RICOMINCIA DACCAPO

II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

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Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1). Amo la “ouverture” letteraria dell’opera di Marco perché è una concisa dichiarazione di fede che racchiude tutto quello che vuole raccontare. Ogni lettore, se apre il suo cuore alla Parola che ascolta, può davvero vivere un nuovo inizio della sua storia. Infatti, l’inizio della lieta notizia per l’uomo è la storia di Gesù: se questa storia entra nella sua storia, allora comincia un nuovo capitolo della propria esistenza, comincia una nuova vita, un nuovo mondo si schiude ai suoi occhi. Gesù è sempre pronto a ricominciare daccapo con l’uomo. Perché come dice Pietro, davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno (2Pt 3,8).

Come è giunta questa lieta notizia per l’umanità di nome Gesù? Con la realizzazione delle profezie, in particolare con l’invio di un messaggero di nome Giovanni che realizza la profezia di Isaia (Is 40,3). Anche oggi Dio, fedele a sé stesso, invia messaggeri ai suoi figli per annunciarsi. Chi è il Giovanni Battista della tua vita? Sapresti individuarlo? Sappi che, perché sia tale, deve essere voce di uno che grida nel deserto: cioè uno che parla con chiarezza ma in uno spazio dove è dai più inascoltato (chi c’è in un deserto a udire uno che grida?). Deve essere anche uno che richiama a preparare la via del Signore nel deserto (Mc 1,3): ovvero uno che ti attrae ad andare al nocciolo essenziale della vita, che non si può cogliere se non incontrando sé stessi mentre ci si impegna a far tacere le mille voci che tirano la tua vita da tutte le parti, fuorché da quella di Dio. Insomma, deve essere uno che alla fine ti rimette in contatto con la nostalgia di Dio che abita nel profondo del tuo cuore. Per questo, nonostante vivesse in un deserto, accorrevano a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme (Mc 1,5a).

10 bis
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

Ma non solo. Deve essere uno che provoca (“pro-vocare”, cioè “chiama fuori”) la tua vita al punto da aiutarti a vedere e poi confessare i tuoi peccati, non per paura di Dio, ma appunto perché ti aiuta a incontrare il tuo vero io (Mc 1,5b). Egli è uno che ti vuole convincere di peccato solo per farti gustare il dono che Dio ti vuole rinnovare: il perdono dei peccati (Mc 1,4). Inoltre, con la sobrietà della sua vita (Mc 1,6) è uno che ti fa innamorare di Gesù perché innamorato a tal punto di Lui da essere sempre pronto a farsi da parte: poiché gli basta l’onore di essere al suo servizio, consapevole della propria indegnità e del limite del suo ministero (Mc 1,7-8).

Conoscete la storiella di quell’uomo “credente” che, naufrago in mare, ad ogni barca che gli si accostava per soccorrerlo replicava: “andate pure, so che Dio mi salverà”? Dopo aver rifiutato di salire su varie barche che gli si erano avvicinate per il soccorso, quell’uomo morì annegato. E il racconto si conclude con l’uomo che giunge alle porte del paradiso e subito si rivolge a Dio dicendogli: “avevo fede che mi avresti soccorso, perché dunque mi hai fatto morire in mare?” Dio gli risponde: “ma se ti ho mandato almeno una decina di barche per salvarti, sciocco!…”. Credo che Dio ci mandi sempre messaggeri di salvezza per la nostra vita che sono il più delle volte a un tiro di schioppo nel parlarci! Il problema spesso è la nostra sordità (per questo anche il Battista attuale dovrà gridare!…), le nostre resistenze, la nostra attesa sbagliata (cfr. la storiella precedente), oppure il pensare che un messaggero come il Battista attuale debba riprodurre necessariamente le categorie del passato (quanti corrono dietro al primo profeta di sventura che si presenta accreditato da innumerevoli digiuni, piedi scalzi e carismi eccezionali…): forse anche per questo quell’uomo naufrago della storiella non salì su nessuna di quelle barche, tanto gli sembrava troppo normale il messaggero di Dio che gli chiedeva di farsi soccorrere!

Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all’inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.

 

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VUELVE A COMENZAR DESDE EL COMIENZO

 

Comienzo del evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios (Mc 1,1). Amo la “ouverture” literaria de la obra de Marco porque es una concisa declaración de fe que encierra todo aquello que quiere contar. Cada lector, si abre su corazón a la Palabra que escucha, puede de verdad vivir un nuevo comienzo de su historia. De hecho, el comienzo de la feliz historia para el hombre es la historia de Jesús: si esta historia entra en su historia, entonces comienza un nuevo capítulo de la propia existencia, comienza una nueva vida, un nuevo mundo se abre a sus ojos. Jesús siempre está listo a volver a comenzar desde el comienzo con el hombre. Porque como dice Pedro, para el Señor un solo día son como mil años y mil años como un solo dia (2Pt 3,8).

¿Cómo ha llegado esta feliz noticia para la humanidad de nombre Jesús? Con las realizaciones de las profecias, en particular con el envío de un mensajero de nombre Juan que realiza la profecía de Isaias (Is 40,3). Dios, también hoy, fiel a sí mismo, envía mensajeros a sus hijos para anunciarse. ¿Quién es el Juan Bautista de tu vida? ¿sabrías identificarlo? Debes saber que, para que sea tal, debe ser voz de uno que grita en el desierto: o sea uno que habla con claridad pero en un lugar donde es de los menos escuchados (¿quién está en un desierto escuchando a uno que grita?). Debe ser también uno que llama a preparar el camino del Señor en el desierto (Mc 1,3): o mejor uno que te atrae a ir al corazón de lo esencial de la vida, que no se puede tomar sino solo encontrandose a sí mismo mientras nos empeñamos a hacer callar las miles voces que tiran tu vida por todas partes menos a la de Dios. En conclusión, debe ser uno que al final te vuelve a poner en contacto con la nostalgia de Dios que vive en lo profundo de tu corazón . Para esto, a pesar de que viviera en un desierto, concurrían a Juan toda la región de Judea y todos los habitantes de Jerusalém (Mc 1,5a).

Pero no solo. Debe ser uno que provoca (“pro-vocar”, o sea “llama afuera”) tu vida al punto de ayudarte a ver y luego confesar tus pecados, no por miedo de Dios, sino justamente porque te ayuda a encontrar tu verdadero yo (Mc 1,5b). Él es uno que te quiere convencer de pecado solo para hacerte gustar el don que Dios te quiere renovar: el perdón de los pecados (Mc 1,4). Además, con la sobriedad de su vida (Mc 1,6) es uno que te hace enamorar de Jesús porque enamorado a tal punto de Él que está siempre listo a ponerse a un costado: porque le basta el honor de estar a su servicio, consciente de ser indigno y del límite de su propio ministerio (Mc 1,7-8).

Conocen la historia de aquél hombre “creyente” que, náufrago en el mar, a cada barca que se le acercaba para socorrerlo replicaba: “váyanse, ¿sé que Dios me salvará? Después de haber rechazado subir sobre varias barcas que se le habían acercado para socirrerlo, aquél hombre murió ahogado. Y la historia se concluye con el hombre que llega a las puertas del paraíso e inmediatamente se dirige a Dios diciéndole: “tenía fe en que me hibieras auxiliado ¿por qué entonces me has hecho morir en el mar?” Dios le respondió: “pero si te he enviado al menos una docena de barcos para salvarte ¡tonto!…” Creo que Dios nos mande siempre mensajeros de salvación para nuestra vida que ¡están más de las veces a un tiro de piedra a hablarnos! El problema muchas veces es nuestra sordera (Por esto también el Bautista actual deberá ¡gritar!…), nuestras resistencias, nuestra espera equivocada (cfr. la historia precedente), o también el pensar que un mensajero como el Bautista actual deba reproducir necesariamente las categorias del pasado (cuantos corren detrás del primer profeta de desventura que se presenta acreditado por innumerables ayunos, pies descalzos y carismas excepcionales…): quizás también por esto aquél hombre náufrago de la historia no subió en ninguna de aquellas barcas, ¡por tanto normal le parecía el mensajero de Dios que le pedía hacerse auxiliar!

Este tiempo de Adviento tendrá todavía una vez más su Juan Bautista. No lo hagamos gritar en vano. Regresemos a escucharlo creando el desierto dentro de nosotros, o mejor preparando nuestra alma a una silenciosa acogida del evangelio de Dios: Jesucristo Señor nuestro. Juan nos invita a volver a caminar desde el comienzo nuestra historia yendo al encuentro del comienzo de la suya que se parte de un lugar pobre, no acogedor, absolutamente imprevisto. Si caminamos verdaderamente hacia aquél lugar, para nosotros es la promesa segura: Él los bautizará en Espíritu Santo (Mc 1,8), o sea estaremos nuevamente zambullidos en el misterio de Dios que se ha zambullido en nuestra humanidad.

IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

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Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

RIVESTITEVI DEL SIGNORE GESÙ CRISTO

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

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Ma quelli non se ne curarono, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Un re, non una persona qualunque, invita alle nozze del proprio figlio. I suoi servi eseguono l’ordine, ma gli invitati non vollero venire (Mt 22,2). Cosa può indurli a rifiutarsi di andare a quella festa? L’antipatia del re o di suo figlio? Una temuta noia per la possibile lungaggine delle celebrazioni? Il fatto che l’accettazione dell’invito possa comportare delle spese? Il primo rifiuto non fa desistere il re. E questo già desta la nostra attenzione. Quasi fosse preoccupato di qualche fraintendimento, egli manda altri servi con lo stesso invito e una importante precisazione: “guardate che è già tutto pronto, al pranzo ho provveduto e non vi chiedo nient’altro che venire alla festa di nozze” (Mt 22,4). Ma nemmeno questa precisazione piena di gratuità contenuta nel nuovo invito li fa ritornare sui propri passi. Anzi, alcuni di essi insultano oppure accoppano i servi inviati. Visto il comportamento di questi invitati, verrebbe da dire che questa festa di nozze ha qualcosa che non va, oppure che qualcosa non va nel re che invita. O sono forse questi primi invitati il problema?

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Allora il re si indignò, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Il re indignato (Mt 22,7) ci toglie ogni dubbio in proposito: sono gli invitati che non sono degni (Mt 22,8). Ma cos’è che li rende tali? In che cosa consiste la loro indegnità? Nel fatto che si sentono sicuri di poter fare a meno, per essere felici, di andare a quella festa. Si sentono ricchi e sicuri nei loro affari o nelle loro proprietà (Mt 22,5), ma non si accorgono di essere nudi, ciechi e sordi all’invito del Signore! Il vangelo è sempre un pungolo salutare! Le parabole, se le accettiamo, sono come uno specchio che mostra ciò che avviene in chi legge. Da questo punto di vista sono sempre particolarmente efficaci, perché parlando d’altro spiazzano il lettore che, all’inizio, ascolta senza tante difese, come si trattasse di cose che riguardano gli altri, per poi capire, alla fine, che parlano di lui. La parabola di oggi è un logico sviluppo di quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa. Quello che ha fatto Israele infatti, lo fa oggi pure la Chiesa. Far parte del popolo di Dio (per noi in quanto battezzati) non era, non è e non sarà mai garanzia di salvezza. I cristiani sono oggi coloro che partecipano alle nozze del Figlio, ma come vi partecipano? Non basta partecipare, ovvero dire “sì” a Lui oppure dire “Signore, Signore” (cfr. Mt 7,21). La salvezza viene dal riconoscere che siamo uguali ai nostri padri ebrei! Se riconosciamo di essere come quel fratello che dice di sì e poi non fa, possiamo diventare come l’altro figlio che sa di dire no per poi pentirsi (cfr. Mt 21,28-32): ed è questo che salva e introduce alla comprensione della 2a parte della parabola.

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Andate ora ai crocicchi delle strade, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Andate ora ai crocicchi delle strade (Mt 22,9), dice il re nuovamente ai suoi servi perché continuino a invitare alla festa di nozze tutti quelli che incontrano sul proprio cammino. E chiamano proprio tutti, buoni e cattivi, fino a quando la sala nuziale è piena (Mt 22,10). Gli antichi padri della chiesa hanno visto in questi tre inviti del re le tre epoche dell’annuncio del regno di Dio. La prima, con l’incarnazione e l’inaugurazione delle nozze del Figlio di Dio, invera il primo rifiuto di Israele che prolunga, nel non riconoscimento del Messia, la storia dei rifiuti del popolo ebreo dall’esodo in poi. La seconda, con l’avvento della chiesa nascente segnata dal secondo rifiuto di Israele all’annuncio kerigmatico, unito alla persecuzione degli apostoli. Questo secondo rifiuto diventa occasione perché l’annuncio del regno si estenda nell’invito alla fede rivolto a tutte le genti: è il terzo invito del re. In tal senso, la sala nuziale imbandita e piena di commensali è la terza e ultima epoca, quella della chiesa attuale in cui convivono, come dappertutto, buoni e cattivi. Però il messaggio fondamentale, quello che deve penetrare nel cuore del lettore, si trova contenuto nei versetti finali. Il re che gioisce nel vedere la propria casa piena perché vuole che tutti siano salvi, passa ad osservare i commensali e nota che tra essi ce n’è uno che non ha la veste nuziale. Allora, pur chiamandolo amico, con la sola sua domanda ammutolisce il suo interlocutore (Mt 22,12) e ordina ai suoi servi di legarlo e gettarlo nelle tenebre (Mt 22,13).

