticas de toda la gente de Jericó  – porque también en ese tiempo se murmuraba mucho -, que decía: ¿Cómo? Con todas las buenas personas que hay en la ciudad, ¿va a estar precisamente con ese publicano? Sí, porque él estaba perdido; y Jesús dice: «Hoy ha sido la salvación de esta casa, pues también éste es hijo de Abrahán» (Lc 19, 9). En la casa de Zaqueo, desde ese día, entró la alegría, entró la paz, entró la salvación, entró Jesús. No existe profesión o condición social, no existe pecado o crimen de algún tipo que pueda borrar de la memoria y del corazón de Dios a uno solo de sus hijos. El nombre Zaqueo significa «Dios recuerda», Él recuerda siempre, no olvida a ninguno de aquellos que ha creado. Él es Padre, siempre en espera vigilante y amorosa de ver renacer en el corazón del hijo el deseo del regreso a casa. Y cuando reconoce ese deseo, incluso simplemente insinuado, y muchas veces casi inconsciente, inmediatamente está a su lado, y con su perdón le hace más suave el camino de la conversión y del regreso. Miremos hoy a Zaqueo en el árbol: su gesto es un gesto ridículo, pero es un gesto de salvación. Y yo te digo a ti: si tienes un peso en tu conciencia, si tienes vergüenza por tantas cosas que has cometido, detente un poco, no te asustes. Piensa que alguien te espera porque nunca dejó de recordarte; y este alguien es tu Padre, es Dios quien te espera. Trépate, como hizo Zaqueo, sube al árbol del deseo de ser perdonado; yo te aseguro que no quedarás decepcionado. Jesús es misericordioso y jamás se cansa de perdonar. Recordadlo bien, así es Jesús. ¡Dejémonos también nosotros llamar por el nombre por Jesús! En lo profundo del corazón, escuchemos su voz que nos dice: «Es necesario que hoy me quede en tu casa», es decir, en tu corazón, en tu vida. Y acojámosle con alegría: Él puede cambiarnos, puede convertir nuestro corazón de piedra en corazón de carne, puede liberarnos del egoísmo y hacer de nuestra vida un don de amor. Jesús puede hacerlo; ¡déjate mirar por Jesús!” (Papa Francesco, Ángelus, 3.11.2013)

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio generalmente son también entre las primeras a ser olvidadas: el Hijo del hombre de hecho ha venido a buscar y a salvar lo que estaba perdido (Lc 19,10). Buscar y salvar: identidad y misión del Señor Jesús, identidad y misión de su iglesia que prosigue en la historia. Rostro de Dios, rostro de la iglesia. Dios nos haga la gracia de no perder de vista su Rostro, porque inmediatamente perderíamos de vista el nuestro.

DAVANTI ALL’IO O DAVANTI A DIO?

XXX DOMENICA DEL T.O.

Sir 35,15b-17.20-22a; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che confidavano in se stessi e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»

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Domenica scorsa l’invito di Gesù a perseverare nella preghiera. La parabola infatti era sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (Lc 18,1). Oggi Gesù invita a verificare l’anima della nostra preghiera e a interrogarsi sulla sua autenticità.

Due uomini salgono al Tempio per pregare. Colpisce subito che la preghiera del fariseo, credente-praticante tipo in Israele, cominci con un grazie a Dio cui segue un immediato inno al proprio io (Lc 18,11-12). E’ come uno che ad un banchetto richiama tutti a dire la preghiera prima di cominciare a mangiare; ringrazia Dio per quello che c’è sulla tavola da condividere insieme, ma poi a tutti si affretta a dire: “tutte queste pietanze le ho preparate io!”. Inoltre, ma guarda un po’, sono il digiuno e la decima di tutto, cioè offerte da fare a Dio, l’oggetto discriminante tra lui e gli uomini che lo circondano, tutti dei poco di buono, compreso quel disgraziato di pubblicano che gli sta alle spalle. In realtà quest’uomo non parla con Dio, perché davanti ha un altro dio come interlocutore: il proprio io. Il suo è un monologo, non un dialogo. Notate bene: stando in piedi. C’è una vita di fede che non sta in piedi, ma che si ostenta stare in piedi. Nel nome dell’osservanza della legge di Dio, ci si rende protagonisti del bene che si fa dimenticando ciò che fa lievitare le opere della autentica fede: nascondimento e umiltà.

Il fariseo al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il fariseo al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Il pubblicano, figura di uomo notoriamente deprecato dall’autorità religiosa, non riesce nemmeno ad avvicinarsi e ad alzare gli occhi al cielo, ma si riconosce semplicemente e sinceramente peccatore (Lc 18,13). Gesù dice che costui torna a casa giustificato da Dio mentre l’altro no: per Dio quel giusto non è affatto giusto! Il che vuol dire che il pubblicano invece aveva davanti a sé il Dio vivo e vero, Colui che giustifica l’uomo che riconosce la propria verità. Perché la verità è principio di umiltà, e né l’una né l’altra sono nella natura umana. Perciò il Signore aggiunge alla fine che è necessaria all’uomo l’umiliazione (Lc 18,14).

Il pubblicano al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il pubblicano al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Dalla parabola, quale insegnamento per il nostro cammino nella preghiera? Sembra che il vero peccato per Dio sia quello del fariseo, ovvero quello che ci si nasconde accuratamente dietro una falsa immagine di bontà. La vera preghiera, in quanto incontro con il vero Dio, ha questo passaggio necessario: fa uscir fuori la verità del mio cuore. Mi fa vedere il mio peccato e mi unisce a tutti gli uomini facendomeli vedere per quello che sono: sono peccatori, ma sono miei fratelli! Diversamente, mi porta a guardarmi e a cercare me stesso nelle opere di bene fatte magari con tanto sacrificio, ma contrapponendomi e distinguendomi dagli altri uomini. Quest’ultima preghiera (se si può chiamare tale) non spicca nemmeno il volo, rimane nell’illusione di chi parla così tra sé (Lc 18,11). La grazia allora da chiedere davanti a questo vangelo è di riconoscere il fariseo che è in me! Perché se il pericolo di costui era dire al Signore ti ringrazio che non sono come quei peccatori, per noi cristiani invece il pericolo è dirgli ti ringrazio perché non sono come quel fariseo.

Fu chiesto da un giovane a un monaco padre del deserto: cos’è l’umiltà? Quegli rispose: L’umiltà è un opera grande, anzi, è un opera divina. La strada che conduce all’umiltà è la seguente: bisogna pregare, bisogna compiere lavori corporali, bisogna considerarsi uomini peccatori, bisogna sottomettersi a tutti. Allora quel giovane aggiunse: e che cosa vuol dire essere sottomesso a tutti? Il vecchio replicò: uno è sottomesso a tutti quando non bada ai peccati degli altri, ma piuttosto osserva i suoi supplicando ininterrottamente Dio (A.Grün, Il cielo comincia in te, Queriniana, p.29).

Un giorno il Signore Gesù disse a S.Maria Faustina Kowalska: ci sono anime per le quali non posso fare nulla. Sono le anime che spiano continuamente quello che fanno le altre e non sanno quello che avviene nell’intimo del proprio cuore…Povere anime che non ascoltano le mie parole! Restano vuote nel loro intimo perché non mi cercano all’interno del proprio cuore, ma nei pettegolezzi e nei giudizi degli altri, dove io non ci sono mai. Sentono il loro vuoto, ma non riconoscono la loro colpa; e così le anime dove io regno costituiscono per loro un rimorso insopportabile di coscienza (Sr.Maria Faustina Kowalska, Diario, VI quaderno parte 2, LEV).

Il cammino della preghiera è il cammino dell’umiltà di chi si sta conoscendo mentre sta conoscendo Colui che gli dona di conoscersi.

BUONA DOMENICA!

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El domingo pasado la invitación de Jesús a perseverar en la oración. La parábola de hecho era sobre la necesidad de orar siempre, sin cansarnos (Lc 18,1). Hoy Jesús invita a verificar el alma de nuestra oración y a preguntarnos sobre su autenticidad.

Dos hombres suben al Templo para rezar. Impacta inmediatamente que la oración del fariseo, creyente-practicante tipo en Israel, comience con un gracias a Dios en el cual sigue un inmediato himno al propio yo (Lc 18,11-12). Es como uno que en un banquete llama a todos a decir la oración antes de comenzar a comer; agradece a Dios por lo que hay en la mesa para compartir juntos, pero después se apura a decir a todos: “¡todos estos alimentos los he preparado yo!”. Además, pero mira un poco, son el ayuno y el diezmo de todo, o sea prescripciones religiosas, el objeto discriminador entre él y los hombres que lo circundan, todos con poco de bueno, incluido aquél desgraciado del publicano que está a sus espaldas. En realidad este hombre no habla con Dios, porque delante tiene a otro dios como interlocutor: el propio yo. Lo suyo es un monólogo, no un diálogo. Miren bien: de pie. Hay una vida de fe que no está de pie, pero que se ostenta estar de pie. En el nombre del cumplimiento de la ley de Dios, se hacen protagonistas del bien que se hace olvidando lo que hace levitar las obras de la auténtica fe: escondimiento y humildad.

El publicano, figura de hombre notoriamente desaconsejado por la autoridad religiosa, no logra ni siquiera a acercarse y a levantar los ojos al cielo, pero se reconoce simplemente y sinceramente pecador (Lc 18,13). Jesús dice que este regresa a casa justificado por Dios mientras que el otro no: ¡para Dios aquel justo no es de hecho justo! Lo que quiere decir que el publicano tenía delante de sí al Dios vivo y verdadero, Aquél que justifica al hombre que reconoce la propia verdad. Porque la verdad es principio de humildad, y ni una ni la otra están en la naturaleza humana. Por esto el Señor agrega al final que es necesario al hombre la humillación (Lc 18,14).

De la parábola, ¿qué enseñanza para nuestro camino en la oración? Parece que el verdadero pecado para Dios sea lo del fariseo, es decir aquello que se esconde cuidadosamente detrás de una falsa imagen de bondad. La verdadera oración, en cuanto encuentro con el verdadero Dios, tiene este necesario pasaje: saca afuera la verdad de mi corazón. Me hace ver mi pecado y me une a todos los hombres haciéndomelos ver por aquello que son: ¡son mis hermanos! Diversamente, me lleva a mirarme y a buscar a mí mismo en las obras de bien hechas quizás también con tanto sacrificio, pero contraponiéndome y distinguiéndome de los demás. Esta última oración (si se puede llamar tal) no sobresale ni siquiera el vuelo, se queda en la ilusión de quien habla así entre sí (Lc 18,11)

La gracia para pedir entonces delante a este evangelio es de reconocer al fariseo que está en mí! Porque si el peligro de este era decir al Señor te doy gracias porque no soy como los demás hombres, que son ladrones, injustos y adúlteros, para nosotros cristianos en cambio el peligro es decirLe te agradezco porque no soy como aquel fariseo.

Fue preguntado por un joven a un mónaco padre del desierto: ¿Qué es la humildad? Este respondió: La humildad es una obra grande, más bien, es una obra divina. El camino que conduce a la humildad es la siguiente: es necesario rezar, se necesita hacer trabajos corporales, es necesario considerarse hombres pecadores, es neceario someterse a todos. Entonces aquél joven agregó: ¿Qué quiere decir estar sometido a todos? El viejo replicó: uno está sometido a todos cuando no hace caso de los pecados de los demás, sino más bien observa los suyos suplicando inenterrumpidamente a Dios (A.Grün, El cielo comienza en ti, Queriniana, p.29).

Un día el Señor Jesús dijo a S. María Faustina Kowalska: hay almas por las cuales no puedo hacer nada. Son las almas que espian continuamente lo que hacen las otras y no saben lo que sucede en lo íntimo  del propio corazón… ¡Pobres almas que no escuchan mis palabras! Se quedan vacías en su interior porque no me buscan en lo íntimo del propio corazón, sino en las chismoserías y en el juzgar de los demás, donde yo nunca estoy. Sienten su vacío pero no renocen su culpa, y así las almas donde yo reino constituyen para ellos un remordimiento insoportable de consciencia (Sr. Maria Faustina Kowalska, Diario, VI cuaderno parte 2, LEV).

El camino de la oración es el camino de la humildad de quien se está conociendo mientras está conociendo a Aquél que le dona conocerse.

PRIMA LA SALUTE O LA SALVEZZA?

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

“La prima cosa, la più importante, è la salute”. “Quando hai la salute, hai tutto”. Sono solo alcune delle espressioni che sin da piccolo sento sulla bocca di tanti. Sembrerebbe proprio così, se consideriamo che le parole salvezza e salute hanno la stessa radice: il latino salus. Ma il vangelo non sembra allinearsi con il comune modo di pensare. Per carità, non che le due realtà non possano coincidere, ma ricordiamo il vangelo di un paio di domeniche fa. Un uomo ricco e satollo, senza problemi di salute; un povero invece pieno di problemi con il corpo coperto di piaghe, privo di salute. Nel post-mortem raccontato nella parabola, solo Lazzaro, che non aveva buona salute in terra, raggiunge la salvezza. Cosa se ne fece invece quel ricco della sua salute? Però voglio chiarirlo subito: questo commento non è né un elogio della sofferenza, né un invito al disprezzo della salute corporale.

I dieci lebbrosi incontrano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
I dieci lebbrosi incontrano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Gesù incontra sul suo cammino verso Gerusalemme dieci lebbrosi che gridano a Lui. Lo chiamano per nome e lo riconoscono anche maestro (v.13). Il Signore ordina loro: andate a presentarvi ai sacerdoti (v.14). L’ordine dato rispetta le norme del libro del Levitico circa la purificazione dei colpiti da lebbra: questa è la legge da applicare al lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà condotto al sacerdote…(Lv 14,2ss.). Osserviamo che Gesù ha ascoltato il grido e ha visto la condizione di quegli uomini ma, nel suo pronto intervento, si è limitato a ordinar loro di fare quello che la parola di Dio già dice in proposito. Due piccole annotazioni al riguardo:

1) nella vita tante volte, per problemi di natura spirituale che non si ha più il coraggio di chiamare “peccati”, c’è chi fa giri interminabili qua e là tra santoni, guru e presunti specialisti in umanità che offrono soluzioni suggestive spesso a caro prezzo, ma a lungo andare privandosi di una vita più serena e felice. Quante cose comincerebbero a sistemarsi nella propria vita, quale pace ritornerebbe nel proprio cuore se si andasse con fiducia dal sacerdote per una sincera confessione sacramentale e per ricevere le indicazioni di un cammino personalizzato!

2) i 10 lebbrosi, obbedendo alle parole di Gesù, vengono guariti mentre sono in cammino (v.14). Segno che conferma quanto detto sopra al punto 1. Le nostre infermità interiori di cui la lebbra è figura, guariscono all’interno del cammino di fede che intraprendiamo. Ed è l’obbedienza alla parola di Dio che ci guarisce! Inoltre, questo significa che per seguire Gesù non bisogna aspettare di essere prima puri, sani e santi. La guarigione e la salvezza sono doni consequenziali alla decisione di dar fiducia a Gesù e alle sue parole.

Il samaritano guarito dalla lebbra, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il samaritano guarito dalla lebbra, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

E veniamo al nucleo più importante del messaggio evangelico. Uno dei dieci vedendosi guarito tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano (vv.15-16). Dieci vengono guariti, ma uno solo ritorna verso Gesù per ringraziare e per giunta samaritano, cioè uno doppiamente escluso dalla salvezza secondo il pensiero religioso del tempo: perché era lebbroso e per il suo status di cittadino etnicamente impuro. Gesù lo chiama straniero (v.18). Ancora una volta il vangelo ci mette di fronte al tema della fede che il Signore incontra laddove non dovrebbe manifestarsi (cfr. Lc 9,53). Le domande che Gesù si pone davanti a quell’uomo sono in sé stesse la strada migliore per cogliere il nocciolo del suo insegnamento. La salvezza della nostra vita non consiste nel guarire dalla propria lebbra, ma incontrare Chi ci guarisce. La salvezza non coincide con una buona salute, anche se è sempre auspicabile averla. Se, come diceva un antico padre (S.Ireneo di Lione), il fine della vita dell’uomo è dar lode e gloria al suo Creatore, allora possiamo comprendere il risalto delle domande e l’affermazione finale nel vangelo. E’ la relazione con Gesù che ci salva. La salute è uno dei tanti doni che può farmi ricordare il Donatore, ma me ne può anche allontanare se diventa più importante di Lui! Ecco quanto il credente deve ricordare.

