PREDICATELO SUI TETTI

LE PIAGHE “SPIEGATE” NELLE PIEGHE DELLA VITA

III DOMENICA DI PASQUA

anno B (2021)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48

I due discepoli narravano agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

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Anche il vangelo di Luca, come quello di Giovanni domenica scorsa, mette l’accento sulla fatica dei discepoli a credere nella resurrezione di Cristo. Persino in un’atmosfera più rasserenata, come quella che probabilmente si stava generando a Gerusalemme nel raccontarsi reciprocamente le esperienze di contatto con il Risorto (Lc 24,33-35). In questa riunione dove comincia ad affacciarsi la fede nei cuori, Gesù appare in mezzo a loro annunciando la pace. Ed è veramente singolare che proprio mentre comunica la sua pace in presenza, i discepoli reagiscano invece sconvolti e pieni di paura, perché credevano di vedere un fantasma (Lc 24,37). Dio si manifesta per donare la sua pace, l’uomo risponde con la paura. Perché? Cosa c’è nel cuore umano che non permette di vedere subito la realtà? Perché sembra opporsi al dono della pace?

GESU' RISORTO

Intanto ci farà bene pensare, provando a calarci nei panni dei primi discepoli, cosa significa aver visto con i propri occhi qualcuno che è morto, e non molto tempo dopo rivederlo in carne e ossa. Forse che anche noi non saremmo spaventati? Nessuno ha mai visto un morto ritornare in vita. Una cosa è certa. La paura che ci abita non permette di vedere bene la realtà, perché la deforma. Una volta, durante un corso di esercizi spirituali, ebbi una notte piuttosto agitata nell’alloggio a me riservato. Mentre dormivo ebbi un incubo e, in situazione di “dormiveglia”, vidi davanti a me un uomo entrare dalla finestra di fronte al mio letto. Per la paura mi sono paralizzato aspettandomi un’aggressione. Invece non successe niente perché non c’era nessuno, e così mi riaddormentai. Però al mattino mi accorsi per la prima volta che appena fuori quella finestra c’era un albero che protendeva i suoi grandi rami verso i vetri. Di notte, al buio, con la paura innescata dal brutto sogno, poteva sembrare una persona che stava entrando da quella finestra.

Solo nella pace di un cuore riconciliato l’uomo ci vede e ci sente bene, e quindi può percepire la realtà per quello che è. Se vive nelle sue ferite o nella paura, la percepisce in modo distorto. Le stesse parole umane arrivano così alle nostre orecchie. Quante clamorose incomprensioni, fraintendimenti, sfiducie, dietrologie e tanto altro si generano nelle relazioni, quando le paure o le ansie la fanno da padroni nel cuore. Infatti l’uomo, normalmente, vede quel che vuol vedere e sente quel vuol sentire. Gesù è il sapiente medico che può curare i problemi interiori nascosti nelle pieghe della nostra storia. Le sue domande sempre volte a metterci in contatto con i nostri dubbi e le nostre paure, sono principio di liberazione e di pace (Lc 24,38). Se si nega o si nascondono dubbi e paure, si attiva la loro forza condizionante.

Notate come l’opera di guarigione/convincimento dei discepoli da parte del Signore, si fondi sulla esposizione delle proprie piaghe corporee (Lc 24,39-40). L’insistenza del mostrare mani e piedi con l’invito a toccarlo, ci rivela che la strada per “capire” ed entrare nel mondo della resurrezione è obbligata: bisogna toccare le piaghe, i dubbi e le paure della propria anima, bisogna esporle alla luce di Colui che, senza giudicarci, ha il potere di farci risorgere con Lui, perché quelle piaghe le conosce molto bene. Le ha portate nel suo corpo. Perciò invita i suoi a guardarle attentamente. Credere che esse sono il canale della mia salvezza, il luogo dove si conosce Dio, è semplicemente stupefacente, tanto da far esitare ancora la fede (Lc 24,41). E il Signore interviene ancora amorevolmente. Come? Facendosi ancora bisognoso. Una porzione di grigliata di pesce da gustare aiuta i discepoli a credere in Colui che è risorto nel suo vero corpo (Lc 24,42-43).

Dove sta l’inghippo in cui tutti ci complichiamo? Nel mistero della sofferenza. Le piaghe mostrate da Gesù sono l’esegesi corporea corretta di cosa sia per Dio la vita umana, e cosa deve essere anche per noi: gli siamo costati la vita, allora siamo molto importanti! Ma noi vorremmo eliminare la sofferenza dalla nostra vita. Non è questione di cercarla, ma di accoglierla quando inevitabilmente si presenta nella nostra storia: Gesù sarà lì con noi. Ultima osservazione. Quello che il Signore voleva spiegare ai discepoli con la sua parola, lo ha spiegato prima con le ferite del suo corpo. Se ci vogliamo capire qualche cosa di Dio, dobbiamo partire sempre dalle ferite della nostra storia. Poi ha ricordato ai presenti (ricordare=riportare dentro il cuore) che gli uomini a cui Dio parlò in passato, hanno scritto le cose che lo avrebbero riguardato, e che queste cose erano necessarie (Lc 24,44). In questa memoria, si aprono le menti all’intelligenza divina delle Scritture. Le apparizioni di Gesù Risorto sono finite, ma non il contatto con Lui. Nella memoria delle ferite e in quella delle Scritture lo trovo vivo, sempre fedele al mio fianco.       

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LAS LLAGAS “EXPLICADAS” EN LOS PLIEGUES DE LA VIDA

También el evangelio de Lucas, como el de Juan del domingo pasado, pone el acento sobre la fatiga de los discípulos en creer en la resurrección de Cristo. Hasta en una atmosfera más serena, como aquella que probablemente se estaba generando en Jerusalén al contarse recíprocamente las experiencias de contacto con el Resucitado (Lc 24,33-35). En esta reunión donde comienza a asomarse la fe en los corazones, Jesús aparece en medio de ellos anunciando la paz. Y es verdaderamente singular que justamente mientras comunica su paz en presencia, los discípulos reaccionan en cambio maravillados y llenos de miedo, porque creían que veían un fantasma (Lc 24,37). Dios se manifiesta para donar su paz, el hombre responde con el miedo ¿Por qué? ¿Qué hay en el corazón humano que no permite ver de inmediato la realidad? ¿Por qué parece oponerse al don de la paz?

Mientras tanto nos hará bien pensar, intentando ponerse en los zapatos de los primeros discípulos, qué cosa significa haber visto con los propios ojos a alguien que ha muerto, y no mucho tiempo después volver a verlo en carne y hueso. ¿Quizás también nosotros tengamos miedo? Nunca nadie ha visto a un muerto regresar a la vida. Una cosa sí es cierta. El miedo que nos habita no permite ver bien la realidad, porque la deforma. Una vez, durante un curso de ejercicios espirituales, tuve una noche más bien agitada en la habitación que me fue reservada. Mientras dormía tuve una pesadilla y, en situación de “medio dormido”, vi delante de mí a un hombre entrar por la ventana frente a mi cama. Por el miedo me paralicé esperando una agresión. En cambio, no sucedió nada porque no había nadie, y así me volví a dormir. Pero en la mañana me di cuenta por primera vez que fuera de aquella ventana había un árbol cuyas grandes ramas alcanzaban los vidrios de la ventana. De noche, en la oscuridad, con el miedo comenzado por la fea pesadilla, podía parecer una persona que estaba entrando de esa ventana.

Solo en la paz de un corazón reconciliado el hombre ve y se siente bien, entonces puede percibir la realidad por lo que es. Si vive en sus heridas o en el miedo, la percibe de manera distorsionada. Las mismas palabras humanas llegan así a nuestros oídos. Cuántas clamorosas incomprensiones, malentendidos, desconfianzas, conspiraciones y tanto más se generan en las relaciones, cuando el miedo o las ansias se empadronan del corazón. De hecho, el hombre, normalmente, ve lo que quiere ver y siente lo que quiere sentir. Jesús es el sabio médico que puede curar los problemas interiores escondidos en los pliegues de nuestra historia. Sus preguntas siempre dirigidas a ponernos en contacto con nuestras dudas y nuestros miedos, son el principio de liberación y de paz (Lc 24,38). Si se niega o se esconden las dudas y los miedos, se activa su fuerza condicionadora.

Noten como la obra de sanar/convicción de los discípulos de parte del Señor, se funda en la exposición de las propias heridas corporales (Lc 24,39-40). La insistencia de mostrar las manos y los pies con la invitación de tocarlo nos revela que el camino para “entender” y entrar al mundo de la resurrección es obligada: es necesario tocar las llagas, las dudas y los miedos de la propia alma, es necesario exponerlas a la luz de Aquél que, sin juzgarnos, tiene el poder de hacernos resucitar con Él, porque aquellas llagas las conoce muy bien. Las ha llevado en su cuerpo. Por lo cual invita a los suyos a mirarlas atentamente. Creer que esas son el canal de mi salvación, el lugar donde se conoce a Dios, es simplemente asombroso, tanto de hacer vacilar todavía la fe (Lc 24,41). Y el Señor interviene todavía amorosamente. ¿Cómo? Haciéndose aún necesitado. Una porción de parrilla de pescado para saborear ayuda a los discípulos a creer en Aquél que ha resucitado en su verdadero cuerpo (Lc 24,42-43).

¿Dónde está la trampa en la cual todos nos complicamos? En el misterio del sufrimiento. Las llagas mostradas por Jesús son la exégesis corpórea correcta de lo que para Dios es la vida humana, y qué cosa debe ser también para nosotros: le hemos costado la vida, entonces ¡somos muy importantes! Pero nosotros queremos eliminar el sufrimiento de nuestra vida. No es cuestión de buscarla, sino de acogerla cuando inevitablemente se presenta en nuestra historia: Jesús estará allí con nosotros. Última observación. Lo que el Señor quería explicar a los discípulos con su palabra, lo ha explicado antes con sus heridas de su cuerpo. Si queremos entender algo de Dios, debemos partir siempre de las heridas de nuestra historia. Luego ha recordado a los presentes (recordar=reportar dentro del corazón) que los hombres a los cuales Dios habló en pasado, han escrito las cosas que lo habrían vuelto a ver, y que estas cosas eran necesarias (Lc 24,44). En esta memoria, se abren las mentes a la inteligencia Divina de las Escrituras. Las apariciones de Jesús Resucitado han terminado, pero no el contacto con Él. En la memoria de las heridas y en aquellas de las Escrituras lo encuentro vivo, siempre fiel a mi lado.

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