NON TI LASCIO NEL PECCATO

V DOMENICA DI QUARESIMA

anno C (2019)

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Nemmeno io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

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Un uomo religioso e “tutto d’un pezzo” come Paolo di Tarso, nella 2a lettura di oggi, ci dice che reputa tutto una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù. Per Lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui (Fil 3,8-9). Peccato che a volte, come in questo caso, sarebbe prezioso, per cogliere meglio il senso di un testo, riportare qualche versetto in più. Infatti, cos’è che ha lasciato perdere S.Paolo fino a considerarla “spazzatura”? Cos’è questo “tutto” di cui parla? Sentitelo nei versetti precedenti: se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui. Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge (Fil 3,4-6). Ecco cosa ha lasciato perdere. Prima di Cristo, pare che vivesse nello status del figlio maggiore della parabola, il quale, viveva certamente in casa, ma non alla presenza del padre della casa. Si sentiva religiosamente sicuro come quel figlio, pronto a rinfacciargli la sua integrità morale, quella giusta reputazione che si meritava ben altro trattamento di fronte all’operato così diverso del padre verso suo fratello (Lc 15,29-30). Ma chi coltiva la propria fede così, non può entrare nella festa di Dio, né potrà mai “gustare” la sua gioia.

Contrariamente a quanto un’abbondante predicazione ha costruito nelle coscienze, la parabola di domenica scorsa Gesù non l’ha raccontata per i peccatori. L’ha raccontata principalmente per i giusti, cioè per chi vive nel peccato del giusto. Il vangelo di oggi, come tanti altri episodi della vita di Gesù, ne è la controprova. Anche qui mi allaccio a versi precedenti che illuminano meglio il brano odierno. Siamo al cap. 7 di Gv, il Signore si trova a Gerusalemme per la festa delle capanne, frequenta il Tempio e ne approfitta per insegnare. All’udire il suo insegnamento, nascono ripetute discussioni sulla conoscenza della sua persona, sulle sue origini e persino sul suo sapere: non ha studiato nelle scuole dei nostri rabbini, come fa a sapere qualcosa se non può vantare i titoli di studio necessari? Il problema è che molti lo seguono e credono in lui; allora farisei, scribi e sacerdoti combattono e cercano di farlo arrestare, ma per il momento non ci riescono. Il ripetuto dibattito in Gv 7 si conclude così: e tornarono ciascuno a casa propria (Gv 7,53). Il vangelo di oggi si apre con una mattina avviatasi sulla falsariga del giorno precedente (Gv 8,1-2). Solo che i detrattori di Gesù arrivano con una bella sorpresa. Hanno beccato una donna in flagrante adulterio e vogliono usarla per metterlo alla prova e avere di che accusarlo (Gv 8,6).

E qui ci sarebbe già molto da dire. E’ credibile una fede che denigra gli altri, che specula su quanto fanno gli altri fino a manipolare il peccato altrui? E’ credibile la fede di chi, nella chiesa, oggi è tutto intento a screditare il papa e il suo operato, solo perché non riesce a comprenderne la novità? Nicodemo non fece così con Gesù (cfr.Gv 3,1ss.); però è vero, fu tra i pochissimi. Ma andiamo avanti. A me piace tanto quel “prolungato” silenzio di Gesù davanti agli scribi e i farisei che, nel nome di Mosè e della Legge, lo interrogano sulla adultera (Gv 8,3-5). Mi piace tanto perché fa tanto contrasto a quella tipica situazione umana in cui emerge il piacere di trovare un capro espiatorio, insomma qualcuno con cui prendersela. Che fosse stato un silenzio “prolungato” me lo suggerisce il v.7, nel quale leggiamo che essi insistevano nell’interrogarlo. Dunque scribi e farisei vogliono trascinare Gesù nel tribunale che hanno imbastito nel Tempio, dando in pasto la donna adultera a tutta la piazza: la posero in mezzo (Gv 8,3). L’obiettivo è incastrarlo: nella disobbedienza della Legge, oppure nel contraddirsi obbedendo al comando di Mosè. In questo ultimo caso, avrebbe perso consenso presso il popolo che lo seguiva.

Il Signore Gesù si alza in piedi (Gv 8,7a). Dalla sua bocca una sentenza che costringe a interrogarsi (Gv 8,7b). Senza che gli uditori se ne accorgano, capovolge il tribunale tirato su frettolosamente davanti a lui. Così l’interrogato diventa interrogante, gli accusatori divengono imputati interrogati, l’accusata che fino ad ora non ha aperto bocca per difendersi, scopre che c’è un avvocato a sua difesa! E chinatosi di nuovo, scriveva per terra: Gesù riprende maestosamente il suo posto: chinato davanti alla sua creatura. Riprende a scrivere per terra (chissà cosa scriveva!). Il silenzio si riprende la scena, cala il sipario sul tribunale (Gv 8,8): nessuna replica, nessuna pietra viene lanciata, se ne vanno proprio tutti, ciascuno a casa sua (Gv 7,53). Mi viene da accompagnare questo lento ritorno sussurrando a me e ad essi una parola. Andate, e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13). Un momento, che succede? Si alza di nuovo dal suo posto: il sipario si tira su di nuovo, si riapre il tribunale. La donna è stata lasciata lì in mezzo, da sola, con il suo grave peccato. Gesù no, non l’ha lasciata: è il solo che la degna di uno sguardo (Gv 8,10).

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Nemmeno io ti condanno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? – Ed essa rispose: nessuno Signore – E Gesù le disse: nemmeno io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più (Gv 8,11). Il peccato e gli uomini ti hanno lasciato sola con te stessa, nella condanna, nella paura, senza speranza. Ora invece, sai che c’è uno che non ti lascerà mai, c’è uno che non ti userà mai per il suo tornaconto. C’è uno che del tuo peccato non ne farà mai motivo per accusarti, ma per incontrarti e ridarti quello che il peccato ti toglie. Ora tu sai cosa significhi avere addosso un paio di occhi che ti rivestono, ti mettono l’anello al dito e i calzari ai piedi (Lc 15,22). Sono gli occhi che hanno il potere di rigenerare il tuo essere donna, persona libera, capace di riscrivere una nuova pagina di storia: ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete? (Is 43,19) Sono gli occhi di Gesù, gli occhi in cui puoi sempre sentirti a casa. Per questi occhi, S.Paolo ha buttato via tutto il suo sapere e la “sua” religione. All’approssimarsi della settimana santa, chiediamo a Dio, in preghiera, di essere pronti a buttare via tutto davanti alla incommensurabile grazia di sentirsi amati da Gesù Cristo. Solo così si entra nella sua conoscenza. A meno che non si preferisca la “propria” religione, rischiando di perdere il biglietto di entrata per la festa (Lc 15,28).

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NO TE DEJO EN EL PECADO

Un hombre religioso y “de una sola pieza” como Pablo de Tarso, en la 2da lectura de hoy, nos dice que retiene todo lo considero pérdida comparado con la excelencia del conocimiento de Cristo Jesús, mi Señor. Por él lo perdí todo, y todo lo considero basura con tal de ganar a Cristo y ser hallado en él (Fil 3,8-9). Lamentablemente que a veces, como en este caso, sería precioso, para coger mejor el sentido de un texto, traer algunos versículos más. De hecho, ¿Qué es lo que ha dejado perder S. Pablo hasta considerarlo “basura”? ¿Qué es este “todo” del cual habla? Véanlo en los versículos precedentes: aunque yo tengo motivos para confiar también en la carne. Si algún otro cree poder confiar en la carne, más yo. Fui circuncidado al octavo día; pertenezco al linaje de Israel, a la tribu de Benjamín; soy hebreo e hijo de hebreos; en cuanto a la Ley, fariseo; en cuanto al celo, perseguidor de la iglesia; en cuanto a la justicia que proporciona la Ley, intachable (Fil 3,4-6). He aquí qué es lo que ha dejado perder. Antes de Cristo, para que viviera en el estatus del hijo mayor de la parábola, el cual, vivía ciertamente en casa, pero no en la presencia del padre de la casa. Se sentía religiosamente seguro como el hijo, listo a encararle su integridad moral, aquella justa reputación el cual merecía otro trato frente al actuar así diferente del padre hacia su hermano (Lc 15,29-30). Pero quien cultiva la propia fe así, no puede entrar en la fiesta de Dios, ni nunca podrá “gustar” su alegría.

Contrariamente a cuanto ha construido una abundante predicación en las consciencias, la parábola del domingo pasado Jesús no lo ha contado para los pecadores. Lo ha contado principalmente para los justos, o sea para quien vive en el pecado del justo. El evangelio de hoy, como tantos otros episodios de la vida de Jesús, es la prueba. También aquí me enlazo a versículos anteriores que iluminan mejor el texto actual. Estamos en el cap. 7 de Jn, el Señor se encuentra en Jerusalén para la fiesta de las cabañas, frecuenta el Templo y aprovecha para enseñar. Al oír sus enseñanzas, nacen repetidas discusiones sobre el conocimiento de su persona, sobre sus orígenes y hasta sobre su saber: no ha estudiado en la escuela de nuestros rabinos, ¿cómo hace a saber algo si no puede presumir los títulos de estudios necesarios? El problema es que muchos lo siguen y creen en él; entonces fariseos, escribas y sacerdotes luchan y buscan hacerlo arrestar, pero por el momento no logran. El repetido debate en Jn 7 se concluye así: y regresó cada uno a su casa (Jn 7,53). El evangelio de hoy se abre con una mañana iniciada sobre la línea del día anterior (Jn 8,1-2). Solo que los detractores de Jesús llegan con una bella sorpresa. Han agarrado a una mujer en fragante adulterio y quieren usarla para ponerlo a la prueba y tener de qué acusarlo (Jn 8,6).

Y aquí habría ya mucho para decir. ¿Es creíble una fe que denigra a los demás, que especula sobre lo que hacen los demás al punto de manipular el pecado de los demás? ¿Es creíble la fe de quien, en la iglesia, hoy está todo propenso a desacreditar al Papa y su obrar, solo porque no logra a comprender la novedad? Nicodemo no hizo así con Jesús (cfr. Jn 3,1ss.); pero es verdad, fue entre los poquísimos. Pero vamos adelante. A mí me gusta tanto aquél “prolongado” silencio de Jesús delante de los escribas y los fariseos que, en el nombre de Moisés y de la Ley, lo interrogan sobre la adúltera (Jn 8,3-5). Me gusta tanto porque hace tanto contraste a aquella típica situación humana en la cual sobresale el placer de encontrar un chivo expiatorio, o sea alguien con quien agarrársela. Que fuera sido un silencio “prolongado” me lo sugiere el v.7, en el cual leemos que ellos insistían en interrogarlo. Entonces escribas y fariseos quieren arrastrar a Jesús al tribunal que han preparado en el Templo, dando de comer a toda la plaza a la mujer adúltera: puesta en el medio (Jn 8,3). El objetivo es encastrarlo: en la desobediencia de la Ley, o si no en el contradecirse obedeciendo al mandato de Moisés. En este último caso, hubiera perdido consenso delante del pueblo que lo seguía.

El Señor Jesús se pone de pie (Jn 8,7a). De su boca una sentencia que obliga a preguntarse (Jn 8,7b). Sin que los oyentes se dieran cuenta, invierte el tribunal creado rápidamente delante de él. Así el interrogado se vuelve el que interroga, los acusadores se vuelven imputados interrogados, la acusada que hasta ahora no ha abierto boca para defenderse, descubre que ¡hay un abogado que la defiende! Y agachándose nuevamente, escribía en la tierra: Jesús retoma majestuosamente su lugar: inclinado delante de su criatura. Vuelve a escribir en la tierra (¡quién sabe qué escribía!). El silencio se retoma la escena, cae la cortina sobre el tribunal (Jn 8,8): ninguna réplica, ninguna piedra viene lanzada, se van todos, cada uno a su casa (Jn 7,53). Me nace acompañar este lento regreso susurrando a ellos y a mí una palabra. Vayan, y aprendan qué cosa significa: misericordia yo quiero y no sacrificio (Mt 9,13). Un momento, ¿qué sucede? Se levanta de nuevo de su lugar: la cortina se levanta de nuevo, se vuelve abrir el tribunal. La mujer ha sido lanzada allí en medio, sola, con su grave pecado. Jesús no, no la ha dejado: solo él es quien la digna de una mirada (Jn 8,10).

¿Mujer, dónde están? ¿Nadie te ha condenado? – Y ella responde: nadie Señor – Y Jesús le dice: tampoco yo te condeno; ve y desde ahora en adelante no peques más (Jn 8,11). El pecado y los hombres te han dejado sola contigo misma, ni la condena, ni el miedo, sin esperanza. Ahora en cambio, sabes que hay uno que no te dejará jamás, hay uno que no te usará nunca para su propio beneficio. Hay uno que de tu pecado no hará nunca motivo para acusarte, sino para encontrarte y volver a darte lo que el pecado te quita. Ahora tú sabes qué cosa significa tener encima un par de ojos que te revisten, te ponen el anillo al dedo y los zapatos en los pies (Lc 15,22). Son los ojos que tienen el poder de regenerar tu ser mujer, persona libre, capaz de volver a escribir una nueva página de historia: Pues bien, voy a hacer algo nuevo: ya está en marcha, ¿no lo reconoces? (Is 43,19) Son los ojos de Jesús, los ojos en el cual puedes siempre sentirte en casa. Por estos ojos, S. Pablo ha echado a la basura todo su saber y “su” religión. Al aproximarse la semana santa, pidamos a Dios, en oración, de poder estar listos para echarlo todo delante de la inconmensurable gracia de sentirnos amados por Jesucristo. Solo así se entra en su conocimiento. A no ser que no se prefiera la “propia” religión, arriesgando perder el boleto de entrada para la fiesta (Lc 15,28).

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