Alzati e cammina; la tua fede ti ha salvato! (v.19) Se è la fiducia nel rapporto con Gesù a salvare la mia vita, allora la salute può esserci ma può anche non esserci. Come la stessa esperienza umana ci insegna quando incontriamo persone (e quante ce ne sono!…) che pur non godendo affatto di buona salute ci sono di esempio nella fede. La salvezza, salute interiore dell’anima, con o senza una buona salute, è vivere grati a Dio, anche su una sedia a rotelle! Per il discepolo di Cristo il dono più importante, il dono che Dio ci ha già fatto, il dono da accogliere ogni giorno nella preghiera, è incontrare e riconoscere il Donatore nel proprio cuore. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

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“La primera cosa, la más importante, es la salud”. “Cuando tienes la salud, tienes todo”. Son solo algunas de las expresiones que desde cuando era pequeño escucho de la boca de tantos. Pareciera justamente así, si consideramos que las palabras salvación y salud tienen la misma raíz: el latín salus. Pero el evangelio no parece alinearse con el común modo de pensar. Por favor, no es que las dos realidades no puedan coincidir, pero basta recordar el evangelio de hace un par de domingos. Un hombre rico y satisfecho, sin problemas de salud; un pobre en cambio lleno de problemas con su cuerpo lleno de heridas, sin salud. En la post-muerte relatado en la parábola, solo Lázaro, que no tenía buena salud en la tierra, alcanza la salvación. ¿Qué cosa hizo en cambio aquél rico de su salud? Pero quiero aclararlo inmediatamente: este comentario no es ni el elogio del sufrimiento, ni la invitación al desprecio de la salud corporal.

Jesús encuentra en su camino hacia Jerusalén 10 hombres que gritan a Él. Lo llaman por nombre y lo reconocen también como maestro (v.13). El Señor ordena a ellos: vayan a presentarse a los sacerdotes (v.14). La orden dada respeta las normas del libro del Levítico acerca de la purificación de los enfermos de lepra: esta es la ley para aplicar al leproso por el día de su purificación. Él será conducido al sacerdote… (Lev 14,2ss.).

Es interesante observar que Jesús ha escuchado el grito y ha visto la condición de esos hombres pero, en su pronta intervención, se ha limitado a ordenar a ellos de hacer aquello que la palabra de Dios ya dice a propósito. Dos pequeñas anotaciones al respecto:

1) en la vida tantas veces, por problemas de naturaleza espiritual que no se tiene más el coraje de llamar “pecados”, hay quien da vueltas interminables aquí y allá entre santones, brujos y presuntos especialistas en cosas humanas que ofrecen soluciones sugestivas normalmente a caro precio, pero a la larga privándose de una vida más serena y feliz. ¡Cuántas cosas comenzarían a arreglarse en la propia vida, qué paz regresaría en el propio corazón si se iría con confianza al sacerdote para una sincera confesión sacramental y para recibir las indicaciones de un camino personalizado!

2) los 10 leprosos, obedeciendo a las palabras de Jesús, vienen sanados mientras están en camino (v.14). Signo que confirma lo dicho arriba en el punto 1. Nuestras enfermedades interiores de la cual la lepra es figura, sanan dentro del camino de fe que emprendemos. ¡Y es la obediencia a la palabra de Dios que nos sana! Además, esto significa que para seguir a Jesús en su camino no es necesario esperar a ser primero puros, sanos y santos. La sanación y la salvación son dones consecuenciales a la decisión de dar confianza a Jesús y a sus palabras.

Y vamos al núcleo más importante del mensaje evangélico. Uno de los diez viéndose sanado volvió atrás alabando a Dios a gran voz, y se postró delante de Jesús, a sus pies, para agradecerle. Era un samaritano (vv.15-16). Diez son sanados, pero uno solo regresa hacia Jesús para agradecer y además samaritano, o sea uno doblemente excluido de la salvación según el pensamiento religioso del tiempo: porque era leproso y por su status de ciudadano étnicamente impuro. Jesús lo llama extranjero (v.18) Una vez más el evangelio nos pone delante al tema de la fe que el Señor encuentra allí donde no debería manifestarse (cfr. Lc 9,53). Las preguntas que Jesús se pone delante a ese hombre son en sí mismas el mejor camino para coger el corazón de su enseñanza. La salvación de nuestra vida no consiste en sanar de nuestra propia lepra, sino en encontrar a Quien nos sana. La salvación no coincide con una buena salud. También si es siempre deseable tenerla. Si, como decía un antiguo padre (S. Ireneo di Lione) el final de la vida del hombre es dar alabanza y gloria a su Creador, entonces podemos comprender el resalto de las preguntas y la afirmación final en el evangelio. Es la relación con Jesús que nos salva. ¡La salud es uno de los tantos dones que puede hacerme recordar al Donador, pero me puede también alejar si se vuelve más importante que Él!. He aquí lo que el creyente debe recordar.

¡Levántate y camina; tu fe te ha salvado! (v.19) Si es la confianza en la relación con Jesús en salvar mi vida, entonces la salud puede estar pero puede también no estar. Como la misma experiencia humana nos enseña cuando encontramos a personas (¡y cuántas hay!…) que aun no gozando de hecho de buena salud son de ejemplo en la fe. La salvación, salud interior del alma, con o sin una buena salud, es vivir felices porque gratos a Dios, ¡también sobre una silla de ruedas! Para el discípulo de Cristo el don más importante, el don que Dios ya nos ha hecho, el don para acoger cada día en la oración, es encontrar y reconocer al Donador en el propio corazón. Quien tenga oídos para entender, entienda.

L’ALDILÀ COMINCIA ALDIQUA’

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Am 6,1a.4-7; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di bisso finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

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La vita non ci è data in proprietà. Ci è data in amministrazione. Questo è quello che dice la Bibbia dappertutto. Che ci piaccia o non ci piaccia, finiremo per metterla al servizio di qualcuno o di qualcosa. Questo il senso profondo del vangelo di domenica scorsa, nel racconto della parabola dell’amministratore disonesto, come anche nelle successive e perentorie parole del Signore che ci avverte sull’impossibilità di servire due padroni: poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro (Lc 16,13). La parabola del vangelo di oggi riprende plasticamente questo avvertimento.

Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Un uomo ricco senza nome e un uomo povero di nome Lazzaro sono vicinissimi: il povero infatti, “stava alla sua porta” (v.20). Come mai il ricco non lo vede se è alla porta? Lazzaro non ha voce, ma il suo corpo coperto di piaghe grida aiuto. Come è possibile non vederlo, se persino i cani si accorgevano di Lazzaro? (v.21) La prima scena del racconto, situata aldiquà della vita, è già tremenda per se stessa nel suo messaggio. In certi frangenti, credo che la stessa Parola di Dio spieghi la Parola di Dio meglio di qualsiasi commento. Sentite cosa dice il Salmo 49 dal v.7 al v.21:

Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza.
Ma nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
Lo stolto e l’insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze.
Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
Ma l’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.
Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro casa.
Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria.
Nella sua vita lo si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce.
L’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

Già secoli prima lo Spirito Santo aveva ispirato il salmista a scrivere con parole indelebili la triste possibilità che il cuore dell’uomo si accechi a un punto tale da perdere per sempre il senso della vita e a ridursi, ahimè, come un animale. Perché non essere toccati dalla sofferenza altrui, rimanere indifferenti a chi è nel bisogno, è segnale preoccupante di un cammino che avanza verso la morte interiore, ovvero di un cuore che sta spegnendo la propria capacità di amare. La seconda scena del vangelo infatti, spingendosi aldilà di questa vita, viene a confermare e a illustrarci questo salmo. Dopo la morte di entrambi, la situazione è totalmente capovolta: Lazzaro si trova con Abramo, simbolo del paradiso di tutti coloro che hanno creduto e confidato nella Parola di Dio. Il ricco si trova negli inferi tra i tormenti, simbolo di tutti coloro che pongono la propria sicurezza nelle ricchezze di questo mondo e non si curano affatto di quello che dice la Parola di Dio (v.23). Ma guarda un po’: solo ora il ricco degna di uno sguardo Lazzaro. Adesso è il ricco a gridare il suo bisogno. “Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono! Prima gli negava gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere!” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016) Nonostante Abramo risponda con misteriosa dolcezza, non è più possibile cambiare la situazione (vv. 25-26). Troppo tardi. Anche qui, il versetto di un altro libro della Bibbia è la più chiara spiegazione di questo passo della parabola: chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà a sua volta, ma non otterrà risposta (Proverbi 21,13).

Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Il messaggio è chiarissimo: l’ammonizione severa è per tutti coloro che vivono in una prosperità egoistica senza curarsi degli inviati speciali (i poveri) che Dio manda alle nostre porte. L’intento non è certo quello di spaventare, ma di invitare costoro ad una urgente e fattiva conversione. La possibilità di finire negli inferi tra i tormenti è seria, realissima. Da notare che non si dice nella parabola che Dio mandò negli inferi quel ricco. Negli inferi (o nel paradiso) ci si va con le nostre scelte. Il nostro aldilà comincia aldiquà. Perciò, senza inutili ansie, non c’è tempo da perdere! Abbiamo solo questa vita per credere alle parole del Signore che domenica scorsa aggiungeva: fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne (Lc 16,9). I poveri sono la possibilità di salvezza che Dio offre instancabilmente a ogni ricco accecato dal proprio benessere e preoccupato solo della sua sussistenza (cfr. Lc 12,16-21). Quel ricco ebbe una vita intera per farsi amico Lazzaro, ma non lo fece. Forse dentro di sé era come quei farisei che si fecero beffe di Gesù quando diede questo insegnamento (Lc 16,14). Ma rifiutarsi di ascoltare il grido del povero è rifiutare Dio. Escludendo Lazzaro, quel ricco non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio! (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Bene, allora stiamo capendo qualcosa di importante per una sincera verifica della nostra fede. Le ricchezze nelle nostre mani non sono segno di benedizione, anzi, se le nostre mani non si aprono alla loro condivisione possono diventare causa di rovina eterna. Ma se le mani si aprono al dono verso i poveri, ecco che la benedizione di Dio ci sovrasta. C’è una furbizia del mondo che inganna e rende schiavo il cuore dell’uomo conducendolo verso la morte eterna; ma c’è anche un’altra furbizia che attira la benedizione e ci conduce a Dio. La morte, diceva un noto comico napoletano (Totò), è una “livella”: è molto democratica in quanto comune esperienza del ricco come del povero. Ma per noi credenti non lo è. La morte è soltanto la porta d’ingresso al giudizio di Dio. Lasciamo tirare le opportune conclusioni alla già citata catechesi di Papa Francesco: “Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e quella porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa, anche per Dio. E questo è terribile!… A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice il Signore. Così, nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza.” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

BUONA DOMENICA!

 

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La vida no nos ha sido dada como propiedad. Nos es dada en administración. Esto es aquello que nos dice la Biblia por todas partes. Que nos guste o no nos guste, terminaremos por ponerla al servicio de alguien o de algo. Este es el sentido profundo del evangelio del domingo pasado, en el relato de la parábola del administrador deshonesto, como también en las sucesivas y perentorias palabras del Señor que nos advierte sobre la imposibilidad de servir a dos padrones: porque u odiará a uno y amará al otro, o también se aficionará a uno y despreciará al otro. No pueden servir a Dios y al dinero (Lc 16,13). La parábola del evangelio de hoy retoma plásticamente esta advertencia.

Un hombre rico sin nombre y un hombre pobre de nombre Lázaro están cerquísima: el pobre de hecho, “estaba en su puerta” (v.20). ¿Cómo así el rico no lo ve si está en su puerta? Lázaro no tiene voz, pero su cuerpo cubierto de llagas grita ayuda. ¿Cómo es posible no verlo, si hasta los perros se dan cuenta de Lázaro? (v.21) La primera escena del relato, situada en el más acá de la vida, ya es tremenda por sí misma en su mensaje. En ciertos momentos, creo que la misma Palabra de Dios explique la Palabra de Dios mejor que cualquier comentario. Escuchen qué cosa dice el Salmo 49 desde el v.7 al v.21:

Ellos ponen su confianza en su fuerza,

y se glorían de su gran riqueza.

Si nadie puede redimirse

ni pagar a Dios por su rescate

es muy cara la redención de su alma,

y siempre faltará,

para que viva aún y nunca vea la fosa.
Se ve, en cambio, fenecer a los sabios,

perecer a la par necio y estúpido,

y dejar para otros sus riquezas.

Sus tumbas son sus casas para siempre,

sus moradas de edad en edad;

y a sus tierras habían puesto sus nombres.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

Así andan ellos, seguros de sí mismos,

y llegan al final, contentos de su suerte.

Como ovejas son llevados al infierno,

los pastorea la Muerte,

y los rectos dominarán sobre ellos.

Por la mañana se desgasta su imagen,

el infierno será su residencia.

Pero Dios rescatará mi alma,

de las garras del infierno me cobrará.

No temas cuando el hombre se enriquece,

cuando crece el boato de su casa.

Que su muerte, nada ha de llevarse,

su boato no bajará con él.

Aunque en vida se bendecía a sí mismo:

“Te alaban, porque te has tratado bien”.

Irá a unirse a la estirpe de sus padres,

que nunca ya verán la luz.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

 

Ya desde siglos antes el Espíritu Santo había inspirado al salmista a escribir con palabras indelebles la triste posibilidad que el corazón del hombre se ciegue al punto tal de perder para siempre el sentido de la vida y a reducirse, ay de mí, como un animal. Por qué no ser tocados por el sufrimiento ajeno, quedarse indiferentes de quien está en la necesidad, es señal preocupante de un camino que camina hacia la muerte interior, es decir de un corazón que está apagando la propia capacidad de amar. La segunda escena del evangelio de hecho, abriéndose camino al más allá de esta vida, viene a confirmar y a ilustrarnos este salmo. Después de la muerte de los dos, la situación es totalmente invertida: Lázaro se encuentra con Abraham, símbolo del paraíso de todos aquellos que han creído y confiado en la Palabra de Dios. El rico se encuentra en el infierno en medio de los tormentos, símbolo de todos aquellos que ponen la propia seguridad en las riquezas de este mundo y no se cuidan de hecho de lo que dice la Palabra de Dios (v.23). Pero mira un poco: solo ahora el rico digna de una mirada a Lázaro. Ahora es el rico quien grita su necesidad. “Parece que ve a Lázaro por primera vez, pero sus palabras lo traicionan: «Padre Abraham —dice— ten piedad de mí y manda a Lázaro a mojar en el agua la punta del dedo y a humedecerme la lengua, porque sufro terriblemente en esta llama». Ahora el rico reconoce a Lázaro y le pide ayuda, mientras que en vida fingía no verlo. — ¡Cuántas veces mucha gente finge no ver a los pobres! Para ellos los pobres no existen— ¡Antes le negaba hasta las sobras de su mesa, y ahora querría que le trajese algo para beber!” (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016) A pesar de que Abraham responda con misteriosa dulzura, no es más posible cambiar la situación (vv.25-26). Demasiado tarde. También aquí, el versículo de otro libro de la Biblia es la más clara explicación de este paso de la parábola: el que pone oídos sordos al grito del afligido, cuando llame no le responderán (Proverbios 21,13).

El mensaje está clarísimo: la advertencia severa es para todos aquellos que viven en una prosperidad egoísta sin cuidar de los invitados especiales (los pobres) que Dios manda a nuestras puertas. El intento seguramente no es el de asustar, sino de invitar a ellos a una urgente y activa conversión. La posibilidad de terminar en el infierno entre los tormentos es seria, realísima. Hago notar que no se dice en la parábola que Dios mandó a los infiernos a aquél rico. En el infierno (o en el paraíso) se va con nuestras elecciones. Nuestro más allá comienza en el más acá. Por lo tanto, sin inútiles ansias, ¡no hay tiempo que perder! Tenemos solo esta vida para creer en las palabras del Señor que el domingo pasado agregaba: Háganse amigos por medio de las riquezas injustas, para que cuando falten, les reciban en las moradas eternas (Lc 16,9). Los pobres son la posibilidad de salvación que Dios ofrece incansablemente a cada rico cegado por el propio bienestar y preocupado solo de su subsistencia (cfr. Lc 12,16-21) Aquél rico tuvo una vida entera para hacerse amigo de Lázaro, pero no lo hizo. Quizás dentro de sí era como aquellos fariseos que se burlaron de Jesús cuando dio esta enseñanza (Lc 16,14). Pero rechazarse a escuchar el grito del pobre es rechazar a Dios. Excluyendo a Lázaro, no tuvo en cuenta ni al Señor, ni a su ley. ¡Ignorar al pobre es despreciar a Dios! ¡Esto debemos aprenderlo bien: ignorar al pobre es despreciar a Dios¡ (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

Bien, entonces estamos entendiendo algo importante para una sincera verificación de nuestra fe. Las riquezas en nuestras manos no son signo de bendición, más bien, si nuestras manos no se abren al compartir pueden volverse causa de ruina eterna. Pero si las manos se abren al don hacia los pobres, he aquí que la bendición de Dios nos sobrepasa. Hay una viveza del mundo que engaña y rinde esclavo al corazón del hombre conduciéndolo hacia la muerte eterna; pero hay también otra viveza que atrae la bendición y nos conduce a Dios. La muerte, decía un notable cómico napolitano (Totó), es un “nivel”: es muy democrática cuanto común experiencia del rico como del pobre. Pero para nosotros creyentes no lo es. La muerte es solamente la puerta de ingreso al juicio de Dios. Dejemos sacar la oportunas conclusiones a la ya citada catequesis de Papa Francisco: “Abraham en persona ofrece la clave de todo el relato: él explica que bienes y males han sido distribuidos en modo de compensar la injusticia terrena, y la puerta que separaba en vida al rico del pobre, se transformó en «un gran abismo». Hasta que Lázaro estuvo bajo su casa, para el rico había posibilidad de salvación, abrir la puerta, ayudar a Lázaro, pero ahora que ambos están muertos, la situación se ha vuelto irreparable. Dios no es nunca llamado directamente en causa, pero la parábola advierte claramente: la misericordia de Dios hacia nosotros está relacionada con nuestra misericordia hacia el prójimo; cuando falta esta, también aquella no encuentra espacio en nuestro corazón cerrado, no puede entrar. Si yo no abro de par en par la puerta de mi corazón al pobre, aquella puerta permanece cerrada. También para Dios. Y esto es terrible. A este punto, el rico piensa en sus hermanos, que corren el riesgo de tener el mismo final, y pide que Lázaro pueda volver al mundo a advertirles. Pero Abraham responde: «Tienen a Moisés y a los profetas, que les oigan». Para convertirnos, no debemos esperar eventos prodigiosos, sino abrir el corazón a la Palabra de Dios, que nos llama a amar a Dios y al prójimo. La Palabra de Dios puede hacer revivir un corazón marchito y curarlo de su ceguera. El rico conocía la Palabra de Dios, pero no la dejó entrar en el corazón, no la escuchó, por eso fue incapaz de abrir los ojos y de tener compasión del pobre. Ningún mensajero y ningún mensaje podrán sustituir a los pobres que encontramos en el camino, porque en ellos nos viene al encuentro el mismo Jesús: «Cuanto hicisteis a unos de estos hermanos míos más pequeños, a mí me lo hicisteis» (Mt 25, 40), dice Jesús. Así en el cambio de las suertes que la parábola describe se esconde el misterio de nuestra salvación”.  (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

GIOITE CON ME

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Es 32,7-11.13-14; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32

 

Se si prendono sul serio (speriamo) le parole di Gesù di domenica scorsa circa le esigenze del discepolato, verrebbe da dire che nessuno è in grado di stargli dietro. Oppure (che è lo stesso) verrebbe da dire che essere discepoli di Gesù è una possibilità riservata a una élite di persone quali i citati S.Francesco d’Assisi, la novella S.Teresa di Calcutta e altri canonizzati. Ma subito dopo quel vangelo troviamo il cap.15 di Luca evangelista che in questa domenica la chiesa ci offre di meditare integralmente. Luminosa intelligenza delle Scritture: S.Luca ci ha condotto fin qui per renderci consapevoli della nostra incapacità a seguirlo in modo che, disperando di noi, speriamo nella sua Misericordia! La grande ouverture della “sinfonia n.15 in figlio minore” la dice tutta: continuavano ad avvicinarsi a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo (v.1). Anche oggi si avvicina veramente a Gesù solo chi guarda a Lui dalla propria realtà di peccato, dalla propria fragile umanità incapace di salvarsi. Si avvicina a Gesù soltanto chi sente la necessità della sua Misericordia, perché tocca con mano la propria miseria. Si allontana da Gesù chi si arrocca nel proprio giusto modo di vedere e confida in virtù proprie per fare il bene. Si allontana da Gesù chi condanna i fratelli ingiusti e crede che Dio faccia lo stesso: i farisei e gli scribi mormoravano: “costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (v.2). Del vangelo ho capito solo pochissime cose, anzi, mi correggo, penso che Egli me le abbia fatta capire. Una di queste è che Gesù nella sua vita ebbe maggiore accoglienza e comprensione nel cuore dei piccoli, dei poveri e dei peccatori. Per questo troviamo nei vangeli che la maggioranza di quelli che lo seguono si trovano tra questi ultimi. Per questo tra i vari nomignoli che gli affibbiarono troviamo anche mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori (Lc 7,34). L’impresa più difficile per il Signore, allora come oggi, è farsi spazio nel cuore dei giusti e convertirli!

Il padre misericordioso, Arcabas
Il padre misericordioso, Arcabas

Se guardiamo all’intera “economia” delle parabole del cap.15 noteremo che dietro le figure tratteggiate da Gesù del pastore, della donna e del padre, emerge un personaggio coinvolto totalmente nella ricerca di un incontro; e, una volta giunto l’incontro, con una voglia irresistibile di far festa e di contagiare la propria gioia a chi gli sta intorno. Una pecora ritrovata sulle spalle, una moneta recuperata, un figlio che ritorna a casa: il leitmotiv della sua incontenibile gioia è sempre l’incontro con ciò che cercava. Siamo al cuore della rivelazione del volto di Dio nel vangelo di Luca. Gesù spiegherà con la sua vita, ma soprattutto nel modo in cui muore, che quanto ci ha raccontato in quelle parabole, fa emergere l’identikit autentico di Dio. Amore incondizionato. Amore gratuito. Amore che cerca incessantemente l’incontro con tutti i suoi figli. “E’ importante questo insegnamento di Gesù: la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Nessuno può toglierci questa dignità!” (Papa Francesco, catechesi su Lc 15,11-32, Udienza pubblica del 11.05.2016).

Infatti, nel centro del cap.15, concepibile come un’unica grande parabola in tre racconti, c’è un padre che vede meglio chi è lontano, che si commuove, che corre incontro e compie i gesti più materni che ci siano al riabbracciare il figlio che non era più in casa; un padre che non sopporta di sentirsi dire “non sono più degno di essere tuo figlio” e che si affretta piuttosto a restituirgli tutti i segni della sua dignità (anello, vestito e calzari), avviando poi una festa di famiglia a base di filetto di vitello ben foraggiato. Gesù non tratteggia un papà offeso che chiede prima conto al figlio delle sue malefatte, ma un papà concentrato a esprimere la sua gioia di averlo di nuovo in casa salvo (Lc 15,20-24). Come è bello questo papà! Che forza si sprigiona nella gioia di avere davanti ai propri occhi il proprio figlio perduto! Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (v.24).

E cominciarono a far festa, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
E cominciarono a far festa, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Ma in questa gioia trascinante c’è una persona che non si riesce a coinvolgere. E’ il fratello maggiore che è sempre stato in casa. E’ curioso che nelle tre parabole è l’unico personaggio  che rifiuta l’invito alla gioia: un figlio che vive in casa e dovrebbe conoscere bene il papà. Anzi, giustifica il proprio rifiuto trasformandolo in una poco velata accusa al padre (Lc 15,30). Quanto è diverso questo figlio dal suo papà! Qui scopriamo chi veramente ha più bisogno della Misericordia di Dio. “Vediamo il disprezzo: non dice mai “padre”, non dice mai “fratello”, pensa soltanto a sé stesso, si vanta di essere rimasto sempre accanto al padre e di averlo servito…Il figlio maggiore, anche lui ha bisogno di misericordia. I giusti, quelli che si credono giusti, hanno anche loro bisogno di misericordia. Questo figlio rappresenta noi quando ci domandiamo se valga la pena faticare tanto se poi non riceviamo nulla in cambio. Gesù ci ricorda che nella casa del Padre non si rimane per avere un compenso, ma perché si ha la dignità di figli corresponsabili. Non si tratta di “barattare” con Dio, ma di stare alla sequela di Gesù che ha donato sé stesso sulla croce senza misura.” (Papa Francesco, catechesi su Lc 15,11-32, Udienza pubblica del 11.05.2016).

Ho davanti agli occhi del mio cuore due persone. Una più giovane e una più avanti negli anni. La giovane un giorno mi confessò: “sai, i miei, molto preoccupati, pensano che non frequenti più la parrocchia perché sto mettendo in dubbio la mia fede. Ma in realtà non l’ho mai fatto, tutto quanto ho cominciato ad imparare da piccola circa la fede non l’ho rifiutato. Ho riflettuto. In verità io non frequento più la mia chiesa perché lì non mi sento a casa”. La signora più avanti negli anni un giorno mi raccontò: “ho fatto un sogno strano. Scorrevano davanti all’altare della mia chiesa tante persone. Sacerdoti, suore e fedeli che frequentano la parrocchia con il volto piuttosto spento. Poi ad un certo punto appare Gesù dietro di loro che mi guarda sofferente dicendo: “sono tutti qui, ad un passo da Me, ma non vengono da Me…ed è così da tanto tempo!”.

L’appello del Giubileo a riscoprire il cuore del vangelo nell’amore misericordioso e gioioso di Dio è più che mai urgente. Perché il cammino del discepolato è divenire misericordiosi e gioiosi come il Padre; è riflettere come comunità cristiana questo volto, l’unico volto, di Dio Padre. In chiesa, fuori della chiesa, tutti ne abbiamo bisogno.

BUONA DOMENICA!

LA VERA FORZA DEL DISCEPOLO

XXIII DOMENICA DEL T.O.

Sap 9,13-18; Flm 9b-10.12-17; Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo,dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato l’invito di Gesù a camminare nella vita, per così dire, “a ritroso”. Se ci fidiamo di quel che ci dice, poco a poco comprenderemo che per salire al Cielo bisogna scendere, per avanzare nella vita spirituale bisogna andare indietro al corteo dell’umanità in fila per entrare dalla porta stretta; bisogna andare in cerca dell’ultimo posto, con il cuore aperto a coloro che incontriamo in fondo alla fila. Infatti, a loro per prima spetta l’entrata nel Regno (cfr. Lc 14,15-24) perché sono come Gesù, sono dove si trova Gesù. Nel vangelo di questa domenica ci viene offerto una sorta di “test” per verificare se ci troviamo tra essi: perché per stare con Gesù, per conoscerlo e diventare suoi amici, bisogna scegliere il suo stesso posto. Come Madre Teresa di Calcutta, oggi canonizzata amica del Signore nella sua chiesa attraverso un luminoso cammino in amorosa ricerca degli ultimi.

Siamo in tanti ad essere affascinati da Gesù. Per questo Luca sottolinea che una folla numerosa andava con Lui (v.25). Ma il Signore, oggi come allora, si rivolge a tutti e ci dice con la sua solita chiarezza che se vogliamo essere suoi discepoli autentici bisogna:

1) Amare Gesù sopra ogni altra relazione, anche la più sacra e cara, e amarlo più della nostra stessa vita (v.26)

2) Portare la propria croce e rimanere sempre dietro Gesù: c’è sempre all’angolo la pretesa (satanica) di metterci davanti a Lui perché faccia il “nostro” cammino, chiedere a S.Pietro per informazioni (v.27).

Libera traduzione di questi due punti. Vuoi essere discepolo del Signore? Bisogna relativizzare ciò che ci è più caro e amare ciò che è odioso a questo mondo (la croce). Altro esempio illustre. Vi ricordate Francesco d’Assisi? Rientrato dalla guerra e dal carcere, dove aveva iniziato a leggere il vangelo, cammina guidato dallo Spirito fino a relativizzare i suoi più cari affetti familiari e amicali, le sue ricchezze, e giunge a baciare ciò che ripugnava lui e tutto il mondo, nella fattispecie la croce di Cristo presente nella carne del lebbroso. Detto questo il Signore aggiunge un paio di considerazioni che rimarcano queste esigenze del discepolato in due piccole parabole. La prima compara la sequela alla costruzione di una torre. Gesù invita a pensarci bene prima di decidersi a seguirlo: ci si deve fermare per valutare attentamente ogni costo onde evitare fallimenti che espongono alla derisione (vv.28-30). La seconda la compara ad una guerra ad armi impari tra due re che ha come campo di battaglia il nostro cuore (vv.31-32). Con la differenza che trattasi di armi diametralmente opposte. E qui veniamo al dunque.

Se infatti vuoi vincere nella tua sequela con le stesse armi del nemico (potere, avere, mezzi, apparire) ti stai arrendendo a lui. Solo chi confida nel Signore avrà successo nella sequela. Ma questo non avviene mai senza attraversare prima l’insuccesso! Ricordarsi ancora di S.Pietro. Ecco perché il versetto finale è la chiave per comprendere bene quel che il Signore Gesù dice. Cos’è in fondo la sua sequela, cos’è la vita cristiana? Non è un atto eroico che si consuma all’istante. Non è nemmeno una vita all’insegna di scelte stoiche continue. E’ un imparare a portare un peso che diventa più leggero e dolce quanto più si lascia, per amore di Gesù, ogni tipo di ricchezza. Perché Lui per primo, da ricco che era si è fatto povero perché noi ci arricchissimo della sua povertà (2Cor 8,9). Davide per vincere su Golia dovette liberarsi della forza delle armi (1Sam 17,39). L’unica forza del credente nella sua sequela, è la sua debolezza e povertà che gli fa confidare solo in Dio. Ricordarsi anche di quel tale che voleva carpire il segreto della vita eterna a Gesù. Era un obbedientissimo ai comandamenti fin dalla giovinezza ma gli occhi d’amore del Signore gli rivelarono che mancava una cosa importantissima per poter entrare nel segreto. Una sola cosa ti manca: va vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo. Poi vieni e seguimi (Mc 16,21). Le ricchezze in sé non sono un male. E’ la mia relazione con esse, è cosa faccio di esse che mi instradano dietro Gesù o me ne allontanano: così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Lc 14,33)

BUONA DOMENICA!

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El domingo pasado hemos escuchado la invitación de Jesús a caminar en la vida, por así decir, “al revés”. Si confiamos de lo que nos dice, poco a poco comprenderemos que para subir al Cielo es necesario bajar, para avanzar en la vida espiritual es necesario ir hacia atrás al cortejo de la humanidad en fila para entrar por la puerta estrecha; es necesario ir en busca del último lugar, con el corazón abierto a aquellos que encontramos detrás de la fila. De hecho, a ellos les toca primero la entrada al Reino (cfr. Lc 14,15-24) porque son como Jesús, están donde se encuentra Jesús. En el evangelio de este domingo se nos ofrece una serie de “test” para verificar si nos encontramos entre ellos: porque para estar con Jesús, para conocerlo y volvernos sus amigos, es necesario elegir su mismo lugar. Como Madre Teresa de Calcuta, hoy canonizada amiga del Señor en su iglesia a través de un iluminado camino en amorosa búsqueda de los últimos.

