LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.

 

IL PERDONO TI PORTA NEL FUTURO

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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Non si può veramente comprendere che cos’è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa), se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni che Gesù da circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21) La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all’infinito l’orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un’occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni autentica fraternità. E, vista la chiarezza dell’insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell’offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno talvolta bisogno di più tempo e perdoni che si offrono subito oltre le umane attese, ferma restando la fatica “naturale” dell’uomo a perdonare. Non a caso il proverbio recita: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”.

Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) diventa personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorre per trasportare tutto questo debito? Il centro del messaggio emerge facendoci un’altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re lo lascia libero condonandogli tutto il debito! (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell’uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l’accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell’uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l’abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio compagno debitore. Sdegnato, il re cambia comportamento ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che egli ha emesso nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35).

Tutto sommato, credo che la nostra stessa ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, anche se lo riconosciamo, il vangelo suona come un ammonimento e nello stesso tempo come una sana provocazione che ci “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? E nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell’ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l’ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l’innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti a dure prove da superare che toccano l’uomo fino a fargli sentire come insormontabile il perdonare certe offese? E’ davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c’è qualcos’altro?

Leiris
Antoine Leiris con il piccolo Melvil

Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all’indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell’ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata su Facebook con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l’uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?…Se lui che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? (Sir 27,30-28,1ss.). Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo visto anche nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così come mi dice il vangelo, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà l’esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell’odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con se stessi e con l’animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio impegnandosi a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.

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Verdaderamente no se puede comprender qué cosa es la corrección fraterna como acto de amor (cf. El evangelio del domingo pasado), si no se acoge sinceramente el mensaje inequivocable del evangelio de este domingo. Aquella sin esto no se puede iluminar a los ojos de nuestro corazón, y viceversa. Pedro se da cuenta, de las indicaciones que Jesús da acerca de las relaciones entre los discípulos, de cuanto le está a pecho la fraternidad, y entonces hace una pregunta con propuesta en adjunto: Señor, si mi hermano comete culpa contra mí, ¿cuántas veces debo perdonarlo? ¿Hasta siete veces? (Mt 18,21) La respuesta de Jesús a la pregunta de Pedro (Mt 18,22) no solo amplía al infinito el horizonte del perdón así reducido en el corazón de su discípulo, sino que ofrece una ocasión única a Jesús para reiterar, con una parábola, cuál es el fundamento de cada auténtica fraternidad. Es, vista la claridad de la enseñanza, se resigne cada espíritu que quiera llamarse “cristiano” a buscar de justificar de alguna manera el perdón negado, cualquiera sea el tipo y la repetición de la ofensa en caso. No existen perdones para conceder y perdones para negar. Existen solo perdones más fáciles y perdones más difíciles que regalar; perdones que algunas veces tienen necesidad de más tiempo y perdones que se ofrecen inmediatamente más allá de la humana espera, teniendo en cuenta la fatiga “natural” del hombre a perdonar. No casualmente el proverbio recita: “Dios perdona siempre, el hombre algunas veces, la naturaleza nunca”.

El rey que quiere arreglar cuentas (Mt 18,23) se vuelve un personaje extraordinariamente magnánimo delante de la deuda insolvente de un tal que le viene presentado (Mt 18,24): un talento=6000 jornadas laborables; entonces la deuda de 10.000 talentos=60.000.000 de sueldos cotidianos. Para pagar tal deuda se necesitaría 200.000 ¡años de vida, y sin comer! O bien: en el tiempo de Jesús un talento pesaba 36 kg. de metal; entonces 10.000 talentos es un peso de 360 toneladas de metal precioso. ¿Con qué cosa se transporta y cuánto tiempo se necesitaría para transportar toda esta deuda? El centro del mensaje emerge haciéndonos otra pregunta: ¿qué hace cambiar así repentinamente al rey que había ordenado que fuera vendido como esclavo, junto con su mujer, sus hijos y todo cuanto poseía? La compasión delante de la súplica de su oración (Mt 18,26). El rey lo deja libre ¡perdonándole toda la deuda! (Mt 18,27). El problema muy serio de la parábola es que apenas salió (Mt 18,28) aquél hombre encuentra a un compañero que tiene una deuda infinitamente menor con él y parece no haber aprendido nada de la magnanimidad del rey. El compañero le dirige la mismísima súplica, pero no encuentra en él alguna piedad (Mt 18,29-30). Otros compañeros asisten a la escena y muy disgustados refieren al rey lo sucedido (Mt 18,31). El rey convoca a ese hombre y, llamándolo siervo miserable le pregunta cómo así, después de haber experimentado la abundancia de su perdón, no se haya comportado así también con el propio compañero deudor. Indignado, el rey cambia comportamiento y ejecuta hacia aquél tal la misma “sentencia” que él ha emitido respecto a su deudor. Lapidaria la conclusión del evangelio: lo mismo hará mi Padre Celestial con ustedes, a no ser que cada uno perdone de corazón a su hermano (Mt 18,35).

