COMMENTI AL VANGELO

LO SPIRITO, LA VERITÀ, L’AMORE

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

 

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

 

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In tutto il mondo oggi la Chiesa celebra l’evento nel quale si è pienamente compiuta la promessa di Dio, prima predetta dai profeti e poi annunciata da Gesù stesso. L’uomo incapace di rispondere all’amore di Dio, incapace di comprenderlo e seguirlo nei suoi progetti, dopo esser stato salvato, viene raggiunto da una potenza dall’alto (Lc 24,49), e viene abilitato a compiere integralmente la sua vocazione/missione. Nella festa ebraica di Pentecoste in cui si celebrava in mezzo al suo popolo il dono della Legge, Dio stabilisce tra gli uomini la “nuova” Legge: quella dello Spirito Santo che, dopo esser stato effuso nei cuori dei primi apostoli (At 2,3-4), ha continuato e continua a effondersi sull’umanità, generando una nuova creazione che sarà evidente solo dopo la morte, ma i cui segni inconfondibili possono leggersi nella nostra storia, ogni giorno. 

Pentecoste
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Ad esempio, Gesù nel vangelo ci dice che con l’invio dello Spirito Santo avverrà che Egli stesso testimonierà Gesù, e che anche i suoi discepoli lo testimonieranno (Gv 15,26-27). Se migliaia e migliaia di uomini e donne in passato (e ancora oggi) lo testimoniano tra indicibili sofferenze e persino fino a spargere il loro sangue, tutto ciò è un primo, inconfondibile segno della presenza e dell’azione dello Spirito nei credenti. Ma io amo soffermarmi come il nostro caro papa Francesco (cfr. il primo capitolo di Gaudete et exsultate), su segni ancora più piccoli. Nei giorni scorsi mi ha toccato nel profondo leggere la notizia di un uomo, autista di una azienda dei trasporti, che stava alla guida di un autobus con dei bambini da portare a casa. Ha avuto un grave malore ma, prima di perdere i sensi, ha rallentato, ha accostato il pullman al bordo della strada, lo ha fermato e poi è morto mettendo così al sicuro i bimbi. Ecco, mi è parso di cogliere in questi brevi secondi che lo hanno separato dalla morte, un segno dello Spirito Santo e, naturalmente, di un uomo che gli ha permesso di agire.

S.Paolo nella seconda lettura ci invita a camminare secondo lo Spirito (Gal 5,16). Questo significa che per il credente la vita è sostanzialmente un camminare nella fede, ovvero un cammino alla scoperta continua della presenza dello Spirito Santo in noi, per imparare a vivere sotto la sua guida. Ma questa decisione è per sé stessa fonte di un conflitto: la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne (Gal 5,17). Perciò anche i loro frutti sono diametralmente opposti (Gal 5,19-22). Anche se questa dimensione di lotta non sarà mai estinta finché camminiamo sulla terra, possiamo tuttavia esser certi: chi si lascia guidare dallo Spirito appartiene a Gesù Cristo (Gal 5,24), dunque a Colui che ha già vinto il mondo e dona la sua vittoria a chi a Lui si affida.

Un ultimo pensiero. Qualcuno potrebbe chiedersi: come fare per obbedire allo Spirito Santo? Come poter riconoscere la sua voce? Come vivere dello Spirito, cioè come lasciarsi guidare da Lui? Non ho alcuna pretesa di dare indicazioni puntuali e precise in merito, soprattutto se consideriamo quello che Gesù stesso dice in proposito, come riferisce il vangelo di Giovanni in un colloquio con Nicodemo: il vento soffia dove vuole, e tu ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va (Gv 3,8). Queste “coordinate” ci dicono quanto sia più fondamentale, prima di cercare la risposta a quelle domande, trovare in sé stessi una disponibilità sempre più totale per essere docili alle ispirazioni dello Spirito. Chi vuol seguire il Signore infatti, deve essere disposto a tutto. E qui viene il difficile e il bello. Perché? Difficile, perché lo Spirito Santo è l’Amore che ti chiede di perdere il tuo “io” così inclinato ad essere sempre al centro, e così interessato a controllare tutto e tutti. Bello, perché lo Spirito è la verità/amore che ti libera da te stesso, dai tuoi capricci, dalle tue false sicurezze, dalla tua voglia di essere quello che non sei. E ti libera per farti un dono più grande, l’unico in grado di dare una gioia duratura all’uomo: quello di amare, cioè di fare degli altri e di Dio il centro della vita. Siccome de-centrarci non è una operazione facile e indolore, chiediamo insieme allo Spirito Santo, in questa Pentecoste 2018, di farci superare quella strana paura di perdere il nostro io per far vincere Dio.

 

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EL ESPIRITU, LA VERDAD, EL AMOR

 

Hoy en todo el mundo la Iglesia celebra el evento en el cual se ha cumplido plenamente la promesa de Dios, antes predicha por los profetas y luego anunciada por Jesús mismo. El hombre incapaz de responder al amor de Dios, incapaz de comprenderlo y seguirlo en sus proyectos, después de haber sido salvado, viene alcanzado por una potencia del alto (Lc 24,49), y viene habilitado para cumplir integralmente su vocación/misión. En la fiesta hebrea de Pentecostés en la cual se celebraba en medio de su pueblo el don de la Ley, Dios establece entre los hombres la “nueva” Ley: la del Espíritu Santo que, después de haber sido derramado en el corazón de los primeros apóstoles (Hch 2,3-4), ha continuado y continúa a derramarse sobre la humanidad, generando una nueva creación que será evidente solo después de la muerte, pero los signos inconfundibles pueden leerse en nuestra historia, cada día.

Por ejemplo, Jesús en el evangelio nos dice que con el envío del Espíritu Santo sucederá que Él mismo testimoniará a Jesús, y que también sus discípulos darán testimonio (Jn 15,26-27). Si millones y millones de hombres y mujeres en el pasado (y todavía hoy) dan testimonio entre indecibles sufrimientos y hasta desparramar su sangre, todo esto es un primer, inconfundible signo de la presencia y de la acción del Espíritu en los creyentes. Pero yo amo detenerme como nuestro querido papa Francisco (cfr. El primer capítulo de Gaudete et exsultate), sobre los signos todavía más pequeños. En los días pasados me ha tocado profundamente leer la noticia de un hombre, conductor de una agencia de transportes, que estaba manejando un autobús con niños llevándolos hacia sus casas. Tuvo una grave indisposición pero, antes de perder el sentido, disminuyó la velocidad, puso el ómnibus a un costado del borde de la carretera, lo ha detenido y luego murió poniendo al seguro a los niños. Me parece de coger en estos breves segundos que han separado a este hombre de la muerte, un signo del Espíritu Santo y, naturalmente, de uno que le ha permitido actuar.

Pablo en la segunda lectura nos invita a caminar según el Espíritu (Gal 5,16). Esto significa que para el creyente la vida es substancialmente un caminar en la fe, o en verdad un camino al descubrimiento continuo de la presencia del Espíritu Santo en nosotros, para aprender a vivir bajo su guía. Pero esta decisión es por sí misma fuente de un conflicto: la carne de hecho tiene deseos contrarios al Espíritu y el Espíritu tiene deseos contrarios a la carne (Gal 5,17). Por lo cual también los frutos son diametralmente opuestos (Gal 5,19-22). También si esta dimensión de lucha no será nunca extinguida hasta que caminemos sobre la tierra, podemos sin embargo estar ciertos: quien se deja guiar por el espíritu pertenece a Jesucristo (Gal 5,24), entonces a Aquél que ha vencido al mundo y dona su victoria a quien en Él confía.

Un último pensamiento. Alguien podría preguntarse: ¿Cómo hacer para obedecer al Espíritu Santo? ¿Cómo poder reconocer su voz? ¿Cómo vivir del Espíritu, o sea cómo dejarse guiar por Él? No pretendo dar indicaciones puntuales y precisos en mérito, sobretodo si consideramos lo que Jesús mismo dice a propósito, como refiere el evangelio de Juan en un diálogo con Nicodemo: el viento sopla donde quiere, y tú sientes la voz, pero no sabes de dónde viene ni a dónde va (Jn 3,8). Estas “coordinadas” nos dicen cuanto fundamental es, antes de buscar la respuesta a aquéllas preguntas, encontrar en sí mismas una disponibilidad siempre más total para ser dóciles a las inspiraciones del Espíritu. Quien quiere seguir al Señor de hecho, debe estar dispuesto a todo. Y aquí viene lo difícil y lo lindo. ¿Por qué? Difícil, porque el Espíritu Santo es el amor que te pide perder tu “yo” así inclinado a ser siempre el centro, y así interesado en controlar a todo y todos. Lindo, porque el Espíritu es la verdad/amor que te libera de ti mismo, de tus caprichos, de tus falsas seguridades, de tus ganas de ser lo que no eres. Y te libera para darte un don más grande, el único en grado de dar un gozo duradero al hombre: aquello de amar, o sea hacer de los demás y de Dios el centro de la vida. Como des-centrarse no es una operación fácil y sin dolor, pedimos juntos al Espíritu Santo, en esta Pentecostés 2018, de hacernos superar aquel extraño miedo de perder nuestro yo para hacer vencer a Dios.

SE VUOI DIVENTARE AMICO DI DIO

VI DOMENICA DI PASQUA

At 10,25-26.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

 

Disse ancora Gesù ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

 

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Amarsi un po’”, diceva il ritornello di una famosa canzone di Lucio Battisti nel suggerire di addentrarsi in una relazione di amore senza paura, avendo solo il coraggio di cominciare. Ma quella stessa canzone precisava che per viverla bisogna poi saper affrontare ostacoli e lacrime. In questi ultimi mesi ho ricevuto in vari colloqui le confidenze di tanti amori infranti. E’ sempre doloroso ricevere il dolore di chi si è sentito tradito nell’affetto umano. Tuttavia, a motori emotivi spenti, c’è da osservare un minimo comune denominatore in queste vicende, almeno dalla mia personale esperienza. Uno dei 2 partner (o anche entrambi), ad un certo punto, per rompere la relazione, si aggrappa a una serie di pseudo-giustificazioni che mal celano un’assenza di volontà nell’affrontare le normali sfide dell’amore, come la diversità femminile/maschile, il farsi carico di un “difetto di fabbricazione o di storia” del partner, il superare una tentazione, l’accettare il lento ma inesorabile decadimento fisico del proprio/a sposo/a, oppure un imprevisto evento che cambia l’equilibrio della vita di coppia come può essere una perdurante malattia, ecc.ecc.

Amarsi un po’’” in fondo non è solo più facile, è “magico”. E’ quella spinta carica di sogni che chiamiamo “innamorarsi” dell’altro/a. “Però, però volersi bene no, è più difficile…è come volare”, diceva sempre la canzone richiamata. Forse per questo oggi tanti scelgono la via dell’”amore liquido”, per usare una espressione del grande Z.Bauman, quando addirittura non dovessero giungere a scegliere di non innamorarsi, cosa veramente patologica dei nostri giorni. La paura di affrontare la vita umana per quello che è, fragile e insicura, la paura di dover soffrire per o a causa di chi si ama, la paura di invecchiare, la paura che l’impegno per l’amato/a sottragga qualcosa di importante alla propria persona e così via: allora meglio “amarsi solo un po’”, magari iniziando più volte nuove relazioni, sempre alla ricerca di qualcosa di più “emozionante”. Come non riconoscere lo scenario generale dell’amore umano di oggi?

“Amarsi sempre, fino alla fine, fino a dare la propria vita”, è invece il ritornello del nostro Maestro nel comandamento che ci consegna (Gv 15,9.12.17; 1Gv 4,7). Non è un consiglio, è un comandamento per chi vuole essere suo discepolo, per chi ama la vita e non vuol vedere sfociare la propria esistenza in un esito egoistico. In ogni tipo di  amore: quello di coppia, quello amicale, quello tra genitore e figlio. Gesù non ci inganna. Gesù ci rivela che l’amore viene da Dio, che Lui stesso è il volto visibile di quell’amore; Gesù è la spiegazione, è la prova vivente che l’amore esiste con un nome preciso ed è più forte della barriera della morte. Per questo ci dice che nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). L’amore di Gesù ha questa dismisura: ce lo ha dimostrato! Si dilata fuori del tempo e dello spazio perché eterno. Certo, la sua traiettoria qui sulla terra è sofferta, lo fu per Lui e lo sarà anche per chi lo segue, ma la posta in gioco è troppo importante per cercare di evitarla. Voi siete miei amici se fate ciò che vi comando (Gv 15,14). Quale ricchezza può esserci per l’uomo più bella di quella di diventare amico di Dio? Gesù ci ha rivelato tutto, ci ha fatto entrare nel mistero di Dio, ci tiene così tanto a noi da chiamarci già amici! (Gv 15,15).

Ma amici veri (o sposi veri) lo sappiamo, si diventa. E’ necessario attraversare il tempo e le prove che ci troviamo dentro. Quale gioia però scoprire, poco a poco, che l’amore ci fa superare ogni prova, ci mette le ali ai piedi, ci fa trovare dentro noi stessi l’Amico dell’uomo! (Gv 15,11) Nella mia parrocchia c’è un uomo che ha perso sua moglie un paio di anni fa. Hanno formato la loro famiglia, hanno camminato insieme per più di 50 anni, poi è arrivato il momento della morte che li ha separati. Anche se c’è il dono della fede, è stato un momento molto doloroso. E lo è tanto più, quanto più in vita ci si è amati. Una settimana dopo la morte di sua moglie mi sono recato a casa sua. Da come mi ha accolto, ho compreso subito che la mia visita era particolarmente gradita. Ci siamo seduti su un divano a parlare. Inevitabilmente siamo giunti a parlare di lei, di come negli ultimi anni non riuscivano a fare più a meno l’una dell’altro. Poi, dopo un prolungato silenzio, quell’uomo, fissando una foto di sua moglie davanti a noi, mi ha detto: “d.Giacomo, io non riesco a spiegarmi. Sono passati tantissimi anni, ora lei non c’è più. Ma io sento di amarla ora ancora più di prima, mi crede? Più di quando mi innamorai di lei, più di tutto il tempo che abbiamo vissuto insieme, mi crede?…” Come si poteva non credergli? Aveva il volto illuminato da quella luce che non tradisce, perché accompagna sempre la verità. E, con la sua parola, confermava quanto Gesù ci ha insegnato sull’amore.

Davanti a questo vangelo chiedo a Dio, con voi, la grazia di camminare nel suo amore per tutto il tempo che è stato stabilito per me. Per tutti noi che vogliamo fidarci di Gesù, risuona oggi il comando di amarci gli uni gli altri, l’unica realtà gradita a Dio che ci fa diventare suoi amici. Non cerchiamo alibi. Se Lui ce lo comanda, vuol dire che non è impossibile.

 

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SI QUIERES VOLVERTE AMIGO DE DIOS

 

 “Amarse un poco”, decía el coro de una famosa canción de Lucho Battisti en la sugerencia de adentrarse en una relación de amor sin miedo, teniendo solo el coraje de comenzar. Pero aquella misma canción precisaba que para vivirla era necesario luego saber afrontar obstáculos y lágrimas. En estos últimos meses he recibido en varios diálogos las confidencias de tantos amores destrozados. Es siempre doloroso recibir el dolor de quien se ha sentido traicionado en el afecto humano. No obstante, a motores emotivos apagados, nace observar un mínimo común denominador en estos asuntos, al menos de mi personal experiencia. Uno de los 2 partner (o también ambos), a un cierto punto, para romper la relación, se aferra a una serie de pseudo-justificaciones que ocultan mal una ausencia de voluntad en el afrontar las normales desafíos del amor, como la diferencia femenina/masculina, el hacerse cargo de un “defecto de fabricación o de historia” del partner, el superar una tentación, el aceptar el lento pero inexorable decaimiento físico del propio/a esposo/a, o sino un imprevisto evento que cambia el equilibrio de la vida de pareja como puede ser una enfermedad que perdura, etc., etc.

 “Amarse un poco” en fondo no es solo más fácil, es “mágico”. Es aquel empuje cargado de sueños que llamamos “enamorarse” del otro/a. “Pero, pero quererse mucho no, es más difícil… es como volar”, decía siempre la canción mencionada. Quizás por esto hoy tantos eligen el camino del “amor líquido”, para usar una expresión del grande Z. Bauman, cuando además no alcanzan a elegir de no enamorarse, cosa verdaderamente patológica de nuestros días. El miedo de afrontar la vida humana por aquello que es, frágil e insegura, el miedo de tener que sufrir por o a causa de quien se ama, el miedo de envejecer, el miedo que el compromiso por el amado/a nos quite algo importante a la propia persona y así sucesivamente: entonces mejor “amarse solo un poco”, quizás comenzando más veces nuevas relaciones, siempre en busca de algo más “emocionante”. ¿Cómo no reconocer el escenario general del amor humano de hoy?

“Amarse siempre, hasta el extremo, hasta dar la propia vida”, es en cambio el coro de nuestro Maestro en el mandamiento que nos entrega (Jn 15,9.12.17; 1Jn 4,7). No es un consejo, es un mandamiento para quien quiere ser su discípulo, para quien ama la vida y no quiere concluir la propia existencia en un éxito egoísta. En cada tipo de amor: aquello de la pareja, el de amigos, aquello entre padre e hijo. Jesús no nos engaña. Jesús nos revela que el amor viene de Dios, que Él mismo es el rostro visible de aquel amor; Jesús es la explicación, es la prueba viviente que el amor existe con un nombre preciso y es más fuerte que la barrera de la muerte. Por esto nos dice que nadie tiene un amor más grande de este: dar la vida por los propios amigos (Jn 15,13). El amor de Jesús tiene esta desmedida: ¡nos lo ha demostrado! Se dilata fuera del tiempo y del espacio porque es eterno. Cierto, su trayectoria aquí en la tierra es sufrida, lo fue para Él y lo será también para quien lo sigue, pero lo que está en juego es muy importante para intentar de evitarla. Ustedes son mis amigos si hacen lo que les mando (Jn 15,14). ¿Qué riqueza puede ser para el hombre más bella de aquella de volverse amigo de Dios? Jesús nos ha revelado todo, nos ha hecho entrar en el misterio de Dios, le importamos así tanto nosotros hasta llamarnos ya ¡amigos! (Jn 15,15).

Pero amigos verdaderos (o esposos verdaderos) lo sabemos, se vuelve. Es necesario atravesar el tiempo y las pruebas que nos encontramos dentro. Pero qué gozo descubrir, poco a poco, que el amor nos hace superar cada prueba, nos pone las alas en los pies, nos hace encontrar dentro de nosotros mismos al ¡Amigo del hombre¡ (Jn 15,11) En mi parroquia hay un hombre que ha perdido a su esposa un par de años atrás. Han formado su familia, han caminado juntos por más de 50 años, luego ha llegado el momento de la muerte que los ha separado. Aunque si está el don de la fe, ha sido un momento muy doloroso. Y lo es mucho más, cuando en vida se han amado. Una semana después de la muerte de su esposa me acerqué a casa suya. De cómo me ha acogido, he comprendido inmediatamente que mi visita era particularmente esperada. Nos hemos sentado sobre el sillón a hablar. Inevitablemente hemos llegado a hablar de ella, de como en los últimos años no lograban a no hacerse falta el uno con el otro. Luego, después de un prolongado silencio, aquel hombre, fijando una foto de su esposa delante de nosotros, me ha dicho: “padre Giacomo, yo no logro a explicarme. Han pasado tantísimos años, ahora ella no está más. Pero siento de amarla ahora aún más que antes, ¿me cree? Más de cuando me enamoré de ella, más de todo el tiempo que hemos vivido juntos, ¿Me cree?…” ¿Cómo se podía no creerle? Tenía el rostro iluminado de esa luz que no traiciona, porque acompaña siempre la verdad. Y, con su palabra, confirmaba todo lo que Jesús nos ha enseñado sobre el amor.

Delante de este evangelio pido a Dios, con ustedes, la gracia de caminar en su amor por todo el tiempo que ha sido establecido para mí. Por todos nosotros que queremos confiarnos de Jesús, resuena hoy el mandamiento de amarnos los unos a los otros, la única realidad agradable a Dios que nos hace volvernos sus amigos. No busquemos pretextos. Si Él nos lo manda, quiere decir que no es imposible.

TU IN ME, IO IN TE

V DOMENICA DI PASQUA

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

 

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

 

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Nella similitudine del buon pastore con le proprie pecore, il Signore Gesù ci ha consegnato una immagine molto suggestiva della relazione di conoscenza intima che si stabilisce con coloro che gli credono. In quella di oggi, quinta domenica di Pasqua, nel presentare se stesso come la vite e noi suoi tralci, ci consegna, per così dire, una immagine “anatomica” di questa stessa relazione: siamo carne della sua carne e sangue del suo sangue, come i tralci che sono nella vite sono una sola pianta e vivono dell’unica linfa che scorre in essa. Dunque Cristo e la sua Chiesa non si possono separare. Basterebbe anche solo credere a questa allegoria per convincersi di ciò che è più importante per custodire e far crescere la nostra fede.

Io sono la vera vite
Io sono la vera vite, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2011

L’invito del Signore davanti a questa realtà è categorico: rimanete in me e io in voi (Gv 15,4a). Il verbo rimanere ricorre per ben 7 volte in 4 versetti. Dunque si tratta di un invito a un modo di vivere molto importante. Egli stesso si incarica di spiegarcelo. Se infatti un tralcio non rimanesse nella vite, non potrebbe assolvere al compito per cui esiste: portare/produrre frutto. Da se stesso il tralcio non può produrre niente (Gv 15,4b). Ma è possibile che un tralcio cerchi di staccarsi autonomamente dalla vite? Esiste in natura una possibilità nella quale il tralcio si stacchi dalla vite nel tentativo di far frutto da solo? In questa incongruenza è evidente il limite che ogni immagine metaforica ha nel cercare di spiegare una realtà spirituale, ma qui a Gesù preme sottolineare perché, nel versetto antecedente il vangelo di domenica scorsa, si legge che Lui è venuto perché le sue pecore abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10). Infatti, come i tralci di una vite portano frutto a suo tempo e non solo per una volta, così anche noi. La nostra esistenza è fatta per dare vita agli altri e a noi stessi: Dio ci dona la sua stessa fecondità.

Ma come si fa a rimanere uniti a Gesù? Cosa ci unisce maggiormente e cosa invece ci può portare a staccarci da Lui? Se rileggiamo con semplicità e cuore aperto il vangelo, non si fa fatica a comprendere cosa il Signore ci dice. Non è la stessa cosa vivere deliberatamente con e in Lui, e vivere deliberatamente come se Lui non ci fosse o, peggio ancora, con una modalità diversa da quella che ci ha mostrato con la sua vita, ovverosia contro di Lui: chi non è con me, è contro di me (cfr. Lc 11,23). Il rischio di staccarsi dalla sorgente della vita è grande (Gv 15,6), ma la pazienza e la misericordia di Dio, per nostra fortuna, è ancora più grande (cfr. Lc 13,6-9). Dunque Gesù ci ricorda che siamo già innestati con il nostro battesimo in Lui, ma questa vita nuova deve continuamente sbocciare, fiorire e dar frutto. Le sofferte prove della vita sono le potature necessarie perché tutto ciò avvenga (Gv 15,2). Rimanere in Lui è compiere il suo comandamento, che mediteremo meglio domenica prossima. Per compiere il suo comandamento è necessario che le parole di Gesù rimangano in noi (Gv 15,7). E affinché rimangano in noi, è necessario ascoltarle e meditarle più volte. Nel costante ricordo della Parola infatti, avviene il suo “imprinting”: essa ci modifica nel profondo assimilandoci a sé, poiché uno diventa ciò che ricorda e porta sempre nel cuore.

Quando ero piccolo e mi trovavo con mia madre nelle celebrazioni delle messe, ricordo che durante la comunione eucaristica si cantava sempre un canto: “resta con noi Signore la sera, resta con noi e avremo la pace, resta con noi, resta con noi, la notte mai più scenderà”. Sicuramente tutti lo ricorderete. Non ci capivo un granché, ma mi colpiva il fatto che vedevo l’assemblea cantare facendo questa richiesta, mentre io non vedevo nessuno che restava con loro e con mia mamma. Mi dicevo: “come resta Gesù con tutti se dopo la messa ce ne andiamo a casa?” Poi venne il momento della 1a comunione, e allora qualcosina mi venne spiegato. Quando però dopo tanti anni lessi questo vangelo, mi sembrò che questo canto che ascoltavo da piccolo fosse al contrario. Cioè, era Gesù che mi diceva: “resta con me Giacomo e avrai la pace, resta con me…” La vita del credente mi appare oggi più o meno questa: quella di un essere umano che chiede continuamente a Dio di restare con Lui, perché Lui stesso ci chiede continuamente di rimanere con sé. E questo avviene in ogni istante, quando due persone si amano: non possono fare a meno l’una dell’altra. Lo vedremo meglio domenica prossima nella seconda parte di questo vangelo.