Somos en tantos a estar fascinados por Jesús. Por esto Lucas subraya que una multitud de gente iba con Él (v25). Pero el Señor, hoy como esa vez, se dirige a todos y nos dice con su misma claridad que si queremos ser sus discípulos auténticos es necesario:

1) Amar a Jesús sobre cada otra relación, también la más sagrada y querida, y amarlo más que a nuestra propia vida (v.26)

2) Llevar la propia cruz y quedarse siempre detrás de Jesús: está siempre al ángulo la pretensión (satánica) de ponernos delante de Él para que haga “nuestro” camino, preguntar a S. Pedro para informaciones (v.27)

Libre traducción de estos dos puntos. ¿Quieres ser discípulo del Señor? Es necesario relativizar lo que nos es más querido y amar lo que es odioso en este mundo (la cruz). Otro ejemplo ilustre. ¿Se acuerdan de Francisco de Asís? Habiendo regresado de la guerra y de la cárcel, donde había comenzado a leer el evangelio, camina guiado por el Espíritu hasta relativizar sus más queridos afectos familiares y amicales, sus riquezas, y llega a besar lo que le repugnaba y a todo el mundo, en particular la cruz de Cristo presente en la carne del leproso.
Dicho esto el Señor agrega un par de consideraciones que observan estas exigencias del discipulado en dos pequeñas parábolas. La primera compara la secuela a la construcción de una torre. Jesús invita a que piensen bien antes de que decidan seguirlo: nos debemos detener para evaluar cuidadosamente cada coste donde evitar fracasos que exponen al escarnio (vv.28-30). La segunda la compara a una guerra de armas impares entre dos reyes que tienen como campo de batalla nuestro corazón (vv.31-32). Con la diferencia que él lleva armas diametralmente opuestas. Y aquí vamos al grano.

Si de hecho quieres vencer en tu secuela con las mismas armas de tu enemigo (poder, tener, medios, aparecer) te estás rindiendo a él. Sólo quien confía en el Señor tendrá suceso en la secuela. ¡Pero esto no sucede nunca sin atravesar antes el fracaso! Acuérdate todavía de S. Pedro. He aquí por qué el versículo final es la llave para comprender bien lo que el Señor Jesús dice: ¿Qué es en fondo su secuela, qué es la vida cristiana? No es un acto heroico que se consume al instante. No es ni siquiera una vida a la alegoría de elecciones estoicas continuas. Es un aprender a llevar un peso que se vuelve más ligero y dulce, al máximo se deja, por amor de Jesús, cada tipo de riqueza. Porque Él primero, de rico que era se hizo pobre para que nosotros nos volviéramos ricos de su pobreza (2Cor 8,9). David para vencer su Goliat debió librarse de las fuerzas de las armas (1Sam 17,39). La única fuerza del creyente en su secuela, es su debilidad y pobreza que le hace confiar solo en Dios. También recuerden de aquél tal que quería sonsacar el secreto de la vida eterna a Jesús. Era un gran obediente a los mandamientos desde su juventud pero los ojos de amor del Señor le revelaron que le faltaba una cosa importantísima para poder entrar en el secreto. Una sola cosa te falta: va vende todo lo que tienes, dalo a los pobres y tendrás un tesoro en el Cielo. Luego ven y sígueme (Mc 16,21) Las riquezas en sí no son un mal. Es mi relación con ellas, es lo qué hago con ellas que me encaminan detrás de Jesús o me alejan: así si uno de ustedes no renuncia a todo lo que tiene, no puede ser mi discípulo (Lc 14,33)

 

NON CERCARMI TRA I PRIMI

XXII DOMENICA DEL T.O.

Sir 3,17-20; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14

E avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri...luglio 2016
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri…luglio 2016

Come già preannunciato, ecco nel vangelo di questa domenica il consiglio di Gesù di cui vi parlavo. Purtroppo, nel commento sarò più coinvolto del solito: siete ancora in tempo, si salvi chi può dalla mia lungaggine!…Perché questo vangelo, più l’intero cap.15 di Luca, sta nel principio della mia conversione a Gesù (che è solo appena cominciata), ed è una personale chiave di lettura per guardare al mistero di Dio e dell’uomo. Perciò chiedo scusa, ma è inevitabile qualche riferimento autobiografico.

Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016
Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016

Circa 28 anni fa (avevo 22 anni) mi ha preso una fame della parola di Dio mai sentita prima. Deve essere stato Lui. Leggevo la Bibbia così avidamente che più volte mi ritrovavo a leggerla di notte; arrivavo a chiuderla, senza che me ne accorgessi prima, intorno alle 4 o alle 5 del mattino. Iniziai in quegli anni a far cose di cui non mi ero mai occupato. Per esempio, nel caso specifico, leggevo e rileggevo questa pagina di vangelo ma non avevo chi rispondesse alle mie domande. Nel riprendere a frequentare la parrocchia, sentivo dire spesso a messa: “Dio deve essere al primo posto nella nostra vita”. Per me voleva dire: lo possiamo trovare nei primi posti della nostra esistenza. Ok, perché allora Gesù ci consiglia di scegliere l’ultimo posto?

Consuelo, responsabile di un "Comedor parroquial", luglio 2016
Consuelo, responsabile di un “Comedor parroquial”, luglio 2016

Qualcosa non mi quadrava. Prendevo alla lettera quello che diceva nel vangelo. Mi giunse un invito a una festa di nozze. Arrivato quel giorno, durante la messa me ne andai dietro, al fondo della chiesa, quasi sull’uscio. Così pure al ristorante, dove si continuava a festeggiare gli sposi: avevano già assegnato i posti, ma durante il ricevimento andai a sedere al tavolo più lontano. Volevo vedere cosa succedeva, se veniva qualcuno a dirmi di passare avanti come diceva Gesù. Non venne nessuno, né in chiesa, né al ristorante; tanto meno vennero onori.

Paolo e Marta, luglio 2016
Paolo e Marta, luglio 2016

Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11). Ma io vedevo che le persone che primeggiavano a scuola, nello sport, nel lavoro e altrove, venivano esaltate da tutti, non umiliate. Piuttosto, in genere venivano umiliati coloro che non avevano particolari capacità o ricchezze. Perché? Poi Gesù offriva consiglio anche quando fossimo stati noi ad invitare. Non gli amici, né i fratelli, né i parenti e i ricchi vicini (Lc 14,12). Come sarebbe? Fratelli, parenti e ricchi vicini va bene, solitamente per loro gli invitanti erano i genitori. Ma gli amici? Non avrei dovuto più invitare i miei amici? Gesù mi sembrava troppo strano. Ci dice di voler bene a tutti, che dare la vita per i propri amici è il massimo, e poi non invitarli perché loro mi contraccambiano? Non è logico. Se li invito, anche loro mi invitano: vuol dire che ci vogliamo bene! Perché questo consiglio?

Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016
Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016

Al contrario, quando offri un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti (Lc 14,13). Questo mi incuriosiva tanto. Gesù mi diceva che dovevo fare qualcosa al contrario. Allora iniziai a darmi uno sguardo attorno. Giravo per il centro del mio paese alla ricerca di qualcuno di essi. Sapevo dove viveva un cieco, ma non lo trovavo mai. Storpi e zoppi non ce n’erano. Qualcosa mi spinse ad andare per le strade più periferiche. Un giorno vidi due uomini camminare per i giardini pubblici. In realtà, essi ogni giorno erano sotto i miei occhi perché girovagavano spesso da quelle parti; ma quel giorno era come se li vedessi per la prima volta. Notai che non erano messi molto bene: dai loro indumenti era evidente la loro povertà. Finalmente avevo trovato degli esemplari del vangelo da invitare! Giunse il momento favorevole. Si sedettero su una panchina. Mi avvicinai, sedetti accanto a loro, cominciai a chiedere come si chiamavano, ecc.ecc. Erano italiani, ma non del posto. Antonio era stato interdetto in tribunale e non aveva più alcun familiare in vita. Giovanni, più anziano, abbandonato da figlio, nuora e altri familiari. Vivevano in una specie di casa di riposo. Cominciai a sentire dalla loro voce cos’era la solitudine. Dopo la chiacchierata, li invitai a mangiare qualcosa. Ebbero un’esitazione, mi guardarono quasi increduli. Li condussi ad un bar vicino e mangiammo insieme un panino. Al momento del saluto, gli occhi di entrambi su di me e una sola parola: “grazie”. Non riuscivo a staccare i miei occhi dai loro, ci vedevo qualcosa che non avevo mai visto prima. Non posso descrivervi cosa, non ci riesco. So soltanto che sentii toccarmi nel profondo ma non sapevo da chi o da che cosa. Ricordo che successivamente li cercai ancora. Una volta li trovai mentre ero in auto. Li invitai a salire con me e andammo a farci un bel giro. Di ritorno verso sera mi dissi: “li invito a cena da me!” Senza avvertire i miei genitori giunsi a casa e chiamai mia madre che era sul balcone: “mamma oggi abbiamo ospiti a cena!” Lei alzò la testa, sgranò gli occhi e mi disse: “ma sei matto? Tu non porti nessuno qui a casa!”. Accettai il divieto, risalimmo nell’automobile e quella sera si rimediò con una pizza.

La comunità "Sembrando Esperanza", luglio 2016
La comunità “Sembrando Esperanza”, luglio 2016

Di lì a poco, siccome alcuni amici e conoscenti furono presi dallo stesso dubbio di mia madre, cominciai a nutrirlo anch’io. Decisi allora di consultare uno psichiatra amico di famiglia per chiedergli se stessi diventando matto. Risposta negativa, una risata per rassicurarmi e uno sguardo molto perplesso, come di chi non stesse comunque capendo cosa mi stava accadendo.

Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016
Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016

Infatti, nemmeno io capivo cosa mi accadeva. L’unica cosa che iniziavo a intuire, nel mio smarrimento, era che quel vangelo mi diceva che se davvero volevo conoscerlo, dovevo cercarlo lì, tra gli ultimi, non tra i primi. Fu così che il Signore iniziò a rivelarsi, a guidarmi e portarmi sulla mia strada. Quella che cerco di percorrere e far percorrere ancora oggi, con gioia, dopo essere stato nel frattempo incaricato del sacerdozio ministeriale nella sua chiesa, e dopo tante vicissitudini belle e dolorose: è la via del vangelo di Luca, ai numeri 14-15.

Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016
Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016

La nostra inguaribile voglia di primeggiare, soprattutto religiosamente (siamo a casa di un capo religioso, cfr. v.1), può essere guarita solo se ci si convince, cammin facendo, che bisogna invertire la rotta. Andiamo verso l’ultimo posto: è lì che si trova Gesù, l’Ultimo di tutti. Se non ci vergogneremo di Lui perché ha scelto di farsi incontrare lì, tra gli ultimi dimenticati, allora la sua gioia invaderà la nostra anima e non lo cercheremo più nei primi posti che il dio di questo mondo ci propone con le sue lusinghe. E se per caso la vita ci conducesse ad occupare uno di questi posti nella sua chiesa, non lo confonderemo più con un posto di potere per dominare sulle coscienze degli altri e servircene. Come ci sta insegnando questo papa in parole e soprattutto gesti, sotto gli occhi di tutti, naturalmente per chi ha occhi per vedere, orecchie per udire e un cuore aperto per contemplare in lui l’umiltà e la mitezza del Signore. Diversamente, si dovrà con vergogna andare ad occupare l’ultimo posto (v.9). Come la stessa parola di Dio conferma in un altro passo: chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli santi (Lc 9,26). Se non mi vergogno delle scelte di Dio con quello che comportano, Dio non si vergognerà di me. Ma se per non rischiare di subire la vergogna mondana per stare dalla parte degli ultimi me ne sto alla larga da loro volutamente, rischio di trovarmi sempre più lontano da Lui…Meglio subire la vergogna del mondo oggi per non far vergognare il Signore domani!

La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016
La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016

Un’ultima cosa. Da quando cerco di seguire il Signore Gesù, tra molti più insuccessi che successi, da quando ho iniziato a cercare, frequentare e offrire un banchetto a chi non potrà mai ricambiare, non sono mai riuscito a capire cos’è quella ricompensa che ci verrà incontro in futuro (v.14). E tuttavia ogni volta che insieme ad altri fratelli agiamo secondo questo consiglio del Signore, vedo che la pace, la gioia, la fraternità e ogni altro vero ben di Dio ci viene donato abbondantemente. In più, Lui stesso provvede alle nostre necessità materiali, soprattutto quando meno ce l’aspettiamo. Quanto è buono il Signore!

Giuliana e Milagros, luglio 2016
Giuliana e Milagros, luglio 2016

Per questo, a nome suo, invito chiunque a toccare con la propria vita la sua bontà in questo itinerario con voi condiviso. E se per caso stai ancora guardando i volti delle foto che in questo commento illustrano meglio delle mie parole il vangelo che hai ascoltato, se stessi sentendo dentro una voce che ti dice venite e vedrete (Gv 1,39), allora sappi che ogni anno si parte lontano, in Perù, per vivere giorni o anche mesi indimenticabili in mezzo a tanta umanità dimenticata. Lì in mezzo, al centro di una delle tante periferie del mondo, potrai ritrovare il centro del tuo cuore. Buona domenica! 

Se prima non sarai il primo

a cercarmi tra gli ultimi

a scoprirmi negli ultimi

non cercarmi

ti cercherò io

anche se tu non mi cercassi

perché io mi faccio trovare

anche da chi non mi cerca (Is 65,1)

e così conosca l’Ultimo

l’Ultimo di tutti

Se passi da quelle parti

Ti aprirò l’orecchio

E i tuoi occhi vedranno

Il nome dell’Ultimo

senza più segreto

Il Primo senza numero

Il Primo senza un posto

ovvero in tutti i posti

Il posto che c’è

ai piedi di ogni uomo

Il Primo di coloro

che risorgono dai morti

Non cercarmi tra i primi 

(Anonimo) 

Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016
Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo, Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016

 

“Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente” (Ap 1,18)

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Como ya preanunciado, he aquí en el evangelio de este domingo el consejo de Jesús del cual les hablaba. Lamentablemente, en el comentario estaré más involucrado de lo normal: están todavía en tiempo, ¡se salve quien pueda de mi locuacidad!… Porque  este evangelio, más el entero capítulo 15 de Lucas, está al principio de mi conversión a Jesús (que apenas está comenzando), y es una clave personal de lectura para mirar el misterio de Dios y del hombre. Por esto pido disculpas, pero es inevitable alguna referencia autobiográfica.

Hace unos 28 años (tenía 22 años) me tomó un hambre de la palabra de Dios nunca antes sentida. Debe haber sido Él. Leía la Biblia así ávidamente que muchas veces me encontraba leyendo de noche; cerrándola después, sin que me dé cuenta antes, como a las 4 o a las 5 de la mañana. Comencé en esos años a hacer cosas de la cual hasta entonces nunca había hecho. Por ejemplo, en el caso específico, leía y releía esta página del evangelio pero no tenía quien respondiera a mis preguntas. En volver a frecuentar la parroquia, escuchaba decir muchas veces en la misa: “Dios debe estar en el primer lugar en nuestra vida”. Para mí quería decir: lo podemos encontrar en los primeros lugares de nuestra existencia. Ok, ¿Por qué entonces Jesús nos aconseja de elegir el último lugar?

Algo no me cuadraba. Tomaba a la letra lo que decía en el evangelio. Me llegó una invitación a una fiesta de bodas. Llegado aquél día, durante la misa me fui atrás, al fondo de la iglesia, casi sobre la puerta. Así también en el restaurante, donde se continuaba a festejar a los esposos: ya habían designado los lugares, pero pedí explícitamente poder sentarme en la mesa más lejana. Quería ver qué sucedía, si alguien venía a decirme que pase adelante como decía Jesús. No vino nadie, ni en la Iglesia, ni en el restaurante; mucho menos honores.