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Come mai sei senza abito nuziale? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Cos’è questa veste nuziale senza della quale non si può stare alla presenza del Signore? E perché la mancanza di questa veste ci relega nelle tenebre? E’ indubbio che quando si va a una festa di nozze ci si veste bene; è una esperienza umana così comune che se davvero qualcuno si presentasse vestito male penso che subito attirerebbe gli sguardi (e i commenti…) degli altri invitati. Allora la veste nuziale non può che essere metafora di una realtà spirituale, senza della quale, si viene a essere tagliati fuori dalla comunione con Dio e con i fratelli che già l’indossano. La veste è un simbolo/tema densissimo nella Bibbia. Pensate alle tuniche di pelle con cui Dio riveste Adamo ed Eva dopo il peccato (Gn 3,21), alla veste dalle lunghe maniche del patriarca Giuseppe (Gn 37,3) fino alla visione giovannea della Gerusalemme celeste in cui si sottolineano le vesti candide dei salvati (Ap 7,9-14). Potremmo stare una giornata intera a passeggiare nelle Scritture. Vorrei soffermarmi solo evocando una veste, quella che una celebre pagina del vangelo chiama come la più bella (Lc 15,22): è una veste che il padre ordina ai servi di far indossare al figlio minore tornato a casa, quale segno di amore accogliente, per far cominciare una grande festa, anche qui con tanto di banchetto. Dunque la veste nuziale è, prima di tutto, metafora della vita nuova che Dio ci dona misericordiosamente e gratuitamente per il solo fatto di riconoscerci peccatori. E’ il dono di Dio che ci fa vivere da figli suoi. Ma, nello stesso tempo, è una veste che non si indossa una volta per tutte. Il vangelo di oggi mette in guardia il credente perché non giunga alla fine della vita svestito, scoprendo la propria nudità quando non c’è più tempo per indossare la veste nuziale. Non ci si può permettere di rimandare l’accettazione dell’invito al banchetto, né ci si può permettere di giocare con l’invito stesso, andando al banchetto senza chiedersi se ci si sta lasciando vestire da Dio. E si lascia vestire da Dio solo chi scopre (e si convince!) ogni giorno di essere peccatore. Chi si sente perdonato e decide di far vivere di perdono sé stesso e gli altri. Soltanto chi si riconosce sterile comincia a far frutto, chi si riconosce di aver crocifisso il Figlio diventa suo erede, chi si scopre nudo viene rivestito, perché conosce l’amore con cui è amato! Perciò soltanto al termine di un lungo cammino un uomo di nome Agostino crollò davanti a un albero all’udire quella parola che guarì la sua sordità e gli fece cambiare vita: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).

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Un rey, no una persona cualquiera, invita al matrimonio del propio hijo. Sus sirvientes siguen la orden, pero los invitados no quisieron ir (Mt 22,2). ¿Qué cosa puede llevarlos a rechazar ir a aquella fiesta? ¿La antipatía del rey o de su hijo? ¿Un temible aburrimiento por la posibilidad de que la celebración sea larga? ¿El hecho de que la aceptación a la invitación pueda conllevar a gastos? El primer rechazo no hace que el rey se desanime. Y ya esto hace llamar nuestra atención. Como si estuviera casi preocupado por algún mal entendido, él manda a otros siervos con la misma invitación y una importante precisión: “miren que ya todo está listo, para el almuerzo ya está pensado y no les pido nada más que venir a la fiesta de bodas” (Mt 22,4). Pero ni siquiera esta precisión llena de gratuidad contenida en la nueva invitación les hace volverlo a pensar. Más bien, algunos de ellos insultan o también arrean a los siervos enviados. Viendo el comportamiento de estos invitados, daría ganas de decir que esta fiesta de bodas tiene algo que no va bien, o si no que algo no va bien el rey que invita. ¿O quizás son estos primeros invitados el problema?

El rey indignado (Mt 22,7) nos quita cada duda a propósito: son los invitados que no son dignos (Mt 22,8).  ¿Pero qué es que los hace así? ¿En qué consiste su indignidad? En el hecho de que se sienten seguros de poder prescindir, para ser felices, de no ir a esa fiesta. Se sienten ricos y seguros en sus negocios o en sus propiedades (Mt 22,5), pero no se dan cuenta que ¡están desnudos, ciegos y sordos a la invitación del Señor! ¡El evangelio es siempre un hincón saludable! Las palabras, si las aceptamos, son como un espejo que muestra lo que sucede en quien lo lee. Desde este punto de vista es siempre particularmente eficaz, porque hablando de otra cosa desubican al lector que, al comienzo, escucha sin tantas defensas, como si se tratara de cosas que reguardan a los demás, para luego entender, al final, que hablan de él. La parábola de hoy es un lógico desarrollo de aquellos de los viñeros asesinos del domingo pasado. Aquello que ha hecho Israel de hecho, lo hace también hoy la Iglesia. Hacer parte del pueblo de Dios (para nosotros en cuanto bautizados) no era, no es y nunca será garantía de salvación. Hoy los cristianos son aquellos que participan a las bodas del Hijo, pero ¿cómo participan? No basta con participar, o decir “sí” a Él o también decir “Señor, Señor” (cfr. Mt 7,21). ¡La salvación viene del reconocer que somos iguales a nuestros padres hebreos! Si reconocemos ser como aquél hermano que dice sí y luego no hace, podemos volvernos como el otro hijo que sabe que dice que no para luego arrepentirse (cfr. Mt 21,28-32): y es esto que salva e introduce a la comprensión de la segunda parte de la parábola.

Vayan al cruce de los caminos (Mt 22,9), dice el rey nuevamente a sus siervos porque continúen invitando a la fiesta de bodas a todos aquellos que encuentran en su camino. Y llaman justamente a todos, buenos y malos, hasta cuando la sala nupcial esté llena (Mt 22,10). Los antiguos padres de la iglesia han visto en estos tres invitados del rey las tres épocas del anuncio del reino de Dios. La primera, con la encarnación y la inauguración de las bodas del Hijo de Dios, la verdad es que es el primer rechazo de Israel que prolonga, en el no reconocimiento del Mesías, la historia de los rechazos del pueblo hebreo desde el éxodo en adelante. La segunda, con el adviento de la iglesia naciente marcada por el segundo rechazo de Israel al anuncio kerigmático, unido a la persecución de los apóstoles. Este segundo rechazo se vuelve ocasión para que el anuncio del reino se extienda a la invitación a la fe dirigida a todas las gentes: es la tercera invitación del rey. En tal sentido, la sala nupcial servida y llena de comensales es la tercera y última época, aquella de la iglesia actual en la cual conviven, como por todas partes, buenos y malos. Pero el mensaje fundamental, aquello que debe penetrar en el corazón del lector, se encuentra contenida en los versículos finales. El rey que se alegra en el ver la propia casa llena porque quiere que todos sean salvados, pasa a observar a los comensales y nota que entre ellos hay uno que no tiene la túnica nupcial. Entonces, aun llamándolo amigo, con solo su pregunta enmudece a su interlocutor (Mt 22,12) y ordena a sus siervos que lo amarren y tiren a las tinieblas (Mt 22,13).

¿Qué es este vestido nupcial sin la cual no se puede estar a la presencia del Señor? ¿Y por qué la falta de este vestido nos encierra en las tinieblas? Es indudable que cuando se va a una fiesta de bodas nos vestimos bien; es una experiencia humana muy común que si de verdad alguien se presentara mal vestido pienso que inmediatamente atraería las miradas (y los comentarios…) de los demás invitados. Entonces la túnica nupcial no puede ser que metáfora de una realidad espiritual, sin la cual, se viene a ser sacados de la comunión con Dios y con los hermanos que ya la visten. La túnica es un símbolo/tema densísimo en la Biblia. Piensen a las túnicas de piel con la cual Dios viste a Adán y Eva después del pecado (Gen3,21), a la túnica de las mangas largas del patriarca José (Gen 37,3) hasta la visión juanina de la Jerusalén celeste en la cual se subraya las cándidas túnicas de los salvados (Ap 7,9-14). Podríamos estar una jornada entera a pasear en las Escrituras. Quisiera detenerme solo evocando una túnica, aquella que una célebre página del evangelio llama como la más bella (Lc 15,22): es una túnica que el padre ordena a los siervos que hagan poner al hijo menor regresado a casa, qué signo de amor acogedor, para hacer comenzar una gran fiesta, también aquí con tanto de banquete. Entonces la túnica nupcial es, antes de todo, metáfora de la vida nueva que Dios nos dona misericordiosamente y gratuitamente por el solo hecho de reconocernos pecadores. Es el don de Dios que nos hace vivir como hijos suyos. Pero, al mismo tiempo, es una túnica que no se pone una vez para siempre. El evangelio de hoy pone en guardia al creyente para que no llegue al final de la vida desvestido, descubriendo la propia desnudez cuando no hay más tiempo para ponerse la túnica nupcial. No nos podemos permitir postergar la aceptación de la invitación al banquete, ni nos podemos permitir jugar con la invitación misma, yendo al banquete sin preguntarnos si nos estamos dejando vestir por Dios. Y se deja vestir por Dios solo quien descubre (¡y se convence!) cada día de ser pecador. Quien se siente perdonado y decide hacer vivir de perdón a sí mismo y a los demás. Solamente quien se reconoce estéril comienza a dar fruto, quien reconoce haber crucificado al Hijo se vuelve su heredero, quien se descubre desnudo viene revestido, porque ¡conoce el amor con el cual es amado! Por lo cual solamente al final de un largo camino un hombre de nombre Agustín se derrumbó delante de un árbol al oír aquella palabra que curó su sordera y le hizo cambiar vida: revístanse del Señor Jesucristo (Rm 13,14).

 

CHE VE NE PARE?

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Siamo ancora nella vigna del Signore. Domenica scorsa abbiamo visto che la parabola raccontata da Gesù era indirizzata soprattutto a coloro che sono chiamati per primi a lavorarci dentro. Il suo inequivocabile finale getta una luce profonda sul mistero del regno di Dio e della sua accoglienza: così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Mt 20,16). La piccola parabola di oggi continua a illuminare questo mistero, ovvero continua a far emergere la mormorante resistenza dei primi chiamati che, allora come oggi, contestano segretamente il Signore per la sua bontà verso tutti. Il suo infatti sarebbe un comportamento ingiusto (Mt 20,11-12). A chi oggi continua, consciamente o inconsciamente, a discutere sulla sua giustizia così “strana”, Dio risponde nella prima lettura: voi dite “non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque casa d’Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?…(cfr. Ez 18,25-28)

Gesù tiene moltissimo anche ai primi chiamati. Per questo vediamo come anche il vangelo di oggi si dirige a una delle categorie più difficili a convertirsi, ai capi e agli anziani del popolo: l’intento del Signore non è infatti quello di abbandonarli nel loro rifiuto, ma di far rispecchiare i suoi uditori nel personaggio che li riguarda. E’ così anche oggi nel popolo di Dio. Quanto sta accadendo a Francesco non fa che rendere un gran servizio alla verità del vangelo, nonché confermare ancor di più questo papa nella sua chiamata. Perché in fin dei conti, con l’ultima lettera “correctio filialis de haeresibus propagatis” di alcuni autorevoli fratelli sacerdoti e non, che cosa c’è dietro il sospetto (se non l’accusa) delle eresie indicate? Lo stesso sospetto che circondò Gesù da parte delle autorità religiose per il suo misericordioso abbassarsi  su tutti coloro che, per il loro peccato o la loro reputazione non proprio immacolata, venivano accolti e chiamati dal Signore. In Amoris Laetitia il papa conclude un cammino sinodale di due anni dove tutte le voci ecclesiali sono state ascoltate e confrontate in materia per poi convergere nel documento; il quale, non è mera espressione di una sua visione personale sull’amore nella famiglia, ma della chiesa intera nel suo insieme. Si è liberi di pensare quello che si vuole, ma dietro il sospetto che Francesco con questa esortazione apostolica stia minando alcuni fondamenti dottrinali della fede, in realtà mal si cela, ancora una volta, il “problema” della bontà di Dio che si apre verso gli ultimi e chiede alla sua chiesa di fare altrettanto. E di “ultimi”, ve l’assicuro, ce ne sono anche tra coppie ferite nelle proprie vicende personali che stanno cercando di vivere come famiglia nella fede con sincera intenzione.

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I due figli inviati nella vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Gesù racconta di un uomo che comanda ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo disobbedisce inizialmente con la parola, ma ci ripensa e si pente, alla fine obbedisce e ci va a lavorare. Il secondo obbedisce subito con la parola, ma in realtà poi disobbedisce perché non ci va (Mt 21,28-30). Il Signore fa trarre le conclusioni ai suoi stessi uditori, i quali, senza accorgersene, confermano il suo insegnamento. Significato inequivocabile: c’è chi arriva nella vigna a lavorare dopo esserne stato a lungo lontano e tuttavia entra per primo nel regno; e c’è chi solo apparentemente vi è già dentro per lavorarci, ma in realtà è fuori, e vi accederà se e soltanto dopo che avrà aperto il cuore a Chi il cuore ce l’ha sempre aperto a tutti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Infatti, a dimostrazione delle sue parole, Gesù osserva come gli stessi pubblicani e prostitute si pentirono e si convertirono al messaggio di un appartenente al popolo dei primi chiamati come Giovanni il Battista, che certo non sottolineava tanto la via della misericordia (Mt 21,32); ma anche questo messaggio fu del tutto inascoltato dalle autorità religiose.

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Vi passano avanti, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Il brano del vangelo di oggi ci aiuta a penetrare maggiormente nel segreto del nostro rapporto con Dio. Se lo si vuole verificare seriamente, non può essere mai sganciato dal rapporto con i fratelli e dalla immagine che noi abbiamo di Lui. Prima di tutto, quello che sicuramente emerge dalle parole di Gesù è che Egli ama molto la sincerità. Come dire: meglio un “no” sincero alla sua chiamata che un “sì” ad essa falso, calcolatore e mormorante. Al lettore attento non sarà sfuggita la somiglianza di questi due figli a quelli della ben più celebre parabola di Luca (Lc 15,1ss.): il primo al fratello minore allontanatosi dalla casa paterna, il secondo al fratello maggiore che, pur restando nella casa del padre, non vive in comunione di cuore con il padre della casa. Alla fine del racconto, quel padre che ha tanto atteso pazientemente il ritorno del figlio minore esce di casa a pregare il maggiore perché vi rientri a celebrare con lui la salvezza donata al fratello. Ma l’inghippo che gli impedisce di rientrare è la sua “giustizia” messa a confronto con l’inspiegabile condotta misericordiosa del padre, segno inconfondibile di una immagine sbagliata che ha di lui. Stiamo pian piano scoprendo qualcosa di importante nella vita spirituale: il Signore Gesù si rivela solo a chi lo ama, a chi gli dice un sì sincero, fiducioso, senza pretendere di capire tutto. A chi invece dice di capirlo/conoscerlo, ma non lo ama per quello che è, Gesù parla con il suo silenzio (come sta facendo papa Francesco con coloro che lo sospettano o lo accusano in via epistolare). Poi, per recuperarlo, gli parla in parabole affinché rifletta e capisca quello che non vuol capire. Difatti il vangelo di oggi è come uno “screening” che svela a sé stesso l’ascoltatore/lettore che non vuole convertirsi, perché si riconosca nel secondo figlio e così passi al movimento interiore e al comportamento del primo.

Kierkeegärd diceva che la verità è paradossale. Quando meditiamo il vangelo ce ne accorgiamo. Gesù afferma che persone che vivono in modo palesemente ingiusto (pubblicani e prostitute) sono preferibili a quelle che vivono in modo “giusto”. Come è possibile? Non è forse una contraddizione? Può il Signore contraddirsi? No. Ancora una volta è il paradosso del vangelo a rispondere. In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Trovo queste parole di Gesù tra le più dure e nello stesso tempo più belle e consolanti che abbia mai detto ai suoi uditori. Perché pubblicani e prostitute sono peccatori d.o.c. che non potranno mai fingersi giusti e pertanto sono più aperti e pronti ad accogliere la salvezza che il Signore offre loro (cfr. Lc 7,36 ss., 18,9-14 e 19,1-10!!!…). Solo quando accetteremo di essere come loro (o peggio!) potremo entrare nel regno di Dio. La proposta del padre ai due figli è identica: è il comando dell’amore che se messo in pratica li rende simili a Lui. Ma il secondo figlio guarda il padre come a un padrone al quale non si può dire di no. E’ come la persona religiosa che si sente in obbligo di compiacere Dio. Ma per dovere nessuno saprà mai amare! In realtà anche questo figlio, come l’altro, non vuole ascoltare il padre. Tuttavia mentre il primo dice apertamente di no e ci ripensa, questo invece non se lo permette perché vive nella paura di mettersi contro il padre-padrone. Dunque esprimere apertamente il proprio rifiuto è già segno positivo: suppone che il padre che ci sta di fronte rispetti la libertà del figlio, mentre dire di sì per paura suppone che il padre non tolleri la libertà e schiacci chi a Lui si ribella (P.Silvano Fausti S.I.). Ancora una volta, il vero peccato più nascosto nel cuore dell’uomo, ma evidenziato dal vangelo, è quello di chi si crede nel giusto e non può ottenere il perdono semplicemente perché non ne sente nemmeno il bisogno. Rischio alto di resistenza allo Spirito cui si avvicinano tutti coloro che non riconoscono in sé il peccato che rimproverano agli altri.

Che ve ne pare? Vi piace questo Gesù che porta sempre ciascuno a guardare dentro di sé?

 

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QUE LES PARECE?

 

Estamos todavía en la viña del Señor. El domingo pasado hemos visto que la parábola narrada por Jesús estaba dirigida sobre todo para aquellos que son  llamados primero a trabajarnos adentro. Su inconfundible final lanza una luz profunda sobre el misterio del reino de Dios y de su acogida: Así sucederá: los últimos serán primeros, y los primeros serán últimos (Mt 20,16). La pequeña parábola de hoy continúa a iluminar este misterio, o mejor dicho continúa en hacer sobresalir la murmurante resistencia de los llamados primero que, en aquél entonces como hoy, contestan secretamente al Señor por su bondad hacia todos. El suyo de hecho sería un comportamiento injusto (Mt 20,11-12). A quien hoy continúa, conscientemente o inconscientemente, a discutir sobre su justicia así “extraña”, Dios responde en la primera lectura: ustedes dicen “no es recto el modo de actuar del Señor”. Oigan, pues, gente de Israel: ¿así que mi manera de ver las cosas no es correcta? ¿No lo será más bien la de ustedes?… (cfr. Ez 18,25-28)

Jesús tiene muchísimo también a los primeros llamados. Por esto vemos como también el evangelio de hoy se dirige a una de las categorías más difíciles en convertirse, a los jefes y a los ancianos del pueblo: el intento del Señor no es de hecho el de abandonarlos en su rechazo, sino de hacer reflejar a sus oidores en el personaje que les reguarda. Es así también hoy en el pueblo de Dios. Cuanto está ocurriéndole a Francisco no hace que devolver un gran servicio a la verdad del evangelio, además de todavía confirmar a este Papa aún más en su llamada. Porque al fin de cuentas, con la última carta “correctio filialis de haeresibus propagatis” de algunos acreditados hermanos sacerdotes y no, ¿qué cosa hay detrás de las sospechas (sino la acusación) de las herejías indicadas? La misma sospecha que circundó Jesús de parte de las autoridades religiosas por su misericordioso abajarse sobre todos aquellos que, por su pecado o su reputación no seguramente inmaculada, venían acogidos y llamados por el Señor. En Amoris Laetitia el papa concluye un camino sinodal de dos años donde todas las voces eclesiales han sido escuchadas y confrontadas en materia para luego converger en el documento; el cual, no es mera expresión de su visión personal sobre el amor en la familia, sino de la iglesia entera en su conjunto. Sé es libre de pensar lo que se quiere, pero detrás de la sospecha que Francisco con esta exhortación apostólica esté minando algunos fundamentos doctrinales de la fe, en realidad mal se esconde, una vez más, el “problema” de la bondad de Dios que se abre hacia los últimos y pide a su iglesia de hacer lo mismo. Y de “últimos”, les aseguro, están también entre las parejas heridas en sus propios asuntos personales que están buscando de vivir como familia en la fe con sincera intensión.

Jesús cuenta de un hombre que manda a sus dos hijos a ir a trabajar en la viña. El primero desobedece inicialmente con la palabra, pero lo vuelve a pensar y se arrepiente, al final obedece y va a trabajar. El segundo obedece inmediatamente con la palabra, pero en realidad luego desobedece porque no va (Mt 21,28-30). El Señor hace sacar las conclusiones a sus mismos oyentes, los cuales, sin darse cuenta, confirman su enseñanza. Significado inconfundible: está quien llega a la viña a trabajar después de haber estado por mucho tiempo lejano y sin embargo entra como primero al reino; y está quien solo aparentemente está ya dentro por trabajar, pero en realidad está afuera, y entrará si y solamente después que habrá abierto el corazón a Quien el corazón lo tiene siempre abierto a todos: los publicanos y las prostitutas los adelantarán en el reino de Dios (Mt 21,31). De hecho, en demostración de sus palabras, Jesús observa como los mismos publicanos y prostitutas se arrepintieron y se convirtieron al mensaje de un perteneciente al pueblo de los primeros llamados como Juan Bautista, que ciertamente no subrayaban tanto el camino de la misericordia (Mt 21,32); pero también este mensaje fue no escuchado del todo por las autoridades religiosas.

El texto del evangelio de hoy nos ayuda a penetrar mayormente en el secreto de nuestra relación con Dios. Si se quiere verificar seriamente, no puede ser nunca desenganchado de la relación con los hermanos y de la imagen que nosotros tenemos de Él. Primero de todo, lo que seguramente sobresale de las palabras de Jesús es que Él ama mucho la sinceridad. Como decir: mejor un “no” sincero a su llamada que un “si” falso a esa, calculador y murmurante. Al lector atento no se le habrá escapado la semejanza de estos dos hijos a aquellos de la tanto célebre parábola de Lucas (Lc 15,1ss.): el primero al hermano menor alejándose de la casa paterna, el segundo al hermano mayor que, a pesar de estar en la casa del padre, no vive en comunión de corazón con el padre de la casa. Al final del relato, aquél padre que tanto ha esperado pacientemente el regreso del hijo menor sale de casa a rogar al mayor para que entre a celebrar con él la salvación donada al hermano. Pero el obstáculo que le impide entrar es su “justicia” puesta en confrontación con la inexplicable conducta misericordiosa del padre, signo inconfundible de una imagen equivocada que tiene de él. Estamos poco a poco descubriendo algo importante en la vida espiritual: el Señor Jesús se revela solo a quien lo ama, a quien le dice un sí sincero, confiado, sin pretender de entenderlo todo. A quien en cambio dice de entenderlo/conocerlo, pero no lo ama por lo que es, Jesús habla con su silencio (como está haciendo papa Francisco con aquellos que lo sospechan o lo acusan de manera epistolar). Luego, para recuperarlo, le habla en parábolas para que reflexione y entienda lo que no quiere entender. De hecho el evangelio de hoy es como un “screening” que revela a sí mismo el que escucha/lector que no quiere convertirse, para que se reconozca en el segundo hijo y así pase al movimiento interior y al comportamiento del primero.

Kierkeegärd decía que la verdad es paradojal. Cuando meditamos el evangelio nos damos cuenta. Jesús afirma que las personas que viven de manera lampantemente injusta (publicanos y prostitutas) son preferibles a aquellos que viven de manera “justa”. ¿Cómo es posible? ¿No es quizás una contradicción? ¿Puede el Señor contradecirse? No. Una vez más es la paradoja del evangelio en responder. En verdad yo les digo: los publicanos y las prostitutas llegarán antes que ustedes al Reino de los cielos. Encuentro en estas palabras de Jesús entre las más duras y al mismo tiempo más lindas y consoladoras que jamás haya dicho a sus oyentes. Porque publicanos y prostitutas son pecadores ad hoc que nunca podrán fingirse justos y por lo tanto son más abiertos y listos en acoger la salvación que el Señor ofrece a ellos (cfr. ¡¡¡Lc 7,36 ss., 18,9-14 y 19,1-10!!!…). Solo cuando aceptaremos ser como ellos (¡o peor!) podremos entrar en el reino de Dios. La propuesta del padre a los dos hijos es idéntica: es el mandamiento del amor que si es puesto en práctica lo rinde similar a Él. Pero el segundo hijo mira al padre como un jefe al cual no se le puede decir que no. Es como la persona religiosa que se siente en la obligación de complacer a Dios. ¡Pero por deber nunca nadie sabrá amar! En realidad también este hijo, como el otro, no quiere escuchar al padre. Sin embargo mientras el primero dice abiertamente que no y vuelve a pensar, este en cambio no se lo permite porque vive en el miedo de ponerse en contra del padre-jefe. Entonces expresar abiertamente el propio rechazo es ya signo positivo: supone que el padre que nos está delante respete la libertad del hijo, mientras decir que si por miedo supone que el padre no tolera la libertad y aplaste quien a Él se rebela (P. Silvano Fausti S.I.). Una vez más, el verdadero pecado más escondido en el corazón del hombre pero evidenciado por el evangelio, es aquello de quien se cree estar en lo justo y no puede obtener el perdón, simplemente porque no siente ni siquiera la necesidad. Riesgo alto de resistencia al Espíritu de quienes se acercan todos aquellos que no reconocen en sí el pecado que culpan a los demás.

¿Qué les parece? ¿Les gusta este Jesús que lleva siempre a cada uno a mirarse dentro de sí?

LA CROCE, INSPIEGABILE SPIEGAZIONE DI DIO

XXII DOMENICA DEL T.O.

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

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“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, diceva “face to face” Pietro apostolo a Gesù nel vangelo di domenica scorsa, rispondendo alla domanda incalzante del Maestro sulla propria identità. Il vangelo di oggi è la prosecuzione di quel racconto. Pochi passi avanti ed ecco che Pietro, con tutti noi che leggiamo, entra in crisi. Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli (Mt 16,21). La spiegazione di cosa vuol dire quell’affermazione sconvolge l’uditorio a un punto tale che Pietro stesso si sente in dovere di rimproverare il Maestro (Mt 16,22). Gesù, senza mezzi termini, lo invita a tornare al suo posto. E lo fa chiamandolo satana, aggiungendo che è per lui uno scandalo perché non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,23). Ma come si può un paio di minuti prima essere proclamati beati e riempiti di inaudita fiducia (Mt 16,17-19) per poi essere chiamati poco dopo satana? La nostra logica si infrange davanti a questo incidente. Succede così spesso quando entriamo nel mondo del vangelo. In esso infatti non ci sono mai ovvietà. Per questo Paolo, nella 2a lettura di oggi, ci dice di lasciarci trasformare nel modo di pensare (Rm 12,2). C’è un pensiero satanico nascosto dentro un comportamento tanto umano, e dobbiamo saperlo. Pietro ha ricevuto in dono dal Padre la rivelazione che Gesù è il Messia, ed è la verità. Tuttavia, non significa che l’ha compresa. Il racconto ci mostra senza alcun velo che Pietro non conosce ancora chi è il Cristo, anche se lo indica con precisione nella persona di Gesù. La sua reazione deve essere ben meditata da chi vuol essere suo discepolo. Perché per tutti gli aspiranti c’è prima da vivere l’esperienza di scoprirsi lontani dal conoscere Dio, anche se siamo battezzati e ci diciamo “cristiani”. Il cristianesimo infatti non è una ideologia, non è un catechismo imparato a memoria, non è una dottrina imbalsamata: è il mio rapporto con Gesù.