Sumando todo, creo que nuestra misma razón no haga fatiga en reconocer justo el comportamiento del rey. Sin embargo, también si lo reconocemos, el evangelio suena como una advertencia y al mismo tiempo como una sana provocación que nos “obliga” a ponernos una serie de preguntas: yo ¿cómo vivo mis relaciones con mis hermanos? ¿Cómo un acreedor o un deudor? Y en mi vida de fe, ¿cuál es el baricentro de mí actuar? ¿Mi promesa de restituirle a Dios lo que le debo (cfr. Mt 18,26) o su promesa ya cumplida con el don del Hijo suyo Jesús, nuestro Salvador? Es decir, vivo mi relación con Dios en el ansia de deberle algo por la consciencia de mi deuda (ilusionándome de poderlo saldar), o en el gozo de no poderlo cancelar, porque creo que Él que ya lo ha cancelado (cfr. Col 2,13-14) me ofrece cada día una vida de pecador perdonado? Y luego: ¿creo que el Señor me ha hecho el don del poder de perdonar a los demás como Él me ha perdonado? O ¿me escondo detrás de la innata fatiga humana de perdonar, creándome un pretexto delante de duras pruebas que superar que tocan al hombre hasta hacerle sentir como insuperable el perdonar ciertas ofensas? ¿Verdaderamente el perdón está al centro de la vida nueva que Jesús nos ha donado o hay otra cosa?

Pienso que todos recordamos la sensación generada un par de años atrás por Antoine Leiris, un hombre francés que, al día siguiente de la trágica desaparición de la esposa por obra de los terroristas del ISIS, después de algunas noches de dolor y sin dormir escribió la célebre carta publicada con el título “Ustedes no tendrán mi odio”. En aquella carta el hombre no solo daba testimonio de su fuerza en la decisión de no odiar a los asesinos de su esposa, sino que prometía también de hacer crecer a su pequeño hijo ensenándole a ejercitar esta misma elección, agregando que en ella, juntos, hubieran sido “más fuertes que cualquier ejército”. No sé si el sr. Antoine sea cristiano, pero sé ciertamente que, también si no lo fuera, su decisión ha sido un rayo potente de luz que ha desgarrado las tinieblas de aquél trágico momento de la historia. Porque también la Palabra de Dios confirma, en la 1ra lectura de hoy, que si son horribles las tragedias procuradas por los graves pecados de los hombres, también odio e ira son cosas abominables, y el pecador lo lleva dentro. El que se venga experimentará la venganza del Señor: él le tomará rigurosa cuenta de todos sus pecados. Perdona a tu próximo el daño que te ha hecho, así cuando tú lo pidas, te serán perdonados tus pecados. ¡Cómo! ¿Un hombre guarda rencor a otro hombre y le pide a Dios que lo sane?… Si él, débil y pecador, guarda rencor, ¿quién le conseguirá el perdón?  (Sir 27,30-28,1ss.).  Entonces la elección del perdón es también razonable. Pero es la revelación del rostro de Dios en la Biblia que la funda y la refuerza, como hemos visto también en la parábola contada por Jesús. En ella de hecho, el Señor nos indica con claridad como poderlo seguir en el camino de un amor que no retrocede delante de las ofensas que se pueden derribar en nuestra vida: pensar a mis 10.000 talentos de deuda perdonados por Dios más que a las 100 monedas que mi prójimo me debe. Si estoy realmente convencido que las cosas están así como me dice el evangelio, entonces no será solo fatigoso recorrer su camino de amor a ultranza, sino que será una experiencia de un poder que de verdad el Señor dona a quien le cree. Una última consideración. El sr. Antoine se ha prometido así mismo educar a su pequeño a no odiar, sino a perdonar. Ha elegido también la mejor inversión para su hijo. Porque si induces a un ser humano a recordar siempre los pecados de los demás, lo haces vivir en el rencor y en el odio establecido en el pasado. Y allí se vive muy mal, en prisión consigo mismo y con el ánimo siempre en guerra hacia los demás; de allí no nos movemos más. Si en cambio decides educar a un hombre al perdón, lo haces caminar y le garantizas el futuro. Porque solo quien vive del perdón de Dios está comprometido a su vez en perdonar, es verdaderamente un hombre libre que vive ya en el futuro.

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).