Porque quien se exalta será humillado y quien se humilla será exaltado (Lc 14,11). Pero yo veía que las personas que destacaban en el colegio, en el deporte, en el trabajo y donde sea, venían exaltadas por todos, no humilladas. Más bien, generalmente venían humillados aquellos que no tenían particulares dotes o dones. ¿Por qué? Luego Jesús ofrecía consejo también cuando nosotros hubiéramos invitado. No los amigos, ni los hermanos, los parientes y los vecinos ricos (Lc 14,12). ¿Cómo sería? Hermanos, parientes y vecinos ricos está bien, normalmente para ellos los que invitaban eran los papás. Pero ¿los amigos? ¿No hubiera tenido que invitar más a mis amigos? Jesús me parecía demasiado extraño. Nos dice de querer mucho a todos, que dar la vida por los propios amigos fuera lo máximo, y luego ¿no invitarlos porque ellos me lo devuelven? No es lógico. Si los invito, también ellos me invitan: ¡quiere decir que nos queremos! ¿Por qué este consejo?

Al contrario, cuando ofreces un banquete invita pobres, inválidos, cojos, ciegos, y serás dichoso porque ellos no pueden compensarte (Lc 14,13). Esto me daba tanta curiosidad. Jesús me decía que debía hacer algo al contrario. Entonces comencé a darme una mirada en torno. Daba vueltas por el centro de mi pueblo en busca de alguno de ellos. Sabía dónde vivía un ciego, pero nunca lo encontraba. Inválidos y cojos no habían. Algo me empujó a ir por las calles más periféricas. Un día vi a dos hombres caminar por los parques. En realidad, aquellas personas cada día estaban delante de mis ojos porque vagabundeaban muchas veces por esas partes, pero ese día era como si los hubiera visto por la primera vez. Noté que no estaban bien: de sus vestidos era evidente que eran pobres. ¡Finalmente había encontrado los ejemplares del evangelio para invitar! Llegó el momento favorable. Se sentaron en una banca. Me acerqué, me senté junto a ellos, comencé a preguntar cómo se llamaban, etc. etc. Eran italianos, pero no del lugar. Antonio había sido inhabilitado en el tribunal y no tenía ningún familiar más en vida. Juan, más anciano, abandonado por el hijo, nuera y otros familiares. Vivían en una casa como asilo. Comencé a escuchar de sus palabras qué cosa era la soledad. Después de la conversación, los invité a comer algo. Tuvieron dudas, me miraron casi incrédulos. Los llevé a un bar cercano y comimos un emparedado. Al momento del saludo, los ojos de los dos sobre mí y una sola palabra: “gracias”. No lograba a despegar mis ojos de sus ojos, veía algo que no había nunca visto antes. No puedo describir que cosa, no logro. Sé solamente que sentí tocarme profundamente pero no sabía de quién o de qué cosa. Recuerdo que sucesivamente los busqué todavía. Una vez los encontré mientras iba con el carro. Los invité a subir conmigo y fuimos a darnos una vuelta. De regreso en la tarde me dije: “¡los invito a cenar a mi casa!” Sin avisar a mis padres llegué a casa y llamé a mi madre que estaba en el balcón: “¡mamá hoy tenemos huéspedes a cena!”. Ella levantó la cabeza, se le salieron los ojos y me dijo: “¿estás loco? ¡Tú no traes a nadie a la casa!”. Acepté el pare, volvimos a subir al carro y aquella noche se remedió con una pizza.

De allí a poco, como algunos amigos y conocidos fueron tomados de la misma duda de mi madre, comencé a alimentarlo también yo. Decidí entonces consultar con un psiquiatra amigo de la familia para preguntarle si me estaba volviendo loco. Respuesta negativa, una carcajada para asegurarme y una mirada muy perpleja, como de quien no estuviera entendiendo qué cosa me estaba sucediendo. De hecho, ni siquiera yo entendía que cosa me sucedía. La única  cosa que comenzaba a notar, en mi extravío, era que aquel evangelio me decía que si de verdad quería conocerlo, debía buscarlo allí, entre los últimos, no entre los primeros. Fue así que el Señor comenzó a revelarse, a guiarme y llevarme hacia mi camino. Aquella que intento recorrer y hacer recorrer también hoy, con gozo, después de haber sido mientras tanto encargado del sacerdocio ministerial en su iglesia y después de tantas vicisitudes bellas y dolorosas: es el camino del evangelio de Lucas, en los números 14-15.

Nuestra incurable ganas de primar, sobretodo religiosamente (estamos en la casa de un jefe religioso, cfr. v.1), puede ser curada solo si nos convencemos, caminando, que es necesario invertir la ruta. Vamos hacia el último lugar: es allí que se encuentra a Jesús, el Último de todos. Si no nos avergonzaremos de Él porque ha elegido hacerse encontrar allí, entre los últimos olvidados, entonces su gozo invadirá nuestra alma y no lo buscaremos más entre los primeros lugares que el dios de este mundo nos ofrece con sus adulaciones. Y si por si acaso la vida nos condujera a ocupar uno de estos puestos en su iglesia, no lo confundiremos más con un puesto de poder para dominar en las consciencias de los demás y servirnos de ella. Como nos está enseñando este papa en palabras y sobretodo gestos, a los ojos de todos, naturalmente para quien tiene ojos para ver, oídos para escuchar y un corazón para contemplar en él la humildad y la mansedumbre del Señor. Diversamente, se deberá con vergüenza ir a ocupar el último lugar (v.9). Como la misma palabra de Dios confirma en otro texto: si alguien se avergüenza de mí y de mis palabras, también el Hijo del Hombre se avergonzará de él cuando venga en su gloria y en la gloria de su Padre con los ángeles santos (Lc 9,26). Si no me avergüenzo de las elecciones de Dios con aquello que comporta, Dios no se avergonzará de mí. Pero si por no arriesgar de padecer la vergüenza mundana al estar de la parte de los últimos estando a lo lejos de ellos intencionalmente, corro el riesgo de encontrarme siempre más lejano de Él… ¡Es mejor padecer la vergüenza del mundo hoy para no hacer avergonzar al Señor mañana!

Una última cosa. Desde cuando busco seguir al Señor Jesús, entre muchos más fracasos que sucesos, desde cuando he comenzado a buscar, frecuentar y ofrecer un banquete a quien no podrá nunca devolver, nunca he logrado a comprender qué es aquella recompensa que nos que nos darán en el futuro (v.14). Y sin embargo cada vez que junto a otros hermanos actuamos según este consejo del Señor, veo que la paz, el gozo, la fraternidad y cada otro verdadero bien de Dios nos vienen donado abundantemente. Además, Él mismo provee a nuestras necesidades, sobre todo cuando menos nos lo esperamos. ¡Cuánto es bueno el Señor!

Por lo cual, a nombre suyo, invito a quienquiera a tocar con la propia vida su bondad en este itinerario hoy con ustedes compartido. Y si por si acaso estás todavía mirando los rostros concretos que en este comentario ilustran mejor que mis palabras el evangelio que has escuchado, si estuvieras sintiendo dentro de ti una voz que te dice vengan y verán (Jn 1,39), entonces debes saber que cada año se parte lejos, en Perú, para vivir días o también meses inolvidables en medio a tanta humanidad olvidada. Allí en medio, al centro de una de las tantas periferias del mundo, podrás encontrar el centro de tu corazón. ¡Buen domingo!

 

Si antes no serás el primero

a buscarme entre los últimos

a descubrirme en los últimos

no me busques

te buscaré yo

también si tú no me buscaras

porque yo me hago encontrar

también de quien no me busca (Is 65,1)

para que pueda conocer al Último

el Último de todos

Si pasas por aquellas partes

Te abriré el oído

Y tus ojos verán

El nombre del Último

sin algún secreto

El primero sin número

El primero sin un lugar

O verdaderamente en todos los lugares

El lugar que hay

a los pies de cada hombre

El primero de aquellos que resucitan de los muertos

No me busques entre los primeros 

(Anónimo)

 

¡No temas! Yo soy el Primero y el Último, el viviente (Ap 1,18)

DENTRO O FUORI, PRIMI O ULTIMI?

XXI DOMENICA DEL T.O.

Is 66,18b-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Penso che la domanda che quel tale fece al Signore in cammino verso Gerusalemme, sotto sotto, ce l’abbiamo tutti (Lc 13,23). Ma Lui non soddisfa questo genere di curiosità, anche se tutti, me lo auguro, speriamo che si salvino in tanti. Altrimenti, che Paradiso sarebbe? Cosa risponde il Signore? Come al solito, mette le cose ben in chiaro: sforzatevi (lottate) di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno (Lc 13,24). Ad una prima reazione sentiamo che Gesù non da una risposta incoraggiante. Non spaventiamoci. Ricordate: quel che dice il Signore non va mai sganciato da altre sue parole. Cioè, non si può mai interpretare isolatamente un brano del vangelo dagli altri. Chi procede così in genere diventa un fondamentalista (non molto diverso da fondamentalisti di altre fedi) che attribuisce al Signore intenzioni che non ha. Pertanto, ad esempio, se uno osserva il v. 25, noterà che qui Gesù parla di un padrone di casa il cui comportamento non è molto dissimile dal personaggio della parabola di Lc 11,5-8, con la differenza che in quella, l’uomo che sembrava non essere disposto ad aprire all’amico che bussava alla sua porta, alla fine gliela apre per accondiscendere alla sua richiesta non per amicizia ma per la sua insistenza (Lc 11,8). Mentre qui, nel vangelo di oggi, la sua posizione sembra irremovibile: non so di dove siete si ripete per 2 volte (vv.25-26) e allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia è espressione drastica che sembra chiudere ogni possibilità di cambiamento. Che significa? Come combinare assieme queste parole di Gesù? Qual è il volto di Dio che ne esce? E cos’è questa porta stretta che conduce alla salvezza?

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Nel 2010 ho vissuto gli esercizi spirituali in una casa di preghiera in Trentino dove vive stabilmente una comunità di tipo monastico. Ricordo che sopraggiunto in quel posto, dopo la rituale accoglienza, il sacerdote responsabile mi accompagnò a vedere gli ambienti della casa. Prima di portarmi al mio alloggio, volle mostrarmi la sala degli incontri. Mentre ci dirigevamo insieme ecco che il corridoio si restringeva sia lateralmente che in altezza. Rimaneva davanti a noi una piccola porta che introduceva alla sala. Il sacerdote che mi precedeva si voltò e guardandomi con un bel sorriso mi disse: “questa è una porta speciale, ti ricorda qualcosa?” Una breve pausa per pensarci, poi, uno dietro l’altro, abbassandoci e rimpicciolendoci, la varcammo. Come non ricordare questo vangelo? Non so se quella sera ebbi una illuminazione. Gesù è la porta stretta che ci introduce nel Regno di Dio. Egli stesso si definisce altrove la porta delle pecore (cfr. Gv 10,7). Ma perché “stretta”? Non certo perché il suo cuore è stretto! Non certo perché il suo Regno ha in sé poco spazio! E’ stretta perché per varcarla bisogna farsi piccoli, bisogna lasciare fuori ogni umano protagonismo, ogni ricchezza che ci gonfia, ogni nostra presunta giustizia e conoscenza di Dio! In verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Quanto è vero Gesù quando dice che molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno: infatti, quanto è difficile all’uomo farsi piccolo! Come è difficile per l’uomo accettare la salvezza come un dono perché ci si riconosce peccatori incapaci di salvarci, piuttosto che cercare di conquistarcela con le buone azioni per poi dire a se stessi: me la sono meritata! Difficilissimo! Perciò Gesù parla così nel vangelo: ci mette davanti la nostra realtà di persone dure da convertire. Se all’inizio con la sua risposta sembra quasi restringere lo spazio dei salvati, dal v.28 invece ci parla di Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, di coloro che verranno da oriente e occidente da settentrione e da mezzogiorno: segno inequivocabile di una moltitudine innumerevole che siederà salva al banchetto del Regno; segno del suo cuore con la porta sempre spalancata per tutti! E allora chi sarà dentro e chi resterà fuori? Il vangelo di oggi non dice chi; solo assicura, come altre parabole, che ci sarà un epilogo e ci dice come esso sarà. Alla fine chi sarà dentro, vivrà una mensa festosa con Dio; fuori, pianto e stridore di denti. Con Dio, felicità senza fine, senza di Lui, infelicità infinita. E poi aggiunge chi corre il vero pericolo di restare fuori. Versetto n.26. Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze…Il pericolo più insidioso lo corriamo noi, ossia tutti coloro che si ritrovano primi ad aver ricevuto la fede: ebrei e cristiani. Il pericolo oggi lo corriamo noi che siamo in casa, cioè nella chiesa. Il versetto è una chiara allusione alle eucaristie e alla conoscenza degli insegnamenti ricevuti in essa. Non ci salva il numero delle messe celebrate né la conoscenza di quanto si è ricevuto nella propria formazione. Chiunque pone la sua sicurezza in questo rischia di ritrovarsi tristemente fuori dal Regno, cioè senza aver incontrato e conosciuto il volto di Dio! Siamo alla fine del cap.13 di Luca. Nei capitoli 14-15 Gesù spiegherà più approfonditamente questo rischio proprio mentre chiarisce meravigliosamente chi è Dio. Perché il vero problema del credente del passato, come del presente e del futuro, è stato, è e sarà sempre la Misericordia di Dio. Ricordate la fine del cap.15? Anche in quella casa, uno che era andato fuori entra dentro e si ritrova in un festoso banchetto, un altro invece che era dentro esce e rimane fuori, stridendo i denti di rabbia per quello a cui assiste e reclamando pure giustizia!…

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Tiriamo un po’ le somme con l’ultimo versetto del vangelo: ed ecco vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi (v.30). E’ evidente che quanto alle intenzioni del Signore c’è solo una volontà di salvezza per tutti. Ma c’è una dinamica di tipo spirituale da intendere bene: avviene infatti che nel Regno ci entrano dentro prima coloro che ai nostri occhi sono ultimi, e per ultimi ci entrano quelli che ai nostri occhi sono primi. Come mai? Ve lo faccio spiegare dalle parole di uno dei miei maestri, il compianto p. Silvano Fausti S.I. Nella lotta per entrare nella porta stretta del Regno il primo della fila diviene l’ultimo per 2 motivi:

1) Perché Colui che da il biglietto d’ingresso ha il suo sportello in fondo alla coda.

2) Perché chi si crede a posto per entrare nel Regno si presenta in prima fila ed è l’ultimo a sentire il bisogno di convertirsi.

L’ultimo della fila invece diviene il primo per gli stessi 2 motivi:

1) Perché è oggettivamente più vicino a Colui che è andato all’ultimo posto per salvare tutti.

2) Perché riconoscendosi peccatore, quindi non meritevole di presentarsi tra primi in fila, è il primo a convertirsi.”

E tu che mi stai leggendo che ne dici? Ti senti dentro o fuori? In fila tra i primi o tra gli ultimi? Se non riesci a dare ancora una risposta non temere. Nel vangelo di domenica prossima Gesù darà in proposito un consiglio a tutti, una parola con cui il Signore ha iniziato a farsi largo nella mia vita.

Buona domenica e alla prossima!

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Pienso que la pregunta que ese tal hizo al Señor de camino hacia Jerusalén, muy en fondo, la tenemos todos (Lc 13,23). Pero Él no satisface este tipo de curiosidad, aunque si todos, eso espero, esperamos que se salven muchos. Sino, ¿qué Paraíso sería? ¿Qué responde el Señor? Como siempre, pone las cosas bien en claro: esfuércense (luchar) en entrar por la puerta estrecha, porque muchos, yo les digo, intentarán entrar pero no lo lograrán (Lc 13,24). Como primera reacción sentimos que Jesús no da una respuesta que anima. No nos asustemos. Recuérdate: que lo que dice el Señor nunca va desenganchado de otras palabras suyas. O sea, nunca se puede interpretar un texto del evangelio aislado de los demás. Quien procede así generalmente se vuelve un fundamentalista (no tan diferente de los fundamentalistas de otras religiones) que atribuye al Señor intenciones que no tiene. Por lo tanto, por ejemplo, si uno observa el v. 25, notará que aquí Jesús habla de un padrón de casa el cual comportamiento no es muy diferente del personaje de la parábola de Lc 11,5-8, con la diferencia que en esa, el hombre que parecía no estar dispuesto a abrir al amigo que tocaba su puerta, al final le abre para satisfacer su pedido no por amistad sino por su insistencia (Lc 11,8). Mientras que aquí, en el evangelio de hoy, su posición parece inflexible: no sé de dónde son se repite por dos veces (vv.25-26) y aléjense de mí todos ustedes obreros de injusticia es expresión drástica que parece cerrar cada posibilidad de cambio. ¿Qué significa? ¿Cómo combinar junto estas palabras de Jesús? ¿Cuál es el rostro de Dios que sale? ¿Y qué es esta puerta estrecha que conduce a la salvación?

En el 2010 he vivido los ejercicios espirituales en una casa de oración del Trentino donde vive establemente una comunidad de tipo monástica. Recuerdo que habiendo llegado en aquél lugar, después de la ritual acogida, el sacerdote responsable me acompañó a ver los ambientes de la casa. Antes de llevarme a mi alojamiento, quizo mostrarme la sala de los encuentros. Mientras nos dirigíamos juntos he aquí que el corredor se reducía ya sea lateralmente como en altura. Quedaba delante de nosotros una pequeña puerta que introducía a la sala. El sacerdote que me precedía se volteó y mirándome con una linda sonrisa me dijo: “esta es una puerta especial, te recuerda algo? Una breve pausa para pensar, luego, uno detrás del otro, agachándonos y achicándonos, la pasamos. ¿Cómo no recordar este evangelio? No sé si esa noche tuve una iluminación. Jesús es la puerta estrecha que nos intruduce al Reino de Dios. Él mismo se define en otro lugar la puerta de las ovejas (cfr. Jn 10,7). Pero ¿Por qué “estrecha”? ¡No seguramente porque su corazón es estrecho! ¡No cierto porque su Reino tiene en sí poco espacio! Es estrecha porque para pasarla es necesario hacerse pequeños, es necesario dejar afuera cada protagonismo humano, cada riqueza que nos infla, cada nuestra presunta justicia y conocimiento de Dios! En verdad les digo, si no se convierten y no se vuelven como niños, no entrarán en el Reino de los cielos (Mt 18,3) Cuánto es verdadero Jesús cuando dice que muchos intentarán entrar pero no lo lograrán: de hecho, ¡cuánto es difícil al hombre hacerse pequeño! ¡Cómo es difícil para el hombre aceptar la salvación como un don porque nos reconocemos pecadores incapaces de salvarnos, antes que buscar de conquistarnosla con las buenas acciones para después decir a sí mismos: ¡Me la he merecido! ¡Dificilísimo! Por esto Jesús habla así en el evangelio: nos pone delante de nuestra realidad de personas duras de convertir. Si al inicio con su respuesta parece casi restringir el espacio de los salvados, del v.28 en cambio nos habla de Abraham, Isaac, Jacob y todos los profetas, de aquellos que vendrán del oriente y del poniente, del norte y del sur: signo inequívoco de una multitud innumerable que se sentará salvada en el banquete del Reino; signo de su corazón con la puerta siempre espalancada para todos! Y entonces ¿quién estará adentro y quien se quedará afuera? El evangelio de hoy no dice quién; solo asegura, como en otras parábolas, que habrá un epílogo y nos dice como será eso. Al final quién estará dentro, vivirá una mesa de fiesta con Dios; afuera, llanto y el rechinar de dientes. Con Dios, felicidad sin fin, sin Él, infelicidad infinita. Y luego agrega quién corre el verdadero peligro de quedarse afuera. Versículo n.26. Entonces ustedes comenzarán a decir: Nosotros comimos y bebimos contigo, tú enseñaste en nuestras plazas… El peligro más insidioso lo corremos nosotros, o sea todos aquellos que se encuentran primeros en haber recibido la fe: hebreos y cristianos. El peligro hoy lo corremos nosotros que estamos en casa, o sea, en la iglesia. El versículo es una clara alusión a las eucaristías y al conocimiento de las enseñanzas recibidas en ella. No nos salva el número de las misas celebradas ni el conocimiento de lo que se ha recibido en la propia formación. Cualquiera que pone su seguridad en esto arriesga de encontrarse tristemente fuera del Reino, o sea sin haber encontrado y conocido el rostro de Dios! Estamos al final del cap. 13 de Lucas. En los capítulos 14-15 Jesús explicará más profundamente este riesgo justamente mientras aclara maravillosamente quién es Dios. Porque el verdadero problema del creyente del pasado, como del presente y del futuro, ha sido, es y será siempre la Misericordia de Dios. ¿Recuerdan el final del cap. 15? También en aquella casa, uno que había ido afuera entra dentro y se encuentra en un festín de banquete, otro en cambio que estaba dentro sale y se queda afuera, rechinando los dientes de rabia por lo que está viendo y reclamando además justicia!…

Sacando conclusiones con el último versículo del evangelio: Pues algunos que ahora son últimos, serán los primeros, y en cambio los que ahora son primeros serán los últimos (v.30). Es evidente que en cuanto a las intensiones del Señor hay solo una voluntad de salvación para todos. Pero hay una dinámica de tipo espiritual que hay que entender bien: ocurre en efecto que en el Reino entran dentro primero aquellos que a nuestros ojos son últimos, y por últimos entran aquellos que a nuestros ojos son primeros. ¿Cómo así? Se los hago explicar de las palabras de uno de mis maestros, el compianto p. Silvano Fausti S.I. “En la lucha para entrar en la puerta estrecha del Reino el primero de la fila se vuelve el último por dos motivos:

  • Porque Aquél que da el boleto de ingreso tiene su puerta al fondo de la fila.
  • Porque quien se cree en su lugar para entrar en el Reino se presenta en primera fila y es el último en escuchar la necesidad de convertirse.

El último de la fila en cambio se vuelve el primero por los mismos dos motivos:

  • Porque es objetivamente más cercano a Aquél que ha ido al último lugar para salvar a todos.
  • Porque reconociéndose pecador, entonces no merecedor de presentarse entre los primeros de la fila, es el primero en convertirse.”

Y tú que me estás leyendo ¿Qué dices? ¿Te sientes dentro o fuera? ¿Entre los primeros de la fila o entre los últimos?

Si no logras a dar todavía una respuesta no temas. En el evangelio del próximo domingo Jesús dará a propósito de esto un consejo a todos, una palabra con la cual el Señor ha iniciado a hacerse espacio en mi vida. ¡Buen domingo y a la próxima!

CURATI DI LUI, GUARDA E PASSAGLI ACCANTO

XV DOMENICA DEL T.O.

Dt 30,10-14; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

 

Il dottore della Legge vuole fare una domanda a Gesù. Ma il Vangelo dice che la fece per metterlo alla prova (Lc 10,25). Anche oggi molti si avvicinano così a Gesù. Non è che se lo dicono (genericamente si tratta di fratelli che non sono molto attenti ad osservare ciò che avviene nel loro cuore, ma piuttosto a quel che fanno gli altri…), anzi, il più delle volte non ne sono consapevoli. Fanno domande, ma da “dottori”. Cioè, non si fanno piccoli davanti a Gesù perché in realtà diffidano di Lui come degli altri: la fiducia è il loro problema. E si ritrovano così a mettere alla prova gli altri, mentre sarebbe meglio riservare questo mestiere a Dio. Alla fine del vangelo, dalle parole di Gesù, comprendiamo che il dottore della Legge metteva al centro se stesso. Come facciamo anche noi quando vogliamo giustificarci davanti alle sue parole (Lc 10,29). Il dottore sa bene qual è il comandamento di tutti i comandamenti (Lc 10,27-28), ma chi è il mio prossimo? è domanda che tradisce il suo problema di uomo di legge. Come tutti quelli che fanno delle Legge il loro Dio, si aspetta che dall’esterno arrivi la rassicurante risposta. Per loro voler bene a Dio è osservare scrupolosamente quel che dice la Legge; in questa logica allora si vuol sapere con precisione chi è il prossimo da amare, forse ci sarà anche qualcuno che si potrà non amare!…Gesù racconta la celebre parabola di un pagano disprezzato e incapace di conoscere il vero Dio (così erano considerati i samaritani al suo tempo) che si comporta molto diversamente (Lc 10,33-35) da un sacerdote e un levita anch’essi incappati in un uomo mezzo morto (Lc 10,30-32). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e il culto. C’è già implicito in questo primo quadretto della parabola un sano ammonimento: la Legge e il culto possono essere, nella nostra vita di credenti, un grande inganno. Crediamo di servire e piacere a Dio nell’osservanza dei comandamenti, nelle pignolerie dei decreti e nella cura/frequenza puntualissima delle liturgie, ma esse possono far avanzare impercettibilmente la nostra insensibilità verso i fratelli che soffrono. Chissà cosa fece passare oltre i due religiosi. La paura di sporcarsi le mani? La fretta degli impegni che incombevano? La paura di essere ingannati da quell’uomo steso per terra? La paura dell’impegno che richiede il soccorso a un moribondo? Passare oltre davanti alle sofferenze dell’uomo il più delle volte è segnale di una vita guidata dal peccato, ovvero il nostro egoismo. E se mi permettete, (lo dico prima a me stesso) sono convinto che anche se non sempre siamo chiamati a risolvere i problemi di tutti i fratelli sofferenti, siamo però sempre chiamati a far sentire loro la nostra vicinanza.

Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alcuni giorni fa un amico che insegna in scuola media mi raccontava questa lezione appresa nei suoi primi anni di lavoro. Si dirigeva ogni giorno a piedi verso la scuola dove insegnava e puntualmente incontrava un uomo che mendicava sulla strada che percorreva. Dopo aver chiesto la prima volta come si chiamava e da dove proveniva, passava sempre a salutarlo e gli lasciava ogni giorno qualche soldo. Visse fedelmente quest’incontro mattutino per tanto tempo, ma un giorno si ritrovò senza soldi. Decise allora di passare oltre, perciò quel giorno non si avvicinò a salutarlo. Ma, mentre stava attraversando un incrocio, si sentì toccare dietro le spalle. Era il povero mendicante che, sorridendo, gli disse: “ma tu pensi che ogni giorno io stessi aspettando quei soldini che mi hai sempre lasciato? Io ti ho sempre aspettato perché tu mi salutassi!…”

Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Dietro il modello di azione del buon samaritano si cela il nostro unico punto di riferimento per quel che riguarda la conoscenza di Dio, quel che piace a Lui e quel che riguarda il nostro cammino di fede. Gesù è infatti il buon samaritano che passa sempre accanto, mai oltre, prendendosi cura di ogni uomo, soprattutto quello ferito e mezzo morto che noi scansiamo. Nel suo viaggio, Gesù ci ha lasciato questa traccia chiarissima e ha affidato a noi sua chiesa la cura di ogni essere umano spezzato dalla vita, anzi, si è identificato con essi e ha lasciato dietro di sé una importante promessa: abbi cura di lui; ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno (Lc 10,35). Coordinando con altra parabola evangelica: ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me (Mt 25,40). Ogni secondo del nostro tempo speso per amore sincero dei fratelli si imprime nell’eternità! Ma si imprime anche quello che non spendiamo per loro!…Come sua chiesa non possiamo non interrogarci, davanti all’umanità mezza morta che bussa incessantemente alle porte della nostra realtà, se stiamo accogliendo e spendendo del tempo, nel nome di Gesù, per i fratelli cui hanno portato via tutto: terra, casa, famiglia e dignità…

Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alla fine della parabola scopriamo che Gesù ha capovolto il senso della domanda del dottore. Nella vita, bisogna passare dal “chi è il mio prossimo?” a “come posso io diventare sempre più prossimo?” Se sono incamminato a smetterla di fare di me stesso il centro della vita potrò capirci qualcosa di Dio. E allora, piano piano, Dio stesso mi farà entrare nel mistero della sua compassione, movente di ogni sua azione. Diversamente, anche se si moltiplicassero opere buone, si rischia di cercare solo se stessi, come spesso accade tra noi e come vedremo anche domenica prossima con l’episodio di Marta e Maria. Allora affrettiamoci, se davvero abbiamo sperimentato l’Amore che si prende cura di ciascuno, ad andare e fare anche noi così (Lc 10,37), come Lui fa con noi.

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El doctor de la ley quiere hacer una pregunta a Jesús. Pero el Evangelio dice que la hizo para ponerlo a la prueba (Lc 10,25). También hoy muchos se acercan así a Jesús. No es que se lo dicen (genéricamente se trata de hermanos que no son muy atentos a observar lo que sucede en su corazón, sino más bien a lo que hacen los demás…), Es más, muchas de las veces no lo saben. Hacen preguntas, pero como “doctores”. O sea, no se hacen pequeños delante de Jesús porque en realidad desconfían de Él como de los demás: la confianza es su problema. Y así se encuentran a poner a la prueba a los demás, mientras sería mejor dejar este trabajo reservado a Dios. Al final del evangelio, de las palabras de Jesús, comprendemos que el doctor de la Ley ponía al centro a él mismo. Como hacemos también nosotros cuando queremos justificarnos delante de sus palabras (Lc 10,29)

El doctor sabe bien cuál es el mandamiento de todos los mandamientos (Lc 10,27-28), pero ¿quién es mi prójimo? Es una pregunta que traiciona su problema de hombre de ley. Como todos aquellos que hacen de la Ley su Dios, se espera que de la exterioridad llegue la tranquilizadora respuesta. Para ellos querer mucho a Dios es observar escrupulosamente lo que la Ley dice; en esta lógica entonces se quiere saber con precisión quién es el prójimo para amar, ¡quizás habrá alguno también que se podrá no amar!… Jesús cuenta la célebre parábola de un pagano despreciado e incapaz de conocer el verdadero Dios (así eran considerados los samaritanos en su tiempo) que se comporta muy diferente (Lc 10,33-35) a un sacerdote y a un levita también ellos atascados en un hombre medio muerto (Lc 10,30-32). El sacerdote y el levita representan a la Ley y el culto. Está ya implícito en este primer cuadro de la parábola una sana amonestación: la Ley y el culto pueden ser, en nuestra vida de creyentes, un gran engaño. Creemos servir y gustar a Dios en la observancia de los mandamientos, en las pedanterías de los decretos y en el cuidado/frecuencia puntual de las liturgias, pero eso pueden hacer avanzar imperceptiblemente nuestra insensibilidad hacia los hermanos que sufren. Quizás qué cosa hizo tomar el otro lado a los dos religiosos. ¿El miedo de ensuciarse las manos? ¿El apuro de los compromisos que les incumbía? ¿El miedo de ser engañados por aquel hombre tirado en el piso? ¿El miedo del compromiso que requería el auxilio a un moribundo? Pasar de largo delante de los sufrimientos del hombre la mayor de las veces es señal de una vida guiada por el pecado, o mejor dicho por nuestro egoísmo. Y si me permiten, (lo digo antes a mí mismo) estoy convencido que también si no siempre estamos llamados a resolver los problemas de todos los hermanos que sufren, estamos siempre llamados a hacerles sentir nuestra cercanía.

Hace algunos días  un amigo que enseña en el colegio me contaba esta lección aprendida en sus primeros años de trabajo. Se dirigía cada día a pie hacia la escuela donde enseñaba y puntualmente encontraba a un hombre que mendigaba en el camino que recorría. Después de haber preguntado la primera vez cómo se llamaba y de dónde provenía, pasaba siempre a saludarlo y le dejaba cada día un poco de dinero. Después de haber vivido fielmente este encuentro matutino por tanto tiempo, un día se encontró sin dinero. Decidió entonces pasar de largo, por lo cual aquel día no se acercó a saludarlo. Pero, mientras estaba atravesando un cruce, sintió ser tocado por las espaldas. Era el pobre mendigo que, sonriendo, le dijo: “pero ¿piensas tú que cada día estoy esperando esas monedas que me has dejado siempre? ¡Yo siempre te he esperado para que tú me saludaras!…”

Detrás del modelo de acción del buen samaritano se conserva nuestro único punto de referencia por lo que concierne al conocimiento de Dios, lo que le gusta a Él y lo que respecta a nuestro camino de fe. Jesús es de hecho el buen samaritano que siempre pasa cerca, nunca por otro lado, cuidando de cada hombre, sobretodo del herido y medio muerto que nosotros apartamos. En su viaje, Jesús nos ha dejado esta huella clarísima y ha confiado a nosotros su iglesia el cuidado de cada ser humano partido por la vida, es más, se ha identificado con ellos y ha dejado detrás de sí una importante promesa: cuídalo; y si gastas más, yo te lo pagaré a mi vuelta (Lc 10,35). Coordinando con otra parábola evangélica: cuando lo hicieron con alguno de los más pequeños de estos mis hermanos, me lo hicieron a mí (Mt 25,40). ¡Cada segundo de nuestro tiempo muchas veces por amor sincero de los hermanos se imprime en la eternidad! ¡Pero se imprime también aquello que no gastamos por ellos!… Como su iglesia no podemos no interrogarnos, delante a la humanidad media muerta que toca incesantemente a la puerta de nuestra realidad, si estamos acogiendo y gastando tiempo, en el nombre de Jesús, por los hermanos a los cuales se les ha quitado todo: tierra, casa, familia y dignidad…

Al final de la parábola descubrimos que Jesús ha dado vuelta al sentido de la pregunta del doctor. En la vida, es necesario pasar del “¿quién es mi prójimo?” a “¿cómo puedo yo volverme siempre más prójimo?” Si estoy encaminado a acabar de hacer de mí mismo el centro de la atención podré entender algo de Dios. Y entonces, poco a poco, Dios mismo me hará entrar en el misterio de su compasión, motivo de cada acción suya. Diversamente, también si se multiplicaran obras buenas, se arriesga de buscar solo a sí mismos, como muchas veces sucede entre nosotros y como veremos también el domingo próximo con el episodio de Marta y María. Entonces apurémonos, si de verdad hemos experimentado el Amor que cuida de cada uno, a ir y hacer así también nosotros (Lc 10,37), como Él hace con nosotros.

SI VOLTO’E LI RIMPROVERO’

XIII DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,16b.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Domenica scorsa siamo giunti alle porte della seconda metà del vangelo di Luca, concepito come un racconto della vita di Gesù incamminato con i suoi discepoli verso il destino che lo attende a Gerusalemme. Spartiacque della narrazione, la domanda rivolta ai discepoli circa la propria identità: e voi, chi dite che io sia? Pietro risponde a nome di tutti, e la risposta sembrerebbe azzeccata: il Cristo di Dio (Lc 9,20). Sì, ma quale Cristo? La verità è che finora i discepoli hanno interpretato il Cristo come vogliono loro. Allora Gesù comincia a giocare a carte scoperte con la prima predizione della sua passione, morte e resurrezione. Il Cristo di Dio è il Figlio dell’uomo che farà una brutta fine (Lc 9,22). Comincia una lenta catechesi rivolta ai discepoli che durerà ben 9 capitoli. Gesù chiede di imbroccare risolutamente la via dell’amore che ci porta a rinnegare il nostro egoismo (Lc 9,23). Ma Pietro, camminando insieme a Gesù, a Gerusalemme si ritroverà a rinnegare il Signore, non se stesso, e gli altri faranno come lui. Come mai? Che cosa non ha funzionato?

Nella prima parte del vangelo di questa domenica è contenuto “in nuce” quel che non va nella ricezione delle istruzioni del maestro mentre si cammina verso Gerusalemme; per questo mi soffermerò a commentare solo questo testo. Il problema è che la parola della Croce, la parola di Cristo che si consegna e viene (apparentemente) sconfitto, proprio non la si riesce né ad accettare né a capire. Gesù si avvicina ai giorni decisivi della sua missione e prende la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51): in realtà, una traduzione ancor più fedele alla lettera dice: indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme. Nel testo per ben 3 volte ricorre la parola volto, dal v.51 al v.55. Il volto è quella prima parte del corpo che individua la persona: senza volto non si ricostruisce la sua identità, perciò è fondamentale vedere il volto di una persona per iniziare a conoscerla. Gesù “indurisce” il volto e questo vuol dire che oramai è determinato a fare come ha detto perché ne va della sua vera identità. Egli è il volto di Dio che, fattosi uomo, va a dare la vita per tutti. Perciò, potremmo dire, Gesù è indurito nella misericordia, l’unica durezza che Dio conosce. Da questo punto del vangelo in poi, il racconto di Luca è tutto concentrato a delineare per bene i tratti di questo volto fino alla crocifissione: ed è proprio in questo cammino che vengono fuori i problemi interiori dei discepoli, dei primi che camminarono fisicamente con lui come di quelli di ogni tempo, anche del nostro! Infatti, Gesù manda alcuni dei suoi davanti al suo volto per preparare il suo ingresso in un villaggio di Samaria (Lc 9,52), cioè presso una popolazione considerata lontana da Dio; ma quella gente non lo accolse perché il suo volto era in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,53). Allora Giovanni e Giacomo, tra i discepoli più bravi e più buoni perché vogliono tanto bene al Signore (!!!), gli domandano se possono far scendere un accidente dal cielo per toglierli di mezzo. Più o meno come Pietro, quando nell’orto degli Ulivi sguainerà la spada per difendere Gesù, simbolo di tutte quelle opere che noi diciamo di fare per amore di Cristo, certo, ma di quale Cristo? Abbiamo fatto, facciamo e faremo ancora crociate per difendere Cristo e la sua Croce, ma Cristo non si è difeso nell’orto degli ulivi, anzi, ha rimproverato anche lì Pietro: Cristo si è consegnato nelle mani di chi gli metteva le mani addosso! Ai samaritani che lo rifiutarono Cristo non lanciò un giudizio o un ultimatum ma, girato il volto verso di loro li minacciò (Lc 9,55). Capito? Rimproverò i suoi discepoli non i samaritani! Perché? Perché è in gioco il suo volto, ed è proprio questo volto che i suoi non capiscono, perciò Gesù glielo mette davanti nuovamente!

Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016
Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016

Ci sono fratelli autorevoli, (articolisti molto seguiti nei blog personali o nelle rubriche di quotidiani), che mal sopportano gli ammonimenti di papa Francesco che si dirigono maggiormente al mondo clericale e dei cristiani praticanti piuttosto che al mondo pagano. Lo tacciano di non avere veramente a cuore la chiesa! Inoltre, constato un sensibile incremento di fratelli che giungono al mio confessionale con una sorda protesta indirizzata al papa: parla sempre di misericordia, ha indetto un Giubileo sulla misericordia, ma insomma il giudizio di Dio? E la sua giustizia? Non bisognerebbe parlare di più del suo giudizio e della sua giustizia? Molti di essi giungono a dubitare che Francesco ci stia parlando a nome di Dio, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco il dilemma: ma Dio è veramente quel Cristo re di misericordia che il papa annuncia e spiega, oppure c’è nella sua predicazione/magistero qualcosa che non va? In realtà, mi pare che i dubbi/dilemmi di questi fratelli assomiglino tanto a quelli che sorsero nel cuore del Battista ormai vicino al suo martirio, quando ricevette notizie sulle opere di Gesù e sul suo comportamento: se era veramente lui quel messia per il quale aveva preparato la strada, che ne era di tutta la sua predicazione incentrata sulla giustizia e il giudizio di Dio? Allora mandò un paio di suoi discepoli a domandargli: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? (Lc 7,18-19). Cos’è che fondamentalmente fa in loro problema? Il volto misericordioso di Cristo.

Se Gesù invece di camminare “indurito” verso Gerusalemme per dare la vita avesse camminato come gli suggerì Pietro, gli altri discepoli lo avrebbero accettato, i samaritani non lo avrebbero rifiutato, i giudei lo avrebbero riconosciuto, i romani avrebbero cercato un accordo con lui. Invece Gesù è rifiutato da tutti proprio per questo suo volto indurito nella misericordia, indurito nella povertà, nell’umiltà, nel servizio, nel dare la vita. Per questo tutti lo hanno rifiutato e per questo lo rifiutiamo ancora oggi…Questo è il mistero di Cristo che nessuno dei potenti di questo mondo ha capito, compreso me e tutti voi, perché siamo tutti uomini. Gesù minaccia i suoi discepoli come minacciò Pietro e i demoni perché il loro zelo è demoniaco. Tanto del nostro zelo è demoniaco. Noi amiamo Gesù fino a che non lo conosciamo, poi quando lo conosciamo (cfr. seconda parte di questo vangelo…) gli diciamo “aspetta un po’, ti seguirò dopo!”. Quando lo conosciamo non vogliamo seguirlo, quando non lo conosciamo gli vogliamo bene, lo vogliamo difendere, perché sia e faccia quel che noi vogliamo…Così, nella nostra vita di discepoli, mettiamoci davanti a questo volto indurito nella misericordia e chiediamoci: quale spirito abbiamo? Quale volto di Cristo e di Chiesa presentiamo? (P.Silvano Fausti S.I., Lo stile di Gesù)

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El domingo pasado hemos llegado cerca al comienzo de la segunda mitad del evangelio de Lucas, concebido como una historia de la vida de Jesús encaminado con sus discípulos hacia el destino que lo espera en Jerusalén. Momento crucial de la narración, la pregunta dirigida a los discípulos acerca de la propia identidad: y ustedes, ¿quién dicen que soy yo? Pedro responde en nombre de todos, y la respuesta parecería adivinada: el Cristo de Dios (Lc 9,20). Sí, pero ¿qué Cristo? La verdad es que hasta ahora los discípulos han interpretado a Cristo como ellos querían. Entonces Jesús comienza a jugar con las cartas en las manos con la primera predicción de su pasión, muerte y resurrección. El Cristo de Dios es el Hijo del hombre que tendrá un final horrible (Lc 9,22). Comienza una lenta catequesis dirigida a los discípulos y que durará hasta 9 capítulos. Jesús pide que acertemos con resolución la vía del amor que nos lleva a negar nuestro egoísmo (Lc 9,23). Pero Pedro, caminando junto a Jesús, se encontrará en Jerusalén renegando al Señor, no a sí mismo, y los demás harán como él. ¿Cómo así? ¿Qué es lo que no ha funcionado?

En la primera parte del evangelio de este domingo está contenido “en germen” lo que no va en la recepción de las instrucciones del maestro mientras se caminaba hacia Jerusalén: por esto me detengo a comentar solo este texto. El problema es que la palabra de la Cruz, la palabra de Cristo que se entrega y viene (aparentemente) derrotado, no se logra a aceptar ni a entender. Jesús se acerca a los días decisivos de su misión y toma la firme decisión de ponerse en camino hacia Jerusalén (Lc 9,51): en realidad, una traducción todavía más fiel a las palabras precisas dice: endureció su rostro para caminar hacia Jerusalén. En el texto por bien tres veces vuelve la palabra rostro, desde el v.51 al v.55. El rostro es aquella primera parte del cuerpo que localiza a la persona: sin rostro no se reconstruye su identidad, por lo cual es fundamental ver el rostro de una persona para comenzar a conocerla. Jesús “endurece” el rostro y esto quiere decir que ya estaba determinado a hacer como había dicho porque he ahí de su verdadera identidad. Él es el rostro de Dios que, hecho hombre, va a dar la vida por todos. Por esto, podemos decir, Jesús está endurecido en la misericordia, la única dureza que Dios conoce. Desde este punto del evangelio para adelante, el relato de Lucas está todo concentrado a delinear bien los rasgos de este rostro hasta la crucifixión: ¡y es justamente en este camino que salen afuera los problemas interiores de los discípulos, de los primeros que caminaron físicamente con él como de aquellos de cada tiempo, también del nuestro! De hecho, Jesús manda a algunos de los suyos delante a su rostro para preparar su ingreso en una aldea de Samaria (Lc 9,52), o sea, cerca de una población considerada lejana de Dios; pero aquella gente no lo acogió porque su rostro estaba en camino hacia Jerusalén (Lc 9,53).

Entonces Juan y Santiago, entre los discípulos más capaces y más buenos porque quieren tanto al Señor (!!!), le preguntan si pueden hacer caer fuego del cielo para quitarlos del medio. Más o menos como Pedro, cuando en el huerto de los Olivos desenvainará la espada para defender a Jesús, símbolo de todas aquellas obras que nosotros decimos hacer por amor a Cristo, cierto, pero ¿de cuál Cristo? Hemos hecho, hacemos y haremos todavía cruzadas para defender a Cristo y su Cruz, pero Cristo no se ha defendido en el huerto de los olivos, más bien, ha reprochado también allí a Pedro: ¡Cristo se ha entregado en las manos de quien le ponía las manos encima! A los samaritanos que lo rechazaron Cristo no lanzó un juicio o un ultimátum pero, volteando el rostro hacia ellos los amenazó (Lc 9,55). ¿Entendieron? ¡Reprochó a sus discípulos no a los samaritanos! ¿Por qué? Porque está en juego su rostro, y es justamente este rostro que los suyos no entienden, ¡por esto Jesús se los pone nuevamente delante!

Hay hermanos acreditados, (columnistas muy seguidos en los blog personales o en las agendas de los periódicos), que soportan mal las amonestaciones de Papa Francisco que se dirigen mayormente al mundo clerical y de los cristianos practicantes en cambio que al mundo pagano. Lo tachan de no tener ¡a corazón realmente a la iglesia! Además, constato un sensible incremento de hermanos que llegan a mi confesionario con una sorda protesta dirigida al papa: habla siempre de misericordia, ha convocado un jubileo de la misericordia, pero entonces ¿el juicio de Dios? ¿Y su justicia? ¿No se necesitaría hablar más de su juicio y de su justicia? Muchos de ellos llegan a dudar de que Francisco nos esté hablando en nombre de Dios, en la mejor de las hipótesis. Y entonces he aquí el dilema: pero ¿Dios es verdaderamente aquel Cristo rey de misericordia que el papa anuncia y explica, o quizás hay en su predicación/magisterio algo que no va? En realidad, me parece que las dudas/dilemas de estos hermanos se asemejan tanto a aquellos que surgieron en el corazón del Bautista ya cercano a su martirio, cuando recibió noticias de las obras de Jesús y sobre su comportamiento: si era verdaderamente él aquél mesías por el cual había preparado el camino, ¿qué había con toda su predicación centrada en la justicia y el juicio de Dios? Entonces mandó a un par de sus discípulos a preguntarle: ¿eres tú aquel que debe venir o debemos esperar a otro? (Lc 7,18-19). ¿Qué es lo que fundamentalmente hace el  problema en ellos? El rostro misericordioso de Cristo.

Si Jesús en cambio de caminar “endurecido” hacia Jerusalén para dar la vida hubiera caminado como le sugirió Pedro, los demás discípulos lo hubieran aceptado, los samaritanos no lo hubieran rechazado, los judíos lo hubieran reconocido, los romanos hubieran buscado un acuerdo con él. En cambio Jesús es rechazado por todos justamente por este rostro suyo endurecido en la misericordia, endurecido en la pobreza, en la humildad, en el servicio, en el dar la vida. Por esto todos lo han rechazado y por esto lo rechazamos todavía ahora… Este es el misterio de Cristo que ninguno de los potentes de este mundo ha entendido incluido yo y todos ustedes, porque somos todos hombres. Jesús amenaza a sus discípulos como amenazó a Pedro y a los demonios porque el celo de ellos es demoniaco. Tanto de nuestro celo es demoniaco. Nosotros amamos a Jesús hasta que no lo conocemos, luego cuando lo conocemos (cfr. Segunda parte de este evangelio…) le decimos “¡espera un poco, te seguiré después!”. Cuando lo conocemos no queremos seguirlo, cuando no lo conocemos lo queremos mucho, lo queremos defender, para que sea y haga lo que nosotros queremos… Así, en nuestra vida de discípulos, pongámonos delante a este rostro endurecido en la misericordia y preguntémonos: ¿qué espíritu tenemos? ¿Qué rostro de Cristo y de Iglesia presentamos? (P. Silvano Fausti S.I., El estilo de Jesús)

 

STANDO DIETRO, PRESSO I SUOI PIEDI

XI DOMENICA DEL T.O.

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16.19-21; Lc 7,36-50

Ogni volta che leggo questo vangelo, il cuore e la mente si affollano di tante persone incontrate sulla mia strada. Se fosse possibile farle uscire da me e proiettarle come tanti ologrammi davanti a tutti voi lettori, ve le presenterei con gioia una ad una e vi racconterei volentieri la loro storia. Si tratta di fratelli di cui Gesù parla in una celebre espressione del vangelo. E’ una frase di cui mi sono presto invaghito quando da ragazzo ricominciavo a frequentare ambienti di fede: in verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Anche oggi questa meravigliosa pagina del vangelo è ben scritta e leggibile nella storia di tanti fratelli.

Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Gesù andava ovunque venisse invitato. Quel giorno a invitarlo fu Simone dei farisei, gruppo che certamente non amava il Signore. Allora perché invitarlo? Era solo incuriosito dallo strano maestro? Forse il suo cuore si stava aprendo alla sua parola? Oppure voleva solo “studiarne” le prossime mosse, sentendosi con quel gruppo minacciato dal suo ministero? Gesù è a tavola con lui e, molto probabilmente, con altri convitati del gruppo. Irrompe improvvisamente nella scena del racconto una donna, una peccatrice di quella città (v.37). Espressione delicatissima di Luca, ma non ci sono dubbi: è una donna che si prostituisce. Aveva saputo che il Signore era lì. Il vangelo dice solo che vi entra senza invito (e rischiando di essere buttata fuori…). Non una parola, ma con sé un vaso di profumo e poi alcuni gesti lenti, precisi, coinvolgendosi molto emotivamente, verso una parte precisa del corpo di Gesù: stando dietro, presso i suoi piedi (v.38). Cosa ti era successo o donna, da accorrere in quella casa, ospite indesiderata, ma così desiderosa di incontrarti ai piedi di Gesù?

Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Un giorno predicavo a messa questo vangelo nella piccola cappella di una zona molto povera della periferia di Lima (Perù), dove operavo solo da pochi mesi. Al termine della celebrazione mi ritrovai a conoscere un gruppetto di giovani. Fra essi c’era una ragazza sui 15-16 anni, bella e dal sorriso molto bello. Ma, non so perché, più guardavo quel sorriso, più avvertivo negli occhi della giovane qualcosa che non andava. Solo qualche giorno dopo mi chiese di parlare. La conversazione diventò inaspettatamente una confessione. Afferrando e stringendomi forte la mano mi chiese a proposito del vangelo ascoltato: “padre, davvero Gesù perdonò quella donna che piangeva ai suoi piedi?…” Le dissi semplicemente che era scritto proprio così, anzi, aggiunsi che il Signore la amava moltissimo. Ma non terminai di parlarle che la ragazza scoppiò in un lungo pianto. Da alcuni mesi infatti, essendo povera, stava vendendo il suo giovane corpo per avere qualche soldo per sé. Dopo quella confessione, compreso che Dio ci teneva molto a lei, non lo fece più.

Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Simone vide tutta la scena. Ma non vide dentro il cuore di quella donna. Vedere dentro il cuore umano è cosa possibile solo al Signore Gesù e a coloro cui Egli lo concede, se ci si decide a seguirlo sulla via dell’amore. Solo che, se non batti quella strada, finisci per battere la strada del giudizio che ti convince erroneamente di essere dalla parte di Dio, come se Lui fosse un essere che accoglie e approva alcuni che si attengono alle regole e allontana da sé altri che le trasgrediscono (v.39). La genialità divina di Gesù che vuol condurre alla conoscenza di Dio anche il presuntuoso fariseo, imbastisce ad arte una piccola parabola che lo intrappola in una domanda: chi di loro dunque lo amerà di più? (vv.41-43). Simone risponde bene. Adesso tocca a lui aprire il cuore alla lezione di Gesù e di quella donna. Altrimenti nel mistero di Dio non ci entra e non lo conoscerà mai. La vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non…lei invece…tu non…lei invece…tu non…lei invece (vv.44-46). Il messaggio è chiaro: a Dio di noi interessa solo l’amore. E l’amore, dicono nelle loro lettere gli apostoli Pietro e Giacomo, cancella una moltitudine di peccati. Attenzione perché la nostra salvezza non si gioca nell’evitare a tutti i costi il peccato, ma nel credere nella Misericordia di Gesù che ha già pagato per il mio peccato. Perciò S.Paolo giunge a dire ai Galati, nella odierna 2a lettura, che oramai vive la sua vita nella fede del Figlio di Dio che l’ha amato dando sé stesso per lui e che non vuole rendere vana la grazia di Dio, perché se la sua salvezza venisse dall’osservanza della Legge allora Cristo è morto invano (Gal 2,20-21). Solo se si è fatta l’esperienza della misericordia di Dio nella propria vita, si può amare veramente/gratuitamente i fratelli. Diversamente, li stiamo amando per qualche tornaconto o cercando religiosamente solo noi stessi. Inoltre, per quel che comprendo dai vangeli, dobbiamo dire che nella vita ci possono essere in giro tante persone apparentemente molto pie che consideriamo sante magari perché non cadono in gravi peccati, ma che in realtà non sono nemmeno entrati nel regno di cui ci parla Gesù; mentre possono esserci tanti la cui vita è incorsa in vicende di peccato grave, ma che amano con tale sincerità e intensità il Signore da essere sante senza che ce ne accorgiamo. Quanto è diverso il Signore da come lo pensano e lo dipingono gli uomini! Quanto è diverso il Signore da come lo vorrebbero! Davvero pubblicani e prostitute ci precedono nel regno di Dio!

La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Ma Egli disse alla donna: la tua fede ti ha salvata; va in pace! (v.50). Laddove l’occhio umano e religioso vedeva solo una specie di donna (v.39), l’occhio di Dio vedeva una signora dalla fede ammirabile. Come gli occhi di Papa Francesco, che ci invitano da tempo a riscoprire il vero volto di Dio, specialmente in quest’anno giubilare in corso. Sentite cosa racconta lui stesso nel libro-intervista Il nome di Dio è Misericordia (pp.73-74), ricordando un episodio della sua vita di pastore. “Al tempo in cui ero rettore del Collegio Massimo dei Gesuiti e parroco in Argentina, ricordo una madre che aveva dei bambini piccoli ed era stata abbandonata dal marito. Non aveva un lavoro fisso, riusciva a trovare dei lavori saltuari soltanto qualche mese all’anno. Quando non trovava lavoro, per dar da mangiare ai suoi bambini faceva la prostituta. Era umile, frequentava la parrocchia, cercavamo di aiutarla con la Caritas. Ricordo che un giorno – eravamo nel periodo delle festività natalizie – è venuta con i figli al Collegio e ha chiesto di me. Mi hanno chiamato e sono andato a riceverla. Era lì per ringraziarmi. Io credevo che fosse per il pacco con i generi alimentari della Caritas che le avevamo inviato: “Lo ha ricevuto?”, le ho chiesto. E lei: “Sì, sì, la ringrazio anche per quello. Ma io sono venuta qui per ringraziarla soprattutto perché lei non ha mai smesso di chiamarmi “signora”. Sono esperienze dalle quali uno impara quanto sia importante accogliere con delicatezza chi si ha di fronte, non ferire la sua dignità. Per lei il fatto che il parroco, pur intuendo la vita che conduceva nei mesi in cui non poteva lavorare, continuasse a chiamarla “signora” era importantissimo tanto quanto, o forse di più, quell’aiuto concreto che le davamo”.

Dio ci faccia la stessa grazia che fiorì nel cuore della donna del vangelo. Possa rivelarci il suo segreto, quello che la portò a stare dietro, presso i suoi piedi: il luogo dove si impara a conoscere il Signore e si diventa, poco a poco, suoi discepoli.

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Cada vez que leo este evangelio, el corazón y la mente se llenan de tantas personas encontradas en mi camino. Si fuera posible hacerlas salir de mí y proyectarlas como tantos hologramas delante de todos ustedes lectores, se los presentaría con gozo una a una y les contaría con mucho gusto sus historias. Se trata de hermanos de los cuales Jesús habla en una célebre expresión del evangelio. Es una frase de la cual me he enamorado rápidamente cuando de joven volvía a frecuentar ambientes de fe: en verdad les digo, que los publicanos y las prostitutas llegan antes que ustedes al Reino de los cielos. También hoy esta maravillosa página del evangelio está bien escrita y legible en la historia de tantos hermanos.

Jesús iba a cualquier lugar donde venía invitado. Aquél día a invitarlo fue Simón de los fariseos, grupo que ciertamente no amaba al Señor. Entonces ¿Por qué invitarlo? ¿Era solo curiosidad del extraño maestro? ¿Quizás su corazón se estaba abriendo a su palabra? O ¿quizás quería solo “estudiar” sus próximas movidas, sintiéndose con aquel grupo amenazado por su ministerio? Jesús está en la mesa con él y, muy probablemente, con otros invitados del grupo. Irrumpe de improviso en la escena del relato una mujer, una pecadora de aquella ciudad (v.37). Expresión delicadísima de Lucas, pero no hay dudas: es una mujer que se prostituye. Había sabido que el Señor estaba allí. El evangelio dice solo que entró sin invitación (y arriesgando ser echada fuera…). No una palabra, pero con ella un frasco de perfume y luego algunos gestos lentos, precisos, involucrándose muy emotivamente, hacia una parte precisa del cuerpo de Jesús: poniéndose detrás, a los pies de Él (v.38). ¿Qué te había sucedido oh mujer, para acudir a aquella casa, huésped indeseado, pero así deseosa de encontrarte a los pies de Jesús?

Un día predicaba en la misa este evangelio en la pequeña capilla de una zona muy pobre de la periferia de Lima (Perú), donde trabajaba solo desde pocos meses. Al concluir con la celebración me encontré a conocer un grupito de jóvenes. Entre ellos estaba una joven entre 15 y 16 años, bella y con una sonrisa muy bonita. Pero, no sé por qué, más miraba esa sonrisa, advertía más en los ojos de la joven que algo no iba bien. Solo algunos días después me pidió para que conversemos. La conversación se volvió inesperadamente una confesión. Agarrándome y apretándome fuerte la mano me preguntó a propósito del evangelio escuchado: “padre, ¿de verdad Jesús perdonó aquella mujer que lloraba a sus pies?…” Le dije simplemente que estaba escrito justamente así. Además, agregué que el Señor la amaba muchísimo. Pero no terminé de hablar que la joven explotó en un largo llanto. Desde algunos meses de hecho, siendo pobre, estaba vendiendo su joven cuerpo para tener algo de dinero para sí. Después de aquella confesión, comprendiendo que Dios se preocupaba mucho por ella, no lo hizo más.

Simón vio toda la escena. Pero no vio dentro del corazón de aquella mujer. Ver dentro el corazón humano es cosa posible solo al Señor Jesús y a aquellos al cual Él lo concede, si nos decidimos a seguirlo en el camino del amor. Solo que, si no tocas aquel camino, terminas por tocar el camino del juicio que te convence erradamente de estar de la parte de Dios, como si Él fuera un ser que acoge y aprueba a algunos que se atienen a las reglas y aleja de sí a otros que la trasgreden (v.39). La genialidad divina de Jesús que quiere conducir al conocimiento de Dios también al presuntuoso fariseo, cose con arte una pequeña parábola que lo atrapa en una pregunta: ¿quién de ellos entonces lo amará más? (vv.41-43). Simón responde bien. Ahora le toca a él abrir su corazón a la lección de Jesús y de aquella mujer. Si no en el misterio de Dios no entra y no lo conocerá nunca. ¿Vez a esta mujer? Entré en tu casa y no me diste… Ella, en cambio… tu no… ella en cambio (vv.44-46). El mensaje es claro: a Dios, de nosotros, le interesa solo el amor. Y el amor, dicen en sus cartas los apóstoles Pedro y Santiago, cancela una multitud de pecados. Atención porque nuestra debilidad no se juega en el evitar a toda costas el pecado, sino en el creer en la Misericordia de Jesús que ya pagó por mi pecado. Por esto S. Pablo alcanza a decir a los Gálatas, en la actual 2ª lectura, que ya vive su vida en la fe del Hijo de Dios que lo ha amado dando a sí mismo por él y que no quiere rendir vana la gracia de Dios, porque si su salvación viniera de la práctica de la Ley entonces Cristo ha muerto inútilmente (Gal 2,20-21). Solo si se ha hecho la experiencia de la misericordia de Dios en la propia vida, se puede amar verdaderamente/gratuitamente a los hermanos. Diversamente, lo estamos amando por algún provecho o buscando religiosamente solo a nosotros mismos. Además, por lo que comprendo de los evangelios, debemos decir que en la vida pueden haber tantas personas aparentemente muy devotas que quizás consideramos santas porque no caen en grave pecado pero que en realidad no han entrado ni siquiera en el Reino del cual nos habla Jesús; mientras pueden haber tantos cuya vida ha incurrido en hechos de pecado grave, pero que aman con tal sinceridad e intensidad al Señor de ser santas sin que nos demos cuenta. ¡Cuánto es diferente el Señor de cómo lo piensan y pintan los hombres! ¡Verdaderamente publicanos y prostitutas nos preceden en el Reino de los cielos!

Pero Él dijo a la mujer: tu fe te ha salvado; ve en paz! (v.50). Allí donde el ojo humano y religioso veía solo una especie de mujer (v.39), el ojo de Dios veía una señora de fe admirable. Como los ojos de Papa Francisco, que nos invita desde hace tiempo a descubrir el verdadero rostro de Dios, especialmente en este año jubilar en curso. Escuchen que cosa cuenta él mismo en el libro-entrevista El nombre de Dios es Misericordia (pp.73-74), recordando un episodio de su vida de pastor. “En el tiempo en el cual era rector del Colegio Máximo los Jesuitas y párroco en Argentina, recuerdo a una madre que tenía niños pequeños y había sido abandonada por el esposo. No tenía un trabajo fijo, lograba a encontrar trabajos esporádicos solo algunos meses del año. Cuando no encontraba trabajo, para dar de comer a sus niños hacia la prostituta. Era humilde, frecuentaba la parroquia, intentábamos ayudarla con la Cáritas. Recuerdo que un día – estábamos en el período de las fiestas natalicias – ha venido con los hijos al Colegio y ha preguntado por mí. Me han llamado y he ido a recibirla. Estaba allí para agradecerme. Yo creía que fuera por el paquete con los víveres de la Cáritas que le habíamos enviado: “¿lo ha recibido?, le pregunté. Y ella: “Sí, sí, le agradezco también por eso. Pero yo he venido aquí para agradecerle sobre todo porque usted nunca ha dejado de llamarme “señora”. Son experiencias de las cuales uno aprende cuanto es importante acoger con delicadeza a quien se tiene delante, no herir su dignidad. Para ella el hecho que el párroco, aunque si intuyendo la vida que llevaba en los meses en el cual no podía trabajar, continuaba a llamarla “señora” era importantísimo tanto cuanto, o quizás mucho más, de aquella ayuda concreta que le dábamos”.

Dios nos haga la misma gracia que floreció en el corazón de la mujer del evangelio. Pueda revelarnos su secreto, lo que la llevó a estar detrás, cerca de sus pies: el lugar donde se apr