LA VITA NUOVA È UNA VESTE DI NOZZE

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

anno A (2020)

Is 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Gesù, riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

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Riassunto delle puntate precedenti. Il proprietario del terreno che chiama a collaborare, nonché padre di collaboratori che gli sono figli, si aspettava frutti buoni dalla coltivazione della sua vigna, ma non ne ha ricevuti. Sappiamo come è andata a finire con i servi inviati per la riscossione. Non abbiamo avuto rispetto nemmeno dell’emissario più importante, suo Figlio, anzi, l’abbiamo ucciso; ma proprio all’apice delle nostre cattiverie, il misfatto viene sorprendentemente assunto, come opera propria, dal misterioso Dio nascosto dietro le parabole: questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi (Mt 21,42). La parabola di questa domenica richiama i temi trattati dai racconti precedenti gettandovi una luce nuova.

Qui infatti si paragona ad un re che offre un banchetto per le nozze di suo figlio; solo che anche ai ripetuti inviti di questo re, corrispondono continui rifiuti. Qualche osservazione. Intanto, umanamente parlando, l’indignazione dovrebbe nascere ben prima nel suo cuore. Invece, al primo rifiuto il re incarica i suoi messaggeri di convincere gli invitati ad accettare, sottolineando la gratuità del banchetto: ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto: venite alle nozze! (Mt 22,4) Pazienza e bontà infinita del nostro Dio. Ma nemmeno davanti a questa realtà gli invitati cambiano parere. Alcuni sono indifferenti, altri maltrattano fino ad uccidere i messaggeri (Mt 22,5-6). Cosa può far nascere in loro una tale opposizione? Come mai non accolgono un dono siffatto? Cosa può portarli a preferire altre azioni e occupazioni, se in ballo c’è una festa per cui non si deve pagare nulla?

CROCICCHI DELLE STRADE

Altra cosa interessante. L’indignazione del re, anche se si traduce dapprima in una punizione esemplare (Mt 22,7), non si ferma qui. Diventa piuttosto una spinta ancora più tenace a prolungare gli inviti. Sembra proprio che questo re non sopporti assenza di invitati e di festa in casa sua. Se i primi invitati erano ben conosciuti e da sé stessi si sono squalificati (Mt 22,8), adesso il re estende l’invito anche agli sconosciuti: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze (Mt 22,9). Se qualcuno avesse ancora dubbi circa la gratuità dell’invito a festa, vedrà svanire le sue riserve: quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi (Mt 22,10). Dunque anche chi non è in regola può entrare nella festa. E finalmente il re vede riempirsi la sala delle nozze. Ma c’è qualcosa che non va. C’è un ultimo insegnamento da cogliere.

ABITO NUZIALE

Il re ha offerto e aperto a tutti il festoso banchetto, segno di un cuore veramente magnanimo nell’amore la cui felicità sta tutta nel condividere la sua gioia. Egli trova nella sala un tale senza l’abito appropriato (Mt 22,11-12). Nessuno andrebbe mai a una festa di nozze mal vestito, eppure c’è qualcuno che lo ha fatto. La domanda del re è opportuna. È evidente che l’intento di Matteo è farci concentrare sull’abito nuziale: cosa c’è dietro questa parola dall’alta carica simbolica? Un giorno Gesù, a chi gli faceva osservare che i suoi discepoli non digiunavano, rispose: possono forse gli invitati alle nozze digiunare mentre lo Sposo è con loro? …Nessuno mette un pezzo di stoffa nuovo su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore (Mt 9,15-16) Questo episodio è illuminante. Se lo Sposo è qui con noi nel suo Spirito, se vive oggi nella chiesa sua sposa, allora il segno distintivo del cristiano non può che essere la gioia di vivere con Lui, novità assoluta che comincia già qui in terra e si prolunga fino al Cielo. Il re dei re è morto nudo, per amore, sulla nuda croce che gli abbiamo fabbricato. Solo chi è disposto a vedere e farsi vedere nella propria nudità, può conoscere il mistero dell’abito nuziale. La veste nuziale è propria di chi, scopertosi peccatore davanti a quella croce, accoglie l’invito a convertirsi, cioè a cambiare abito. Perché solo chi si riconosce sterile di buoni frutti può ricevere il dono di far frutti buoni, solo chi si riconosce omicida del Figlio diventa erede come Lui, solo chi si sa nudo può venire rivestito. Chi vuole entrare nel regno dei Cieli con un altro vestito, presto o tardi dovrà decidere se spogliarsi o meno. Avrà ancora l’occasione di farsi rivestire, altrimenti andrà al destino che si è scelto (Mt 22,13).

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LA VIDA NUEVA ES UN VESTIDO DE BODAS

Resumen de episodios precedentes. El propietario del terreno que llama a colaborar, además padre de colaboradores que le son hijos, se esperaba frutos buenos del cultivo de su viña, pero no ha recibido nada. Sabemos cómo ha terminado con los siervos enviados para la recaudación. Non hemos tenido respeto ni siquiera del emisario más importante, su Hijo, más bien, lo hemos matado; pero justamente en la cima de nuestra maldad, el crimen viene sorprendentemente asumido, como obra propia, del misterioso Dios escondido detrás de las parábolas: esto ha sido hecho por el Señor y es una maravilla a nuestros ojos (Mt 21,42). La parábola de este domingo llama a los temas tratados por los relatos precedentes lanzándonos una luz nueva.

Aquí de hecho se compara a un rey que ofrece un banquete por las bodas de su hijo; solo que también a las repetidas invitaciones de este rey, corresponden constantes rechazos. Alguna observación. Mientras tanto, humanamente hablando, la indignación debería nacer mucho antes en su corazón. En cambio, al primer rechazo el rey encarga a sus mensajeros de convencer a los invitados a aceptar, subrayando la gratuidad del banquete: miren, mi banquete está preparado, se han matado ya mis novillos y animales cebados, y todo está a punto; ¡vengan a la boda! (Mt 22,4) Paciencia y bondad infinita de nuestro Dios. Pero ni siquiera delante de esta realidad los invitados cambian de parecer. Algunos son indiferentes, otros maltratan hasta matar al mensajero (Mt 22,5-6). ¿Qué cosa puede hacer que nazca en ellos una tal oposición? ¿Cómo así no acogen un don de este tipo? ¿Qué cosa puede llevarlos a preferir otras acciones y ocupaciones, si en juego hay una fiesta por la cual no se debe pagar nada?

Otra cosa interesante. La indignación del rey, aunque si se traduce desde antes en un castigo ejemplar (Mt 22,7), no se detiene aquí. Se vuelve más bien en un empuje todavía más tenaz a prolongar la invitación. Pareciera que este rey no soporte ausencia de invitados y de fiesta en su casa. Si los primeros invitados eran bien conocidos y por sí mismos se han descalificado (Mt 22,8), ahora el rey extiende la invitación también a los desconocidos: Vayan, pues, a los cruces de los caminos y, a cuantos encuentren, invítenlos a la boda (Mt 22,9). Si alguien tuviera aún dudas acerca de la gratuidad de la invitación a la fiesta, verá desaparecer sus reservas: Los siervos salieron a los caminos, reunieron a todos los que encontraron, malos y buenos (Mt 22,10). Entonces también quien no está en regla puede entrar a la fiesta. Y finalmente el rey ve llenarse la sala de la boda. Pero hay algo que no va. Hay una última enseñanza que recibir.

El rey ha ofrecido y abierto a todos el grandioso banquete, signo de un corazón verdaderamente magnánimo en el amor la cual felicidad está toda en el compartir su gozo. Él encuentra en su sala un tal sin el vestido apropiado (Mt 22,11-12). Nunca nadie iría a una fiesta de matrimonio mal vestido, y sin embargo hay alguien que lo ha hecho. La pregunta del rey es oportuna. Es evidente que la intensión de Mateo es hacernos concentrar sobre el vestido nupcial: ¿qué hay detrás de esta palabra de alta carga simbólica? Un día Jesús, a quien le hacía observar que sus discípulos no ayunaban, respondió: Jesús les dijo: ¿Pueden acaso los invitados a la boda ponerse tristes mientras el novio está con ellos? Días vendrán en que les será arrebatado el novio; entonces ayunarán. Nadie echa un remiendo de paño sin tundir en un vestido viejo, porque lo añadido tira del vestido, y se produce un desgarrón peor (Mt 9,15-16) Este episodio es iluminador. Si el Esposo está aquí con nosotros en su Espíritu, si vive hoy en la iglesia su esposa, entonces el signo diferente del cristiano no puede que ser el gozo de vivir con Él, novedad absoluta que comienza ya aquí en la tierra y se prolonga hasta el Cielo. El rey de los reyes ha muerto desnudo, por amor, sobre la desnuda cruz que le hemos fabricado. Solo quien está dispuesto a hacerse ver en su propia desnudez, puede conocer el misterio del vestido nupcial. El vestido nupcial es propio de quien, habiéndose descubierto pecador delante de aquella cruz, acoge la invitación a convertirse, o sea a cambiar vestido. Porque solo quien se reconoce estéril de buenos frutos puede recibir el don de dar frutos buenos, solo quien se reconoce homicida del Hijo se vuelve heredero como Él, solo quien se sabe desnudo puede ser revestido. Quien quiere entrar en el reino de los Cielos con otro vestido, tarde o temprano deberá decidir si quitarse o no. Habrá aún la ocasión de hacerse revestir, sino irá al destino que se ha elegido (Mt 22,13).

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

 

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: è condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Che cosa vedeva? Come vedeva? Come tutti coloro che, guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure, come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare o dalla guerra, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, a caccia di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, sudditi e territori su cui contare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crederemo (e vorremo) solo un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere: farci scansare la sofferenza. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro messo in croce, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Perché patisce quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile ed è pronto a udire l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpevolezza nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

E gli chiede una sola cosa, una soltanto: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon “ladrone” si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15). E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

Dimas, il “buon ladrone”, che ho scelto come mio santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo mio lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

(*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca)

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15) Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

Dimas, el “buen ladrón”, que eligi mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

(*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas)