BELLEZZA SEMPRE ANTICA E SEMPRE NUOVA

XVII DOMENICA DEL T.O.

anno A (2020)

1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

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Avete capito tutte queste cose? – dice il Signore Gesù ai suoi discepoli dopo aver esposto loro 3 parabole (Mt 13,51). Dopo averle ascoltate, gli rispondereste allo stesso modo? È importante che ce lo chiediamo, per verificare se stiamo davvero camminando dietro di Lui. Perché Dio parla per farsi comprendere, non certo per fare l’enigmista. Però, qualche settimana fa, abbiamo anche udito dirgli che i misteri del Regno possono risultare incomprensibili. Il rischio di diventare insensibili a Dio c’è sempre, ma non è certo Lui a negarsi, il problema è in noi (cfr. Mt 13,14-15). Se però qualcuno ha bisogno di spiegazione, basta chiederglielo. Perciò, eccomi a voi anche oggi, per cercare di servire il Signore nell’interpretazione delle sue parabole.

Tesoro nascosto

Il tesoro nascosto nel campo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2019

Il Regno dei cieli si può incontrare fortuitamente o al culmine di una accurata ricerca. Traduzione: Dio si fa trovare da chi lo cerca e anche da chi non lo cerca. Presto o tardi che sia, questo evento, anche se sfugge al nostro controllo, è certo. È un primissimo significato che accomuna le prime due parabole. Il primo uomo infatti non si aspetta e nemmeno sospetta di trovare un bel tesoro nel campo in cui sta camminando. La sorpresa è totale, ed è tale da fargli subito pensare di nasconderlo per timore di perderlo. Il secondo invece è un intenditore che sa quello che cerca, ha fiuto, sa intuire gli affari (è un mercante), e quando giunge sotto i suoi occhi qualcosa di prezioso sa riconoscerlo e mettere a segno il colpo. Importante soffermarsi a meditare: 1) in primo luogo sulla gioia di cui parla la prima parabola, unico movente della decisione di vendere tutto per comprare il campo dove si trova il tesoro; 2) poi il discernimento a cui implicitamente rimanda la seconda parabola, che permette al mercante di distinguere la perla di grande valore, dato che sul mercato della vita abbondano le contraffazioni: non è oro tutto ciò che luccica; 3) inoltre, entrambi gli uomini sono disposti a perdere quanto possiedono per conseguire quel che hanno trovato. Chi opera una scelta autentica non può realizzarla senza escluderne altre.

Come una perla

Incontrata una perla di grande valore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2019

Gesù è il tesoro nascosto che si trova nel campo di Dio che siamo noi (1Cor 3,9). Gesù è la perla preziosa che si trova cercando al mercato delle innumerevoli relazioni umane, dove bisogna imparare a distinguere per riconoscerlo. Comunque, chi ha incontrato Gesù è capace di una grande passione d’amore che rende progressivamente indifferenti al resto, non perché il resto sia qualcosa da buttar via, ma perché trova solo nel Signore il suo vero senso: attorno a Don Bosco, Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta e altri santi si muoveva una quantità incredibile di denaro, eppure il loro cuore ne fu sempre staccato, mettendolo sempre e solo al servizio del Regno. Nella terza parabola Gesù sottolinea la dimensione storica e comunitaria in cui “leggere” il grande evento del suo incontro. Infatti, Egli è come uno che getta una rete che pesca gli uomini dagli oscuri abissi della loro vita. La rete rappresenta la sua chiesa, chiamata ad accogliere tutti incondizionatamente, luogo dove si sperimenta la bontà misericordiosa di Dio. Ma è bontà che fa camminare per rispondere al suo amore, non alibi per i nostri peccati. Si sappia che alla fine della storia si tireranno i conti, e allora ci sarà la separazione/identificazione tra buoni e cattivi, con una sorte assolutamente differente (Mt 13,48-50). Questo giudizio finale è sempre riservato a Dio, ma lo scrivo qui ed ora io. Se davvero ho sperimentato la sua misericordia, mi troverò impegnato ad essere misericordioso con gli altri.

La parabola finale è la presentazione della responsabilità del discepolo, tenuto ad essere simile a un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). Qual è il significato? Il discepolo si senta responsabile di capire tutte queste cose, senza trascurare nulla. Cioè si deve occupare di capire e trasmettere fedelmente tutto quello che il Signore ci ha insegnato, con una particolare attenzione a muoversi, nell’interpretazione, tra antico e nuovo testamento, tra promessa e compimento, sempre ben agganciato alla viva tradizione della chiesa: le Sacre Scritture sono il tesoro da cui attingere per alimentare la vita dei fratelli nella fede. E lì infatti il luogo in cui abita e parla Cristo. Le cose antiche si comprendono solo con gli occhi fissi su Gesù, nostro futuro. Il tesoro è sempre antico nella sua novità e sempre nuovo nella sua radice antica. Insomma, se uno sta diventando discepolo di Cristo, è una persona nelle cui parole si avverte la intima unità del nuovo e dell’antico, del passato, del presente e del futuro. In lui si comincia a intravedere quanto S. Agostino disse di Dio, sospirando e rammaricandosi dei suoi ritardi: bellezza sempre antica e sempre nuova.