Il Figlio dell'Uomo deve molto soffrire
Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Perciò, la pagina del vangelo di oggi costituisce una svolta importantissima per il discepolo. Dopo essere stato riconosciuto, Gesù scopre la sua identità nell’annuncio delle cose che lo attendono (v.21) e noi, come Pietro, scopriamo quello che avviene nel nostro cuore quando la debolezza della croce si presenta davanti a noi. Pensiamo di sapere chi è Lui, pensiamo di sapere chi siamo noi, pensiamo di sapere qual è il bene nostro e anche il suo! Pensiamo di sapere anche cos’è il bene per la chiesa, e dunque pensiamo di sapere anche qual è la strada perché la chiesa sia sempre più sé stessa, perché Dio sia sempre più il suo Dio. Ma l’incontro con la parola della croce, qui annunciata per la prima volta, ci ricorda che l’uomo lo vive come uno scontro: lo scandalo della croce che Pietro vivrà insieme agli altri qui si preannunzia come conflitto tra il modo nostro di pensare e il pensiero di Dio: perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, così le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,8-9). Lo scontro è inevitabile se si vuol davvero conoscere il pensiero di Dio. Si tratta di uscire allo scoperto difronte a quello che Gesù afferma/manifesta di sé e decidere dove collocarsi mentre camminiamo con Lui: vogliamo stare davanti a Gesù come Pietro (e come satana,…ricordate le tentazioni nel deserto?) che vuole condurlo a fare la propria volontà? Oppure vogliamo seguirlo stando dietro di Lui per imparare a discernere la volontà di Dio, ciò che a Lui è gradito e perfetto (Rm 12,2), come suggerisce sempre Paolo nella 2a lettura? La fede è dunque quel meraviglioso perché faticoso cammino che ci porta a misurarci continuamente con la parola della croce, per acquisire progressivamente il modo di pensare di Dio. Non lo si acquista da un giorno all’altro.

Non ti accadrà mai questo!
Dietro di me satana! Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Gesù parla ai discepoli di ogni tempo ricordando loro che la sua non è un’imposta, ma una proposta: seguirlo deve essere frutto di un atto di libertà. Diversamente non c’è discepolato. E ci dice che colui che imbrocca la sua via, il discepolo, è una persona impegnata a rinnegare il proprio falso io, una persona che piuttosto di scaricare e incolpare del proprio male gli altri è sempre protesa a prenderlo su di sé; è uno che non cerca di salvare la propria reputazione e la sua stessa vita, ma piuttosto mette entrambe a repentaglio per amore di Gesù (Mt 16,24-25). Certo, tutti noi, davanti a queste parole, avvertiamo la nostra povertà e inadeguatezza. Ma il Signore rende anche ragionevole la sua sequela con le domande successive che invitano alla fiducia in Lui e a una riflessione sull’inganno del mondo (Mt 16,26-27). Come le parole di una sua discepola che ho avuto la grazia di incontrare sul mio cammino, una splendida mamma che un giorno mi scrisse questa lettera, una donna che ancora oggi dona agli altri la luce della “sapientia crucis”: “Non sono più giovane, sono stata operata di una malattia che si chiama cancro, non ho più le forze per compiere certe imprese. Inoltre mi ha preso da tempo il cosiddetto male oscuro, la depressione che da anni mi porto dentro e nella quale sono caduta a motivo di una lebbra di cui muoiono oggi gli esseri umani: i miei due figli che, caduti nella droga, rischiavano di morire ogni volta che si iniettavano la siringa, ma che, grazie a Lui, ne sono usciti. Dunque il Signore ha permesso che io sia stata sia in oncologia, sia in psichiatria. Ti assicuro che quest’ultima è la peggiore. E’ una morte interiore. Sei a terra. Ma in questo dolore accettato faticosamente e offerto, nel quale ti senti con Gesù nel Getsemani, Lui opera silenziosamente cose stupende. Chiedo scusa a Dio e a te se oso dire che la nostra infermità è quasi una messa vivente. Morte: perché costretti in un letto, da soli. Soli con Dio e in Dio. Gli altri osservano ma non comprendono. Risurrezione: perché Lui continua a tenerti per mano sussurrandoti: “cammina, Io sono con te. Ti tengo in braccio”. Ed iniziano a piovere le grazie. La gioia, lo stupore, l’amore, la fede. “Nella prosperità l’uomo non comprende” dice un salmo. Prova a portare la croce, abbracciala e Dio ti trasforma la vita. Sei nel mondo, ma non sei più del mondo. Allora puoi perderti in un cielo stellato, commuoverti davanti a un tramonto, ascoltare la dolce melodia del mare e la musica del vento, unirti al canto degli uccellini e lodare il Signore. Io sono ignorante e non so nulla di teologia, ma so che Gesù mi dice: “ti amo”. Ed io posso testimoniarlo. Se davanti a Lui faremo un solo minuto di silenzio assoluto in cui gli sia dato di parlarci e farci palpitare il cuore potremmo dire: grazie Gesù. Sono una mamma che prega a volte così: “Ti ringrazio Gesù, perché in me hai operato cose stupende. Tempo fa, quando pregavo solo il Padre Nostro, temevo quella frase che dice “sia fatta la tua volontà”. Ti ho aperto il cuore, piano piano. Ti ho ringraziato, piano piano. Ho baciato le tue piaghe, piano piano. Mi sono abbandonata totalmente, piano piano. Mi sono lasciata amare da te, piano piano. Voglio lodarti per la tua infinita misericordia, perché mi hai sedotto Signore. Non solo vuoi la mia anima, ma ti sei preso anche qualche pezzo del mio corpo. Infatti anche questo non mi appartiene. Grazie per le cicatrici che hai impresse sulla mia pelle e sulla mia anima, perché ho incontrato te, il Bene, il Sommo Bene. Ti offro i miei peccati, tutto il resto è dono tuo. Come Maria ti dico “eccomi sono la serva del Signore”. Mi abbandono a te, accetto la mia miseria, e qui trovo la perfetta letizia di Francesco. Lode e Gloria a Te Signore Gesù che mi fai vedere con gli occhi del tuo amore, in ogni persona, la tua immagine. Grazie.”

 

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“Tú eres el Cristo, el Hijo del Dios vivo”, decía “cara a cara” Pedro apóstol a Jesús en el evangelio del domingo pasado, el primer papa, respondiendo a la pregunta apremiante del Maestro sobre la propia identidad. El evangelio de hoy es la continuidad de aquella historia. Pocos pasos adelante y he ahí que Pedro, con todos nosotros que leemos, entra en crisis. Jesús comenzó a explicar a sus discípulos (Mt 16,21). La explicación de qué cosa quería decir aquella afirmación sorprende al auditorio a tal punto que el mismo Pedro se siente obligado a llamarle la atención al Maestro (Mt 16,22). Jesús, sin medios términos, lo invita a regresar a su lugar. Y lo hace llamándolo satanás, agregando que para él es un escándalo porque no piensa según Dios, sino según los hombres (Mt 16,23). Pero cómo puede ser hace un par de minutos ser proclamado dichoso y llenado de inaudita confianza (Mt 16,17-19)) para luego ser llamado poco después satanás? Nuestra lógica se quebranta delante de este accidente. Sucede así tanto cuando entramos en el mundo del evangelio. En ello de hecho no hay nunca obviedad. Por esto Paolo, en la 2da lectura de hoy, nos dice que nos dejemos transformar en el modo de pensar (Rm 12,2). Hay un pensamiento satánico escondido dentro de un comportamiento tanto humano, y debemos saberlo. Pedro ha recibido como don del Padre la revelación que Jesús es el Mesías, y es la verdad. Sin embargo, no significa que lo haya comprendido. El relato nos muestra sin ningún velo que Pedro no conoce todavía quién es el Cristo, también si lo indica con precisión en la persona de Jesús. Su reacción debe ser bien meditada de quien quiere ser su discípulo. Porque para todos los aspirantes hay que vivir antes la experiencia de descubrirse lejanos del conocer a Dios, aunque si estamos bautizados y nos decimos “cristianos”. El cristianismo de hecho no es una ideología, no es un catecismo aprendido a memoria, no es una doctrina embalsamada: es mi relación con Jesús.

Por esto, la página del evangelio de hoy constituye un cambio importantísimo para el discípulo. Después de haber sido reconocido, Jesús descubre su identidad en el anuncio de las cosas que lo esperan (v.21) y nosotros, como Pedro, descubrimos lo que sucede en nuestro corazón cuando la debilidad de la cruz se presenta delante de nosotros. ¡Pensamos que sabemos quién es Él, pensamos que sabemos quién somos nosotros, pensamos que sabemos cuál es nuestro bien y también el suyo! Pensamos que sabemos también cuál es el bien para la iglesia, y entonces pensamos que sabemos también cuál es el camino para que la iglesia sea siempre más ella misma, para que Dios sea siempre más su Dios. Pero el encuentro con la palabra de la cruz, aquí anunciada por primera vez, nos recuerda que el hombre lo vive como un enfrentamiento: el escándalo de la cruz que Pedro vivirá junto a los otros aquí se pre anuncia como conflicto entre nuestro modo de pensar y el pensamiento de Dios: Porque mis pensamientos no son los de ustedes, ni sus caminos son los míos —afirma el Señor—. Mis caminos y mis pensamientos son más altos que los de ustedes; ¡más altos que los cielos sobre la tierra! (Is 55,8-9). El enfrentamiento es inevitable si se quiere de verdad conocer el pensamiento de Dios. Se trata de salir al descubierto delante de lo que Jesús afirma/manifiesta de sí y decidir dónde colocarse mientras caminamos con Él: ¿queremos estar delante de Jesús como Pedro (y como satanás,… ¿recuerdan las tentaciones en el desierto?) que quiere conducirlo a hacer la propia voluntad? ¿O también queremos seguirlo estando detrás de Él para aprender a discernir la voluntad de Dios, lo que a Él es agradable y perfecto (Rm 12,2), como sugiere siempre Paolo en la 2da lectura? La fe entonces es aquél maravilloso ¿por qué? fatigoso camino que nos lleva a medirnos continuamente con la palabra de la cruz, para adquirir progresivamente el modo de pensar de Dios. No se adquiere de un día para otro.

Jesús habla a los discípulos de cada tiempo recordando a ellos que lo suyo no es una imposición, sino una propuesta: seguirlo debe ser fruto de un acto de libertad. Diversamente no hay discipulado. Y nos dice que aquel que acierta su vida, el discípulo, es una persona comprometida a renegar el propio falso yo, una persona que en cambio de descargar e inculpar el propio mal a los demás es siempre propenso a tomarlo sobre sí; es uno que no busca salvar la propia reputación y su propia vida, sino más bien mete ambas en peligro por amor de Jesús (Mt 16,24-25). Cierto, todos nosotros, delante de estas palabras, advertimos nuestra pobreza e incapacidad. Pero el Señor rinde también razonable su séquela con las preguntas sucesivas que invitan a la confianza en Él y a una reflexión sobre el engaño del mundo (Mt 16,26-27). Como las palabras de una de sus discípulas que he tenido la gracia de encontrar en mi camino, una espléndida mamá que un día me escribió esta carta, una mujer que todavía hoy dona a los demás la luz de la “sapientia crucis”: “No soy más joven, he sido operada de una enfermedad que se llama cáncer, no tengo más las fuerzas para cumplir ciertas tareas. Además me ha tomado desde hace tiempo el así dicho mal oscuro, la depresión que desde años me llevo dentro y en la cual caí a motivo de una lepra de la cual mueren hoy los seres humanos: mis dos hijos que, caídos en la droga, arriesgaban de morir cada vez que se inyectaban la jeringa, pero que, gracias a Él, lograron a salir. Entonces el Señor ha permitido que yo haya estado ya sea en oncología, ya sea en psiquiatría. Te aseguro que esta última es la peor. Es una muerte interior. Estás en el piso. Pero en este dolor aceptado fatigosamente y ofrecido, en el cual te sientes con Jesús en el Getsemaní, Él obra silenciosamente cosas estupendas. Pido perdón a Dios y a ti si oso decir que nuestra enfermedad es casi una misa viviente. Muerte: porque obligados en una cama, solos. Solos con Dios y en Dios. Los otros observan pero no comprenden. Resurrección: porque Él continúa a tenerte la mano susurrándote: “camina. Yo estoy contigo. Te tengo en mis brazos”. Y comienzan a llover las gracias. El gozo, la maravilla, el amor, la fe. “En la prosperidad el hombre no comprende” dice un salmo. Prueba a llevar la cruz, abrázala y Dios te transforma la vida. Estás en el mundo, pero no eres más del mundo. Entonces puedes perderte en un cielo estrellado, conmoverte delante de un atardecer, escuchar la dulce melodía del mar y la música del viento, unirte al canto de los pájaros y alabar al Señor.  Yo soy ignorante y no sé nada de teología, pero sé que Jesús me dice: “te amo”. Y yo puedo testimoniarlo. Si delante de Él hiciéramos un solo minuto de silencio absoluto en el cual le sea permitido hablarnos y hacernos palpitar el corazón podríamos decir: gracias Jesús. Soy una mamá que reza a veces así: “Te agradezco Jesús, porque en mí has hecho cosas estupendas. Tiempo atrás, cuando rezaba solo al Padre Nuestro, temía aquella frase que dice “se haga tú voluntad”. Te he abierto el corazón, poco a poco. Te he agradecido, poco a poco. He besado tus heridas, poco a poco. Me he abandonado totalmente, poco a poco. Me he dejado amar por ti, poco a poco. Quiero alabarte por tu infinita misericordia, porque me has seducido Señor. No quieres solo mi alma, sino que te has tomado también algunos pedazos de mi cuerpo. De hecho también esto no me pertenece. Gracias por las cicatrices que has grabado sobre mi piel y sobre mi alma, porque te he encontrado a ti, el Bien, el Sumo Bien. Te ofrezco mis pecados, todo el resto es don tuyo. Como María te digo “heme aquí soy la sierva del Señor”. Me abandono a ti, acepto mi miseria, y aquí encuentro la perfecta alegría de Francisco. Alabanza y Gloria a Ti Señor Jesús que me haces ver con los ojos de tu amor, en cada persona, tu imagen. Gracias.”