PARLA VERAMENTE SOLO CHI ASCOLTA

XXIII DOMENICA DEL T.O.

Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto belle tutte le cose: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

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Tutti i miracoli di Gesù sono “segni” di una novità che si è già riversata nelle nostre vite (non solo su quella dei beneficiati di cui ci parla il racconto). Anche la guarigione del sordomuto nel vangelo di oggi ci fa dunque chiedere: “cosa vuoi rivelarci Signore Gesù con questo miracolo? Questa guarigione è segno di un dono che ci hai portato: ma quale? Porsi queste domande è già tanto. Spesso m’imbatto con fratelli che davanti alle guarigioni di Gesù si chiedono: “ma perché a quello sì e a un altro no?” Oppure: “Perché Dio non guarisce tutti? Perché non mi ha ascoltato e non ha guarito quel mio amico? Quanto sono stati più fortunati di noi gli uomini che hanno vissuto al tempo di Gesù!…” E così via. Forse siamo ancora molto attaccati alla nostra vita biologica. Forse non ci accorgiamo che stiamo mettendo da parte la vita interiore. Una vita che si dovrebbe curare molto di più di quella biologica, perché è quella in cui si decide il nostro futuro. Una volta (ma anche oggi) questa vita la si chiamava “la nostra anima”. Perciò il vangelo di domenica scorsa ci ammoniva sul rischio di imbrogliarsi religiosamente, occupandosi più dell’esterno della vita che del proprio cuore.

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Lo prese in disparte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2018

Tiro, Sidone, Decapoli. Coordinate geografiche da sottolineare. Siamo in pieno territorio pagano (Mc 7,31). E’ come se il vangelo di oggi iniziasse dicendoci: “guarda che se vuoi incontrare Dio bisogna che tu non ti senta vicino a Lui come quei farisei, quegli scribi e dottori della Legge che continuamente volevano discutere con Gesù”. Essi infatti insegnavano che Dio si incontra arrivando all’apice della perfezione (legale/rituale!…). Il vangelo invece insegna che Dio lo incontra chi lo accoglie nei luoghi della propria incredulità, della propria infedeltà, dei propri peccati. Perché Lui è venuto a salvarci, non a dichiarare promozioni e bocciature: non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mc 2,17). Il testo dice che alcuni condussero a Gesù un sordomuto, ma non si dice chi sono costoro né chi è costui (Mc 7,32). Evidente espediente affinché possiamo riconoscerci ora negli uni ora nell’altro. Il Signore lo prende per mano e lo porta in disparte: cosicché scopriamo che attorno c’è una folla. Le sue dita negli orecchi, la sua saliva sulla lingua, sguardo e gemito diretto al cielo, un solo comando: “apriti!” (Mc 7,33-34). L’uomo viene restituito alla sua dignità, a ciò che lo distingue dagli animali: la capacità di ascoltare e di parlare.

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Effatà, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2018

Uno degli antichi rabbi di Israele disse che non a caso Dio ci ha dato un paio di orecchi per ascoltare ma una sola bocca per parlare. La fede degli ebrei e la fede cristiana hanno in comune la convinzione che Dio è parola e l’essere umano è orecchio che può diventare parola di risposta. Le dieci parole (=10 comandamenti) di Dio nel Decalogo sono precedute da un comando, senza il quale esse sono lettera sterile: ascolta Israele. Nella sequenza dei gesti che compie Gesù nell’odierno vangelo, prima ci sono le dita che entrano negli orecchi, poi la saliva che tocca la lingua. Perciò, se essere sordomuti sul piano umano può semplicemente rappresentare solo un grande svantaggio, esserlo invece spiritualmente è il male sommo, perché vuol dire essere totalmente chiusi e impermeabili a Dio. Ed ecco allora il grande segno del miracolo compiuto da Gesù: Dio è venuto a guarire la nostra sordità profonda alla sua parola. Con la medesima ci rende nuovamente capaci di ascoltare Lui e gli altri e di ritornare a parlare correttamente (Mc 7,35b), ovvero di poter dialogare. Perché alla fine le nostre relazioni umane sono corrette se si corregge la relazione personale con Dio. C’è sempre una correzione verticale dietro ogni correzione orizzontale. Ma bisogna lasciarsi prendere e portare per mano da Lui lontano dalla folla (Mc 7,33a), perché altrimenti, si è solo preda della folla, si ragiona come la folla, si parla come la folla, si agisce come la folla, anche se noi cristiani siamo i primi a non accettare questa verità! Cristiani, non cristiani, atei, agnostici, siamo tutti sulla stessa barca: oggi rischiamo di lasciarci risucchiare da un mare in tempesta di parole che ci fanno solo divoratori e divulgatori di chiacchiere. Penso non ci sia bisogno di esemplificare. Per la Bibbia, un divoratore/divulgatore di chiacchiere è uno che non ha niente da dire, è come un idolo muto.

La preghiera è quel luogo dove Dio ci porta in disparte, dove veniamo guariti lentamente dalla nostra sordità e mutismo, dove gli  permettiamo di modellarci e di far emergere il nostro vero volto di figli suoi. Il miracolo significa dunque ciò che il Signore vuole esattamente operare in ciascun lettore/ascoltatore di oggi. Prima bisogna guarire nella capacità di ascoltare Dio (e gli altri) nonché imparare a dialogare. Poi c’è l’illuminazione che viene dalla fede nella parola di Dio ascoltata: così come si può “dire” solo ciò che si è imparato ad ascoltare, così non si può “vedere” ciò che ancora non si ascolta. Ricordate la scena del film La Passione di Cristo (2004) di M.Gibson? Dopo l’interrogatorio nel pretorio Pilato ritorna a casa turbato. Allora si rivolge a sua moglie facendole la stessa domanda rivolta a Gesù (che aveva risposto con il silenzio): che cos’è la verità? Claudia Procula gli sussurra all’orecchio: la verità, se non l’ascolti dentro, nessuno te la può dire. Queste considerazioni ci portano all’ultima parte del vangelo. Gesù come sempre comanda di non dire a nessuno ciò che è accaduto, ma il testo sottolinea che quanto più cresceva la proibizione tanto più cresceva il suo annuncio (Mc 7,36). Perché? Perché si compiono le profezie messianiche su di Lui. I sordi, i muti, gli zoppi e i ciechi che guariscono sono la prova della presenza del Messia sulla terra e l’inizio di una nuova epoca (Is 35,4-7a, prima lettura di oggi). Coloro che si aprono allo stupore e che proclamano le opere di Cristo, sono quelli che iniziano a “vedere” già la verità, cioè il segreto di Gesù ormai svelato: Egli è il Messia (fa udire i sordi e fa parlare i muti) ed è anche colui che ha fatto belle tutte le cose, ossia il Creatore di tutto (Mc 7,37).

 

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HABLA VERDADERAMENTE SOLO QUIEN ESCUCHA

 

Todos los milagros de Jesús son “signos” de una novedad que ya se ha vertido en nuestras vidas (no solo sobre aquella de los beneficiados del cual habla el relato). También la sanación del sordomudo en el evangelio de hoy nos hace entonces preguntarnos: “¿qué quieres revelarnos Señor Jesús con este milagro? esta sanación es signo de un don que nos has traído: pero ¿cuál? Ponerse estas preguntas es ya tanto. Muchas veces me topo con hermanos que delante de estas sanaciones de Jesús se preguntan: “¿pero por qué a ese sí y al otro no?” O también: “¿Por qué Dios no sana a todos? ¿Por qué no me ha escuchado y no ha sanado a ese amigo? ¡Cuánta más suerte de nosotros los hombres que han vivido en el tiempo de Jesús!…” y así…. Quizás estamos todavía muy pegados a nuestra vida biológica. Quizás no nos damos cuenta que estamos poniendo aparte la vida interior. Una vida que se debería curar mucho más que aquella biológica, porque es aquella en la cual se decide nuestro futuro. Una vez esta vida se la llamaba “nuestra alma”. Por esto el evangelio del domingo pasado nos amonestaba sobre el riesgo de engañarnos religiosamente, ocupándonos más de lo exterior de la vida que del propio corazón.

Tiro, Sidón, Decapoli. Coordinadas geográficas que hay que subrayar. Estamos en pleno territorio pagano (Mc 7,31). Es como si el evangelio de hoy comenzara diciéndonos: “mira que si quieres encontrar a Dios es necesario que tú no te sientas cercano a Él como esos fariseos, esos escribas y doctores de la Ley que continuamente querían discutir con Jesús”. Ellos de hecho enseñaban que Dios se encuentra llegando a la cima de la perfección (¡legal/ritual!…). El evangelio en cambio enseña que a Dios lo encuentra quien lo acoge en los lugares de la propia incredulidad, de la propia infidelidad, del propio pecado. Porque Él ha venido a salvarnos, no a declarar aprobados o jalados: No necesitan médico los que están fuertes, sino los que están mal; no he venido a llamar a justos, sino a pecadores (Mc 2,17). El texto dice que algunos condujeron a Jesús un sordomudo, pero no se dice quiénes eran estos ni quién era aquél (Mc 7,32). Evidente expediente para que podamos reconocernos ahora en unos y luego en el otro. El Señor lo toma de la mano y lo lleva aparte: así que descubrimos que alrededor hay gente. Sus dedos en los oídos, su saliva sobre la lengua, mirada y gemido directo al cielo, un solo mando: “¡ábrete!” (Mc 7,33-34). Al hombre le viene restituida su dignidad, lo que lo distingue de los animales: la capacidad de escuchar y de hablar.

Uno de los antiguos rabinos de Israel dijo que no por casualidad Dios nos ha dado un par de oídos para escuchar pero una sola boca para hablar. La fe de los hebreos y la fe cristiana tienen en común la convicción de que Dios es palabra y el ser humano es oído que puede volverse palabra de respuesta. Las diez palabras (=10 mandamientos) de Dios en el Decálogo están precedidas por un mandamiento, sin el cual ellas son letras estériles: escucha Israel. En la secuencia de los gestos que cumple Jesús en el hodierno del evangelio, antes están los dedos que entran en los oídos, luego la saliva que toca la lengua. Por lo cual, si ser sordomudos sobre lo humano puede simplemente representar solo una gran desventaja, serlo en cambio espiritualmente es el mal mayor, porque quiere decir ser totalmente cerrados e impenetrables a Dios. Y he aquí entonces el gran signo del milagro cumplido por Jesús: Dios ha venido a sanar nuestra sordera profunda a su palabra. Con la mismísima nos rinde nuevamente capaces de escucharlo a Él y a los demás y de regresar a hablar correctamente (Mc 7,35b), es decir de poder dialogar. Porque al final nuestras relaciones humanas son correctas si se corrige la relación personal con Dios. Hay siempre una corrección vertical detrás de cada corrección horizontal. Pero es necesario dejarse tomar y llevar de la mano por Él lejos de la gente (Mc 7,33a), porque si no, se es solo presa de la multitud, se razona como la multitud, se habla como la multitud, se actúa como la multitud, ¡aunque si nosotros cristianos somos los primeros a no aceptar esta verdad! Cristianos, no cristianos, ateos, agnósticos, estamos todos en el mismo barco: hoy arriesgamos de dejarnos absorber de un mar de tormentas de palabras que nos hacen solo devoradores y divulgadores de palabrerías. Pienso que no sea necesario dar ejemplos. Para la Biblia, un devorador/divulgador de palabrerías es uno que no tiene nada que decir, es como un ídolo mudo.

La oración es aquél lugar donde Dios nos lleva aparte, donde venimos sanados lentamente de nuestra sordera y mutismo, donde le permitimos de moldearnos y de hacer salir nuestro verdadero rostro de hijos suyos. El milagro significa entonces lo que el  Señor quiere exactamente obrar en cada lector/centinela de hoy. Antes es necesario sanar en la capacidad de escuchar a Dios (y los demás) así como aprender a dialogar. Luego está la iluminación que viene de la fe en la palabra de Dios escuchada: así como se puede “decir” solo lo que se ha aprendido a escuchar, así no se puede “ver” lo que todavía no se escucha. ¿Recuerdan la escena de la película La Pasión de Cristo (2004) de M. Gibson? Después del interrogatorio en el pretorio Pilatos regresa a casa turbado. Entonces se dirige a su esposa haciéndole la misma pregunta dirigida a Jesús (que había respondido con el silencio): ¿qué es la verdad? Claudia Procula le susurra al oído: la verdad, si no la escuchas dentro, nadie te la puede decir. Estas consideraciones nos llevan a la última parte del evangelio. Jesús como siempre manda no decir a nadie lo que ha sucedido, pero el texto subraya que cuanto más crecía la prohibición tanto más crecía su anuncio (Mc 7,36). ¿Por qué? Porque se cumplen las profecías mesiánicas sobre Él. Los sordos, los mudos, los cojos y los ciegos que sanan son la prueba de la presencia del Mesías sobre la tierra y el inicio de una nueva época (Is 35,4-7a, primera lectura de hoy). Aquellos que se abren a la maravilla y que proclaman las obras de Cristo, son aquellos que comienzan a “ver” ya la verdad, o sea el secreto de Jesús ya revelado: Él es el Mesías (hace escuchar a los sordos y hace hablar a los mudos) y es también Aquél que ha hecho bellas todas las cosas, o sea el Creador de todo (Mc 7,37).