IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

SE METTI GESÙ AL SUO POSTO

XIII DOMENICA DEL T.O.

2RE 4,8-11.14-16; RM 6,3-4.8-11; MT 10,37-42

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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Se qualcuno vuol venire dietro di me
       Se qualcuno vuol venire dietro a me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

 

Continuano le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli circa la missione a loro affidata nel mondo. Si rafforza quel “non abbiate paura” udito domenica scorsa. Infatti, se da un lato il Signore chiarisce subito che al suo discepolo non saranno risparmiati disprezzo e persecuzioni, dall’altro, le parole di oggi garantiscono che ci sarà pur sempre l’esperienza dell’accoglienza in quanto suo accreditato rappresentante (Mt 10,40-42). Notate il legame ontologico (“chi accoglie voi accoglie me”) che Gesù crea con il discepolo: a chi, credendo in questo profondo legame, accoglie il suo inviato, è assicurata la risposta grata del Signore. Per tre volte in due versetti è sottolineata la promessa della ricompensa di Dio.

E’ sempre molto bello per me sottolineare la bontà con cui Dio ricompensa la fede: quante volte (non si possono contare!) ho toccato con mano la fedeltà del Signore alle sue promesse! Quante benedizioni ho visto per coloro che con fede hanno riconosciuto e accolto la mia povera persona come inviato di Gesù! Come dimenticarle? Ecco una tra le tante: mi trovavo in America Latina (Perù) da circa tre anni. Una domenica, mi recavo come sempre in una delle cappelle a me affidate per celebrare l’eucarestia. Ci arrivavo sempre una mezz’ora prima per essere disponibile al sacramento della riconciliazione. Quella sera giunse davanti a me una mamma che non voleva confessarsi, ma aveva una richiesta da farmi: “padre Giacomo, la prego, venga a casa mia! Mia figlia non vuole più ascoltarmi. Non so più cosa fare, tra noi non è più come prima. Mi ostacola in tutto, mi rimprovera sempre per ogni cosa e, soprattutto, non ne vuole più sapere di Dio. C’è un clima sempre pesante a casa. Sono in ansia perché non riesco più a parlare con lei”. Quando la conobbi, Dora aveva 51 anni. Da quando rimase da sola, abbandonata subito dall’uomo con cui concepì Marta, si era sempre occupata con amore di sua figlia. Una ragazza madre come tante. “Verrò a casa tua” – le dissi – colpito dal tono contenuto e dignitoso della sua richiesta. Giunsi nella povera dimora di Dora un pomeriggio della settimana successiva al nostro incontro; c’era in casa anche sua figlia Marta. Bussai, e quando Dora mi vide alla porta trasalì di gioia: “padre! Che piacere! Venga dentro!…Che gioia! Oggi il Signore Gesù viene in casa mia!” Sono così i poveri dove ho vissuto per molti anni. Vedono in te quasi istintivamente la presenza di Gesù. Mentre mi preparava qualcosa da offrirmi guardavo tutto intorno la povertà della casa, ma in essa anche un ordine e una pulizia inconsueti. Giunse Marta e ci presentammo. Bastarono solo poche battute perché capissi che si trattava di una ragazza molto intelligente e perché lei si sentisse un tantino libera da vomitarmi addosso il suo disprezzo per la chiesa, i preti e tutti quelli che credono in Dio. Tuttavia, mentre parlava, notavo il suo argomentare ben ordinato e guardavo gli occhi sinceri con cui si esprimeva. Pensai alla sua vita senza papà sin dal grembo materno. Le dissi solo che molta della sua critica verso la chiesa era giusta e che mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lei. Poi arrivò la mamma e consumammo insieme quello che aveva preparato. Quando me ne andai, gli occhi di Marta mi scrutavano con un “non so che” di sorpresa e diffidenza. Dora invece, nascondeva il suo sguardo ad entrambi perché commossa. Ritornai la settimana successiva e questa volta fu Marta ad aprirmi la porta: “sono tornato per continuare quel discorso iniziato con te” – le dissi. Restai insieme a lei per quasi due ore. Quando me ne andai, Marta mi strinse forte la mano e mi disse con un germe di sorriso sul volto: “grazie!”. Alcuni giorni dopo, avevamo in programma un ritiro di evangelizzazione speciale per giovani. Andai a casa sua per invitarla. “Di cosa si tratta?” – mi chiese – “Vieni e vedrai” – le risposi. Accettò l’invito. Il suo volto già non era più lo stesso. Il Signore Gesù in quel ritiro completò il suo miracolo. Riconciliò Marta con sua madre, con se stessa, con Lui e la sua chiesa. Ricordo ancora al telefono la voce di Dora strozzata dall’emozione; aveva chiamato per ringraziarmi. “Sei tu che hai creduto nella presenza di Gesù in me: perciò Lui ha potuto operare questo” – le risposi. Oggi Marta, dopo aver completato i suoi studi universitari, è una giovane donna affermata nel suo lavoro che benedice Dio in ogni circostanza della sua vita.

Infine, qualche pensiero sui versetti iniziali (37-39) del vangelo di oggi. Se Gesù parla così non è certo per entrare in concorrenza con l’amore che sentiamo per i nostri cari. E ciononostante le sue parole sono chiarissime. Chi non lo colloca prima degli affetti più cari non è degno di Lui. Che cosa vuol dire? Nella regola di S.Benedetto da Norcia c’è una ricorrente, breve espressione rivolta ai suoi monaci che è la migliore sintesi di questi versetti: “non anteponete nulla all’amore per Cristo”. Per il discepolo in cammino queste parole non suonano né strane né  antagoniste degli altri amori umani. Non anteporre niente all’amore di Cristo non fa male agli altri amori. E’ piuttosto la direzione più autentica e saggia per far crescere bene ogni amore e per comprendere il significato della propria e dell’altrui esistenza. Alcune settimane fa insieme ad alcuni amici ho incontrato un sacerdote che conobbe molto da vicino Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (Vibo Valentia) in Calabria. Naturalmente, abbiamo ascoltato molte cose riferite ai fenomeni soprannaturali che accadevano intorno alla sua persona. Ma una delle cose che mi ha colpito di più di quanto udito da quel confratello sacerdote, è stata la risposta che un giorno lei diede alla domanda di uno dei suoi figli ormai adulto. Natuzza infatti era una donna sposata. Questo figlio si rendeva conto della grande carità che muoveva la mamma ad accogliere tutti, soprattutto i più poveri e sofferenti, in casa sua. Carità che sperimentavano a un punto tale che tutti la chiamavano “mamma Natuzza”. Allora un giorno questo figlio, sapendo bene da quanti fosse così chiamata e considerata, fece questa domanda a sua madre: “molti ti chiamano mamma, ma io vorrei sapere se, per te, loro sono come tuoi figli, o meglio: per te, io sono come loro?”. La risposta di Natuzza fu sicura e decisa: “sì, non c’è alcuna differenza tra te e loro: siete tutti miei figli”. Così è il cuore di chi ha messo nella sua vita Gesù al suo posto, cioè il primo. Si trova a vivere una vita e un ordine nuovo che fa bello tutto ciò che lo circonda, dando il suo proprio significato ad ogni amore umano. Perché per noi cristiani non c’è amore che, se vuol evitare di fare danni, non debba orientarsi e sottoporsi a quello di Gesù Cristo. Diversamente, ecco i multiformi problemi di oggi in tante relazioni umane, per dirla morbidamente. Mettiamo dunque Gesù al suo posto, come Dora e come Natuzza. Non ce ne pentiremo.  

 

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Continúan las instrucciones de Jesús a sus discípulos acerca de la misión en el mundo a ellos confiada. Se refuerza aquél “no tengan miedo” escuchado el domingo pasado. De hecho, si por un lado el Señor aclara inmediatamente que a su discípulo no se le ahorrará desprecio y persecución, del otro lado, las palabras de hoy garantizan que estará siempre la experiencia de la acogida en cuanto a su acreditado representante (Mt 10,40-42). Noten el vínculo ontológico (“quien acoge a ustedes a mí me acoge”) que Jesús crea con el discípulo: a quien, creyendo en este profundo vínculo, acoge a su enviado, está asegurada la respuesta grata del Señor. Por tres veces en dos versículos está subrayada la promesa de la recompensa de Dios.

Para mí es siempre lindo subrayar la bondad con la cual Dios recompensa la fe: ¡cuántas veces (¡no se pueden contar!) he tocado con mano la fidelidad del Señor a sus promesas! ¡Cuántas bendiciones he visto para aquellos que con fe han reconocido y acogido mi pobre persona como enviado de Jesús! ¿Cómo olvidarlo? He aquí una de las tantas: me encontraba en América Latina (Perú) desde hacía tres años. Un domingo, me dirigía como siempre en una de las capillas a mí confiada para celebrar la Eucaristía. Llegaba siempre una media hora antes para estar disponible al sacramento de la reconciliación. Aquella noche llegó ante mí una mamá que no quería confesarse, pero tenía un pedido que hacerme: “padre Giacomo, le ruego, ¡venga a mi casa! Mi hija no quiere escucharme más. No sé más que cosa hacer, entre nosotras no es más como antes. Me obstaculiza en todo, me llama la atención por cada cosa y, sobretodo, no quiere saber nada de Dios. Hay un clima siempre pesado en la casa. Estoy ansiosa porque no logro más a hablar con ella”. Cuando la conocí, Dora tenía 51 años. Desde cuando se quedó sola, abandonada inmediatamente del hombre con la cual concibió a Marta, se había siempre ocupado con amor de su hija. Una madre soltera como tantas. “Iré a tu casa” – le dije – impactado por el tono sostenido y digno de su pedido. Llegué a la pobre demora de Dora una tarde de la semana sucesiva de nuestro encuentro; estaba en la casa también su hija Marta. Toqué, y cuando Dora me vio en la puerta   sobresalto de gozo: “¡padre! ¡Qué gusto! ¡Entre!… ¡Qué alegría! ¡Hoy el Señor  Jesús llega a mi casa!” Son así los pobres donde he vivido por muchos años. Ven en ti casi instintivamente la presencia de Jesús. Mientras me preparaba algo para ofrecerme miraba alrededor la pobreza de la casa pero también un orden y limpieza inusual. Llegó Marta y nos presentamos. Bastaron solo pocos intercambios para entender que se trataba de una joven muy inteligente y para que ella se sintiera un poquito libre para que me vomitara encima su desprecio por la iglesia, los sacerdotes y todos aquellos que creen en Dios. De todas maneras, mientras hablaba, notaba su modo muy ordenado de argumentar y miraba los ojos sinceros con los cuales se expresaba. Pensé a su vida sin papá desde el vientre materno. Le dije solo que mucho de su crítica hacia la iglesia era justo y que me hubiera dado gusto hablar todavía con ella. Luego llegó la mamá y consumimos juntos lo que había preparado. Cuando me fui, los ojos de Marta me escrudiñaban con un “no sé qué” de sorpresa y desconfianza. Dora en cambio, escondía su mirada a los dos porque estaba conmovida. Regresé la semana sucesiva y esa vez fue Marta quien me abrió la puerta: “he regresado para continuar aquel discurso comenzado contigo” – le dije. Me quedé con ella por casi dos horas. Cuando me fui, Marta me apretó fuerte la mano y me dijo con un germen de sonrisa sobre su rostro: “¡gracias!”. Algunos días después, teníamos en programa un retiro de evangelización especial para jóvenes. Fui a su casa para invitarla. “¿De qué se trata?” – Me dijo – “ven y verás” – le respondí.  Aceptó la invitación. Su rostro ya no era más el mismo. El Señor Jesús en aquél retiro completó su milagro. Reconcilió a Marta con su madre, consigo misma, con Él y su iglesia. Recuerdo todavía al teléfono la voz de Dora entrecortada por la emoción; había llamado para agradecerme. “Haz creído en la presencia de Jesús en mí: por esto Él ha podido obrar esto” – le respondí. Hoy Marta, después de haber completado sus estudios universitarios, es una joven mujer exitosa en su trabajo que bendice a Dios en cada circunstancia de su vida.

En fin, algunos pensamientos sobre los versículos iniciales (37-39) del evangelio de hoy. Si Jesús habla así no es seguramente para entrar en un concurso con el amor que sentimos por nuestros seres queridos. Y sin embargo sus palabras son clarísimas. Quien no lo pone antes de los afectos más queridos no es digno de Él. ¿Qué quiere decir? ¿Qué cosa quiere decir? En la regla de S. Benedicto de Norcia existe una recurrente y breve expresión dirigida a sus monjes que es la mejor síntesis de estos versículos: “no antepongan nada al amor por Cristo”. Para el discípulo en camino estas palabras no suenan ni extrañas ni antagónicas de los amores humanos. Es más bien la dirección más auténtica y sabia para hacer crecer bien a cada amor y para comprender el significado de la propia y de la ajena existencia. Algunas semanas atrás junto a algunos amigos he encontrado a un sacerdote que conoció de muy cerca de Natuzza Evolo, la mística de Paravati (Vibo Valentia) en Calabria. Naturalmente, hemos escuchado muchas cosas referidas a los fenómenos sobrenaturales que sucedían alrededor de su persona. Pero una de las cosas que me impresionó más de lo que escuché de ese hermano sacerdote, ha sido la respuesta que un día ella le dio a la pregunta de uno de sus hijos ya adulto. Natuzza de hecho era una mujer casada. Este hijo se daba cuenta de la gran caridad que movía a su mamá a acoger a todos, sobre todo a los más pobres y sufridos, en su casa. Caridad que probaba a tal punto que todos la llamaban “mamá Natuzza”. Entonces un día este hijo, sabiendo bien de cuantos era así llamada y considerada, hizo esta pregunta a su madre: “muchos te llaman mamá, pero yo quisiera saber si, para ti, ellos son como tus hijos, o mejor: para ti, ¿yo soy como ellos?”. La respuesta de Natuzza fue segura y decidida: “sí, no hay alguna diferencia entre tú y ellos: son todos mis hijos”. Así es el corazón de quien ha puesto en su vida a Jesús en su lugar, o sea, el primero. Se encuentra a vivir una vida y un orden nuevo que hace hermoso todo lo que lo circunda, dando su propio significado a cada amor humano. Porque para nosotros cristianos no hay amor que, si quiere evitar de hacer daños, no deba orientarse y someterse a aquello de Jesucristo. Diversamente, he aquí los multiformes problemas de hoy en tantas relaciones humanas, para decirlo suavemente. Pongamos entonces a Jesús en su lugar, como Dora y como Natuzza. No nos arrepentiremos.

NON SEGUIRE LA PAURA

XII DOMENICA DEL T.0.

GER 20,10-13; RM 5,12-15; MT 10,26-33

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

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Gesù dorme nella tempesta
                  “I discepoli terrorizzati nella tempesta”, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

 

Non abbiate paura, dice Gesù ai suoi discepoli (e a noi lettori) per tre volte nel vangelo di questa domenica (Mt 10,26.28.31). Sembra che questo invito nella Bibbia ricorra per ben 365 volte, cioè il numero dei giorni che costituiscono un anno. E’ come se la Sacra Scrittura ti dicesse: ogni giorno, quando ti alzi al mattino dal letto, fa risuonare questa parola all’orecchio del tuo cuore. E’ la prima cosa che Dio ci dice cominciando la nostra giornata. Perché Egli non è il Signore che genera paura, ma Colui che ci libera da essa. Chiariamo: non che la paura non abbia una sua funzione positiva. Se aiuta ad evitare i pericoli della vita è segno di salute mentale. Ma se evitare i pericoli diventa la preoccupazione primaria che frena da ogni possibile esperienza di vita, è delirio di onnipotenza. Basta guardarsi un po’ intorno. Si cerca affannosamente una sicurezza in ogni ambito dell’esistenza umana. Vogliamo che qui sulla terra tutto sia assicurato/protetto dai pericoli in modalità assoluta e, se succede qualcosa di storto, di imprevisto, bisogna subito trovare un colpevole, bisogna che qualcuno paghi per l’accaduto. Ma questo non è vivere. Chi vive sempre nella paura di perdere la vita corporale ha già buttato via la sua vita spirituale. Come diceva il giudice Paolo Borsellino: “chi vive seguendo la paura muore ogni giorno, chi non la segue muore una volta sola”. E poi ha firmato quanto detto con la sua vita, in quel tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Il testo del vangelo di oggi è incastonato nel racconto della chiamata e dell’invio dei discepoli. Si comprende meglio il messaggio ricordando cosa il Signore dice ai suoi mentre consegna loro la sua missione: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Hobbes diceva che homo homini lupus; Gesù dice che il suo discepolo è un uomo come gli altri chiamato ad essere homo homini agnus. Egli è subito chiamato/inviato per essere associato al destino del suo Maestro. Questo deve essere chiaro. Il mistero di Gesù è anche il suo. Essere incompreso, rifiutato, insultato, odiato e perseguitato dagli uomini, non è altro che il segno dell’essere alla sequela del Signore. In questi giorni abbiamo visto Francesco andare nei luoghi dove Lorenzo Milani e Primo Mazzolari vissero questa indimenticabile e sofferta esperienza, invitando la chiesa italiana a guardarli quali testimoni autentici del vangelo. Noi per paura di soffrire e di morire ci chiudiamo in noi stessi e difendiamo il nostro microparadiso naturale o artificiale fino a far del male agli altri, ovvero anche a noi stessi. E giustifichiamo con mille ragioni le nostre chiusure. Si guardi attentamente la realtà odierna e chi vuol capire capisca. Le difficoltà, le lotte, le piccole o grandi persecuzioni, sono la necessaria paga di chi ha scelto di vivere la propria vita come un compito d’amore, come Gesù. Chi porta amore in questo mondo riceve odio. E’ una legge fondamentale che fatichiamo sempre ad accettare: chi fa il bene deve essere punito. Così accadde a Lorenzo e a Primo, discepoli veri del Signore.

Ecco allora Gesù raccomandarsi di non temere gli uomini. E se lo dice per tre volte vuol dire che prima di tutto dobbiamo riconoscere che spesso viviamo nella paura. E’ il punto di partenza. Diversamente non ci si conosce ancora e non si può nemmeno cominciare un autentico cammino spirituale. Francamente quando incontro qualcuno/a che mi dice che non ha paure un po’ mi preoccupa. Solo gli incoscienti, i presuntuosi, i temerari e i dittatori non hanno paura: ma bisogna aver paura di e per loro! Ad es. tra i giovani “Blue Whale” (Balena blu) e altre pratiche estreme come quella di farsi i selfie in situazioni pericolose o come quella di aprire i portelloni dei treni in corsa sfidando la morte nello sporgersi fuori, sono il segno di un delirio di onnipotenza che diventa collettivo. Ma l’invito di Gesù a non aver paura non è assenza di essa, non è temerarietà. Il Signore invita a non seguire la paura dando 3 motivazioni.

1) Perché quello che trasmette ai suoi discepoli in gran segreto e in spirito di nascondimento sarà pienamente rivelato in tutta la sua verità nel futuro, luogo in cui avverrà il capovolgimento di quello che appare ora. La Croce, da segno di morte e di sconfitta splenderà quale segno di vita e vittoria, colui che perde la sua vita a causa del vangelo si rivelerà come colui che vive in eterno, i prepotenti e tutti i poteri vincenti che dominano in questo mondo si riveleranno come i veri perdenti. Per questo, investiti dallo Spirito Santo, forza dei deboli e degli inermi, i discepoli devono annunciare apertamente tutto quello che il Signore comunica loro superando i propri timori e incertezze: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,26-27).

2)  Perché gli uomini hanno un potere limitato: possono dare la morte fisica, ma non possono dare la morte all’anima dell’uomo. Meglio preoccuparsi di non essere morti interiormente piuttosto che scampare dalla morte corporale a tutti i costi! Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo (Mt 10,28) è l’avvertimento di Gesù. Ma chi prende sul serio queste parole?

3) Ma soprattutto, perché agli occhi del Padre noi siamo importantissimi, siamo suoi figli! Perfino i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,30-31). Non dobbiamo andare dietro alla paura perché abbiamo un Dio che segue con amore il nostro cammino fin nei dettagli della nostra vita che nemmeno noi conosciamo! Siamo forse mai riusciti a contare i capelli che abbiamo in testa? Solo chi costruisce la propria autostima dalla scoperta della propria dignità di figlio di Dio rimane stabile, ed è in grado di affrontare ogni prova che gli giunge nella vita. Il piccolo racconto che segue lo spiega bene:

“Una ragazza di un villaggio di pescatori rimase incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il monaco che vive nel santuario fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del monaco. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prenditene cura!”. Il monaco si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!…” E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse per lui, facendosi carico di tutte le spese. In seguito a questo fatto quel monaco perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andava più a chiedergli consigli, e questo durò per quasi un anno. Quando la giovane ragazza vide tutto quel che gli stava capitando, non sopportò più questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il monaco, ma il figlio del vicino di casa. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi di quell’uomo di Dio. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il monaco entrò nel tempio, prese in braccio il bambino e sorridendo lo restituì loro limitandosi a dire: “Va bene! Va bene!…” 

Le ultime parole di Gesù nel vangelo possono paradossalmente crearci timore. Ma in questo caso trattasi di santo timore di Dio, un dono dello Spirito. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33). Riconoscere in questa vita Gesù per essere da Lui riconosciuti: è solo questione di non aver paura di affermare la propria fede come tantissimi pensano? E’ solo questione di tenere appeso il crocifisso senza timore in casa/ufficio/scuola, nel vestire ogni giorno in clergyman o tonaca (per noi preti), nel condurre battaglie morali pro famiglia su tutti i canali comunicativi, nell’essere sempre in prima linea presenti nella S.Messa? Dico che questo sarebbe troppo comodo. Anche se tutto ciò concorre indubbiamente a formare la mia identità cristiana, è il Vangelo stesso che mi chiarisce dove in primo luogo il Signore si attende di essere riconosciuto: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato, ero carcerato…(Mt 25,35-36). Come è facile ingannarsi! Come è facile rinnegare (= non riconoscere) il Signore Gesù e nemmeno accorgersene! Ma non dobbiamo scoraggiarci: c’è uno dei primissimi discepoli che ha cominciato l’avventura della fede a partire dal suo triplice rinnegamento di Gesù. Al Signore è bastato ricevere le sue lacrime sincere, perché certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui. Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche Egli ci rinnegherà. Se manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm, 11-13).

 

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No tengan miedo, dice Jesús a sus discípulos (y a nosotros lectores) por tres veces en el evangelio de este domingo (Mt 10,26.28.31). Parece que esta invitación en la Biblia recuerde por 365 veces, o sea el número de los días que constituyen un año. Es como si las Sagradas Escrituras nos dijera: cada día, cuando te levantes en la mañana de la cama, haz resonar esta palabra al oído de tu corazón. Es la primera cosa que Dios nos dice al comenzar nuestra jornada. Porque Él no es el Señor que genera miedo, sino Aquél que nos libra de ella. Aclaramos: no es que el miedo no tenga una función positiva. Si ayuda a evitar los peligros de la vida es signo de salud mental. Pero si evitar los peligros se vuelve la preocupación primaria que me frena de cada posible experiencia de vida, es delirio de omnipotencia. Basta mirarse un poco alrededor. Se busca afanadamente una seguridad en cada ámbito de la existencia humana. Queremos que aquí sobre la tierra todo sea asegurado/protegido de los peligros en modalidad absoluta y, si sucediera algo chueco, improvisadamente, se necesita inmediatamente encontrar a un culpable, se necesita que alguien pague por lo sucedido. Pero esto no es vivir. Quien vive siempre en el miedo de perder la vida corporal ya eliminó su vida espiritual. Como decía el juez Paolo Borsellino: “quien vive siguiendo el miedo muere cada día, quien no la sigue muere una sola vez”. Y luego ha firmado lo que ha dicho con su propia vida, en aquella trágica tarde del 19 de julio 1992.

El texto del evangelio de hoy es encastrado en el relato de la llamada y del envío de los discípulos. Se comprende mejor el mensaje recordando qué cosa dice a los suyos mientras entrega a ellos su misión: “Miren que los envío como ovejas en medio de lobos” (Mt 10,16) Hobbes decía que homo homini lupus; Jesús dice que su discípulo es un hombre como los demás llamado a ser homo homini agnus. Él es inmediatamente llamado/enviado para ser asociado al destino de su Maestro. Esto debe estar claro.  El misterio de Jesús es también el suyo. Ser incomprendido, rechazado, insultado, odiado y perseguido por los hombres, no es otra cosa que el símbolo del estar a la séquela del Señor. En estos días hemos visto a Francisco ir en los lugares donde Lorenzo Milani y Primo Mazzolari vivieron esta inolvidable y sufrida experiencia, invitando a la iglesia italiana a mirarlos como testimonios auténticos del evangelio. Nosotros por miedo de sufrir y de morir nos encerramos en nosotros mismos y defendemos nuestro micro paraíso natural o artificial hasta hacer el mal a los demás, o mejor dicho, también a nosotros mismos. Y justificamos con miles razones nuestros encierros. Si miras atentamente la realidad hodierna y quien quiera entender entienda. Las dificultades, las luchas, las pequeñas o grandes persecuciones, son los necesarios pagos de quien ha elegido vivir la propia vida como una tarea de amor, como Jesús. Quien lleva amor a este mundo recibe odio. Es una ley fundamental que fatigamos siempre en aceptar: quien hace el bien debe ser castigado. Así sucedió a Lorenzo y a Primo, discípulos verdaderos del Señor.

He aquí entonces a Jesús recomendándose de no temer a los hombres. Y si lo dice por tres veces quiere decir que primero de todo debemos reconocer que muchas veces vivimos en el miedo. Es el punto de partida. Diferentemente no nos conocemos todavía y no se puede ni siquiera comenzar un auténtico camino espiritual. Francamente cuando encuentro a alguien que me dice que no tiene miedo un poco me preocupa. Solo los inconscientes, los presuntuosos, los temerarios y los dictadores no tienen miedo: ¡pero es necesario tener miedo de y por ellos! Por ej. entre los jóvenes “Blu Whale” (ballena azul) y otras prácticas  extremas como aquella de hacerse los selfie en situaciones peligrosas o como aquellas de abrir las puertas de los trenes mientras corre desafiando la muerte al asomarse afuera, son los signos de un delirio de omnipotencia que se vuelve colectivo. Pero la invitación de Jesús a no tener miedo no es exactamente ausencia de esa, no es imprudencia. El Señor invita a no seguir el miedo dando 3 motivos.

1) Porque lo que les transmite a sus discípulos en gran secreto y en espíritu de escondimiento será revelado plenamente en toda su verdad en el futuro, lugar en que ocurrirá el vuelco de lo que aparece ahora. La Cruz, de signo de muerte y de derrota resplandecerá cual signo de vida y victoria, aquél que pierde su vida a causa del evangelio se revelará como aquél que vive en eterno, los prepotentes y todos los poderes que vencen que dominan en este mundo se revelarán como los verdaderos perdedores. Por esto, revístanse del Espíritu Santo, fuerza de los débiles y de los inermes, los discípulos deben anunciar abiertamente todo lo que el Señor comunica a ellos superando los propios temores e incertezas: Lo que yo les digo en la oscuridad, repítanlo ustedes a la luz, y lo que les digo en privado, proclámenlo desde los techos. (Mt 10,26-27).

2)  Porque los hombres tienen un poder limitado: pueden dar la muerte física, pero no pueden dar la muerte al alma del hombre. Mejor preocuparse de no estar muertos interiormente antes que salir vivo de la muerte corporal a toda costa! Teman más bien al que puede destruir alma y cuerpo en el infierno (Mt 10,28) es la advertencia de Jesús. Pero quién toma seriamente estas palabras?

3) Pero sobre todo, porque a los ojos del Padre nosotros somos importantísimos, ¡somos sus hijos! En cuanto a ustedes, hasta sus cabellos están todos contados. ¿No valen ustedes más que muchos pajaritos? Por lo tanto no tengan miedo! (Mt 10,30-31). ¡No debemos ir detrás del miedo porque tenemos a un Dios que sigue con amor nuestro camino hasta en los detalles de nuestra vida que ni siquiera nosotros conocemos! ¿Hemos quizás logrado a contar los cabellos que tenemos en la cabeza? Solo quien construye la propia autoestima del descubrimiento de la propia dignidad de hijo de Dios se queda estable y está en grado de afrontare cada prueba que le llega en la vida. La pequeña historia que sigue lo explica bien:

“Una joven de un pueblo de pescadores se quedó encinta. Sus padres le pegaron hasta que confiese quién era el padre: “Ha sido el monje que vive en el santuario fuera del pueblo”. Sus padres y todos los habitantes del pueblo se indignaron. Una vez nacido el niño, corrieron al templo y dejaron al neonato a los pies del monje. Le dijeron: “¡Eres un hipócrita, este niño es tuyo! ¡Cuídalo!” El monje se limitó a replicar: “¡está bien! ¡está bien!…” Y dio al niño a una mujer del pueblo para que lo lactara y lo acuda por él, haciéndose cargo de todos los gastos. Luego de este hecho aquél monje perdió la propia reputación, sus discípulos lo abandonaron, nadie iba más a pedirle consejos, y esto duró por casi un año. Cuando la joven mujer vio todo lo que le estaba sucediendo, no soportó más esta situación y contó a todos la verdad. El padre del niño no era el monje, sino el hijo del vecino de casa. Sus padres y todos los habitantes del pueblo, regresaron al templo y se postraron a los pies de aquél hombre de Dios. Imploraban su perdón y pidieron que le devolviera al niño. El monje entró al templo, tomó en brazos al niño y sonriendo lo devolvió a ellos limitándose a decir: “!está bien! ¡está bien!…”

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio pueden paradojalmente crearnos temor. Pero en este caso se trata de santo temor, un del Espíritu. Al que se ponga de mi parte ante los hombres, yo me pondré de su parte ante mi Padre de los Cielos. Y al que me niegue ante los hombres, yo también lo negaré ante mi Padre que está en los Cielos (Mt 10,32-33). Reconocer en esta vida a Jesús para ser por Él reconocidos: es solo cuestión de no tener miedo de afirmar la propia fe como tantísimos piensan, en el colgar el crucifijo en casa/oficina, en el vestir cada día en clerygman o túnica (para nosotros sacerdotes), en el conducir batallas morales en todos los canales comunicativos, en el estar siempre en primera fila presentes en la S. Misa? Digo que esto sería demasiado cómodo. Aunque si todo esto conlleva a formar mi identidad cristiana, es el Evangelio mismo que se encarga de llamarme donde en primer lugar el Señor se espera ser reconocido: Porque tuve hambre y ustedes me dieron de comer; tuve sed y ustedes me dieron de beber. Fui forastero y ustedes me recibieron en su casa. Anduve sin ropas y me vistieron. Estuve enfermo y fueron a visitarme. Estuve en la cárcel y me fueron a ver… (Mt 25,35-36). ¡Cómo es fácil renegar al Señor Jesús y no darnos cuenta! Pero no nos desanimamos: hay uno de los primerísimos discípulos que ha comenzado la aventura de la fe a partir de su triple negación de Jesús. Al Señor ha bastado recibir sus lágrimas sinceras, una cosa es cierta: si hemos muerto con él, también viviremos con él. Si sufrimos pacientemente con él, también reinaremos con él. Si lo negamos, también él nos negará. Si somos infieles, él permanece fiel, pues no puede desmentirse a sí mismo. (2Tm 2, 11-13).

SEPPE CHE LO AVEVANO CACCIATO

4a DOMENICA DI QUARESIMA

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

1
          Fece del fango con la saliva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

 

Nel racconto evangelico di questa domenica ci è posto davanti, al di là dell’episodio specifico della vita di Gesù, l’itinerario che ciascun battezzato compie per venire alla luce della fede. Ciascuno di noi nasce spiritualmente cieco, però, camminando nella vita, per un dono di Dio, la luce della fede ci apre gli occhi sulla realtà fino a incontrare e riconoscere personalmente in Gesù Cristo la verità di Dio e dell’uomo. Perché se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3). Il racconto è denso di simbolismi, sarebbe bello commentarlo nella sua interezza, ma non possiamo. Desidero soffermarmi con voi solo su un aspetto, peraltro richiamato dalla prima lettura della liturgia di oggi.

2
Gesù spalma il fango sugli occhi del cieco nato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non lo vede; vede un uomo che gli altri vedevano soltanto nel proprio status di mendicante, certamente non gradevole allo sguardo (Gv 9,8). Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7). Gesù è attirato dalla piccolezza di quel cieco e, nel suo vedere e agire, conferma la parola che Dio rivolge al profeta Samuele, inviato nella casa di Iesse per scegliersi il re del suo popolo. Gesù non si perde dietro inutili interrogativi che gli uomini pongono davanti al mistero della sofferenza umana (Gv 9,2-3). La compassione è sempre il movente di ogni sua azione, la compassione porta il Signore a chinarsi sempre su chi è escluso o messo ai margini di una vita più umana (Gv 9,4-7).

3
                   Tornò che ci vedeva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

La mancanza di compassione e l’incredulità sembra invece attorniare subito l’ex-cieco dopo il miracoloso intervento di Gesù (Gv 9,10ss.). L’uomo risponde con sincerità a ciascuna domanda che gli si rivolge, ed è lì, con la vista riacquistata, a testimoniare la bellezza di quanto accaduto. Eppure nessuno si apre allo stupore di questa vita restituita alla gioia del dono della vista, persino i suoi genitori (Gv 9,20-22) in preda alle proprie paure, non entrano nella meraviglia operata dal Signore. Anzi, per giudei e farisei quel miracolo è solo argomento per imbastire un processo sommario e trovare ogni tipo di cavillo che sostenga non solo la loro incredulità, ma anche l’accusa di peccato verso Gesù e il cieco graziato (Gv 9,16.24.34). Succede sempre così con chi non sa sorprendersi dell’agire divino, perché impegnato a promuovere e difendere la religione della dottrina fredda che categorizza gli uomini in figli di serie “A”, di serie “B”, “C” ecc.; la religione dei privilegi che, facendo presa sulle paure che abitano nelle coscienze umane, cavalca l’immagine del Dio impietoso per controllarle a proprio vantaggio. E’ la religione che, non sopportando di perdere il suo potere sulle coscienze, non può che avvertire come una grave minaccia Gesù e la sua opera, perché porta in dono all’uomo una fede libera e liberante.

4
                      Il cieco nato guarito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’esito dell’incalzante interrogatorio è inevitabile. L’ex-cieco viene espulso dalla sinagoga a motivo della sua testimonianza (Gv 9,34). Ogni aspirante discepolo deve saperlo. Se sta camminando davvero sulle orme di Gesù, questa esperienza sarà inevitabile. La progressiva illuminazione della fede comporta la progressiva aggressività di chi è ancora nelle tenebre, persino di chi presume di conoscere e seguire Dio. Ma è proprio nella condivisione profonda del suo stesso incomprensibile destino, è proprio nell’esperienza di essere banditi dalla comunità umana a causa del nome di Gesù, che il discepolo entra in un rapporto più intimo con il Signore. Che bello il versetto che introduce il faccia a faccia tra Gesù e il cieco guarito! Dopo aver incassato la scomunica dei farisei, il vangelo ci dice che Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori (Gv 9,34). Ecco il privilegio di tutti coloro che, rimanendo nella verità piccoli, sofferenti e senza difensori, incuranti del disprezzo di chi conta religiosamente, possono accogliere il Signore che rivela a loro la propria identità: tu lo hai visto, è colui che parla con te (Gv 9,37).

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        Il cieco guarito e interrogato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Franco Zeffirelli ha sceneggiato mirabilmente, nel suo film sulla vita di Gesù, l’incontro al tempio dell’ex-cieco con Lui e il prosieguo di questa parte del racconto. Da una parte i farisei e i dottori della Legge schierati come un plotone di esecuzione mentre guardano minacciosamente Gesù da un’altra parte che posa la sua mano sul cieco guarito (Renato Rascel) rannicchiato a una sua gamba. Da un lato gli oppressori, dall’altro l’oppresso insieme al Dio che starà sempre dalla parte di ogni oppresso.

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       Il cieco guarito espulso dalla sinagoga, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Anche se Gesù non è venuto per condannare, davanti a Lui è già cominciato un giudizio che, in realtà, compiamo noi stessi. Infatti, in un altro testo del suo vangelo, Giovanni dice che il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3,19). L’uomo ha la libertà di rifiutare la luce che è venuta per illuminare ogni uomo (Gv 1,9) e preferire le tenebre di una vita mondana e incurante delle cose di Dio, cullando l’illusione di vedere e sapere ciò che giova alla sua vita. Allora, la scoperta del suo accecamento potrà essere l’unica áncora per la sua salvezza (Gv 9,41). Proprio come accadde al più celebre dei farisei della Bibbia: Saulo di Tarso (At 9,8-9).

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                   E si prostrò innanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

VII DOMENICA DEL T.O.

Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

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Il fatto che Gesù diede l’insegnamento che stiamo ascoltando da un paio di domeniche su una montagna, significa molto. Il cammino dell’amore infatti è graduale. Cioè, avanza per gradi. Come quando si scala una montagna. Per chi la ama, non è difficile capirlo. Ci sali su con grande fatica e crescenti ostacoli ma, ad ogni tappa della scalata in cui ti fermi, ti guardi attorno, in alto o giù, e vedi sempre qualcosa di nuovo che prima non vedevi. Il vangelo di oggi ci porta sulla sommità della montagna chiudendosi al v. 48 con la chiamata finale a quella santità che già nel libro del Levitico (1a lettura) Dio comandava al suo popolo: siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19,2). Sulla vetta della montagna, dove si ha la massima panoramica e dove si vede meglio che cos’è la vita, c’è l’Amore gratuito e incondizionato di Dio verso tutti, anche i nemici. Gesù ci rivela dunque in cosa rifulge la santità di Dio, nonché la vetta del nostro cammino: voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48). Poi, metterà la sua firma su quanto detto nel discorso della montagna quando Egli stesso salirà sulla sommità del Golgota, manifestando la Gloria della santità divina nel morire in Croce come un empio, perdonando tutti.

Sto pensando a quanto sia difficile amare chi non è amabile, amare chi ci è avverso. Sto ricordando le innumerevoli volte in cui ho ascoltato fratelli e sorelle nella fede confessare di non riuscire a perdonare chi aveva loro recato qualche danno; a come mi sono sempre sentito solidale verso loro in questo senso di impotenza. Però, penso anche a quanto sia facile crearci un alibi e giustificarci perché ci diciamo: “è troppo difficile, non ci riuscirò mai”; oppure, “a perdonare ci riescono solo i santi”, mentre avvertiamo pienamente il nostro essere piccoli e peccatori, incapaci ad amare fino a tal punto.

Caro Giacomo che stai scrivendo, caro fratello e cara sorella che mi stai leggendo, diciamoci la verità. Certo, perdonare non ci è spontaneo, è molto faticoso alla nostra natura. Ma se stiamo camminando dietro di Lui, se siamo davvero innamorati delle parole di Gesù, può il Signore chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere? Avremmo un Dio così sadico ed esigente da chiedere ai suoi figli qualcosa di così irraggiungibile? No, Dio che muore sulla Croce non è così. Dio che muore sulla Croce è Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), e non chiede loro di pagare le bollette della luce e dell’acqua! La seconda lettura di oggi ci pone con il vangelo un interrogativo cruciale: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?…Santo è il tempio di Dio che siete voi (1Cor 3,17). Dunque la nostra fede ci ricorda che lo Spirito Santo vive in noi e ci può portare alla vetta dell’amore, se davvero impariamo ad obbedirgli. Se davvero stiamo rischiando la nostra vita per le parole di Gesù, se davvero sono disposto a perdere tutto ciò a cui sono attaccato per Lui; allora, la ineffabile esperienza di amare come Gesù mi sarà data! Il Signore è ansioso di farci questo dono! Non è vero che solo i grandi santi canonizzati dalla sua Chiesa sono riusciti a perdonare i nemici. Ci sono tanti piccoli e poveri peccatori come te e come me che ci sono riusciti!

Interrompo ora le mie parole per lasciare spazio a quelle di un sacerdote romano che il 5 febbraio del 2006 incontrò la morte nella sua piccola parrocchia a Trebisonda (Turchia) per mano di un estremista islamico. Davanti alla vetta dell’amore raggiunta da questo fratello unito nel sacerdozio ministeriale, preferisco lasciar parlare lui. La lettera che scrisse ai suoi amici a Roma soltanto pochi giorni prima della sua morte (31 gennaio 2006), è una perla dalla bellezza incomparabile. Vi invito a leggerla attentamente, anche se lunga. Prima però, una breve preghiera: caro Andrea che splendi nei cieli, prega per noi affinché non indietreggiamo nel cammino e non abbiamo più paura della Croce; perché un giorno possiamo giungere ad amare come Gesù, perdonando di cuore l’uomo che ci fa del male.

D.Andrea Santoro + 5.02.2006
                              D. Andrea Santoro + 5.02.2006

Carissimi, 

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre, è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumoroso. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4/5 ragazzi, sui 14/15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: “Ma sei qui perché ti hanno obbligato?”. “No, sono venuto volentieri, liberamente”. “E perché?”. “Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…”. “Ma sei contento? (hanno usato la parola “mutlu” che in turco vuol dire felice)”. “Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi e sono ancora più contento. Vi voglio bene”. A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: “Anche noi ti vogliamo bene”. Dirsi: “Ti vogliamo bene”, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare … E non è vero che “se ami conosci Dio” e lo fai conoscere e, se non ami, anche se possiedi la scienza, se parli tutte le lingue, se distribuisci beni ai poveri non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
 

Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte ancora mi fa male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano 3 giovani sui 25/30 anni. Uno mi ha chiesto: “Si ricorda di me?”. Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. “Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni”. “Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro”. Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del Vangelo esposta nella bacheca: “Amate i vostri nemici” e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: “Getta i fiori a chi ti getta i sassi”. Poi ha continuato: “Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’abbiamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?”. “Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia”. Hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto! Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano.Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: “Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri”. Un’altra volta entrano due ragazze: “Padre mi riconosce?”, mi fa una. “Si, certo!”. “Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?”. “Si, è così”. “Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…”. “Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?”. “No, acqua”. “Ecco appunto. Ma non è facile. Questo però è il Vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…”Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa, a scuola, in chiesa e su ogni altro campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il “mio” fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, della inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del “suo” Spirito per tenere a bada il mio. Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di “piccoli provocatori” di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei “piccoli” che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li “scandalizzano” cioè quanti sono per essi “motivo di inciampo e di induzione al male”. Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo “parlare male” dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che “tutti i turchi fanno cose turche”. Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: “Tutto il mio vicinato mi è addosso…anche i monelli hanno ribrezzo di me…mi danno la baia…” (Gb 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon (Trebisonda) mi hanno parlato del pianto dei loro bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. “Se mi assalgono e io rispondo, sono ancora cristiano?” mi chiedeva preoccupato e pensoso. “Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito “l’occhio per occhio e dente per dente”. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero…”. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle “premure” della polizia che pur garantendogli piena libertà (“la Turchia è uno stato laico, sei libero”, gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché “pagana e idolatra”, e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente “libera” e davvero “sorella” di tutti. 


Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. 
Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o collettiva.

La ricchezza del medio oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere “terra santa” per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla “rivelazione” di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del medio oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che “si rivela” e che “appassionatamente” si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo “luminoso”, “unico” e “malato” del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere “signori” della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un Vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un “vantaggio” che può sembrare “svantaggioso” e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di “questo” Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come “cristiano”, “sale” nella minestra, “lievito” nella pasta, “luce” nella stanza, “finestra” tra muri innalzati, “ponte” tra rive opposte, “offerta “di riconciliazione? Molti ci sono, ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle 3 settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze. Ringrazio Dio di quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire “sì” alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Santoro