CHI SI E’ SEDUTO SULLA CATTEDRA DI GESÙ?

XXXI DOMENICA DEL T.O.

Mal 1,14.2,1-2.8-10; Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

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Carissimo lettore, 

oggi, per il consueto commento al vangelo domenicale, come puoi constatare, ho cambiato genere letterario. Ho sentito il bisogno di scriverlo in forma epistolare, dopo aver meditato attentamente le letture di questa domenica. Il perché è presto detto. Se, come credo, il vangelo va sempre attualizzato perché è una parola che ci parla oggi, che parla della realtà presente, allora, dopo un po’ di salutare silenzio, ti confesso che ho sentito nel cuore nascere una domanda, mentre mi riecheggiavano dentro queste parole del Signore: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 23,2). E’ una domanda rivolta a Lui che mi chiama in causa personalmente: “e sulla tua cattedra Signore Gesù? Chi si è seduto?” Naturalmente, la tentazione (smascherata abbastanza presto) è stata di guardare fuori di me, tra fratelli nel sacerdozio che hanno incarichi importanti, oppure tra quelli che occupano gerarchicamente una posizione più “rilevante”. E forse ci avrei anche preso. Ecco perché oggi trovi il commento al vangelo scritto in questa forma. Devo dirti francamente che il monito delle letture odierne mi ha toccato, perché esso è indubbiamente diretto a tutti i sacerdoti con coloro che sono incaricati di un ruolo di guida in mezzo al suo popolo.

Gli scribi e i farisei
Scribi e farisei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Quanto è facile sedersi sulla cattedra al posto di Gesù, il posto che solo Lui può occupare! Come è facile insegnare agli altri con la parola e smentire la parola con la condotta! (Mt 23,3) Quanto è facile sedersi su quella cattedra, scambiando il posto dal quale Gesù insegna con un posto d’onore, di vantaggi e di potere! Come è faticosa invece la coerenza del vangelo! Anche chi scrive su questo blog non è indenne dal lievito dei farisei e dei sadducei (Mt 16,6). Perciò, in primo luogo, mi viene da chiederti perdono. Perdona questo povero sacerdote peccatore che ti parla, perché annaspa nel cercare di vivere la coerenza del vangelo e si trova molto lontano dal servire il Signore nei fratelli in spirito di umiltà e mitezza! Perché se annaspa, se fatica così tanto, vuol dire che ancora troppe volte si siede sulla cattedra di Gesù usurpando il suo posto! Insieme al Signore perdonalo, e perdona con lui tutti quei confratelli quando smentiscono con i fatti gli insegnamenti che ricevi. Ho/abbiamo bisogno del tuo perdono. Aiutami anche con la tua preghiera, perché il ministero che il Signore ci ha condiviso non può restare in piedi senza la tua preghiera. Sono sicuro che la mia povera preghiera, aiutata dalla tua, può permettere al Signore Gesù di compiere un altro grande miracolo: convertire la durezza del mio cuore per formarlo nuovo sullo stampo del suo meraviglioso Cuore.

Gesù 2

Devi sapere che la mia vita sacerdotale è un paradosso crescente. Stupenda e tremenda, piena di belle e inattese sorprese nonché di inedite insidie, ti fa sentire a volte così vicino al Signore e a volte così lontano da Lui (come oggi); vittoriosa quando sperimenta il fallimento, così irresistibilmente attratta dal fascino di Gesù e così terribilmente umana quando spuntano le proprie miserie. Dopo quasi venti anni non so dirti se sto seguendo veramente il Signore, e nello stesso tempo posso solo dire che mi ritrovo a spingere me e gli altri a seguirlo con più grande passione e a scommettere la nostra stessa vita sulle sue promesse. Alla luce delle sue parole, non posso che chiederti un ultimo favore: semmai ti capitasse di scoprirmi, quando mi incontri o quando mi leggi, a legare pesanti e difficili fardelli sulle spalle della gente, oppure di cercare compiaciuto posti d’onore nei banchetti, primi seggi nelle sinagoghe (chiese) o saluti nelle piazze, o ancora di essere chiamato “rabbi” (don, padre, reverendo) dalla gente, allora ti prego di rimproverarmi apertamente, senza paura (Mt 23,4-6). Perché al tempo di Gesù come oggi, prima o poi, viene a galla dove stai vivendo e cosa stai amando: se sotto lo sguardo di Dio o sotto lo sguardo degli altri, se amando Dio o amando l’ammirazione degli altri. E io voglio vivere solo sotto lo sguardo del Signore Gesù, con la sola premura di dar gloria al suo Nome (Mal 2,1-2), anche se mi costasse più fatica di quella che mi tocca oggi. Grazie.

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¿QUIÉN SE HA SENTADO SOBRE LA CATEDRA DE JESÚS?

 

Querido lector,

Hoy, por el usual comentario al evangelio dominical, como puedes constatar, he cambiado género literario. He sentido la necesidad de escribirlo de manera epistolar, después de haber meditado atentamente las lecturas de este domingo. El por qué será inmediatamente dicho. Si, como creo, el evangelio va siempre actualizado porque es una palabra que nos habla hoy, que habla de la realidad presente, entonces, después de un poco de saludable silencio, te confieso que he sentido en el corazón nacerme una pregunta, mientras me retumbaban dentro estas palabras del Señor: sobre la cátedra de Moisés se han sentado los maestros de la Ley y los fariseos (Mt 23,2) Es una pregunta dirigida a Él que me llama en causa personalmente: “y sobre tu cátedra Señor Jesús, ¿quién se ha sentado?” Naturalmente, la tentación (desenmascara bastante rápido) ha sido de mirar fuera de mí, entre hermanos en el sacerdocio que tienen encargos importantes, o también entre aquellos que ocupan jerárquicamente una posición más “importante”. Y quizás también lo habría tomado. He aquí por qué hoy encuentras el comentario al evangelio escrito en esta forma. Debo decirte francamente que la advertencia de las lecturas actuales me ha tocado, porque ello es dirigido indudablemente a todos los sacerdotes con los que son encargados de un papel de guía en medio a su pueblo.

Cuánto es fácil sentarse sobre la cátedra en el lugar de Jesús, ¡el lugar que solo Él puede ocupar! ¡Cómo es fácil enseñar a los otros con la palabra y desmentir la palabra con la conducta! (Mt 23,3) ¡Cuánto es fácil sentarse sobre aquella cátedra, intercambiando el lugar del cual Jesús enseña con un puesto de honor, de ventajas y de poder! ¡Cómo es fatigosa en cambio la coherencia del evangelio! También quien escribe en este blog no es indemne de la levadura de los fariseos y de los saduceos (Mt 16,6). Por lo cual, en primer lugar, me nace pedir perdón. ¡Perdona a este pobre sacerdote pecador que te habla, porque tantea al buscar vivir la coherencia del evangelio y se encuentra muy lejano del servir al Señor en los hermanos en espíritu de humildad y mansedumbre! Porque se intenta, se fatiga así tanto, quiere decir que ¡todavía demasiadas veces se sienta en la cátedra de Jesús usurpando su lugar! Junto al Señor perdónalo, y perdona con él a todos aquellos hermanos cuando desmienten con los hechos las enseñanzas que recibe. Tengo/Tenemos necesidad de tu perdón. Ayúdame también con tu oración, porque el ministerio que el Señor nos ha compartido no puede quedarse de pie sin tu oración. Estoy seguro que mi pobre oración, ayudada de la tuya, puede permitir al Señor Jesús cumplir otro gran milagro: convertir la dureza de mi corazón para formarlo nuevo con la huella de su maravilloso Corazón.

Debes saber que mi vida sacerdotal es una paradoja creciente. Estupenda y tremenda, llena de bellas e inesperadas sorpresas no que de inéditas insidias, te hace sentir a veces así cerca del Señor y a veces así lejano de Él (como hoy); así irresistiblemente atraído por la fascinación de Jesús y así terriblemente humano cuando sobresalen las propias miserias. Después de casi veinte años no sé decirte si estoy siguiendo verdaderamente al Señor, y al mismo tiempo puedo solo decir que me encuentro empujando a mí y a los demás a seguirlo con pasión más grande y a apostar nuestra misma vida sobre sus promesas. A la luz de sus palabras, no puedo que pedirte un último favor: si en caso te sucediera de descubrirme, cuando me encuentres o cuando me leas, a amarrar pesantes y difíciles lastres sobre las espaldas de la gente, o también buscando complacido puestos de honor en los banquetes, primeros puestos en las sinagogas (iglesia) o saludos en las plazas, o también de ser llamado “rabí” (padre, reverendo) por la gente, entonces te ruego de llamarme la atención abiertamente, sin miedo (Mt 23,4-6). Porque en el tiempo de Jesús como hoy, antes o después, viene a la luz dónde estás viviendo y qué cosa estas amando: si bajo la mirada de Dios o bajo la mirada de los demás, si amando a Dios o amando la admiración de los demás. Y yo quiero vivir solo bajo la mirada del Señor Jesús, con solo la premura de dar gloria a su Nombre (Mal 2,1-2), también si me costase más fatiga de aquella que me toca hoy. Gracias.

QUELLA FEDE CHE VIENE DALL’ESTERO

XX DOMENICA DEL T.O.

Is 56,1.6-7; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

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La paura, come realtà non controllabile che ci abita, non impedisce l’avanzare della fede. Anzi, il vangelo di domenica scorsa ci suggerisce come essa possa mettersi al suo servizio. Ma per sé stessa, la paura è realtà che si oppone alla fede. Invece quest’ultima è antidoto e forza che muove la persona ad affrontare e superare ogni paura. La mamma cananea del vangelo di oggi è una delle icone più belle in tal senso.

Cananea 1
Il grido della cananea, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Una donna di Canaan che vive nella regione di Tiro e Sidone (Mt 15,21-22a). Cos’era e cos’é oggi Canaan per gli ebrei? Gli abitanti di Canaan sono i nemici “tradizionali” di Israele; il popolo eletto li aveva scacciati dal loro territorio per ordine divino, i cananei erano dunque un popolo dal paganesimo crudele e selvaggio. La donna viene quindi da un contesto culturale molto torbido. Di questa donna emerge solo una realtà: ha una figlia, anche se non è presente. La donna rivolge un appello secco a Gesù: pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio (Mt 15,22b). Il Signore tira dritto senza rivolgerle una parola (Mt 15,23a). Già qui ci potremmo meravigliare: ha avuto compassione di ogni essere umano immerso nel dolore, perché di questa mamma non ha subito pietà? Da questo punto di osservazione il vangelo tace, ma vediamo che subito i suoi discepoli, avvicinandosi, si comportano come forse ci saremmo comportati anche noi. A Gesù noi cosa gli avremmo detto? Avremmo solamente espresso la nostra meraviglia per vederlo insensibile al grido di quella donna? Sta di fatto che i discepoli danno un consiglio al Signore: esaudiscila, perché ci viene dietro gridando (Mt 15,23b). Può darsi che gli dissero così per indurlo ad esaudirla. Ma devo dirvi che oggi, tra gli esegeti, al posto di esaudiscila circola una versione che pare sia più corretta: mandala via. Questa migliore traduzione è venuta incontro a una sensazione molto forte percepita mentre meditavo il testo. Mi sembra che i discepoli non si facciano intercessori per quella mamma. Semplicemente suggeriscono al Signore di togliere davanti a loro quella fastidiosa voce. Non vi vengono in mente altri episodi simili nel vangelo? Vi ricordate quando un’altra audace donna si avvicinò a Gesù in mezzo a una calca di gente, riuscendo a malapena a toccargli il lembo del mantello? Gesù cercava con lo sguardo chi lo avesse toccato, mentre i discepoli cercavano di scoraggiarlo facendogli osservare la quantità di persone che premevano su di lui. Oppure quell’uomo cieco al bordo della strada di Gerico: ricordate come questi gridava a Gesù mentre il suo seguito gliene diceva di tutti i colori per farlo tacere? Certo che noi discepoli di Cristo non sempre imbrocchiamo bene la via della fede, non c’è che dire. Per dirla con il vangelo di domenica scorsa, siamo uomini di poca fede.

Cananea 2
Si prostrò dinanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù ribadisce il limite della sua missione (Mt 15,24) per la gioia dei discepoli presenti che l’ascoltarono e di tutti quegli altri che nella storia della chiesa (anche oggi!…) vorrebbero la chiesa come recinto dei giusti, quelli che vorrebbero un cattolicesimo a propria immagine e somiglianza, cioè con dei confini precisi, un’identità precisa, una storia precisa, un cattolicesimo che confisca il Signore al servizio delle proprie attese invece che presentarlo sulla lunghezza d’onda delle sue, come indica anche lo stesso termine greco καθολικός, da cui proviene il termine “cattolico”: universale, cioè per tutti, annunciato a tutti, offerto a tutti gli uomini che si aprono al vangelo. E allora perché Gesù ha avuto quella espressione? Metto da parte lo sfondo interpretativo più ampio che emerge alla luce del finale del vangelo di Matteo: cioè la delimitazione storica della missione che Gesù compie nei confini di Israele, per poi consegnarla e farla proseguire alla sua chiesa inviata a tutti i popoli. Mi concentro invece sulla esperienza molto umana di chi avverte il silenzio di Dio di fronte alle proprie richieste come una sorta di fredda distanza, di indifferenza o, peggio ancora, di ostilità. Quella mamma infatti non si scoraggia alla risposta di Gesù e si prostra davanti a Lui continuandolo a invocare (Mt 15,25). Ma Gesù a questo appello risponde con peggiore durezza: non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini (Mt 15,26). E’ la risposta più dura che si possa attendere un pagano. Gli ebrei infatti chiamavano “cani” i pagani.  

Cananea 3
Eppure i cagnolini, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù si comporta da perfetto ebreo ortodosso! Disprezzando (apparentemente) il suo vicino di territorio. Di fronte all’atteggiamento e alle parole di Gesù chiunque avrebbe vacillato. O, quanto meno, si sarebbe fortemente irritato per la mancata accoglienza. Invece questa mamma no. Ed ecco che allora scopriamo qualcosa di nuovo circa la dinamica della fede. Essa infatti è messa spesso alla prova da ripetute disfatte e delusioni, da porte chiuse in faccia e da apparente sordità divina. Le parole della donna hanno qualcosa di combattivo e di geniale (Mt 15,27). Perché se hai fede hai uno spirito combattivo e il genio proprio di chi ama. L’amore ti fa vedere oltre le parole, oltre i silenzi, oltre le resistenze che incontri, oltre ciò che ti appare. L’amore ti dona anche parole nuove, ti da una speranza e una marcia incrollabili. L’amore non ti fa arrendere mai. Quella donna di Canaan è una vera mamma! Una mamma così immedesimata con la sofferenza della figlia che non tiene più in conto quello che può succedere a lei. La vita della figlia è la sua stessa vita! Quante mamme ho incontrato sul mio cammino con un cuore così! La prima è proprio la mia mamma, 76 anni da qualche giorno, ma mi fermo subito altrimenti non la finisco più. Voglio ricordare invece una mamma incontrata in Sardegna anni fa. Il figlio adolescente chiuso, da quando aveva 5 anni, in una macchina di acciaio che l’aiuta a respirare per una malattia progressivamente paralizzante. Ve l’assicuro, guardare quella mamma era come contemplare il cielo: era una liturgia continua vedere come ogni suo movimento si sintonizzasse sul respiro del figlio immobilizzato dentro quell’apparecchio. Poi vorrei raccontarvi di un’altra cananea dei nostri giorni. Un fatto realmente accaduto durante un caldo giorno d’estate, in una località del sud della Florida (U.S.A): un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore che un alligatore si stava avvicinando alle spalle del bambino, senza che questi si accorgesse di nulla. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola, il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando l’alligatore gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. L’alligatore era forte, ma la mamma era molto più determinata… e nessuno dei due mollava la presa! Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise l’alligatore. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare. Durante il ricovero in ospedale, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e, invece di mostrare le gambe, con grande orgoglio si rimboccò le maniche del pigiama: “quelle che devi vedere sono queste!”- gli disse – mostrando le cicatrici che le unghie della mamma gli avevano lasciato sulle sue braccine. E aggiunse: “queste ce le ho perché la mamma mi ha salvato”. 

Cananea 4
Sua figlia fu guarita, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri (Mt 15,28) risponde subito Gesù al genio della cananea. Il Signore è venuto sulla terra per mostrare come la fede si manifesti e si manifesterà ancora in molti che verranno da oriente ed occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,11). Ma, nello stesso tempo, la fede di questa donna immortalata dal vangelo, ci mostra come bisogna parlare al Signore, come bisogna pregare, come bisogna guardare ai suoi apparenti silenzi. Pietro domenica scorsa, non appena toglie gli occhi da Gesù comincia ad affondare. Questa donna non toglie mai gli occhi dal Signore e, convinta della sua bontà, lotta non per ottenere qualcosa per sé, ma per la figlia. Dobbiamo dunque ringraziare anche questa indomita donna straniera se oggi crediamo che Dio è padre e madre e che a Lui si può gridare, con Lui si può piangere e, perché no?…si può anche lottare, a meno che non gli si voglia imporre i nostri orari, i nostri criteri di bene, le nostre pretese infantili.

 

Non ti arrendere mai,

 neanche quando la fatica si fa sentire,

 neanche quando il tuo piede inciampa,

 neanche quando i tuoi occhi bruciano,

 neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati,

 neanche quando la delusione ti avvilisce,

 neanche quando l’errore ti scoraggia,

 neanche quando il tradimento ti ferisce,

 neanche quando il successo ti abbandona,

 neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta,

 neanche quando l’incomprensione ti circonda,

 neanche quando la noia ti atterra,

 neanche quando tutto ha l’aria del niente,

 apri le tue mani, sorridi e…ricomincia!

 Io sono con Te

 

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El miedo, como realidad no controlable que nos habita, no impide el avance de la fe. Más bien, el evangelio del domingo pasado nos sugiere cómo ella puede ponerse al servicio de la fe. Pero por ella misma, el miedo es realidad que se opone a la fe. En cambio esta última es antídoto y fuerza que mueve a la persona a afrontar y superar cada miedo. La mamá cananea del evangelio de hoy es una de los iconos más lindos en tal sentido.

Una mujer de Canaán que vive en la región de Tiro y Sidón (Mt 15,21-22a). ¿Qué era y qué cosa es hoy Canaán para los hebreos? Los habitantes de Canaán son los enemigos “tradicionales” de Israel; el pueblo elegido los había botado de su territorio por orden divino, los cananeos eran entonces un pueblo de paganismo cruel y salvaje. La mujer viene entonces de un contexto cultural muy turbio. De esta mujer emerge solo una realidad: tiene una hija, aunque si no está presente. La mujer dirige una llamada seca a Jesús: piedad de mí Señor, hijo de David! Mi hija está muy atormentada por un demonio (Mt 15,22b).  El Señor sigue adelante sin dirigirle una palabra  (Mt 15,23a). Ya aquí nos podríamos maravillar: ha tenido compasión de cada ser humano sumergido en el dolor, ¿por qué de esta mamá no ha sentido piedad?  De este punto de vista el Evangelio calla, pero vemos que inmediatamente sus discípulos, acercándose, se comportan como quizás nos hubiéramos comportado también nosotros. Está de hecho que los discípulos dan un consejo al Señor: atiéndela, porque nos persigue con sus gritos  (Mt 15,23b). Puede ser que le dijeron así para obligarlo a atenderla. Pero debo decir que hoy, entre los exégetas, en lugar de atenderla circula una versión que parece sea más correcta: dile que se vaya. Esta mejor traducción ha venido al encuentro a una sensación muy fuerte percibida mientras meditaba el texto. Me parece que los discípulos no se hacen intercesores por esa mamá. Simplemente sugieren al Señor de sacársela de delante aquella fastidiosa voz. ¿No les viene a la mente otros episodios similares en el evangelio? ¿Se acuerdan cuando otra audaz mujer se acercó a Jesús en medio a una muchedumbre logrando a las justas a tocarle el borde de la túnica? Jesús buscaba con la mirada quién lo hubiera tocado, mientras los discípulos intentaban desanimarlo haciéndole observar la cantidad de personas que se apiñaban sobre él. O también aquél hombre ciego al borde del camino de Jericó: se acuerdan cómo este gritaba a Jesús mientras sus seguidores le decían de todo para hacerlo callar? Cierto que nosotros discípulos de Jesús no siempre dirigimos bien el camino de la fe, no hay duda. Para decirlo con el evangelio del domingo pasado, somos hombres de poca fe

Jesús reitera el límite de su misión (Mt 15,24) por el gozo de los discípulos presentes que lo escucharon y de todos aquellos otros que en la historia de la iglesia (¡también hoy!…) quisieran a la iglesia como recinto de los justos, aquellos que quisieran un catolicismo a la propia imagen y semejanza, o sea con confines precisos, una identidad precisa, una historia precisa, un catolicismo que confisque al Señor al servicio de las propias esperas en cambio de presentarlo sobre la longitud de las suyas, como indica también el mismo término griego καθολικός, del cual proviene el término “católico”: universal, o sea para todos, anunciado a todos, ofrecido a todos los hombres que se abren al evangelio. Y entonces ¿por qué Jesús ha tenido aquella expresión? Pongo a parte el fondo interpretativo más amplio que emerge a la luz del final del evangelio de Mateo: o sea la delimitación histórica de la misión que Jesús cumple en los confines de Israel, para luego entregarla y hacerla proseguir a su iglesia enviada a todos los pueblos. Me concentro en cambio sobre la experiencia muy humana de quien advierte el silencio de Dios delante a la hostilidad. Aquella mamá de hecho no se desanima a la respuesta de Jesús y se postra delante de Él continuándolo a invocar (Mt 15,25). Pero Jesús a este llamado responde con peor dureza: No está bien tomar el pan de los hijos, para tirárselo a los perros (Mt 15,26). Es la respuesta más dura que se pueda esperar un pagano. Los hebreos de hecho llamaban “perros” a los paganos.

¡Jesús se comporta como perfecto hebreo ortodoxo! Despreciando (aparentemente) a su vecino de territorio. Delante de la actitud y a las palabras de Jesús cualquiera hubiera vacilado. O, al menos, se hubiera irritado tanto por la falta de acogida. En cambio esta mamá no. He aquí que entonces descubrimos algo de nuevo acerca de la dinámica de la fe. Esta de hecho es puesta muchas veces a la prueba por repetidos fracasos y desilusiones, por puertas cerradas en la cara y de aparente sordera divina. Las palabras de la mujer tienen algo de combatiente y de genial (Mt 15,27). Porque si tienes fe tienes el espíritu combativo y el genio justo de quien ama. El amor te hace ver más allá de las palabras, más allá de los silencios, más allá de las resistencias que encuentras, más allá de lo que se te aparece. El amor te da palabras nuevas, te da una esperanza y una marcha inquebrantable. El amor no te hace rendirte nunca. ¡Aquella mujer de Canaán es una verdadera mamá!  Una mamá así ensimismada con el sufrimiento de la hija que no tiene más en cuenta aquello que puede pasarle a ella. ¡La vida de la hija es su misma vida! ¡Cuántas mamás he encontrado en mi camino con un corazón así! La primera es justamente mi mamá, 76 años desde hace pocos días, pero me detengo inmediatamente sino no acabo más. Deseo recordar en cambio a una mamá encontrada en Cerdeña años atrás. El hijo adolescente cerrado, desde cuando tenía 5 años, en una máquina de acero que lo ayuda a respirar por una enfermedad progresivamente paralizante. Les aseguro, mirar a aquella mamá era como contemplar el cielo: era una liturgia continúa ver como cada movimiento suyo se sintonizara con la respiración del hijo inmovilizado dentro del aparato. Luego quisiera contarles de otra cananea de nuestros días. Un hecho realmente sucedido durante un día caluroso de verano, en una localidad del sur de Florida (U.S.A): un niño decidió ir a nadar en la laguna detrás de su casa. Salió corriendo por la puerta trasera, se tiró en el agua y nadaba feliz. No se daba cuenta de que un cocodrilo se le acercaba Su mama desde la casa miraba por la ventana, y vio con horror lo que sucedía.  Enseguida corrió hacia su hijo gritándole lo más fuerte que podía. Oyéndole, el niño se alarmo y miro nadando hacia su mamá. Pero fue demasiado tarde. Desde el muelle la mamá agarró al niño por sus brazos justo cuando el caimán le agarraba sus piernitas. La mujer jalaba determinada, con toda la fuerza de su corazón. El cocodrilo era más fuerte, pero la mamá era mucho más apasionada y su amor no la abandonaba. Un señor que escuchó los gritos se apresuró hacia el lugar con una pistola y mato al cocodrilo. El niño sobrevivió y, aunque sus piernas sufrieron bastante, aún pudo llegar a caminar. Cuando salió del trauma, un periodista le pregunto al niño si le quería enseñar las cicatrices de sus pies. El niño levantó la colcha y se las mostró. Pero entonces, con gran orgullo se remango las mangas y señalando hacía, las cicatrices en sus brazos le dijo: “Pero las que usted debe ver son estas”. Eran las marcas de las uñas de su mama que habían presionado con fuerza. “Las tengo porque mamá no me soltó y me salvo la vida”. 

Mujer, ¡qué grande es tu fe! Que se cumpla tu deseo (Mt 15,28) responde inmediatamente Jesús al genio de la cananea. El Señor ha venido a la tierra para mostrar como la fe se manifiesta y se manifestará todavía en muchos que vendrán muchos del oriente y del occidente para sentarse a la mesa con Abrahán, Isaac y Jacob en el reino de los cielos (Mt 8,11). Pero, al mismo tiempo, la fe de esta mujer inmortalizada por el evangelio, nos muestra cómo hace falta hablar al Señor, como hace falta rezar, como hace falta mirar sus aparentes silencios. El domingo pasado Pedro, apenas quita la mirada de Jesús comienza a hundirse. Esta mujer no quita nunca los ojos del Señor y, convencida de su bondad, lucha no para obtener para sí misma, sino para la hija. Debemos entonces agradecer también a esta indómita mujer extranjera si hoy creemos que Dios es padre y madre y que a Él se puede gritar, con Él se puede llorar y, ¿por qué no?… se puede también luchar, a menos que no se le quiera imponer nuestros horarios, nuestros criterios de bien, nuestras pretensiones infantiles.

No te rindas nunca,

tampoco cuando la fatiga se hace sentir,

tampoco cuando tu pie tropieza,

tampoco cuando tus ojos queman,

tampoco cuando tus esfuerzos son ignorados,

tampoco cuando la desilusión te deprime,

tampoco cuando el error te desanima,

tampoco cuando la traición te hiere,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando la ingratitud te duele,

tampoco cuando la incomprensión te circunda,

tampoco cuando el tedio de aterra,

tampoco cuando todo tiene el aire del nada,

abre tus manos, sonríe y… ¡vuelve a comenzar!

Yo estoy contigo

AFFONDARE PER LASCIARSI AFFERRARE

XIX DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,9.11-13; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

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Questa volta Gesù va in disparte su un monte da solo per pregare (Mt 14,23), senza portarsi alcun discepolo. Domenica scorsa invece, aveva portato in disparte con sé Pietro, Giacomo e Giovanni su un altro monte, e sappiamo come è andata. Ma l’esperienza di Dio non è sempre una trasfigurazione. Fosse per noi, ci pianteremmo una o più tende come propose Pietro (Mt 17,4), in fondo perché vorremmo che il Signore si manifestasse sempre così. L’episodio del vangelo di oggi ci ricorda che la realtà è ben altra. La barca che fatica ad andare avanti per il vento contrario mentre Lui “se ne sta lassù, da solo”: quale espressione fotografa meglio quello che tutti sperimentiamo nella vita? Tu ed io, noi, la chiesa, non ci sentiamo forse tante volte nel cammino di questa vita come quella barca in un mare in tempesta, in cui Dio sembra che “se ne sta lassù, da solo”? Questo è il senso profondo del messaggio di Matteo evangelista. Il tempo della chiesa è come l’avventura di una traversata in un mare minaccioso che mette sempre a dura prova la sua fede. Ma è anche l’indicibile esperienza di un Dio che viene incontro ad essa camminando su questo mare. In mezzo ci sta il travaglio della stessa fede, in cui paura e dubbi sono ingredienti necessari (Mt 14,26).

Se vogliamo che la nostra fede maturi diventando consapevole e adulta, dobbiamo far bene i conti con questo vangelo. Su questo testo faremmo bene a riflettere tutti, ma proprio tutti, credenti e non credenti. Il non credente farebbe bene ogni tanto a dubitare del suo non credere, il credente del suo credere. Altrimenti entrambi diventeranno solo adoratori dei propri rigidi schemi. Dunque la nostra fede, per essere tale, non può evitare di passare dentro le proprie paure e dubbi. Quando trovo davanti a me fratelli o sorelle che mi raccontano le angosce e i dubbi del loro cammino mi rallegro e ringrazio sempre il Signore, perché in loro mi specchio e con essi condivido la debolezza della mia fede e la speranza che essa passi dentro tutte le prove. Ma quando incontro fratelli o sorelle inossidabili, granitici nel loro linguaggio, quelli che parlano sempre di fede in ogni istante della giornata, quelli che trovano sempre una parola religiosa per ogni evento o persona in cui si imbattono; quelli che sanno sempre cosa dire davanti ad un malato terminale, quelli che sanno tutto sulla chiesa e i suoi problemi, quelli sempre pronti alla polemica quando guardano l’agire di altri cristiani, quelli che vanno a scavare sempre nelle intenzioni altrui, quelli che….Beh! – mi dico sempre – “beati loro che hanno tutte queste sicurezze…” Però, alla luce del vangelo, mi pare che rischino di trovarsi con un pugno di mosche tra le mani.

Gesù cammina sulle acque
Gesù cammina sul mare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2014

Gli apostoli sono colti dallo spavento: un uomo che cammina sulle acque del mare non è umano! (Mt 14,25). Sono pertanto convinti di vedere un fantasma e gridano dalla paura. E’ proprio così. Chi segue la paura scambia la propria fantasia per realtà e la realtà per fantasia. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,26-27). Che bello quel subito! Quando siamo nell’angoscia non sembra sia così, sembra che Gesù sia in ritardo. Papa Giovanni XXIII ripeteva spesso: “sembra che il Signore arrivi sempre con un quarto d’ora di ritardo”. In realtà il Signore è il Dio che interviene subito con la parola nella nostra paura, prima di tutto perché non l’ha inventata Lui, ma soprattutto perché è Colui che lavora per farcela superare. Il più delle volte siamo noi in ritardo nel credergli! Osserviamo il comportamento di Pietro. Egli ha una richiesta audace da fare. Cerca di andare oltre la paura e il dubbio che lo accomuna agli altri: Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque (Mt 14,28). Decliniamo questa richiesta. “Signore, se sei proprio tu quello che vedo e non un fantasma, allora fammi fare l’esperienza di quello che a me è impossibile: camminare come te sul mare”. E Gesù gli risponde: vieni! Pietro davvero comincia a vivere l’impossibile (Mt 14,29). Ma vedendo che il vento era forte s’impaurì e cominciando ad affondare gridò: Signore salvami! (Mt 14,30). A questo punto rivolgo a voi tutti lettori un paio di domande, perché non capisco bene. E’ Pietro che ha lanciato una sfida al Signore, o è il Signore che ha sfidato Pietro? La richiesta di Pietro nasce dalla fede o dalla paura? Se guardo i primi passi compiuti da lui sul mare, verrebbe da dire: dalla fede. Se guardo come stava finendo, verrebbe da dire: dalla paura. Che ne pensate? Adesso ci penso prima un po’ anch’io, poi riprenderò a scrivere.

Eccomi a tirare le somme di questo commento. Mi ha fatto bene fermarmi sulle domande che vi ho rivolto. E riparto ancora una volta da quel bellissimo subito che ritroviamo al v. 31. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato? Provo a declinare anche questa affermazione di Gesù. “Caro Pietro, hai visto bene dentro il tuo cuore? Da dove è venuta la tua richiesta? Adesso lo sai. Sei uomo di poca fede perché hai cercato la soluzione al tuo dubbio e alla tua paura mettendomi alla prova. Ti sei accorto quanto somigli ai tuoi padri? Ti ricordi quando essi si trovarono nel deserto dove li condussi per fare esperienza del mio amore provvidente? Anche lì, nonostante i molteplici segni della mia vicinanza, mi mettevano continuamente alla prova. Non si parla così con me! Però non ho rifiutato la tua sfida sfidandoti a mia volta, perché tu conoscessi la verità del tuo cuore. Ho detto: vieni! Cioè, va bene Pietro, sia fatta la tua volontà. E ora vedi che nel fare la propria volontà non si va molto lontano. Anzi, si affonda in mare. Però lo spazio della fede autentica è proprio lì: quando stai affondando e vivi nella tua paura. Quando hai gridato a me, quando invece di guardare te e ciò che è intorno a te, hai alzato gli occhi su di me. Solo allora ti sei comportato da credente e hai potuto sentire la mia mano potente afferrarti subito! Cerca bene la paura che ti abita e vacci a vivere. Non aver paura delle tue paure. Perché se da lì elevi la tua preghiera, toccherai ancora con mano la mia onnipotente mano!”

Credo che a questo punto le domande che vi avevo rivolto hanno trovato una piccola luce. Ammettiamolo, anche noi siamo come Pietro. Pensiamo che la radice della fede in Dio sia la sua risposta alle nostri pressanti richieste (che spesso sono pretese), invece che l’abbandono sereno e fiducioso al suo amore. Nel fiume infido della nostra storia come vogliamo navigare? Tenendo gli occhi fissi su Gesù o sulla crescente paura che affligge la vita nostra e altrui? Il Card. Comastri, figlio spirituale di S.Teresa di Calcutta, racconta che un giorno si trovava insieme a un gruppo di sacerdoti che dialogava con la madre circa i tempi che si stavano abbattendo sulla chiesa. Era il tempo della contestazione e delle defezioni diffuse, c’era dunque da avere tanta paura. Allora madre Teresa, partendo dall’episodio di questo vangelo, disse loro: “State attenti! Voi pensate che la chiesa sia forte quando cammina sulle acque, cioè quando tutto va bene, quando tutti la applaudono o si inchinano davanti ad essa. No, non è questo il momento della vera grandezza della chiesa. La chiesa infatti è forte ed è veramente se stessa quando sente affondare il piede nella propria debolezza e, come Pietro, tende la mano a Gesù gridando con umile fede: Signore, salvami! Solo allora la chiesa avverte che subito la mano forte di Dio la stringe e la solleva dalle insidie della storia”. Dunque se senti che stai per affondare, ricordati, è giunto il momento di lasciarsi afferrare.

 

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Esta vez Jesús va solo sobre un monte para rezar (Mt 14,23), sin llevarse a algún discípulo. El domingo pasado en cambio, se había llevado consigo a Pedro, Santiago y Juan sobre otra montaña, y sabemos cómo ha ido. Pero la experiencia de Dios no es siempre una transfiguración. Si fuera por nosotros, nos plantaríamos una o más tiendas como propuso Pedro (Mt 17,4), en fondo porque quisiéramos que el Señor se manifestase siempre así. El episodio del evangelio de hoy nos recuerda que la realidad es toda otra cosa. La barca que fatiga a seguir adelante por el viento contrario mientras Él “está arriba, solo”: ¿qué expresión fotógrafa mejor lo que todos nosotros probamos en la vida? Tú y yo, nosotros, la iglesia, ¿no nos sentimos quizás tantas veces en el camino de esta vida como aquel barco en un mar de tempestades, en el cual Dios parece que “estuviera arriba, solo?” Este es el sentido profundo del mensaje de Mateo evangelista. El tiempo de la iglesia es como la aventura de una travesía en un mar amenazante que pone siempre a dura prueba su fe. Pero es también indescifrable la experiencia de un Dios que viene al encuentro de ella caminando sobre este mar. En medio está el trabajo de la misma fe, en el cual miedo y dudas son ingredientes necesarios (Mt 14,26)

Si queremos que nuestra fe madure volviéndose consciente y adulta, debemos hacer bien las cuentas con este evangelio. Sobre este texto haremos bien en reflexionar todos, pero todos, creyentes y no creyentes. El no creyente haría bien de vez en cuando a dudar de su no creer, el creyente de su creer. Sino ambos se volverán solo adoradores de los propios rígidos esquemas. Por tanto nuestra fe, para ser tal, no puede evitar pasar dentro de los propios miedos y dudas. Cuando encuentro delante de mí hermanos o hermanas que me cuentan las angustias y las dudas de su camino me alegro y agradezco siempre al Señor, porque en ellos me reflejo y con ellos comparto la debilidad de mi fe y la esperanza que esa pase dentro de todas las pruebas. Pero cuando encuentro a los hermanos o hermanas inoxidables, de granito duro en su lenguaje, aquellos que hablan siempre de fe en cada instante de la jornada, aquellos que encuentran siempre una palabra religiosa para cada evento o persona con la cual se topan; aquellos que saben siempre qué cosa decir delante de un enfermo terminal, aquellos que saben todo sobre la iglesia y sus problemas, aquellos siempre listos a la polémica cuando miran el actuar de otros cristianos, aquellos que van a escavar siempre en las intenciones de los demás, aquellos que…. Ya! – Me digo siempre- “dichosos ellos que tienen todas esas seguridades…” Pero, a la luz del evangelio, me parece que arriesgan de encontrarse con un puño de moscas entre las manos.

Los apóstoles son tomados por el miedo: ¡un hombre que camina sobre las aguas del mar no es humano! (Mt 14,25). Están por lo tanto convencidos de ver a un fantasma y gritan del miedo. Es justamente así. Quien sigue el miedo cambia la propia fantasía por la realidad  y la realidad por la fantasía. Pero al verlo caminar sobre el mar, se asustaron. Al instante Jesús les dijo: Ánimo, soy yo; no teman (Mt 14,26-27). ¡Qué lindo aquél al instante! Cuando estamos en la angustia no parece que sea así, parece que Jesús esté en retraso. Papa Juan XXIII repetía muchas veces: “parece que el Señor llegue siempre con un cuarto de hora de retraso”. En realidad el Señor es el Dios que interviene al instante con la palabra a nuestro miedo, antes de todo porque no la ha inventado Él, pero sobretodo porque es Aquél que trabaja por hacérnosla superar. ¡La mayor parte de las veces somos nosotros en retardo en creerle! Observemos el comportamiento de Pedro. Él tiene un pedido audaz para hacer. Intenta ir más allá del miedo y la duda que lo acomuna a los demás: Señor, si eres tú, manda que yo vaya a ti caminando sobre el agua (Mt 14,28). Declinamos esta solicitud. “Señor, si eres en verdad tú lo que veo y no un fantasma, entonces hazme hacer la experiencia de lo que para mí es imposible: caminar como tú sobre el mar”. Y Jesús le responde: ¡Ven! Pedro de verdad comienza a vivir lo imposible (Mt 14,29). Pero el viento seguía muy fuerte, tuvo miedo y comenzó a hundirse. Entonces gritó: ¡Señor, Sálvame! (Mt 14,30). A este punto dirijo a todos ustedes lectores un par de preguntas, porque no entiendo bien. ¿Es Pedro que ha lanzado un desafío al Señor, o es el Señor que ha retado a Pedro? ¿La pregunta de Pedro nace de la fe o del miedo? Si miro los primeros pasos cumplidos por él sobre el mar, diría: de la fe. Si miro el cómo estaba terminando, diría: del miedo. ¿Qué piensan ustedes? Ahora pienso antes un poco también yo, luego volveré a escribir.

Heme aquí a sacar conclusiones de este comentario. Me ha hecho bien detenerme sobre las preguntas que les he hecho. Y vuelvo a comenzar una vez más de aquél bellísimo al instante que volvemos a encontrar en el v. 31. Al instante Jesús extendió la mano y lo agarró, diciendo: Hombre de poca fe, ¿por qué has dudado? Pruebo a declinar también esta afirmación de Jesús. “Querido Pedro, ¿has visto bien dentro de tu corazón? ¿De dónde ha venido tu pedido? Ahora lo sabes. Eres hombre de poca fe porque has buscado la solución a tu duda y a tu miedo poniéndome a la prueba. ¿Te has dado cuenta cuanto te pareces a tus padres? ¿Te acuerdas cuando ellos se encontraron en el desierto donde los conduje para hacer experiencia de mi amor providente? También allí, a pesar de los múltiples signos de mi cercanía, me ponían continuamente a la prueba. ¡No se habla así conmigo! Pero no he rechazado tu reto desafiándote al mismo tiempo, para que tú conocieras la verdad de tu corazón. He dicho: ¡Ven! O sea, está bien Pedro, se haga tu voluntad. Y ahora vez que en el hacer la propia voluntad no se va muy lejos. Más bien, se hunde en el mar. Pero el espacio de la fe auténtica es exactamente allí: cuando te estás hundiendo y vives en tu miedo. Cuando has gritado a mí, cuando en cambio de mirar a ti y lo que está en torno a ti, haz levantado los ojos hacia mí. ¡Solo entonces te has comportado como creyente y has podido sentir mi mano potente aferrarte inmediatamente! Busca bien el miedo que te habita y ve a vivir. No tengas miedo de tus miedos. ¡Porque si de allí elevas tu oración, tocarás todavía con mano mi omnipotente mano!”

Creo que a este punto las preguntas que les había dirigido han encontrado una pequeña luz. Admitámoslo, también nosotros somos como Pedro. Pensamos que la raíz de la fe en Dios sea su respuesta a nuestros apremiantes pedidos (que normalmente son presunciones), en cambio del abandono sereno y confiado a su amor. En el río pérfido de nuestra historia ¿cómo queremos navegar? ¿Teniendo los ojos fijos en Jesús o sobre el creciente miedo que aflige nuestra vida y de los demás? El Card. Comastri, hijo espiritual de S. Teresa de Calcuta, cuenta que un día se encontraba junto a un grupo de sacerdotes que dialogaban con la madre a cerca de los tiempos que estaban golpeando a la iglesia. Era el tiempo de la contestación y de las deserciones difusas, se tenía entonces que tener miedo. Entonces madre Teresa, partiendo del episodio de este evangelio, dijo a ellos: “¡Estén atentos! Ustedes piensan que la iglesia sea fuerte cuando camina sobre las aguas, o sea cuando todo va bien, cuando todos la aplauden o se inclinan delante de ella. No, no es este el momento de la verdadera grandeza de la iglesia. La iglesia de hecho es fuerte y es verdaderamente sí misma cuando siente hundirse el pie en la propia debilidad y, como Pedro, tiende la mano a Jesús gritando con humilde fe: ¡Señor, sálvame! Solo entonces la iglesia advierte que al instante la mano fuerte de Dios la agarra y la levanta de las insidias de la historia”. Entonces si sientes que estás por hundirte, recuérdate, ha llegado el momento de dejarnos aferrar.

 

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).