LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.

 

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).   

NON TI DIMENTICHERÒ MAI

VIII DOMENICA DEL T.O.

Is 49,14-15; 1COR 4,1-5; mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

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“A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”, diceva due domeniche fa il libro del Siracide nella prima lettura della liturgia. Nel vangelo di oggi Gesù ci spiega perché. L’uomo è un essere bisognoso di ricevere e dare amore. L’amore che parte dal suo cuore, alla lunga, gli darà piacere in quello che ama. Ma, nello stesso tempo, gli farà sentire disprezzo verso ciò che gli si oppone. Perciò avviene che, a un certo punto della vita, ci si renderà conto che non si possono amare due realtà incompatibili tra loro come Dio e le ricchezze di questo mondo. L’apostolo Giacomo ce lo annota nella sua lettera: non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito di Dio che abita in noi? (Gc 4,4-5) In altre parole: Dio pazienta con noi, ma non possiamo tenere a lungo un piede nel regno di satana e un altro nel regno di Dio. Affrettiamoci dunque a conoscere l’amore personale del Signore per noi e non rimarremo delusi! Perché il denaro e ogni altra ricchezza di questo mondo, al contrario, non mantengono quello che promettono: ti illudono di farti felice, di darti pace e sicurezza. E invece tristezza, un cuore schiavo della paura e sempre agitato, la propria disumanizzazione e infine la possibile perdizione, sono i frutti amarissimi di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio (Lc 12,21). Ricordate la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro? (Lc 16,19-31)

Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Come sempre, Gesù va alla radice del problema del cuore umano e chiede ai propri discepoli di imparare a vivere fidandoci di Lui. Non preoccupatevi, è il ritornello che sentiamo ripetutamente nel vangelo di oggi: in nove versetti ricorre per ben sei volte. L’invito del Signore è quello di fondare la propria vita sulla scoperta continua del suo amore che oggi, nella prima lettura, ci assicura : si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ce ne fossero, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15). Questo per me è uno dei nomi di Dio più belli nella Scrittura: IO NON TI DIMENTICHERÒ’ MAI. L’amore umano, (persino quello della mamma!..), può sempre tradire. Ma l’amore di Dio giammai tradisce! E se qualche volta satana ti insinuasse più di un dubbio su quanto ci dice la Bibbia, allora vai davanti a un Crocifisso, fai un bel sospiro, cerca di creare dentro di te un po’ di silenzio e trattieni i tuoi occhi su quell’uomo inchiodato alla Croce: quella è la parola irreversibile di Dio per te e per me! Oppure, fa quello che dice oggi Gesù nel vangelo per farci uscire dalla insidiosa spirale delle umane preoccupazioni. Guarda gli uccelli del cielo, i gigli del campo…e io aggiungo: guarda anche le formiche per terra e i pesci nel mare, osserva gli alberi che ti circondano, le stelle che illuminano un cielo notturno…Siamo circondati da una creazione che ci parla dell’amore di Dio per noi. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). La creazione e la Bibbia sono due libri che contengono lo stesso messaggio d’amore di Dio per l’uomo. Il Signore Gesù ci pianta una domanda nel cuore: non valete forse più di loro?…non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Queste parole non spingono a un magico disimpegno solo perché abbiamo Dio che pensa a noi: l’uomo infatti deve lavorare per procurarsi cibo e vestito. Ma ci dice di credere che siamo al centro di un grande amore, che siamo l’opera più importante della sua creazione e di non fare del lavoro, del cibo e del vestito un assoluto; di non farne l’orizzonte ultimo della nostra esistenza.

Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017
Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33): questa è la sfida lanciata ai suoi discepoli. Sperimenta la provvidente cura di Dio nel cibo, nel vestito e in ogni altro nostro bisogno chi non antepone nulla alla giustizia del suo regno; chi invece gioca con Lui a nascondino, sarà più di una volta scettico nei suoi confronti. In quel anzitutto” c’è il segreto dell’esperienza della premurosa bontà di Dio. Se nelle mie decisioni mi guida la ricerca continua del suo regno, scopro la paternità inesauribile di Dio: e il primo regalo che mi fa è sentire che non c’è una gioia e una ricchezza più grande di essere e vivere come figlio suo e fratello di ogni uomo. Allora, poco a poco, i pensieri e le azioni si assestano sulla lunghezza d’onda del pensare e dell’agire divino. Si sentirà sempre più il bisogno di condividere quello che si ha e quello che si è con chi soffre l’ingiustizia di una esistenza non umana, e crescerà sempre di più la propria disponibilità a costruire il regno. Vorrei concludere con questo racconto edificante accaduto veramente negli USA nell’immediato secondo dopoguerra. Ci farà tanto bene ricordarlo quando davanti ai nostri occhi passerà un uomo che bussa alla porta di casa cercando una vita più umana come la tua e come la mia.

Un ragazzo cercava di pagarsi gli studi vendendo fazzolettini di carta e altri oggettini di poco valore bussando di porta in porta per le case. Un giorno, molto affamato, si accorse di avere in tasca solo pochi centesimi. Decise che avrebbe chiesto anche qualcosa da mangiare alla prossima casa dove avrebbe bussato. Tuttavia, si sentì mancare di coraggio quando ad aprire alla porta venne una graziosa giovane dai grandi occhi verdi. Così, invece del cibo, chiese solo un bicchiere d’acqua. La ragazza però si accorse della sua fame e invece di acqua gli portò un grosso bicchiere di latte. Il giovane la ringraziò calorosamente e poi chiese: «le devo qualcosa?» – «Non mi deve niente» gli rispose la ragazza. «Mia madre mi dice che non si deve niente per un atto di gentilezza». Lui replicò: «Allora grazie, grazie con tutto il mio cuore!». Appena Howard lasciò quella casa, non si sentiva meglio solo fisicamente, ma la sua fiducia in Dio e negli uomini era cresciuta molto. Era infatti sul punto di rinunciare e rassegnarsi a non studiare, ma quel piccolo gesto gli aveva ridato la forza e la volontà di continuare a lottare. Molti anni dopo, quella stessa ragazza, ormai divenuta adulta, si ammalò gravemente. I medici locali non sapevano che fare. Alla fine la mandarono in una grande città dove c’erano degli specialisti in grado di curare quella malattia così rara. Il dottor Kelly, un luminare in materia, fu uno degli invitati per il consulto medico. Quando il professore udì il nome della città da cui proveniva la donna, una strana luce gli brillò negli occhi. Accorse immediatamente nel reparto e si fece indicare la camera dove era ricoverata l’ammalata. La riconobbe immediatamente, e non solo per gli occhi verdi. Subito dopo si avviò verso la stanza dove si teneva il consulto medico deciso a fare di tutto per salvare la vita della donna. Da quel momento dedicò tutto il tempo possibile a quel caso. Dopo una lunga e strenua lotta, la battaglia fu vinta. Durante la convalescenza in ospedale della donna il professor Kelly chiese all’ufficio amministrativo di passare a lui il conto finale delle spese mediche. Lo esaminò e poi scrisse alcune parole in un angolo del foglio. Il conto fu poi portato alla paziente. La donna esitò un poco ad aprirlo: era sicura che avrebbe dovuto impegnare tutto il resto della vita per pagare quel conto di certo salatissimo. Alla fine con cautela lo aprì, ma la sua attenzione fu subito attirata dalle parole scritte a mano su un lato del conto. C’era scritto: «Pagato totalmente, molti anni fa, con un bicchiere di latte».

                                                                                  Firmato: dr. Howard Kelly

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“A cada uno se le dará lo que a él le gustará”, decía hace dos domingos el libro del Siracides en la primera lectura de la liturgia. En el evangelio de hoy Jesús nos explica por qué. El hombre es un ser necesitado de recibir y dar amor. El amor que parte de su corazón, a la larga, le dará placer en aquello que ama. Pero, al mismo tiempo, le hará sentir desprecio hacia lo que se le opone. Por esto sucede que, a un cierto punto de la vida, nos daremos cuenta que no se puede amar dos realidades incompatibles entre ellas como Dios y las riquezas de este mundo. El apóstol Santiago nos lo dice en su carta: ¿no saben que amar al mundo es odiar a Dios? Entonces quien quiere ser amigo del mundo se vuelve enemigo de Dios. O quizás piensan que la Escritura declare inutilmente: ¿hasta los celos nos ama el Espíritu de Dios que habita en nosotros? (St 4,4-5) En otras palabras: Dios es paciente con nosotros, pero no podemos tener por mucho tiempo un pie en el reino de satanás y el otro en el reino de Dios. ¡Apurémonos entonces a conocer el amor personal del Señor por nosotros y no quedaremos desilusionados! Porque el dinero y cada otra riqueza de este mundo, al contrario, no mantienen lo que prometen: te ilusionan en hacerte feliz, de darte paz y seguridad. Y en cambio tristeza, un corazón esclavo del miedo y siempre agitado, la propia deshumanización y en fin la posible perdición, son los frutos amargos de quien acumula tesoros para sí y no se enriquece delante de Dios (Lc 12,21). Se acuerdan de la parábola del hombre rico y del pobre Lázaro? (Lc 16,19-31)

Como siempre, Jesús va a la raíz del problema del corazón humano y pide a los propios discípulos de aprender a vivir confiando en Él. No se preocupen, es el coro que escuchamos repetidamente en el evangelio de hoy: en nueve versículos encontramos por seis veces. La invitación del Señor es aquella de fundar la propia vida sobre el descubrimiento continuo de su amor que hoy, en la primera lectura, nos asegura: ¿se olvida quizás una madre de su hijo, al punto de no conmoverse por el hijo de sus entrañas? Aunque si hubiera una, yo en cambio nunca me olvidaré de ti (Is 49,15). Esto para mí es uno de los nombres de Dios mas lindos de la Escritura: YO NUNCA ME OLVIDARÉ DE TI. El amor humano, (¡hasta el de la mamá!…), puede siempre traicionar. Pero el amor de Dios  ¡nunca traiciona! Y si alguna vez satanás te insinuase más de una duda sobre lo que nos dice la Biblia, entonces ponte delante de un crucifijo, da un buen respiro, intenta crear dentro de ti un poco de silencio y detén tus ojos sobre aquel hombre clavado en la Cruz: esa es la plalabra irreversible de Dios para ti y para mi! O también, haz lo que dice hoy Jesús en el evangelio para hacernos salir de la insidiosa aspiral de las humanas preocupaciones. Mira las aves del cielo, los lirios del campo… y yo agrego: mira tambien las hormigas en la tierra y los peces en el mar, observa los árboles que te circundan, las estrellas que iluminan un cielo nocturno… Estamos circundados de una creación que nos habla del amor de Dios por nosotros. Bueno es el Señor con todos, su ternura se expande sobre todas las criaturas (Sal 145,9). La creación y la Biblia son dos libros que contienen el mismo mensaje de amor de Dios por el hombre. El Señor Jesús nos pone una pregunta en el corazón: ¿no valen ustedes más que ellos?… ¿no hará mucho más por ustedes, gente de poca fe? Estas palabras no empujan a un mágico desempeño solo porque tenemos a Dios que piensa en nosotros: el hombre de hecho debe trabajar para procurarse el alimento y el vestido. Pero nos dice que creamos que somos el centro de un gran amor, que somos la obra mas importante de su creación y no hacer del trabajo, del alimento y el vestido un absoluto; hasta volverlo el horizonte último de nuestra existencia. 

Busquen en cambio, sobretodo, el reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas les serán dadas en añadidura (Mt 6,33): este es el desafío lanzado a sus discípulos. Experimenta la providente atención de Dios en el alimento, en el vestido y en cada otra necesidad quien no antepone nada a la justicia de su reino; quien en cambio juega con Él a las escondidas, será más de una vez ascético con respecto a Él. En aquel “sobretodo” está el secreto de la experiencia de la premurosa bondad de Dios. Si en mis decisiones me guía la búsqueda continua de su reino, descubro la paternidad inesaurible de Dios: y el primer regalo que me hace es sentir que no hay un gozo y una riqueza más grande que ser y vivir como hijo suyo y hermano de cada hombre. Entonces, poco a poco, los pensamientos y las acciones se establecen sobre la síntonia del pensar y actuar divino. Se sentirá siempre más la necesidad de compartir aquello que se tiene y lo que somos con quien sufre la injusticia de una existencia humana, y crecerá siempre más la propia disponibilidad a construir el reino. Quisiera concluir con esta historia edificante que sucedió verdaderamente en los Estados Unidos inmediatamente después de la segunda guerra mundial. Nos hará tanto bien recordarlo cuando delante de nuestros ojos pasará un hombre que toca la puerta de casa buscando una vida mas humana como la tuya y como la mia.

Un joven buscaba pagarse los estudios vendiendo pañuelos de papel y otros objetos de poco valor tocando de puerta en puerta por las casas. Un día, hambriento, se dió cuenta que tenía en el bolsillo solo pocas monedas. Decidió que hubiera pedido también algo para comer a la próxima casa que hubiera tocado. Sin embargo, sintió que le faltaba el coraje cuando al abrir la puerta  ve que era una linda joven de grandes ojos verdes. Así que, en cambio del alimento, pidió sólo un vaso de agua. La joven sin embargo se dió cuenta del hambre que tenía y en cambio de agua le ofreció un grande vaso de leche. El joven le agradeció calurosamente y luego preguntó: «¿le debo algo? » – «No me debe nada» le respondió la joven. «Mi mamá me dice que no se cobra nada por un gesto de gentileza». El respondió: «Entonces gracias, gracias con todo mi corazón!». Apenas Howard dejó la casa, no se sentía mejor solo físicamente, sino que su confianza en Dios y en los hombres había crecido mucho. Estaba de hecho al punto de renunciar y resignarse a no estudiar, pero ese pequeño gesto le habia devuelto la fuerza y la voluntad de continuar a luchar. Muchos años después, aquella joven, ya adulta, se enfermó gravemente. Los médicos locales no sabían qué hacer. Al final la envíaron a una ciudad más grande donde estaban los especialistas en grado de curar aquella enfermedad así rara. El doctor Kelly, un eminente en materia, fue uno de los invitados para la consulta medica. Cuando el profesor escuchó el nombre de la ciudad de la cual provenia la mujer, una extraña luz le brilló en los ojos. Se acercó inmediatamente al reparto y se hizo indicar el cuarto donde estaba la enferma. La reconoció inmediatamente, y no solo por los ojos verdes. Inmediatamente después se dirigió hacia el cuarto donde se tenia la consulta médica decidido a hacer de todo para salvar la vida de la mujer. Desde ese momento dedicó todo el tiempo posible a aquel caso. Después de una larga y extenuante lucha, la batalla fue vencida. Durante la convalecencia en el hospital de la mujer el profesor Kelly pidió a la oficina administrativa de pasar a él la cuenta final de los gastos médicos. Lo examinó y luego escribió algunas palabras en un ángulo de la hoja. La cuenta fue luego llevada a la paciente. La mujer titubió un poco en abrirlo : estaba segura que hubiera debido empeñar todo el resto de su vida para pagar aquella carisima cuenta de seguro. Al final con cautela lo abrió, pero su atención fue inmediatamente atraída por las palabras escritas a mano al lado de la cuenta. Estaba escrito: «Pagado totalmente, muchos años atrás, con un vaso de leche»  

Firmado: dr. Howard Kelly.

GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

VII DOMENICA DEL T.O.

Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

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Il fatto che Gesù diede l’insegnamento che stiamo ascoltando da un paio di domeniche su una montagna, significa molto. Il cammino dell’amore infatti è graduale. Cioè, avanza per gradi. Come quando si scala una montagna. Per chi la ama, non è difficile capirlo. Ci sali su con grande fatica e crescenti ostacoli ma, ad ogni tappa della scalata in cui ti fermi, ti guardi attorno, in alto o giù, e vedi sempre qualcosa di nuovo che prima non vedevi. Il vangelo di oggi ci porta sulla sommità della montagna chiudendosi al v. 48 con la chiamata finale a quella santità che già nel libro del Levitico (1a lettura) Dio comandava al suo popolo: siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19,2). Sulla vetta della montagna, dove si ha la massima panoramica e dove si vede meglio che cos’è la vita, c’è l’Amore gratuito e incondizionato di Dio verso tutti, anche i nemici. Gesù ci rivela dunque in cosa rifulge la santità di Dio, nonché la vetta del nostro cammino: voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48). Poi, metterà la sua firma su quanto detto nel discorso della montagna quando Egli stesso salirà sulla sommità del Golgota, manifestando la Gloria della santità divina nel morire in Croce come un empio, perdonando tutti.

Sto pensando a quanto sia difficile amare chi non è amabile, amare chi ci è avverso. Sto ricordando le innumerevoli volte in cui ho ascoltato fratelli e sorelle nella fede confessare di non riuscire a perdonare chi aveva loro recato qualche danno; a come mi sono sempre sentito solidale verso loro in questo senso di impotenza. Però, penso anche a quanto sia facile crearci un alibi e giustificarci perché ci diciamo: “è troppo difficile, non ci riuscirò mai”; oppure, “a perdonare ci riescono solo i santi”, mentre avvertiamo pienamente il nostro essere piccoli e peccatori, incapaci ad amare fino a tal punto.

Caro Giacomo che stai scrivendo, caro fratello e cara sorella che mi stai leggendo, diciamoci la verità. Certo, perdonare non ci è spontaneo, è molto faticoso alla nostra natura. Ma se stiamo camminando dietro di Lui, se siamo davvero innamorati delle parole di Gesù, può il Signore chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere? Avremmo un Dio così sadico ed esigente da chiedere ai suoi figli qualcosa di così irraggiungibile? No, Dio che muore sulla Croce non è così. Dio che muore sulla Croce è Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), e non chiede loro di pagare le bollette della luce e dell’acqua! La seconda lettura di oggi ci pone con il vangelo un interrogativo cruciale: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?…Santo è il tempio di Dio che siete voi (1Cor 3,17). Dunque la nostra fede ci ricorda che lo Spirito Santo vive in noi e ci può portare alla vetta dell’amore, se davvero impariamo ad obbedirgli. Se davvero stiamo rischiando la nostra vita per le parole di Gesù, se davvero sono disposto a perdere tutto ciò a cui sono attaccato per Lui; allora, la ineffabile esperienza di amare come Gesù mi sarà data! Il Signore è ansioso di farci questo dono! Non è vero che solo i grandi santi canonizzati dalla sua Chiesa sono riusciti a perdonare i nemici. Ci sono tanti piccoli e poveri peccatori come te e come me che ci sono riusciti!

Interrompo ora le mie parole per lasciare spazio a quelle di un sacerdote romano che il 5 febbraio del 2006 incontrò la morte nella sua piccola parrocchia a Trebisonda (Turchia) per mano di un estremista islamico. Davanti alla vetta dell’amore raggiunta da questo fratello unito nel sacerdozio ministeriale, preferisco lasciar parlare lui. La lettera che scrisse ai suoi amici a Roma soltanto pochi giorni prima della sua morte (31 gennaio 2006), è una perla dalla bellezza incomparabile. Vi invito a leggerla attentamente, anche se lunga. Prima però, una breve preghiera: caro Andrea che splendi nei cieli, prega per noi affinché non indietreggiamo nel cammino e non abbiamo più paura della Croce; perché un giorno possiamo giungere ad amare come Gesù, perdonando di cuore l’uomo che ci fa del male.

D.Andrea Santoro + 5.02.2006
                              D. Andrea Santoro + 5.02.2006

Carissimi, 

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre, è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumoroso. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4/5 ragazzi, sui 14/15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: “Ma sei qui perché ti hanno obbligato?”. “No, sono venuto volentieri, liberamente”. “E perché?”. “Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…”. “Ma sei contento? (hanno usato la parola “mutlu” che in turco vuol dire felice)”. “Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi e sono ancora più contento. Vi voglio bene”. A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: “Anche noi ti vogliamo bene”. Dirsi: “Ti vogliamo bene”, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare … E non è vero che “se ami conosci Dio” e lo fai conoscere e, se non ami, anche se possiedi la scienza, se parli tutte le lingue, se distribuisci beni ai poveri non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
 

Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte ancora mi fa male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano 3 giovani sui 25/30 anni. Uno mi ha chiesto: “Si ricorda di me?”. Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. “Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni”. “Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro”. Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del Vangelo esposta nella bacheca: “Amate i vostri nemici” e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: “Getta i fiori a chi ti getta i sassi”. Poi ha continuato: “Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’abbiamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?”. “Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia”. Hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto! Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano.Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: “Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri”. Un’altra volta entrano due ragazze: “Padre mi riconosce?”, mi fa una. “Si, certo!”. “Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?”. “Si, è così”. “Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…”. “Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?”. “No, acqua”. “Ecco appunto. Ma non è facile. Questo però è il Vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…”Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa, a scuola, in chiesa e su ogni altro campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il “mio” fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, della inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del “suo” Spirito per tenere a bada il mio. Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di “piccoli provocatori” di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei “piccoli” che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li “scandalizzano” cioè quanti sono per essi “motivo di inciampo e di induzione al male”. Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo “parlare male” dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che “tutti i turchi fanno cose turche”. Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: “Tutto il mio vicinato mi è addosso…anche i monelli hanno ribrezzo di me…mi danno la baia…” (Gb 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon (Trebisonda) mi hanno parlato del pianto dei loro bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. “Se mi assalgono e io rispondo, sono ancora cristiano?” mi chiedeva preoccupato e pensoso. “Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito “l’occhio per occhio e dente per dente”. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero…”. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle “premure” della polizia che pur garantendogli piena libertà (“la Turchia è uno stato laico, sei libero”, gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché “pagana e idolatra”, e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente “libera” e davvero “sorella” di tutti. 


Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. 
Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o collettiva.

La ricchezza del medio oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere “terra santa” per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla “rivelazione” di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del medio oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che “si rivela” e che “appassionatamente” si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo “luminoso”, “unico” e “malato” del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere “signori” della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un Vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un “vantaggio” che può sembrare “svantaggioso” e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di “questo” Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come “cristiano”, “sale” nella minestra, “lievito” nella pasta, “luce” nella stanza, “finestra” tra muri innalzati, “ponte” tra rive opposte, “offerta “di riconciliazione? Molti ci sono, ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle 3 settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze. Ringrazio Dio di quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire “sì” alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Santoro