COMMENTI AL VANGELO

QUELLA PAURA CHE APRE LA PORTA A DIO

II DOMENICA DI QUARESIMA

anno C (2019)

Gen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

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Qualche domenica fa vi dicevo che al primo viaggio in Terra Santa mi è capitato qualcosa di totalmente inatteso e spiacevole. Durante il pellegrinaggio, un fratello che camminava insieme al gruppo è deceduto improvvisamente. Non mi era mai successo. Eravamo a Betlemme, e di colpo questo improvviso evento ha “costretto” tutti a fermarsi, a pregare, a pensare, a meditare, ad essere più vicini l’un l’altro. Poi, per le circostanze non dettate dalle nostre scelte, ma dalle dinamiche burocratiche di una morte avvenuta all’estero, abbiamo proseguito il nostro cammino accompagnati da un dolore accolto faticosamente che, lentamente, ha cambiato i nostri cuori: alla fine, i giorni vissuti in quei luoghi sono stati indimenticabili. Mistero della nostre esistenze, mistero della Croce, mistero dell’Amore.

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Abside interna della Basilica della Trasfigurazione, Febbraio 2019, presso il monte Tabor, Israele

Non ho potuto fare a meno di ripensare a questo fatto, in modalità capovolta, leggendo il vangelo di questa 2a domenica di quaresima. Otto giorni dopo aver parlato ai discepoli dell’incomprensibile destino di sofferenze che l’attendeva (Lc 9,21-27), Gesù si reca su un monte a pregare e porta con sé tre discepoli. E lì la sua umanità si trasfigura. Luca, come gli altri evangelisti, sottolinea l’improvviso cambiamento con espressioni chiarissime, lasciando al lettore soprattutto il dettaglio che tutto ciò avvenne mentre pregava (Lc 9,29). Poi l’apparizione di Mosè ed Elìa che conversano con Gesù e questo stranissimo sonno che colpisce Pietro, Giacomo e Giovanni (Lc 9,30-32), preludio di un altro sonno, ancora più forte, che avvolgerà i 3 discepoli davanti al mistero di Gesù (Lc 22,45). Come mai? C’è tutta una serie di teofanie nella Bibbia davanti alle quali abbiamo una reazione di questo tipo da parte dell’uomo. Dello stesso Abramo, nella 1a lettura, si dice che un torpore cadde su di lui (Gen 15,12), mentre si faceva buio e Dio lo visitava. Come se davanti alla sua presenza l’uomo non riuscisse a reggere il “peso” della gloria divina. Sta di fatto che Pietro e gli altri riescono a malapena a mantenersi svegli per vedere quello spettacolo; poi, ecco una proposta avanzata a Gesù che suona un po’ così: “Signore restiamocene qui che insieme si sta divinamente bene, anche se ci adopereremo per fare a te e ai tuoi illustri amici un’abitazione autonoma adeguata.” (Lc 9,33a)

Il testo dice che Pietro non sapeva quello che diceva (v.33b). Verrebbe da dire che molte volte gli uomini parlano, ma non sanno quello che dicono; che forse in tante circostanze, belle come brutte, sarebbe meglio se stessero zitti. Luca comunque dice questo per sottolineare che il senso profondo di quanto i tre apostoli hanno assistito non è ancora alla loro portata. Essi infatti stanno pregustando un’anticipazione della resurrezione del Signore, ma senza essere stati ancora coinvolti nel necessario passaggio dello scandalum crucis. Il Signore fa loro questo dono perché al momento opportuno possano ricorrere alla memoria di quanto vissuto con Lui (cfr. 2Pt 1,16-19). Gesù non ci chiede di fare un cammino di fede senza darci il sostegno necessario per le nostre radicali fragilità: il Signore sa quel che fa con noi!

Anche per Pietro & company, come per Abramo, giunge l’ombra e con essa la paura. Una nube oscura tutta la luminosità di quel momento (Lc 9,34). Il mistero si infittisce, ma c’è una voce che dalla nube dichiara quello che è più importante sapere: questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo! (Lc 9,35). Notate, c’è un punto esclamativo. Ora tiriamo un po’ le somme di quanto meditato nel vangelo. La vita è un mistero che si infittisce progressivamente, sia riguardo a Dio che riguardo a noi. Non ci è dato di comprendere tutto, anzi, chi volesse comprendere tutto è sulla strada sbagliata. Perché l’unica via che ci è data, per trasfigurare l’oscurità che ci riacciuffa e superare la paura che ci assale dopo i vari “Tabor” che ci sono concessi, è ascoltare Gesù, è fidarci di quello che ci dice Gesù. E’ interessante che dopo quella voce il testo dice che restò Gesù solo (Lc 9,36a). Mi sembra che il vangelo ci voglia dire: alla fine, sei vuoi fare seriamente i conti con il mistero della tua esistenza, hai solo Gesù come persona qualificata con cui parlarne. Ti conviene non rivolgerti prima ad altri. Un’ultima annotazione: dopo quella paura e quella voce dalla nube, i tre discepoli tacquero (Lc 9,36b). Prima della testimonianza, il silenzio si addice ad ogni autentica esperienza di Dio.

 

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