DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.

 

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.

NON SEGUIRE LA PAURA

XII DOMENICA DEL T.0.

GER 20,10-13; RM 5,12-15; MT 10,26-33

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

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Gesù dorme nella tempesta
                  “I discepoli terrorizzati nella tempesta”, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

 

Non abbiate paura, dice Gesù ai suoi discepoli (e a noi lettori) per tre volte nel vangelo di questa domenica (Mt 10,26.28.31). Sembra che questo invito nella Bibbia ricorra per ben 365 volte, cioè il numero dei giorni che costituiscono un anno. E’ come se la Sacra Scrittura ti dicesse: ogni giorno, quando ti alzi al mattino dal letto, fa risuonare questa parola all’orecchio del tuo cuore. E’ la prima cosa che Dio ci dice cominciando la nostra giornata. Perché Egli non è il Signore che genera paura, ma Colui che ci libera da essa. Chiariamo: non che la paura non abbia una sua funzione positiva. Se aiuta ad evitare i pericoli della vita è segno di salute mentale. Ma se evitare i pericoli diventa la preoccupazione primaria che frena da ogni possibile esperienza di vita, è delirio di onnipotenza. Basta guardarsi un po’ intorno. Si cerca affannosamente una sicurezza in ogni ambito dell’esistenza umana. Vogliamo che qui sulla terra tutto sia assicurato/protetto dai pericoli in modalità assoluta e, se succede qualcosa di storto, di imprevisto, bisogna subito trovare un colpevole, bisogna che qualcuno paghi per l’accaduto. Ma questo non è vivere. Chi vive sempre nella paura di perdere la vita corporale ha già buttato via la sua vita spirituale. Come diceva il giudice Paolo Borsellino: “chi vive seguendo la paura muore ogni giorno, chi non la segue muore una volta sola”. E poi ha firmato quanto detto con la sua vita, in quel tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Il testo del vangelo di oggi è incastonato nel racconto della chiamata e dell’invio dei discepoli. Si comprende meglio il messaggio ricordando cosa il Signore dice ai suoi mentre consegna loro la sua missione: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Hobbes diceva che homo homini lupus; Gesù dice che il suo discepolo è un uomo come gli altri chiamato ad essere homo homini agnus. Egli è subito chiamato/inviato per essere associato al destino del suo Maestro. Questo deve essere chiaro. Il mistero di Gesù è anche il suo. Essere incompreso, rifiutato, insultato, odiato e perseguitato dagli uomini, non è altro che il segno dell’essere alla sequela del Signore. In questi giorni abbiamo visto Francesco andare nei luoghi dove Lorenzo Milani e Primo Mazzolari vissero questa indimenticabile e sofferta esperienza, invitando la chiesa italiana a guardarli quali testimoni autentici del vangelo. Noi per paura di soffrire e di morire ci chiudiamo in noi stessi e difendiamo il nostro microparadiso naturale o artificiale fino a far del male agli altri, ovvero anche a noi stessi. E giustifichiamo con mille ragioni le nostre chiusure. Si guardi attentamente la realtà odierna e chi vuol capire capisca. Le difficoltà, le lotte, le piccole o grandi persecuzioni, sono la necessaria paga di chi ha scelto di vivere la propria vita come un compito d’amore, come Gesù. Chi porta amore in questo mondo riceve odio. E’ una legge fondamentale che fatichiamo sempre ad accettare: chi fa il bene deve essere punito. Così accadde a Lorenzo e a Primo, discepoli veri del Signore.

Ecco allora Gesù raccomandarsi di non temere gli uomini. E se lo dice per tre volte vuol dire che prima di tutto dobbiamo riconoscere che spesso viviamo nella paura. E’ il punto di partenza. Diversamente non ci si conosce ancora e non si può nemmeno cominciare un autentico cammino spirituale. Francamente quando incontro qualcuno/a che mi dice che non ha paure un po’ mi preoccupa. Solo gli incoscienti, i presuntuosi, i temerari e i dittatori non hanno paura: ma bisogna aver paura di e per loro! Ad es. tra i giovani “Blue Whale” (Balena blu) e altre pratiche estreme come quella di farsi i selfie in situazioni pericolose o come quella di aprire i portelloni dei treni in corsa sfidando la morte nello sporgersi fuori, sono il segno di un delirio di onnipotenza che diventa collettivo. Ma l’invito di Gesù a non aver paura non è assenza di essa, non è temerarietà. Il Signore invita a non seguire la paura dando 3 motivazioni.

1) Perché quello che trasmette ai suoi discepoli in gran segreto e in spirito di nascondimento sarà pienamente rivelato in tutta la sua verità nel futuro, luogo in cui avverrà il capovolgimento di quello che appare ora. La Croce, da segno di morte e di sconfitta splenderà quale segno di vita e vittoria, colui che perde la sua vita a causa del vangelo si rivelerà come colui che vive in eterno, i prepotenti e tutti i poteri vincenti che dominano in questo mondo si riveleranno come i veri perdenti. Per questo, investiti dallo Spirito Santo, forza dei deboli e degli inermi, i discepoli devono annunciare apertamente tutto quello che il Signore comunica loro superando i propri timori e incertezze: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,26-27).

2)  Perché gli uomini hanno un potere limitato: possono dare la morte fisica, ma non possono dare la morte all’anima dell’uomo. Meglio preoccuparsi di non essere morti interiormente piuttosto che scampare dalla morte corporale a tutti i costi! Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo (Mt 10,28) è l’avvertimento di Gesù. Ma chi prende sul serio queste parole?

3) Ma soprattutto, perché agli occhi del Padre noi siamo importantissimi, siamo suoi figli! Perfino i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,30-31). Non dobbiamo andare dietro alla paura perché abbiamo un Dio che segue con amore il nostro cammino fin nei dettagli della nostra vita che nemmeno noi conosciamo! Siamo forse mai riusciti a contare i capelli che abbiamo in testa? Solo chi costruisce la propria autostima dalla scoperta della propria dignità di figlio di Dio rimane stabile, ed è in grado di affrontare ogni prova che gli giunge nella vita. Il piccolo racconto che segue lo spiega bene:

“Una ragazza di un villaggio di pescatori rimase incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il monaco che vive nel santuario fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del monaco. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prenditene cura!”. Il monaco si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!…” E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse per lui, facendosi carico di tutte le spese. In seguito a questo fatto quel monaco perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andava più a chiedergli consigli, e questo durò per quasi un anno. Quando la giovane ragazza vide tutto quel che gli stava capitando, non sopportò più questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il monaco, ma il figlio del vicino di casa. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi di quell’uomo di Dio. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il monaco entrò nel tempio, prese in braccio il bambino e sorridendo lo restituì loro limitandosi a dire: “Va bene! Va bene!…” 

Le ultime parole di Gesù nel vangelo possono paradossalmente crearci timore. Ma in questo caso trattasi di santo timore di Dio, un dono dello Spirito. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33). Riconoscere in questa vita Gesù per essere da Lui riconosciuti: è solo questione di non aver paura di affermare la propria fede come tantissimi pensano? E’ solo questione di tenere appeso il crocifisso senza timore in casa/ufficio/scuola, nel vestire ogni giorno in clergyman o tonaca (per noi preti), nel condurre battaglie morali pro famiglia su tutti i canali comunicativi, nell’essere sempre in prima linea presenti nella S.Messa? Dico che questo sarebbe troppo comodo. Anche se tutto ciò concorre indubbiamente a formare la mia identità cristiana, è il Vangelo stesso che mi chiarisce dove in primo luogo il Signore si attende di essere riconosciuto: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato, ero carcerato…(Mt 25,35-36). Come è facile ingannarsi! Come è facile rinnegare (= non riconoscere) il Signore Gesù e nemmeno accorgersene! Ma non dobbiamo scoraggiarci: c’è uno dei primissimi discepoli che ha cominciato l’avventura della fede a partire dal suo triplice rinnegamento di Gesù. Al Signore è bastato ricevere le sue lacrime sincere, perché certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui. Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche Egli ci rinnegherà. Se manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm, 11-13).

 

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No tengan miedo, dice Jesús a sus discípulos (y a nosotros lectores) por tres veces en el evangelio de este domingo (Mt 10,26.28.31). Parece que esta invitación en la Biblia recuerde por 365 veces, o sea el número de los días que constituyen un año. Es como si las Sagradas Escrituras nos dijera: cada día, cuando te levantes en la mañana de la cama, haz resonar esta palabra al oído de tu corazón. Es la primera cosa que Dios nos dice al comenzar nuestra jornada. Porque Él no es el Señor que genera miedo, sino Aquél que nos libra de ella. Aclaramos: no es que el miedo no tenga una función positiva. Si ayuda a evitar los peligros de la vida es signo de salud mental. Pero si evitar los peligros se vuelve la preocupación primaria que me frena de cada posible experiencia de vida, es delirio de omnipotencia. Basta mirarse un poco alrededor. Se busca afanadamente una seguridad en cada ámbito de la existencia humana. Queremos que aquí sobre la tierra todo sea asegurado/protegido de los peligros en modalidad absoluta y, si sucediera algo chueco, improvisadamente, se necesita inmediatamente encontrar a un culpable, se necesita que alguien pague por lo sucedido. Pero esto no es vivir. Quien vive siempre en el miedo de perder la vida corporal ya eliminó su vida espiritual. Como decía el juez Paolo Borsellino: “quien vive siguiendo el miedo muere cada día, quien no la sigue muere una sola vez”. Y luego ha firmado lo que ha dicho con su propia vida, en aquella trágica tarde del 19 de julio 1992.

El texto del evangelio de hoy es encastrado en el relato de la llamada y del envío de los discípulos. Se comprende mejor el mensaje recordando qué cosa dice a los suyos mientras entrega a ellos su misión: “Miren que los envío como ovejas en medio de lobos” (Mt 10,16) Hobbes decía que homo homini lupus; Jesús dice que su discípulo es un hombre como los demás llamado a ser homo homini agnus. Él es inmediatamente llamado/enviado para ser asociado al destino de su Maestro. Esto debe estar claro.  El misterio de Jesús es también el suyo. Ser incomprendido, rechazado, insultado, odiado y perseguido por los hombres, no es otra cosa que el símbolo del estar a la séquela del Señor. En estos días hemos visto a Francisco ir en los lugares donde Lorenzo Milani y Primo Mazzolari vivieron esta inolvidable y sufrida experiencia, invitando a la iglesia italiana a mirarlos como testimonios auténticos del evangelio. Nosotros por miedo de sufrir y de morir nos encerramos en nosotros mismos y defendemos nuestro micro paraíso natural o artificial hasta hacer el mal a los demás, o mejor dicho, también a nosotros mismos. Y justificamos con miles razones nuestros encierros. Si miras atentamente la realidad hodierna y quien quiera entender entienda. Las dificultades, las luchas, las pequeñas o grandes persecuciones, son los necesarios pagos de quien ha elegido vivir la propia vida como una tarea de amor, como Jesús. Quien lleva amor a este mundo recibe odio. Es una ley fundamental que fatigamos siempre en aceptar: quien hace el bien debe ser castigado. Así sucedió a Lorenzo y a Primo, discípulos verdaderos del Señor.

He aquí entonces a Jesús recomendándose de no temer a los hombres. Y si lo dice por tres veces quiere decir que primero de todo debemos reconocer que muchas veces vivimos en el miedo. Es el punto de partida. Diferentemente no nos conocemos todavía y no se puede ni siquiera comenzar un auténtico camino espiritual. Francamente cuando encuentro a alguien que me dice que no tiene miedo un poco me preocupa. Solo los inconscientes, los presuntuosos, los temerarios y los dictadores no tienen miedo: ¡pero es necesario tener miedo de y por ellos! Por ej. entre los jóvenes “Blu Whale” (ballena azul) y otras prácticas  extremas como aquella de hacerse los selfie en situaciones peligrosas o como aquellas de abrir las puertas de los trenes mientras corre desafiando la muerte al asomarse afuera, son los signos de un delirio de omnipotencia que se vuelve colectivo. Pero la invitación de Jesús a no tener miedo no es exactamente ausencia de esa, no es imprudencia. El Señor invita a no seguir el miedo dando 3 motivos.

1) Porque lo que les transmite a sus discípulos en gran secreto y en espíritu de escondimiento será revelado plenamente en toda su verdad en el futuro, lugar en que ocurrirá el vuelco de lo que aparece ahora. La Cruz, de signo de muerte y de derrota resplandecerá cual signo de vida y victoria, aquél que pierde su vida a causa del evangelio se revelará como aquél que vive en eterno, los prepotentes y todos los poderes que vencen que dominan en este mundo se revelarán como los verdaderos perdedores. Por esto, revístanse del Espíritu Santo, fuerza de los débiles y de los inermes, los discípulos deben anunciar abiertamente todo lo que el Señor comunica a ellos superando los propios temores e incertezas: Lo que yo les digo en la oscuridad, repítanlo ustedes a la luz, y lo que les digo en privado, proclámenlo desde los techos. (Mt 10,26-27).

2)  Porque los hombres tienen un poder limitado: pueden dar la muerte física, pero no pueden dar la muerte al alma del hombre. Mejor preocuparse de no estar muertos interiormente antes que salir vivo de la muerte corporal a toda costa! Teman más bien al que puede destruir alma y cuerpo en el infierno (Mt 10,28) es la advertencia de Jesús. Pero quién toma seriamente estas palabras?

3) Pero sobre todo, porque a los ojos del Padre nosotros somos importantísimos, ¡somos sus hijos! En cuanto a ustedes, hasta sus cabellos están todos contados. ¿No valen ustedes más que muchos pajaritos? Por lo tanto no tengan miedo! (Mt 10,30-31). ¡No debemos ir detrás del miedo porque tenemos a un Dios que sigue con amor nuestro camino hasta en los detalles de nuestra vida que ni siquiera nosotros conocemos! ¿Hemos quizás logrado a contar los cabellos que tenemos en la cabeza? Solo quien construye la propia autoestima del descubrimiento de la propia dignidad de hijo de Dios se queda estable y está en grado de afrontare cada prueba que le llega en la vida. La pequeña historia que sigue lo explica bien:

“Una joven de un pueblo de pescadores se quedó encinta. Sus padres le pegaron hasta que confiese quién era el padre: “Ha sido el monje que vive en el santuario fuera del pueblo”. Sus padres y todos los habitantes del pueblo se indignaron. Una vez nacido el niño, corrieron al templo y dejaron al neonato a los pies del monje. Le dijeron: “¡Eres un hipócrita, este niño es tuyo! ¡Cuídalo!” El monje se limitó a replicar: “¡está bien! ¡está bien!…” Y dio al niño a una mujer del pueblo para que lo lactara y lo acuda por él, haciéndose cargo de todos los gastos. Luego de este hecho aquél monje perdió la propia reputación, sus discípulos lo abandonaron, nadie iba más a pedirle consejos, y esto duró por casi un año. Cuando la joven mujer vio todo lo que le estaba sucediendo, no soportó más esta situación y contó a todos la verdad. El padre del niño no era el monje, sino el hijo del vecino de casa. Sus padres y todos los habitantes del pueblo, regresaron al templo y se postraron a los pies de aquél hombre de Dios. Imploraban su perdón y pidieron que le devolviera al niño. El monje entró al templo, tomó en brazos al niño y sonriendo lo devolvió a ellos limitándose a decir: “!está bien! ¡está bien!…”

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio pueden paradojalmente crearnos temor. Pero en este caso se trata de santo temor, un del Espíritu. Al que se ponga de mi parte ante los hombres, yo me pondré de su parte ante mi Padre de los Cielos. Y al que me niegue ante los hombres, yo también lo negaré ante mi Padre que está en los Cielos (Mt 10,32-33). Reconocer en esta vida a Jesús para ser por Él reconocidos: es solo cuestión de no tener miedo de afirmar la propia fe como tantísimos piensan, en el colgar el crucifijo en casa/oficina, en el vestir cada día en clerygman o túnica (para nosotros sacerdotes), en el conducir batallas morales en todos los canales comunicativos, en el estar siempre en primera fila presentes en la S. Misa? Digo que esto sería demasiado cómodo. Aunque si todo esto conlleva a formar mi identidad cristiana, es el Evangelio mismo que se encarga de llamarme donde en primer lugar el Señor se espera ser reconocido: Porque tuve hambre y ustedes me dieron de comer; tuve sed y ustedes me dieron de beber. Fui forastero y ustedes me recibieron en su casa. Anduve sin ropas y me vistieron. Estuve enfermo y fueron a visitarme. Estuve en la cárcel y me fueron a ver… (Mt 25,35-36). ¡Cómo es fácil renegar al Señor Jesús y no darnos cuenta! Pero no nos desanimamos: hay uno de los primerísimos discípulos que ha comenzado la aventura de la fe a partir de su triple negación de Jesús. Al Señor ha bastado recibir sus lágrimas sinceras, una cosa es cierta: si hemos muerto con él, también viviremos con él. Si sufrimos pacientemente con él, también reinaremos con él. Si lo negamos, también él nos negará. Si somos infieles, él permanece fiel, pues no puede desmentirse a sí mismo. (2Tm 2, 11-13).

VUOI AMARMI?

VI DOMENICA DI PASQUA

At 8,5-8. 14-17;  1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

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Se mi amate (Gv 14,15). L’incipit del vangelo odierno di Giovanni richiama quello dei vangeli sinottici che si esprimono diversamente: se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso… Nel mio dialetto paterno (napoletano) c’è una simpatica espressione che indica lo stato di attrazione o di vero e proprio innamoramento in atto di un giovane verso una ragazza: lei dice “m’ ven ‘appriess”; cioè, il tale mi viene dietro. E’ così. Se si ama una persona la si segue, la si osserva attentamente, ci si interessa cordialmente e ci si prende cura di lei. Una mamma che ama il proprio bimbo lo segue affettuosamente fin nei primissimi passi della sua vita. Un papà che fa altrettanto lo segue nella sua crescita e cerca di educarlo a vivere in mezzo agli altri. Un/a insegnante che ama i suoi studenti li segue personalmente cercando di tirar fuori da ciascuno il meglio che hanno dentro. Una cosa è certa. Non si può obbligare nessuno ad amare qualcuno. La natura dell’amore suppone ed esige libertà.

Se mi amate. Anche Gesù non costringe nessuno ad amarlo; ma cosa succede se si risponde al suo amore, cioè, se una volta incontrato si comincia ad amarlo e quindi a conoscerlo? Prima di tutto ci si innamora sempre più della sua storia che possiamo leggere, rileggere e meditare ogni giorno nei vangeli. Sostanzialmente lo si accoglie cercando di vivere/sperimentare le sue parole: chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama (Gv 14,21a). Non so voi che mi state leggendo, ma davanti a questa affermazione (a anche altre) di Gesù, non è che mi senta tanto sicuro, anzi. Più vado avanti e più mi sembra realisticamente di non accogliere bene la direzione spirituale del Signore, di non riuscire ad osservare i suoi comandi: in una sola parola, di non amarlo veramente. Conosco una persona consacrata che un giorno si trovò da sola difronte ad un grande crocifisso mentre sentiva che il mondo gli stava crollando addosso. Ad un certo punto guardandolo in alto, mentre un profondo silenzio lo avvolgeva, gli disse: “io non ti ho mai amato veramente”. Dopo qualche istante sentì dentro di sé con chiarezza queste parole: “infatti, non sei tu che hai amato me…io sì invece ho amato e amo ancora te”.

Penso sia molto importante non disprezzare mai quel povero amore che possiamo dare a Gesù. Sicuramente conoscete queste parole sublimi che ha ispirato ad un anonimo cristiano (anche se da tempo sono attribuite a tale Mons. Lebrun): “Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo: so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: “Dammi il tuo cuore, amami come sei…”. Se aspetti di essere un angelo per amare, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami…come sei…Voglio l’amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l’Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei… e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l’amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l’amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: “Gesù ti amo”. Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m’importa, di vederti lavorare con amore. Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai…perché ti ho creato soltanto per l’amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, moriresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l’azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia… Non ti preoccupare di non possedere virtù: ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare… Ma ricordati… amami come sei… Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all’amore, non mi ameresti mai…Va…”

Avete notato che il testo parte dalla richiesta di Gesù di amarlo così come siamo, nella nostra povertà, per poi chiederci di lasciarci amare da Lui che si fa mendicante del nostro amore? Questo significa che ogni nostro povero atto d’amore va impiantato sempre per bene sotto quell’amore più grande e più vero che è l’amore del Signore per noi. Solo se al centro del proprio cuore c’è la fede in questo amore possiamo comprendere il senso di quanto oggi ci dice nel vangelo. Lo stesso Giovanni evangelista lo afferma nella sua prima lettera: in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi (1Gv 4,10). Allora amare, conoscere il Signore Gesù, diventa un cammino che ci fa scoprire la sua presenza vicinissima. E’ la scoperta di avere dentro di sé il suo stesso Spirito, quello Spirito che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce (Gv 14,17a). Amare Gesù è conoscerlo interiormente in questo dono che ci abita: egli rimane presso di voi e sarà in voi (Gv 14,17b). Come è successo quel giorno al mio conoscente davanti al grande crocifisso.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14,21b). Come sono belle le promesse di Gesù! Pensate: chi lo ama sperimenta l’amore del Padre e dello stesso Signore verso di lui. Dio gli si rivela: mi manifesterò a lui. E’ una verità di fede comprovabilissima. Come disse anche una giovane nigeriana a un mio amico: “tu pensa a Gesù che Gesù pensa a te!”.

SE AVETE CONOSCIUTO ME

V DOMENICA DI PASQUA

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

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In quel guazzabuglio incomprensibile che è il cuore umano c’è un’infinità di paure: la fede in Gesù è l’antidoto e il rimedio per ognuna di esse. La fede in Gesù è liberante. Il brano del vangelo di oggi comincia laddove Gesù ha appena terminato di annunciare la sua dipartita, dopo aver predetto il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e un generale fuggi-fuggi davanti allo scandalo della croce. Logico che davanti a questo parlare i discepoli fossero turbati: chi non lo sarebbe? Eppure il Signore invita a non lasciarsi trascinare dal turbamento e ad avere fede in Lui. Come se la fede, per essere veramente tale, dovesse necessariamente attraversare l’oscurità delle paure che ci abitano, come se dovesse sperimentare necessariamente tutta la propria debolezza (Gv 14,1). E, per aiutarci nella traversata, ecco la promessa: nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto “vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi (Gv 14,2-3).

Credo che la paura di essere dimenticati nella morte sia la madre di tutte le paure. Don Oreste Benzi la definiva così: la paura di non vivere nel cuore di nessuno, ovvero la paura di non essere amati. In genere, quando celebro un funerale, se non ci sono richieste particolari dei familiari del defunto, prego e faccio pregare con il vangelo di questa domenica. Sapere che Gesù è il Dio diventato uomo come noi. Sapere che è morto ma poi è risorto. Sapere che è andato a prepararci un posto, e che ora è in grado di raggiungere ogni essere umano dentro quell’esperienza di solitudine assoluta che è la morte, questo è sommamente consolante e incoraggiante. Tanto tempo fa mi capitò tra le mani questo racconto illuminante in proposito: il più grande si chiamava  Frank e aveva vent’anni. Il più giovane si chiamava Ted e ne aveva diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi fin dalle elementari. Insieme decisero di arruolarsi nell’esercito. Partendo, promisero a se stessi e ai genitori che avrebbero avuto cura l’uno dell’altro. Furono fortunati e finirono nello stesso battaglione. Quel battaglione fu mandato in guerra. Una guerra terribile tra le sabbie infuocate del deserto. Per qualche tempo Frank e Ted rimasero negli accampamenti protetti dall’aviazione. Poi, una sera, giunse l’ordine di avanzare in territorio nemico. I soldati avanzarono per tutta la notte, sotto la minaccia di un fuoco infernale. Al mattino, il battaglione si radunò in un villaggio. Ma Ted non c’era. Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti, fra i morti. Trovò il suo nome nell’elenco dei dispersi. Si presentò al comandante. “Chiedo il permesso di andare a riprendere il mio amico”, disse. “E’ troppo pericoloso”, rispose il comandante – “e poi ho già perso il tuo amico. Perderei anche te. Là fuori stanno sparando”. Ma Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore trovò Ted ferito mortalmente. Se lo caricò sulle spalle. Una scheggia lo colpì. Si trascinò ugualmente fino al campo con il suo amico addosso. “Frank! Valeva la pena morire per salvare un morto?”, gli gridò il comandante – “Sì”, sussurrò, “perché prima di morire, Ted mi ha detto: Frank, sapevo che saresti venuto…”

Continuo a pensare da circa trent’anni che conoscere e far conoscere Gesù sia la cosa più importante della nostra vita; e mi meraviglio di come l’essere umano possa permettersi di saltare la questione. Le cose che ci dice e le promesse che ci fa sono realtà così grandi e belle che non so proprio come si possano evitare o smentire. Blaise Pascal direbbe che non ci si può sottrarre alla scommessa. Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6): Gesù è il cammino per incontrare la verità e la vita cui il nostro cuore anela. Conoscere Gesù è conoscere quel Dio che da sempre l’uomo vorrebbe vedere e incontrare: Signore, mostraci il Padre e ci basta, gli dice Filippo (Gv 14,8). E Gesù gli risponde: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). Mentre meditavo questo brano pensavo a come si corra anche oggi il rischio di vivere a due passi dal Signore, magari anche deambulando nella sua chiesa, e non conoscerlo. Si rischia di non coltivare un rapporto sincero con Lui, di non pensare più a quel posto che sta preparando per amor mio, si rischia di vivere in un’angoscia senza fine perché in realtà o ci si rapporta con un fantasma che rafforza per lo più le nostre paure, oppure si maschera da cristiano il proprio ateismo pratico. Da quando sono diventato sacerdote non pensavo di incontrare ancora tanti fratelli che vanno dietro a un’immagine personale di Dio che certo non libera interiormente, né aiuta a guardare la realtà con fiducia e speranza. E in questo modo non ci si accorge di dare ragione alla menzogna del serpente antico che, sin dalle origini, volle far credere all’uomo che Dio non è un padre amorevole, ma un geloso despota che vuole dominarci (Gen 3,1ss.).

In questo terzo millennio cristiano appena cominciato, gli sconvolgimenti epocali cui stiamo assistendo dopo il crollo di tutte le impalcature ideologiche che presumevano di reggere il mondo, sembrano mettere tutto in discussione fino a propagare quello che Benedetto XVI ha chiamato culturalmente “una dittatura del relativismo”. Una cosa mi sembra certa nel non ancora definito cambiamento che percorre l’umanità: la paura cresce e minaccia di paralizzare gli uomini nel proprio egoismo. Certamente, tutti abbiamo tanti motivi per avere paura davanti agli avvenimenti che si susseguono nel mondo. Ma la nostra speranza nasce dalla convinzione che con Gesù si entra nella vita vera, quella eterna. Il male del mondo, Lui lo ha già vinto: voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo! (Gv 16,33). La fede in Gesù Cristo, malgrado tutto, resta la più ragionevole strada per guardare al futuro con speranza. Dare fiducia a Gesù ogni giorno è la sfida più affascinante della vita: pur nella fatica del cammino, si sperimenta come è bello superare le proprie paure con Lui che ci spiega, poco a poco, il senso profondo della nostra esistenza.

  “La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c’è in essa, abbastanza speranza per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni. Se non avete che luce, vi limitate all’evidenza; se non avete che oscurità, siete immersi nell’ignoto. Solo la fede fa avanzare”. (Louis Evely)