 

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BELLEZA SIEMPRE ANTIGUA Y SIEMPRE NUEVA

 

¿Han entendido todas estas cosas? – dice el Señor Jesús a sus discípulos después de haber expuesto a ellos 3 parábolas (Mt 13,51). Después de haberlo escuchado, ¿les responderán de la misma manera? Es de fundamental importancia que nos lo preguntemos, para verificar si estamos de verdad caminando detrás de Él. Porque Dios habla para hacerse comprender, no ciertamente para hacerse el enigmático. Pero, algunas semanas atrás, hemos escuchado también decirles que los misterios del Reino pueden resultar incomprensible. El riesgo de volverse insensibles a Dios es siempre, pero no es ciertamente Él en negarse, el problema está en nosotros (cfr. Mt 13,14-15). Pero si alguien necesita explicación, basta preguntar. Por lo cual, he aquí a ustedes también hoy, para intentar servir al Señor en la interpretación de sus palabras.

El Reino de los cielos se puede encontrar accidentalmente o a la culminación de una precisa búsqueda. Traducción: Dios se hace encontrar por quien lo busca y también por quien no lo busca. Tarde o temprano que sea, este evento, también si escapa de nuestro control, es cierto. Es un primer significado que une a las primeras dos parábolas. El primer hombre de hecho no se espera y ni siquiera sospecha encontrar un lindo tesoro en el campo en el cual está caminando. La sorpresa es total, y es tal al punto de hacerle pensar inmediatamente en esconderlo por temor de perderlo. El segundo en cambio es un entendedor que sabe lo que busca, tiene olfato, sabe intuir los negocios (es un comerciante), y cuando llega frente a sus ojos algo precioso sabe reconocerlo y poner el sello al instante. Importante detenerse a meditar: 1) en primer lugar sobre el gozo del cual habla la primera parábola, único motivo de la decisión de vender todo para comprar el campo donde se encuentra el tesoro 2) luego el discernimiento al cual implícitamente envía la segunda parábola, que permite al comerciante en distinguir la perla de gran valor, dado que en el mercado de la vida abundan las falsificaciones: no es oro todo lo que brilla; 3) además, los dos hombres están dispuestos a perder lo que poseen por conseguir lo que han encontrado. Quien trabaja una elección auténtica no puede realizarla sin excluir otras.

Jesús es el tesoro escondido que se encuentra en el campo de Dios que somos nosotros (1Cor 3,9). Jesús es la perla preciosa que se encuentra buscando en el mercado de las innumerables relaciones humanas, donde es necesario aprender a distinguir para reconocerlo. Sin embargo, quien ha encontrado a Jesús es capaz de una grande pasión de amor que lo hace progresivamente indiferente al resto, no porque el resto sea algo para eliminar, sino porque encuentra solo en el Señor su verdadero sentido: alrededor de Don Bosco, Padre Pio, Madre Teresa de Calcuta y otros santos se movía una cantidad increíble de dinero, y sin embargo sus corazones fueron siempre libres, poniéndolo siempre y solo al servicio del Reino. En la tercera parábola Jesús subraya la dimensión histórica y comunitaria en la cual “leer” el gran evento de su encuentro. De hecho, Él es como uno que echa una red que pesca a los hombres de los oscuros abismos de sus vidas. La red representa a su iglesia, llamada a acoger a todos incondicionalmente, lugar donde se prueba la bondad misericordiosa de Dios. Pero es bondad que hace caminar para responder a su amor, no coartadas para nuestros pecados. Se sepa que al final de la historia se sacarán cuentas, y entonces habrá la separación/identificación entre buenos y malos, con una suerte absolutamente diferente (Mt 13,48-50). Este juicio final es siempre reservado a Dios, pero yo lo escribo aquí y ahora. Si de verdad he probado su misericordia, me encontraré comprometido a ser misericordioso con los demás.

La parábola final es la presentación de la responsabilidad del discípulo, obligado a ser similar a un patrón de casa que saca de su tesoro cosas nuevas o cosas antiguas (Mt 13,52). ¿Cuál es el significado? El discípulo se sienta responsable de entender todas estas cosas, sin descuidad nada. O sea, se debe ocupar de entender y transmitir fielmente todo lo que el Señor nos ha enseñado, con una particular atención a moverse, en la interpretación, entre antiguo y nuevo testamento, entre promesa y cumplimiento, siempre bien enganchado a la viva tradición de la iglesia: las Sagradas Escrituras son el tesoro del cual recurrir para alimentar la vida de los hermanos en la fe. Es allí de hecho el lugar en el cual vive y habla Cristo. Las cosas antiguas se comprenden solo con los ojos fijos en Jesús, nuestro futuro. El tesoro es siempre antiguo en su novedad y siempre nuevo en su raíz antigua. Quiero decir, si uno se está volviendo discípulo de Cristo, es una persona en las cuales palabras se advierte la íntima unidad del nuevo y del antiguo, del pasado, del presente y del futuro. En Él se comienza a entrever lo que S. Agustín dice de Dios, suspirando y lamentándose de sus retrasos: belleza siempre antigua y siempre nueva.

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

 

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: è condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Che cosa vedeva? Come vedeva? Come tutti coloro che, guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure, come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare o dalla guerra, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, a caccia di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, sudditi e territori su cui contare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crederemo (e vorremo) solo un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere: farci scansare la sofferenza. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro messo in croce, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Perché patisce quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile ed è pronto a udire l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpevolezza nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

E gli chiede una sola cosa, una soltanto: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon “ladrone” si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15). E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

Dimas, il “buon ladrone”, che ho scelto come mio santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo mio lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

(*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca)

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15) Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

Dimas, el “buen ladrón”, que eligi mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

(*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas)