LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

CHI SI E’ SEDUTO SULLA CATTEDRA DI GESÙ?

XXXI DOMENICA DEL T.O.

Mal 1,14.2,1-2.8-10; Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

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Carissimo lettore, 

oggi, per il consueto commento al vangelo domenicale, come puoi constatare, ho cambiato genere letterario. Ho sentito il bisogno di scriverlo in forma epistolare, dopo aver meditato attentamente le letture di questa domenica. Il perché è presto detto. Se, come credo, il vangelo va sempre attualizzato perché è una parola che ci parla oggi, che parla della realtà presente, allora, dopo un po’ di salutare silenzio, ti confesso che ho sentito nel cuore nascere una domanda, mentre mi riecheggiavano dentro queste parole del Signore: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 23,2). E’ una domanda rivolta a Lui che mi chiama in causa personalmente: “e sulla tua cattedra Signore Gesù? Chi si è seduto?” Naturalmente, la tentazione (smascherata abbastanza presto) è stata di guardare fuori di me, tra fratelli nel sacerdozio che hanno incarichi importanti, oppure tra quelli che occupano gerarchicamente una posizione più “rilevante”. E forse ci avrei anche preso. Ecco perché oggi trovi il commento al vangelo scritto in questa forma. Devo dirti francamente che il monito delle letture odierne mi ha toccato, perché esso è indubbiamente diretto a tutti i sacerdoti con coloro che sono incaricati di un ruolo di guida in mezzo al suo popolo.

Gli scribi e i farisei
Scribi e farisei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Quanto è facile sedersi sulla cattedra al posto di Gesù, il posto che solo Lui può occupare! Come è facile insegnare agli altri con la parola e smentire la parola con la condotta! (Mt 23,3) Quanto è facile sedersi su quella cattedra, scambiando il posto dal quale Gesù insegna con un posto d’onore, di vantaggi e di potere! Come è faticosa invece la coerenza del vangelo! Anche chi scrive su questo blog non è indenne dal lievito dei farisei e dei sadducei (Mt 16,6). Perciò, in primo luogo, mi viene da chiederti perdono. Perdona questo povero sacerdote peccatore che ti parla, perché annaspa nel cercare di vivere la coerenza del vangelo e si trova molto lontano dal servire il Signore nei fratelli in spirito di umiltà e mitezza! Perché se annaspa, se fatica così tanto, vuol dire che ancora troppe volte si siede sulla cattedra di Gesù usurpando il suo posto! Insieme al Signore perdonalo, e perdona con lui tutti quei confratelli quando smentiscono con i fatti gli insegnamenti che ricevi. Ho/abbiamo bisogno del tuo perdono. Aiutami anche con la tua preghiera, perché il ministero che il Signore ci ha condiviso non può restare in piedi senza la tua preghiera. Sono sicuro che la mia povera preghiera, aiutata dalla tua, può permettere al Signore Gesù di compiere un altro grande miracolo: convertire la durezza del mio cuore per formarlo nuovo sullo stampo del suo meraviglioso Cuore.

Gesù 2

Devi sapere che la mia vita sacerdotale è un paradosso crescente. Stupenda e tremenda, piena di belle e inattese sorprese nonché di inedite insidie, ti fa sentire a volte così vicino al Signore e a volte così lontano da Lui (come oggi); vittoriosa quando sperimenta il fallimento, così irresistibilmente attratta dal fascino di Gesù e così terribilmente umana quando spuntano le proprie miserie. Dopo quasi venti anni non so dirti se sto seguendo veramente il Signore, e nello stesso tempo posso solo dire che mi ritrovo a spingere me e gli altri a seguirlo con più grande passione e a scommettere la nostra stessa vita sulle sue promesse. Alla luce delle sue parole, non posso che chiederti un ultimo favore: semmai ti capitasse di scoprirmi, quando mi incontri o quando mi leggi, a legare pesanti e difficili fardelli sulle spalle della gente, oppure di cercare compiaciuto posti d’onore nei banchetti, primi seggi nelle sinagoghe (chiese) o saluti nelle piazze, o ancora di essere chiamato “rabbi” (don, padre, reverendo) dalla gente, allora ti prego di rimproverarmi apertamente, senza paura (Mt 23,4-6). Perché al tempo di Gesù come oggi, prima o poi, viene a galla dove stai vivendo e cosa stai amando: se sotto lo sguardo di Dio o sotto lo sguardo degli altri, se amando Dio o amando l’ammirazione degli altri. E io voglio vivere solo sotto lo sguardo del Signore Gesù, con la sola premura di dar gloria al suo Nome (Mal 2,1-2), anche se mi costasse più fatica di quella che mi tocca oggi. Grazie.

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¿QUIÉN SE HA SENTADO SOBRE LA CATEDRA DE JESÚS?

 

Querido lector,

Hoy, por el usual comentario al evangelio dominical, como puedes constatar, he cambiado género literario. He sentido la necesidad de escribirlo de manera epistolar, después de haber meditado atentamente las lecturas de este domingo. El por qué será inmediatamente dicho. Si, como creo, el evangelio va siempre actualizado porque es una palabra que nos habla hoy, que habla de la realidad presente, entonces, después de un poco de saludable silencio, te confieso que he sentido en el corazón nacerme una pregunta, mientras me retumbaban dentro estas palabras del Señor: sobre la cátedra de Moisés se han sentado los maestros de la Ley y los fariseos (Mt 23,2) Es una pregunta dirigida a Él que me llama en causa personalmente: “y sobre tu cátedra Señor Jesús, ¿quién se ha sentado?” Naturalmente, la tentación (desenmascara bastante rápido) ha sido de mirar fuera de mí, entre hermanos en el sacerdocio que tienen encargos importantes, o también entre aquellos que ocupan jerárquicamente una posición más “importante”. Y quizás también lo habría tomado. He aquí por qué hoy encuentras el comentario al evangelio escrito en esta forma. Debo decirte francamente que la advertencia de las lecturas actuales me ha tocado, porque ello es dirigido indudablemente a todos los sacerdotes con los que son encargados de un papel de guía en medio a su pueblo.

Cuánto es fácil sentarse sobre la cátedra en el lugar de Jesús, ¡el lugar que solo Él puede ocupar! ¡Cómo es fácil enseñar a los otros con la palabra y desmentir la palabra con la conducta! (Mt 23,3) ¡Cuánto es fácil sentarse sobre aquella cátedra, intercambiando el lugar del cual Jesús enseña con un puesto de honor, de ventajas y de poder! ¡Cómo es fatigosa en cambio la coherencia del evangelio! También quien escribe en este blog no es indemne de la levadura de los fariseos y de los saduceos (Mt 16,6). Por lo cual, en primer lugar, me nace pedir perdón. ¡Perdona a este pobre sacerdote pecador que te habla, porque tantea al buscar vivir la coherencia del evangelio y se encuentra muy lejano del servir al Señor en los hermanos en espíritu de humildad y mansedumbre! Porque se intenta, se fatiga así tanto, quiere decir que ¡todavía demasiadas veces se sienta en la cátedra de Jesús usurpando su lugar! Junto al Señor perdónalo, y perdona con él a todos aquellos hermanos cuando desmienten con los hechos las enseñanzas que recibe. Tengo/Tenemos necesidad de tu perdón. Ayúdame también con tu oración, porque el ministerio que el Señor nos ha compartido no puede quedarse de pie sin tu oración. Estoy seguro que mi pobre oración, ayudada de la tuya, puede permitir al Señor Jesús cumplir otro gran milagro: convertir la dureza de mi corazón para formarlo nuevo con la huella de su maravilloso Corazón.

Debes saber que mi vida sacerdotal es una paradoja creciente. Estupenda y tremenda, llena de bellas e inesperadas sorpresas no que de inéditas insidias, te hace sentir a veces así cerca del Señor y a veces así lejano de Él (como hoy); así irresistiblemente atraído por la fascinación de Jesús y así terriblemente humano cuando sobresalen las propias miserias. Después de casi veinte años no sé decirte si estoy siguiendo verdaderamente al Señor, y al mismo tiempo puedo solo decir que me encuentro empujando a mí y a los demás a seguirlo con pasión más grande y a apostar nuestra misma vida sobre sus promesas. A la luz de sus palabras, no puedo que pedirte un último favor: si en caso te sucediera de descubrirme, cuando me encuentres o cuando me leas, a amarrar pesantes y difíciles lastres sobre las espaldas de la gente, o también buscando complacido puestos de honor en los banquetes, primeros puestos en las sinagogas (iglesia) o saludos en las plazas, o también de ser llamado “rabí” (padre, reverendo) por la gente, entonces te ruego de llamarme la atención abiertamente, sin miedo (Mt 23,4-6). Porque en el tiempo de Jesús como hoy, antes o después, viene a la luz dónde estás viviendo y qué cosa estas amando: si bajo la mirada de Dios o bajo la mirada de los demás, si amando a Dios o amando la admiración de los demás. Y yo quiero vivir solo bajo la mirada del Señor Jesús, con solo la premura de dar gloria a su Nombre (Mal 2,1-2), también si me costase más fatiga de aquella que me toca hoy. Gracias.

DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.