COMMUOVERSI E RISCHIARE, SE SI VUOLE AMARE

XVII DOMENICA DEL T.O.

anno B (2021)

2 Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

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Anche questa domenica il vangelo dice che Gesù alza gli occhi e vede tanta gente accorrere a Lui (Gv 6,5). Lo sguardo di Dio è sempre attento, i suoi occhi non si distolgono mai da noi. Gesù non si commuove solo perché erano come pecore che non hanno pastore (domenica scorsa). La sua compassione nasce dall’amore per la vita di ogni uomo, nella concretezza del corpo con i suoi bisogni. Gesù sente su di sé ogni fame di vita. La domanda rivolta ai discepoli stana i ragionamenti tanto umani che ingabbiano le possibilità del cuore, espressioni di un’economia del possesso che sa far bene i calcoli, ma non sa vedere nella condivisione del poco la moltiplicazione del molto. Giovanni annota che Egli sapeva quello che stava per compiere (Gv 6,6). Dunque c’è una matematica nuova che il Signore vuole insegnare ai suoi discepoli a partire dalla sua domanda; c’è un modo di ragionare e di vivere nuovo che essi devono imparare ad incarnare. Ma non sarà facile comprenderlo.

Una mamma vince il primo premio al Bingo della festa parrocchiale: un sacco di riso da 30 Kg. Per i poveri del luogo dove ho vissuto per circa 6 anni, averne in quella quantità è come avere un consistente conto in banca. Altre madri in difficoltà bussano alla sua porta chiedendole un po’ del suo riso, ma la signora viene vinta dalla paura di non poterne più attingere per sé e per i suoi. Lo nega a tutte e il tempo passa. Un giorno si accorge che almeno tre quarti del riso è marcito nel sacco. Alla fine perse quasi tutto il riso, oltre all’amicizia delle sue vicine di casa. Questo fatto mi si è impresso dentro come un’icona. Se scommetti su un’economia del possesso, le cose, alla lunga, ti si ritorcono contro. Se scommetti sull’economia divina, all’inizio ti sembra una perdita, poi invece vedi la vita crescere in te e fuori di te. Questa è la lezione del Signore per i discepoli di ogni tempo. La fede è rischiare sulla sua parola. La fede è lasciarsi coinvolgere nella sua compassione per gli uomini. La fede ti convince che Dio va cercato e amato presso gli uomini.

Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Se Andrea segnala la presenza di un ragazzo con 5 pani d’orzo e 2 pesci, ponendo l’interrogativo sull’insufficienza umana davanti al bisogno della gente (Gv 6,9), vuol dire perlomeno che quel ragazzo si era fatto avanti. Un giovanetto che non ha rinunciato a sognare, mettendosi a disposizione del Signore. Ecco il segreto cristiano della vita. Non importa quanto sei e quanto hai. Per quello che sei e che hai prima si ringrazia Dio, poi si fa come Martino di Tours che vedendo la sofferenza di un ignudo prende il suo mantello, lo spezza in due e ne dona una parte al povero, benedicendo Dio che avrebbe fatto lo stesso al suo posto. Il segreto è mettersi con quel che si ha nelle mani di Dio per diventare le sue mani, il suo cuore, la sua compassione. Tutto ciò però non può avviarsi se prima non si sa alzare gli occhi e vedere. La malattia attuale, più mortale della pandemia che ci affligge, non ci fa vedere in tantissime persone che vengono da lontano (o che ci abitano vicino) la stessa gente che accorreva da Gesù, affamata di vita più dignitosa oltre che di pane. Come dice il nostro papa, non sappiamo più piangere per loro. Perché? Perché non c’è spazio per la compassione.

Sappiamo che questo miracolo di Gesù è per Giovanni un segno eucaristico. Fare un ripasso di questo “fondamentale” della fede giova alla salute del nostro spirito. Cos’è in fondo l’eucarestia? È ritrovarsi insieme a rendere grazie della vita (cfr. greco εὐχαριστία) attorno a Colui che continua guardarci con profonda compassione, che continua ad amare fino a darci la sua vita nel pane consacrato e spezzato. Questa è la memoria irrinunciabile, la Tradizione vivente a noi sempre presente. L’amore è memoria di quel che ha fatto per noi, sempre contemporaneo in ogni S.Messa. Solo ritornando alla fonte si può tornare a fare l’esperienza di una vita che si moltiplica alla scuola della condivisione. Solo Lui, nel suo pane di compassione, a sua volta ci fa diventare figli compassionevoli. È in gioco la nostra umanità, poiché senza l’amore di Dio ci si disumanizza. Il Signore ci dia allora il coraggio del ragazzo del vangelo che seppe lasciare tutto nelle sue mani benedette e benedicenti. La differenza è tutta qui: da soli siamo solo 5 pani e 2 pesci, nelle sue mani siamo il miracolo del poco che diventa molto, il miracolo dell’uomo che diventa come Dio.

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CONMOVERSE Y ARRIESGAR, SI SE QUIERE AMAR

También este domingo el evangelio dice que Jesús levanta la mirada y ve a tanta gente acudir a Él (Jn 6,5). La mirada de Dios está siempre atenta, sus ojos no se quitan jamás de nosotros. Jesús no se conmueve solo porque eran como ovejas que no tienen pastor (domingo pasado). Su compasión nace del amor por la vida de cada hombre, en lo concreto del cuerpo con sus necesidades. Jesús siente sobre sí cada hambre de vida. La pregunta dirigida a los discípulos sana los razonamientos tanto humanos que encierran las posibilidades del corazón, expresiones de una economía de la posesión que saber hacer bien los cálculos, pero no sabe ver en el compartir del poco la multiplicación de lo mucho. Juan nota que Él sabía lo que estaba por cumplirse (Jn 6,6). Entonces hay una matemática nueva que el Señor quiere enseñar a sus discípulos a partir de su pregunta; hay un modo de razonar y de vivir nuevo que ellos deben aprender a encarnar. Pero no será fácil comprenderlo.

Una mamá venció el primer premio del Bingo de la fiesta parroquial: un saco de arroz de 30 Kg. Para los pobres del lugar donde he vivido por casi 6 años, tener arroz en aquella cantidad es como tener una consistente cuenta en el banco. Otras madres en dificultad tocan a su puerta pidiendo un poco de su arroz, pero la señora se deja vencer por el miedo de no poder tener para ella y para los suyos. Lo niega a todas y el tiempo pasa. Un día se da cuenta que al menos tres cuartos del arroz se habían malogrado en el saco. Al final perdió casi todo el arroz, además de la amistad de sus vecinas de casa. Este hecho se me impregnó dentro como un icono. Si apuestas sobre una economía del poseso, las cosas, a la larga, se vuelven contra ti. Si apuestas sobre la economía divina, al comienzo te parece una pérdida, luego en cambio vez a la vida crecer en ti y fuera de ti. Esta es la lección del Señor para los discípulos de cada tiempo. La fe es arriesgar sobre su Palabra. La fe es dejarse involucrar en su compasión por los hombres. La fe te convence que Dios va buscado y amado entre los hombres.

Si Andrés señala la presencia de un joven con 5 panes de cebada y 2 peces, poniendo la pregunta sobre la insuficiencia humana delante a la necesidad de la gente (Jn 6,9), quiere decir que por lo menos aquél joven se había manifestado. Un jovencito que no ha renunciado a soñar, poniéndose a disposición del Señor. He aquí el secreto cristiano de la vida. No importa cuánto vales y cuánto tienes. Por lo que eres y lo que tienes primero se agradece a Dios, luego se hace como Martin de Tours que viendo el sufrimiento de un desnudo toma su manto, lo parte en dos y le regala una parte al pobre, bendiciendo a Dios que hubiera hecho lo mismo en su lugar. El secreto es ponerse con lo que se tiene en las manos de Dios para volvernos sus manos, su corazón, su compasión. Pero todo esto no puede comenzar si antes no se sabe levantar los ojos y ver. La enfermedad actual, más mortal que la pandemia que nos aflige, no nos hace ver en tantas personas que vienen de lejos (o que viven cerca de nosotros) la misma gente que seguía a Jesús, hambrienta de vida digna además que de pan. Como dice nuestro Papa, no sabemos más llorar por ellos. ¿Por qué? Porque no hay espacio para la compasión.

Sabemos que este milagro de Jesús es para Juan un signo eucarístico. Hacer un repaso de este “fundamento” de la fe beneficia a la salud de nuestro espíritu. ¿Qué es en fondo la Eucaristía? Es volver a encontrarse juntos a rendir gracias de la vida (cfr. Griego εχαριστία) alrededor a Aquél que continúa a mirarnos con profunda compasión, que continúa a amar hasta darnos su vida en el pan consagrado y partido. Esta es la memoria irrenunciable, la Tradición viviente para nosotros siempre presente. El amor es memoria de lo que ha hecho por nosotros, siempre contemporáneo en cada S. Misa. Solo regresando a la fuente se puede regresar a hacer la experiencia de una vida que se multiplica a la escuela del compartir. Solo Él, en su pan de compasión, a su vez nos vuelve hijos compasivos. Está en juego nuestra humanidad, porque sin el amor de Dios nos deshumanizamos. El Señor nos de entonces el coraje del joven del evangelio que supo dejar todo en sus manos benditas y que bendice. La diferencia está todo aquí: solos somos solo 5 panes y 2 peces, en sus manos somos el milagro del poco que se vuelve mucho, el milagro del hombre que se vuelve Dios.

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

 

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: è condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Che cosa vedeva? Come vedeva? Come tutti coloro che, guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure, come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare o dalla guerra, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, a caccia di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, sudditi e territori su cui contare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crederemo (e vorremo) solo un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere: farci scansare la sofferenza. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016
Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro messo in croce, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Perché patisce quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile ed è pronto a udire l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpevolezza nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

E gli chiede una sola cosa, una soltanto: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon “ladrone” si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15). E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

Dimas, il “buon ladrone”, che ho scelto come mio santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo mio lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

(*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca)

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15) Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

Dimas, el “buen ladrón”, que eligi mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

(*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas)