PREDICATELO SUI TETTI

COMMENTI AL VANGELO

LE PIAGHE “SPIEGATE” NELLE PIEGHE DELLA VITA

III DOMENICA DI PASQUA

anno B (2021)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48

I due discepoli narravano agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

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Anche il vangelo di Luca, come quello di Giovanni domenica scorsa, mette l’accento sulla fatica dei discepoli a credere nella resurrezione di Cristo. Persino in un’atmosfera più rasserenata, come quella che probabilmente si stava generando a Gerusalemme nel raccontarsi reciprocamente le esperienze di contatto con il Risorto (Lc 24,33-35). In questa riunione dove comincia ad affacciarsi la fede nei cuori, Gesù appare in mezzo a loro annunciando la pace. Ed è veramente singolare che proprio mentre comunica la sua pace in presenza, i discepoli reagiscano invece sconvolti e pieni di paura, perché credevano di vedere un fantasma (Lc 24,37). Dio si manifesta per donare la sua pace, l’uomo risponde con la paura. Perché? Cosa c’è nel cuore umano che non permette di vedere subito la realtà? Perché sembra opporsi al dono della pace?

GESU' RISORTO

Intanto ci farà bene pensare, provando a calarci nei panni dei primi discepoli, cosa significa aver visto con i propri occhi qualcuno che è morto, e non molto tempo dopo rivederlo in carne e ossa. Forse che anche noi non saremmo spaventati? Nessuno ha mai visto un morto ritornare in vita. Una cosa è certa. La paura che ci abita non permette di vedere bene la realtà, perché la deforma. Una volta, durante un corso di esercizi spirituali, ebbi una notte piuttosto agitata nell’alloggio a me riservato. Mentre dormivo ebbi un incubo e, in situazione di “dormiveglia”, vidi davanti a me un uomo entrare dalla finestra di fronte al mio letto. Per la paura mi sono paralizzato aspettandomi un’aggressione. Invece non successe niente perché non c’era nessuno, e così mi riaddormentai. Però al mattino mi accorsi per la prima volta che appena fuori quella finestra c’era un albero che protendeva i suoi grandi rami verso i vetri. Di notte, al buio, con la paura innescata dal brutto sogno, poteva sembrare una persona che stava entrando da quella finestra.

Solo nella pace di un cuore riconciliato l’uomo ci vede e ci sente bene, e quindi può percepire la realtà per quello che è. Se vive nelle sue ferite o nella paura, la percepisce in modo distorto. Le stesse parole umane arrivano così alle nostre orecchie. Quante clamorose incomprensioni, fraintendimenti, sfiducie, dietrologie e tanto altro si generano nelle relazioni, quando le paure o le ansie la fanno da padroni nel cuore. Infatti l’uomo, normalmente, vede quel che vuol vedere e sente quel vuol sentire. Gesù è il sapiente medico che può curare i problemi interiori nascosti nelle pieghe della nostra storia. Le sue domande sempre volte a metterci in contatto con i nostri dubbi e le nostre paure, sono principio di liberazione e di pace (Lc 24,38). Se si nega o si nascondono dubbi e paure, si attiva la loro forza condizionante.

Notate come l’opera di guarigione/convincimento dei discepoli da parte del Signore, si fondi sulla esposizione delle proprie piaghe corporee (Lc 24,39-40). L’insistenza del mostrare mani e piedi con l’invito a toccarlo, ci rivela che la strada per “capire” ed entrare nel mondo della resurrezione è obbligata: bisogna toccare le piaghe, i dubbi e le paure della propria anima, bisogna esporle alla luce di Colui che, senza giudicarci, ha il potere di farci risorgere con Lui, perché quelle piaghe le conosce molto bene. Le ha portate nel suo corpo. Perciò invita i suoi a guardarle attentamente. Credere che esse sono il canale della mia salvezza, il luogo dove si conosce Dio, è semplicemente stupefacente, tanto da far esitare ancora la fede (Lc 24,41). E il Signore interviene ancora amorevolmente. Come? Facendosi ancora bisognoso. Una porzione di grigliata di pesce da gustare aiuta i discepoli a credere in Colui che è risorto nel suo vero corpo (Lc 24,42-43).

Dove sta l’inghippo in cui tutti ci complichiamo? Nel mistero della sofferenza. Le piaghe mostrate da Gesù sono l’esegesi corporea corretta di cosa sia per Dio la vita umana, e cosa deve essere anche per noi: gli siamo costati la vita, allora siamo molto importanti! Ma noi vorremmo eliminare la sofferenza dalla nostra vita. Non è questione di cercarla, ma di accoglierla quando inevitabilmente si presenta nella nostra storia: Gesù sarà lì con noi. Ultima osservazione. Quello che il Signore voleva spiegare ai discepoli con la sua parola, lo ha spiegato prima con le ferite del suo corpo. Se ci vogliamo capire qualche cosa di Dio, dobbiamo partire sempre dalle ferite della nostra storia. Poi ha ricordato ai presenti (ricordare=riportare dentro il cuore) che gli uomini a cui Dio parlò in passato, hanno scritto le cose che lo avrebbero riguardato, e che queste cose erano necessarie (Lc 24,44). In questa memoria, si aprono le menti all’intelligenza divina delle Scritture. Le apparizioni di Gesù Risorto sono finite, ma non il contatto con Lui. Nella memoria delle ferite e in quella delle Scritture lo trovo vivo, sempre fedele al mio fianco.       

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LAS LLAGAS “EXPLICADAS” EN LOS PLIEGUES DE LA VIDA

También el evangelio de Lucas, como el de Juan del domingo pasado, pone el acento sobre la fatiga de los discípulos en creer en la resurrección de Cristo. Hasta en una atmosfera más serena, como aquella que probablemente se estaba generando en Jerusalén al contarse recíprocamente las experiencias de contacto con el Resucitado (Lc 24,33-35). En esta reunión donde comienza a asomarse la fe en los corazones, Jesús aparece en medio de ellos anunciando la paz. Y es verdaderamente singular que justamente mientras comunica su paz en presencia, los discípulos reaccionan en cambio maravillados y llenos de miedo, porque creían que veían un fantasma (Lc 24,37). Dios se manifiesta para donar su paz, el hombre responde con el miedo ¿Por qué? ¿Qué hay en el corazón humano que no permite ver de inmediato la realidad? ¿Por qué parece oponerse al don de la paz?

Mientras tanto nos hará bien pensar, intentando ponerse en los zapatos de los primeros discípulos, qué cosa significa haber visto con los propios ojos a alguien que ha muerto, y no mucho tiempo después volver a verlo en carne y hueso. ¿Quizás también nosotros tengamos miedo? Nunca nadie ha visto a un muerto regresar a la vida. Una cosa sí es cierta. El miedo que nos habita no permite ver bien la realidad, porque la deforma. Una vez, durante un curso de ejercicios espirituales, tuve una noche más bien agitada en la habitación que me fue reservada. Mientras dormía tuve una pesadilla y, en situación de “medio dormido”, vi delante de mí a un hombre entrar por la ventana frente a mi cama. Por el miedo me paralicé esperando una agresión. En cambio, no sucedió nada porque no había nadie, y así me volví a dormir. Pero en la mañana me di cuenta por primera vez que fuera de aquella ventana había un árbol cuyas grandes ramas alcanzaban los vidrios de la ventana. De noche, en la oscuridad, con el miedo comenzado por la fea pesadilla, podía parecer una persona que estaba entrando de esa ventana.

Solo en la paz de un corazón reconciliado el hombre ve y se siente bien, entonces puede percibir la realidad por lo que es. Si vive en sus heridas o en el miedo, la percibe de manera distorsionada. Las mismas palabras humanas llegan así a nuestros oídos. Cuántas clamorosas incomprensiones, malentendidos, desconfianzas, conspiraciones y tanto más se generan en las relaciones, cuando el miedo o las ansias se empadronan del corazón. De hecho, el hombre, normalmente, ve lo que quiere ver y siente lo que quiere sentir. Jesús es el sabio médico que puede curar los problemas interiores escondidos en los pliegues de nuestra historia. Sus preguntas siempre dirigidas a ponernos en contacto con nuestras dudas y nuestros miedos, son el principio de liberación y de paz (Lc 24,38). Si se niega o se esconden las dudas y los miedos, se activa su fuerza condicionadora.

Noten como la obra de sanar/convicción de los discípulos de parte del Señor, se funda en la exposición de las propias heridas corporales (Lc 24,39-40). La insistencia de mostrar las manos y los pies con la invitación de tocarlo nos revela que el camino para “entender” y entrar al mundo de la resurrección es obligada: es necesario tocar las llagas, las dudas y los miedos de la propia alma, es necesario exponerlas a la luz de Aquél que, sin juzgarnos, tiene el poder de hacernos resucitar con Él, porque aquellas llagas las conoce muy bien. Las ha llevado en su cuerpo. Por lo cual invita a los suyos a mirarlas atentamente. Creer que esas son el canal de mi salvación, el lugar donde se conoce a Dios, es simplemente asombroso, tanto de hacer vacilar todavía la fe (Lc 24,41). Y el Señor interviene todavía amorosamente. ¿Cómo? Haciéndose aún necesitado. Una porción de parrilla de pescado para saborear ayuda a los discípulos a creer en Aquél que ha resucitado en su verdadero cuerpo (Lc 24,42-43).

¿Dónde está la trampa en la cual todos nos complicamos? En el misterio del sufrimiento. Las llagas mostradas por Jesús son la exégesis corpórea correcta de lo que para Dios es la vida humana, y qué cosa debe ser también para nosotros: le hemos costado la vida, entonces ¡somos muy importantes! Pero nosotros queremos eliminar el sufrimiento de nuestra vida. No es cuestión de buscarla, sino de acogerla cuando inevitablemente se presenta en nuestra historia: Jesús estará allí con nosotros. Última observación. Lo que el Señor quería explicar a los discípulos con su palabra, lo ha explicado antes con sus heridas de su cuerpo. Si queremos entender algo de Dios, debemos partir siempre de las heridas de nuestra historia. Luego ha recordado a los presentes (recordar=reportar dentro del corazón) que los hombres a los cuales Dios habló en pasado, han escrito las cosas que lo habrían vuelto a ver, y que estas cosas eran necesarias (Lc 24,44). En esta memoria, se abren las mentes a la inteligencia Divina de las Escrituras. Las apariciones de Jesús Resucitado han terminado, pero no el contacto con Él. En la memoria de las heridas y en aquellas de las Escrituras lo encuentro vivo, siempre fiel a mi lado.

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

 

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: è condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Che cosa vedeva? Come vedeva? Come tutti coloro che, guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure, come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare o dalla guerra, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, a caccia di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, sudditi e territori su cui contare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crederemo (e vorremo) solo un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere: farci scansare la sofferenza. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro messo in croce, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Perché patisce quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile ed è pronto a udire l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpevolezza nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

E gli chiede una sola cosa, una soltanto: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon “ladrone” si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15). E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

Dimas, il “buon ladrone”, che ho scelto come mio santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo mio lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

(*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca)

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15) Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

Dimas, el “buen ladrón”, que eligi mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

(*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas)

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