EGLI ASCENDE E NOI SCENDIAMO

SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI N.S. GESÙ CRISTO

anno A (2020)

At 1,1-11; Ef  1,17-23; Mt 28,16-20

 

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

________________________

 

Ascensione

Ascensione del Signore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2020

Nella solennità dell’Ascensione, anche se nella 1a lettura leggiamo che, dopo aver parlato ai discepoli, Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi (At 1,9), noi non celebriamo la partenza di Gesù, bensì la sua diversa presenza nel mondo. L’epilogo del vangelo di Matteo è la dichiarazione solenne di questa verità: ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Dunque non esiste giorno in cui Egli sia assente. Ma che significa “una sua presenza diversa” nel mondo? In genere siamo abituati a parlare di presenza o di assenza di una persona in termini corporali. Cioè, diciamo che il tale è presente o assente a seconda che cada o meno sotto il raggio della mia capacità di vederne il corpo. Ma le cose, dopo la morte e resurrezione di Cristo, stanno proprio così?

Già nei racconti degli incontri con il Risorto notiamo che la sua presenza non è più come quella di prima. Gesù approccia ai suoi discepoli anche fisicamente, ma non c’è un immediato riconoscimento della sua persona; segno che l’evento della resurrezione esprime qualcosa di più che non la sola continuità storica con la persona del Signore. La resurrezione ha fatto “esplodere”, all’interno della storia, una nuova capacità di essere presente nelle relazioni umane. Pensate ad es. quando troviamo Gesù risorto in alcuni brani che passeggia e mangia ancora con i suoi amici, o come quando lo troviamo in carne e ossa capace di fare qualcosa che noi non possiamo fare: entrare a porte chiuse in una casa (Gv 20,19), oppure sparire improvvisamente da un banchetto amichevole (Lc 24,31).

La 1a lettura ci ricorda che anche gli apostoli si aspettavano un clamoroso ritorno del Signore e in un tempo imminente, per cui, mentre si congedavano da Lui, cercarono di carpirgli il momento esatto della sua venuta (At 1,6). Gesù smentisce questa attesa con parole che non lasciano adito ad alcuna pretesa di conoscenza di date, scadenze e decisioni storiche che Dio ha riservato alla sua decisione. No, non è di queste cose che si devono occupare i discepoli. Eppure nella storia della chiesa, come anche oggi, ci sono state e ci sono ancora frange ecclesiali, talvolta piuttosto numerose, che continuano ad agitarsi e ad agitare il popolo di Dio sul tema del suo ritorno. Basterebbe la lettura del solo testo degli Atti per recuperare un po’ di igiene mentale e rendersi conto che Gesù chiede solo ai suoi, mentre ascende al cielo, di assumere la sua missione: compito del discepolo è lasciarsi coinvolgere in una nuova tappa della storia della salvezza, dove il protagonista è lo Spirito Santo con la sua chiesa. Dio nella sua misteriosa bontà, vuol contare su di noi per salvare gli uomini.

Tiriamo le somme di queste considerazioni: la festa dell’Ascensione al cielo di Cristo, non è festeggiare il Signore in un altro posto che chiamiamo “cielo”. Il cielo nelle Scritture è simbolo della comunione con Dio. Celebriamo piuttosto la festa dell’unità tra cielo e terra, un’unità indistruttibile dopo che Dio, fattosi uomo, ha operato la salvezza dell’umanità attraversando/superando la nostra condizione mortale. Altra conclusione. Al momento di affidare la propria missione agli apostoli Gesù dice: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,28). Questa espressione non sia fraintesa e non illuda il discepolo di oggi. Non significa che Gesù, costituito Signore del cielo e della terra, risolve i problemi umani con la bacchetta magica, né dona una bacchetta magica a coloro che devono proseguire la sua missione. Il potere di Gesù è uno solo: quello di amare fino alla fine per salvare l’uomo. Noi crediamo ancora poco a questo potere illimitato, il potere dell’amore. Ma è l’unico potere che Dio ha. Dunque la sua chiesa scenda per le strade impervie del mondo per agire e annunciare il vangelo con il potere di Cristo. Si faccia carico del peso storico che grava sugli uomini, sia sempre presente su ogni frontiera di dolore, laddove l’uomo ha bisogno di ritrovare speranza. Se la chiesa non è impegnata nella sua missione, vuol dire che sta buttando via la sua vocazione. Se il discepolo ha risposto alla chiamata di Cristo, è una persona lanciata verso i fratelli che fa leva sulla promessa di Gesù: voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni…(At 1,8).

Per questo Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ci sta ricordando ripetutamente che la chiesa di Cristo è geneticamente missionaria. La chiesa che ha posto come centro sé stessa invece di Gesù, è invece una chiesa di-missionaria e autosufficiente, cerca qualcos’altro, come osserva mirabilmente questo passaggio del suo messaggio alle PPOOM uscito ieri: Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno. Il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere. Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori (Papa Francesco, Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, Roma, presso S.Giovanni in Laterano, durante la solennità dell’Ascensione, 21.05.2020)

Papa Giovanni XXIII disse un giorno al suo segretario, poco prima di convocare il Concilio Vaticano II, che aveva compreso una cosa importante: la sua preghiera doveva cambiare. Ammise infatti che prima chiedeva sempre a Dio il suo Spirito perché facesse questo o quello e perché lo aiutasse nelle decisioni del suo delicato incarico. Ora invece pregava lo Spirito chiedendogli cosa Lui voleva fare, perché aveva capito di essere solo un suo aiutante. Pochi giorni dopo, ci fu l’annuncio di un nuovo Concilio Ecumenico della chiesa cattolica. Gesù è asceso al cielo, il suo Spirito scenderà a Pentecoste, affinché anche noi possiamo scendere in mezzo agli uomini per continuare la sua missione. Scendiamo dunque anche noi, perché solo così si ascende al cielo.  

 

******************* 

 

EL ASCIENDE Y NOSOTROS DESCENDEMOS

 

En la solemnidad de la Ascensión, aunque si en la 1ra. lectura leemos, que, después de hablar a los discípulos, Jesús se elevó alto ante sus ojos y una nube lo sustrajo de sus miradas (Hch 1,9), nosotros no celebramos la partida de Jesús, sino su diferente presencia en el mundo. El epílogo del evangelio de Mateo es la declaración solemne de esta verdad: yo estoy con ustedes todos los días, hasta el fin del mundo (Mt 28,20). Por lo tanto, no hay día en que Él esté ausente. Pero ¿qué significa “una presencia diferente” en el mundo? Generalmente estamos acostumbrados a hablar sobre la presencia o ausencia de una persona en términos corporales. Es decir, digamos que el tal está presente o ausente dependiendo si cae o no bajo el radio de mi capacidad para ver su cuerpo. Pero ¿son, así las cosas, después de la muerte y resurrección de Cristo? 

Ya en los relatos de los encuentros con el Resucitado notamos que su presencia ya no es como la de antes. Jesús se acerca a sus discípulos también físicamente, pero no hay un reconocimiento inmediato de su persona; una señal de que el acontecimiento de la resurrección expresa algo más que una sola continuidad histórica con la persona del Señor.   La resurrección ha hecho “explotar”, dentro de la historia, una nueva capacidad de estar presente en las relaciones humanas. Piensen, por ejemplo. cuando encontramos a Jesús resucitado en algunos relatos que todavía camina y come con sus amigos, o como cuando lo encontramos en carne y huesos capaz de hacer algo que nosotros no podemos hacer: entrar a puerta cerrada en una casa (Jn 20,19), o desaparecer repentinamente de un banquete amistoso (Lc 24.31).

La primera lectura nos recuerda que incluso los apóstoles esperaban un regreso clamoroso del Señor y en un tiempo inminente, por lo cual, al despedirse de Él, trataron de entender el momento exacto de su venida (Hch 1,6).  Jesús desmiente esta expectativa con palabras que no dan lugar a ninguna pretensión de conocimiento de fechas, plazos y decisiones históricas que Dios ha reservado para su decisión. No, no son de estas cosas en las que se deben ocupar los discípulos. Sin embargo, en la historia de la iglesia, así como hoy, ha habido y siguen existiendo franjas eclesiásticas, a veces bastante numerosas, que siguen agitándose y agitan al pueblo de Dios sobre el tema de su regreso. Bastaría con leer solo el texto de los Hechos para recuperar un poco de higiene mental y darse cuenta de que Jesús pide a los suyos, mientras asciende al cielo, solo de asumir su misión: la tarea del discípulo es involucrarse en una nueva etapa de la historia de la salvación, donde el protagonista es el Espíritu Santo con su iglesia. Dios en su misteriosa bondad, quiere contar con nosotros para salvar a los hombres.

Saquemos cuentas de estas consideraciones: la fiesta de la Ascensión al cielo de Cristo no es celebrar al Señor en otro lugar que llamamos “cielo”. El cielo en las Escrituras es símbolo de comunión con Dios.  Más bien, celebramos la fiesta de la unidad entre el cielo y la tierra, una unidad indestructible después de que Dios, que se hizo hombre, ha obrado la salvación de la humanidad cruzando/superando nuestra condición mortal. Otra conclusión. Al momento de confiar su misión a los apóstoles, Jesús dijo: Se me ha dado todo el poder en el cielo y en la tierra (Mt 28, 28). Esta expresión no se malinterprete y no ilusione al discípulo de hoy.  Esto no significa que Jesús, constituido Señor del cielo y de la tierra, resuelva los problemas humanos con la varita mágica, ni dona una varita mágica a los que deben continuar su misión. El poder de Jesús es uno solo: el de amar hasta el final para salvar al hombre. Nosotros creemos todavía muy poco en este poder ilimitado, el poder del amor. Pero es el único poder que Dios tiene. Así que su iglesia descienda por las calles inaccesibles del mundo para actuar y proclamar el Evangelio con el poder de Cristo. Se haga cargo del peso histórico que recae sobre los hombres, esté siempre presente en cada frontera del dolor, allí donde el hombre necesita volver a encontrar esperanza. Si la iglesia no está comprometida en su misión, significa que está desechando su vocación. Si el discípulo ha respondido a la llamada de Cristo, es una persona lanzada hacia sus hermanos y hermanas que se apoya en la promesa de Jesús: ustedes tendrán fuerza del Espíritu Santo que descenderá sobre ustedes y serán mis testigos. (Hch 1,8).

Por esto el Papa Francisco, desde el comienzo de su pontificado, nos está recordando repetidamente que la Iglesia de Cristo es genéticamente misionera. La iglesia que se ha colocado como centro en lugar de Jesús, es en cambio una iglesia no-misionera y autosuficiente, busca otra cosa, como observa admirablemente este pasaje de su mensaje al OMPP publicado ayer: Jesús, antes de irse, dijo a los suyos que les mandaría el Espíritu, el Consolador. Y así entregó también al Espíritu la obra apostólica de la Iglesia, durante toda la historia, hasta su venida. El misterio de la Ascensión, junto con la efusión del Espíritu en Pentecostés, imprime y confiere para siempre a la misión de la Iglesia su rasgo genético más íntimo: el de ser obra del Espíritu Santo y no consecuencia de nuestras reflexiones e intenciones. Y este es el rasgo que puede hacer fecunda la misión y preservarla de cualquier presunta autosuficiencia, de la tentación de tomar como rehén la carne de Cristo —que asciende al Cielo— para los propios proyectos clericales de poder. Cuando, en la misión de la Iglesia, no se acoge ni se reconoce la obra real y eficaz del Espíritu Santo, quiere decir que, hasta las palabras de la misión —incluso las más exactas y las más reflexionadas— se han convertido en una especie de “discursos de sabiduría humana”, usados para auto glorificarse o para quitar y ocultar los propios desiertos interiores. (Papa Francisco, Mensaje a las Obras Misioneras Pontificias, Roma, cerca de San Juan en Letrán, durante la solemnidad de la Ascensión, 21.05.2020)

El Papa Juan XXIII dijo un día a su secretario, justo antes de convocar el Concilio Vaticano II, que había comprendido algo importante: su oración tenía que cambiar. Admitió de hecho que antes siempre le pedía a Dios que su Espíritu hiciera esto o aquello y que lo ayudara en las decisiones de su delicado encargo. Ahora, en cambio, oraba al Espíritu preguntándole qué es lo que Él quería hacer, porque había entendido que sólo era su ayudante. Unos días más tarde, se hizo el anuncio de un nuevo Concilio Ecuménico de la Iglesia Católica. Jesús ha ascendido al cielo, su Espíritu descenderá en Pentecostés, para que nosotros también podamos descender para continuar su misión entre los hombres. Descendamos entonces también nosotros, porque solo así se asciende al cielo.

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

 

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

***************************************

(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: è condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Che cosa vedeva? Come vedeva? Come tutti coloro che, guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure, come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare o dalla guerra, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, a caccia di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, sudditi e territori su cui contare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crederemo (e vorremo) solo un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere: farci scansare la sofferenza. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro messo in croce, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Perché patisce quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile ed è pronto a udire l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpevolezza nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

E gli chiede una sola cosa, una soltanto: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon “ladrone” si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15). E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

Dimas, il “buon ladrone”, che ho scelto come mio santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo mio lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

(*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca)

 

******************************************

 

(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15) Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

Dimas, el “buen ladrón”, que eligi mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

(*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas)