L’ALDILÀ COMINCIA ALDIQUA’

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Am 6,1a.4-7; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di bisso finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

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La vita non ci è data in proprietà. Ci è data in amministrazione. Questo è quello che dice la Bibbia dappertutto. Che ci piaccia o non ci piaccia, finiremo per metterla al servizio di qualcuno o di qualcosa. Questo il senso profondo del vangelo di domenica scorsa, nel racconto della parabola dell’amministratore disonesto, come anche nelle successive e perentorie parole del Signore che ci avverte sull’impossibilità di servire due padroni: poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro (Lc 16,13). La parabola del vangelo di oggi riprende plasticamente questo avvertimento.

Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Un uomo ricco senza nome e un uomo povero di nome Lazzaro sono vicinissimi: il povero infatti, “stava alla sua porta” (v.20). Come mai il ricco non lo vede se è alla porta? Lazzaro non ha voce, ma il suo corpo coperto di piaghe grida aiuto. Come è possibile non vederlo, se persino i cani si accorgevano di Lazzaro? (v.21) La prima scena del racconto, situata aldiquà della vita, è già tremenda per se stessa nel suo messaggio. In certi frangenti, credo che la stessa Parola di Dio spieghi la Parola di Dio meglio di qualsiasi commento. Sentite cosa dice il Salmo 49 dal v.7 al v.21:

Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza.
Ma nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
Lo stolto e l’insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze.
Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
Ma l’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.
Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro casa.
Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria.
Nella sua vita lo si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce.
L’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

Già secoli prima lo Spirito Santo aveva ispirato il salmista a scrivere con parole indelebili la triste possibilità che il cuore dell’uomo si accechi a un punto tale da perdere per sempre il senso della vita e a ridursi, ahimè, come un animale. Perché non essere toccati dalla sofferenza altrui, rimanere indifferenti a chi è nel bisogno, è segnale preoccupante di un cammino che avanza verso la morte interiore, ovvero di un cuore che sta spegnendo la propria capacità di amare. La seconda scena del vangelo infatti, spingendosi aldilà di questa vita, viene a confermare e a illustrarci questo salmo. Dopo la morte di entrambi, la situazione è totalmente capovolta: Lazzaro si trova con Abramo, simbolo del paradiso di tutti coloro che hanno creduto e confidato nella Parola di Dio. Il ricco si trova negli inferi tra i tormenti, simbolo di tutti coloro che pongono la propria sicurezza nelle ricchezze di questo mondo e non si curano affatto di quello che dice la Parola di Dio (v.23). Ma guarda un po’: solo ora il ricco degna di uno sguardo Lazzaro. Adesso è il ricco a gridare il suo bisogno. “Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono! Prima gli negava gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere!” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016) Nonostante Abramo risponda con misteriosa dolcezza, non è più possibile cambiare la situazione (vv. 25-26). Troppo tardi. Anche qui, il versetto di un altro libro della Bibbia è la più chiara spiegazione di questo passo della parabola: chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà a sua volta, ma non otterrà risposta (Proverbi 21,13).

Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Il messaggio è chiarissimo: l’ammonizione severa è per tutti coloro che vivono in una prosperità egoistica senza curarsi degli inviati speciali (i poveri) che Dio manda alle nostre porte. L’intento non è certo quello di spaventare, ma di invitare costoro ad una urgente e fattiva conversione. La possibilità di finire negli inferi tra i tormenti è seria, realissima. Da notare che non si dice nella parabola che Dio mandò negli inferi quel ricco. Negli inferi (o nel paradiso) ci si va con le nostre scelte. Il nostro aldilà comincia aldiquà. Perciò, senza inutili ansie, non c’è tempo da perdere! Abbiamo solo questa vita per credere alle parole del Signore che domenica scorsa aggiungeva: fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne (Lc 16,9). I poveri sono la possibilità di salvezza che Dio offre instancabilmente a ogni ricco accecato dal proprio benessere e preoccupato solo della sua sussistenza (cfr. Lc 12,16-21). Quel ricco ebbe una vita intera per farsi amico Lazzaro, ma non lo fece. Forse dentro di sé era come quei farisei che si fecero beffe di Gesù quando diede questo insegnamento (Lc 16,14). Ma rifiutarsi di ascoltare il grido del povero è rifiutare Dio. Escludendo Lazzaro, quel ricco non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio! (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Bene, allora stiamo capendo qualcosa di importante per una sincera verifica della nostra fede. Le ricchezze nelle nostre mani non sono segno di benedizione, anzi, se le nostre mani non si aprono alla loro condivisione possono diventare causa di rovina eterna. Ma se le mani si aprono al dono verso i poveri, ecco che la benedizione di Dio ci sovrasta. C’è una furbizia del mondo che inganna e rende schiavo il cuore dell’uomo conducendolo verso la morte eterna; ma c’è anche un’altra furbizia che attira la benedizione e ci conduce a Dio. La morte, diceva un noto comico napoletano (Totò), è una “livella”: è molto democratica in quanto comune esperienza del ricco come del povero. Ma per noi credenti non lo è. La morte è soltanto la porta d’ingresso al giudizio di Dio. Lasciamo tirare le opportune conclusioni alla già citata catechesi di Papa Francesco: “Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e quella porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa, anche per Dio. E questo è terribile!… A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice il Signore. Così, nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza.” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

BUONA DOMENICA!

 

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La vida no nos ha sido dada como propiedad. Nos es dada en administración. Esto es aquello que nos dice la Biblia por todas partes. Que nos guste o no nos guste, terminaremos por ponerla al servicio de alguien o de algo. Este es el sentido profundo del evangelio del domingo pasado, en el relato de la parábola del administrador deshonesto, como también en las sucesivas y perentorias palabras del Señor que nos advierte sobre la imposibilidad de servir a dos padrones: porque u odiará a uno y amará al otro, o también se aficionará a uno y despreciará al otro. No pueden servir a Dios y al dinero (Lc 16,13). La parábola del evangelio de hoy retoma plásticamente esta advertencia.

Un hombre rico sin nombre y un hombre pobre de nombre Lázaro están cerquísima: el pobre de hecho, “estaba en su puerta” (v.20). ¿Cómo así el rico no lo ve si está en su puerta? Lázaro no tiene voz, pero su cuerpo cubierto de llagas grita ayuda. ¿Cómo es posible no verlo, si hasta los perros se dan cuenta de Lázaro? (v.21) La primera escena del relato, situada en el más acá de la vida, ya es tremenda por sí misma en su mensaje. En ciertos momentos, creo que la misma Palabra de Dios explique la Palabra de Dios mejor que cualquier comentario. Escuchen qué cosa dice el Salmo 49 desde el v.7 al v.21:

Ellos ponen su confianza en su fuerza,

y se glorían de su gran riqueza.

Si nadie puede redimirse

ni pagar a Dios por su rescate

es muy cara la redención de su alma,

y siempre faltará,

para que viva aún y nunca vea la fosa.
Se ve, en cambio, fenecer a los sabios,

perecer a la par necio y estúpido,

y dejar para otros sus riquezas.

Sus tumbas son sus casas para siempre,

sus moradas de edad en edad;

y a sus tierras habían puesto sus nombres.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

Así andan ellos, seguros de sí mismos,

y llegan al final, contentos de su suerte.

Como ovejas son llevados al infierno,

los pastorea la Muerte,

y los rectos dominarán sobre ellos.

Por la mañana se desgasta su imagen,

el infierno será su residencia.

Pero Dios rescatará mi alma,

de las garras del infierno me cobrará.

No temas cuando el hombre se enriquece,

cuando crece el boato de su casa.

Que su muerte, nada ha de llevarse,

su boato no bajará con él.

Aunque en vida se bendecía a sí mismo:

“Te alaban, porque te has tratado bien”.

Irá a unirse a la estirpe de sus padres,

que nunca ya verán la luz.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

 

Ya desde siglos antes el Espíritu Santo había inspirado al salmista a escribir con palabras indelebles la triste posibilidad que el corazón del hombre se ciegue al punto tal de perder para siempre el sentido de la vida y a reducirse, ay de mí, como un animal. Por qué no ser tocados por el sufrimiento ajeno, quedarse indiferentes de quien está en la necesidad, es señal preocupante de un camino que camina hacia la muerte interior, es decir de un corazón que está apagando la propia capacidad de amar. La segunda escena del evangelio de hecho, abriéndose camino al más allá de esta vida, viene a confirmar y a ilustrarnos este salmo. Después de la muerte de los dos, la situación es totalmente invertida: Lázaro se encuentra con Abraham, símbolo del paraíso de todos aquellos que han creído y confiado en la Palabra de Dios. El rico se encuentra en el infierno en medio de los tormentos, símbolo de todos aquellos que ponen la propia seguridad en las riquezas de este mundo y no se cuidan de hecho de lo que dice la Palabra de Dios (v.23). Pero mira un poco: solo ahora el rico digna de una mirada a Lázaro. Ahora es el rico quien grita su necesidad. “Parece que ve a Lázaro por primera vez, pero sus palabras lo traicionan: «Padre Abraham —dice— ten piedad de mí y manda a Lázaro a mojar en el agua la punta del dedo y a humedecerme la lengua, porque sufro terriblemente en esta llama». Ahora el rico reconoce a Lázaro y le pide ayuda, mientras que en vida fingía no verlo. — ¡Cuántas veces mucha gente finge no ver a los pobres! Para ellos los pobres no existen— ¡Antes le negaba hasta las sobras de su mesa, y ahora querría que le trajese algo para beber!” (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016) A pesar de que Abraham responda con misteriosa dulzura, no es más posible cambiar la situación (vv.25-26). Demasiado tarde. También aquí, el versículo de otro libro de la Biblia es la más clara explicación de este paso de la parábola: el que pone oídos sordos al grito del afligido, cuando llame no le responderán (Proverbios 21,13).

El mensaje está clarísimo: la advertencia severa es para todos aquellos que viven en una prosperidad egoísta sin cuidar de los invitados especiales (los pobres) que Dios manda a nuestras puertas. El intento seguramente no es el de asustar, sino de invitar a ellos a una urgente y activa conversión. La posibilidad de terminar en el infierno entre los tormentos es seria, realísima. Hago notar que no se dice en la parábola que Dios mandó a los infiernos a aquél rico. En el infierno (o en el paraíso) se va con nuestras elecciones. Nuestro más allá comienza en el más acá. Por lo tanto, sin inútiles ansias, ¡no hay tiempo que perder! Tenemos solo esta vida para creer en las palabras del Señor que el domingo pasado agregaba: Háganse amigos por medio de las riquezas injustas, para que cuando falten, les reciban en las moradas eternas (Lc 16,9). Los pobres son la posibilidad de salvación que Dios ofrece incansablemente a cada rico cegado por el propio bienestar y preocupado solo de su subsistencia (cfr. Lc 12,16-21) Aquél rico tuvo una vida entera para hacerse amigo de Lázaro, pero no lo hizo. Quizás dentro de sí era como aquellos fariseos que se burlaron de Jesús cuando dio esta enseñanza (Lc 16,14). Pero rechazarse a escuchar el grito del pobre es rechazar a Dios. Excluyendo a Lázaro, no tuvo en cuenta ni al Señor, ni a su ley. ¡Ignorar al pobre es despreciar a Dios! ¡Esto debemos aprenderlo bien: ignorar al pobre es despreciar a Dios¡ (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

Bien, entonces estamos entendiendo algo importante para una sincera verificación de nuestra fe. Las riquezas en nuestras manos no son signo de bendición, más bien, si nuestras manos no se abren al compartir pueden volverse causa de ruina eterna. Pero si las manos se abren al don hacia los pobres, he aquí que la bendición de Dios nos sobrepasa. Hay una viveza del mundo que engaña y rinde esclavo al corazón del hombre conduciéndolo hacia la muerte eterna; pero hay también otra viveza que atrae la bendición y nos conduce a Dios. La muerte, decía un notable cómico napolitano (Totó), es un “nivel”: es muy democrática cuanto común experiencia del rico como del pobre. Pero para nosotros creyentes no lo es. La muerte es solamente la puerta de ingreso al juicio de Dios. Dejemos sacar la oportunas conclusiones a la ya citada catequesis de Papa Francisco: “Abraham en persona ofrece la clave de todo el relato: él explica que bienes y males han sido distribuidos en modo de compensar la injusticia terrena, y la puerta que separaba en vida al rico del pobre, se transformó en «un gran abismo». Hasta que Lázaro estuvo bajo su casa, para el rico había posibilidad de salvación, abrir la puerta, ayudar a Lázaro, pero ahora que ambos están muertos, la situación se ha vuelto irreparable. Dios no es nunca llamado directamente en causa, pero la parábola advierte claramente: la misericordia de Dios hacia nosotros está relacionada con nuestra misericordia hacia el prójimo; cuando falta esta, también aquella no encuentra espacio en nuestro corazón cerrado, no puede entrar. Si yo no abro de par en par la puerta de mi corazón al pobre, aquella puerta permanece cerrada. También para Dios. Y esto es terrible. A este punto, el rico piensa en sus hermanos, que corren el riesgo de tener el mismo final, y pide que Lázaro pueda volver al mundo a advertirles. Pero Abraham responde: «Tienen a Moisés y a los profetas, que les oigan». Para convertirnos, no debemos esperar eventos prodigiosos, sino abrir el corazón a la Palabra de Dios, que nos llama a amar a Dios y al prójimo. La Palabra de Dios puede hacer revivir un corazón marchito y curarlo de su ceguera. El rico conocía la Palabra de Dios, pero no la dejó entrar en el corazón, no la escuchó, por eso fue incapaz de abrir los ojos y de tener compasión del pobre. Ningún mensajero y ningún mensaje podrán sustituir a los pobres que encontramos en el camino, porque en ellos nos viene al encuentro el mismo Jesús: «Cuanto hicisteis a unos de estos hermanos míos más pequeños, a mí me lo hicisteis» (Mt 25, 40), dice Jesús. Así en el cambio de las suertes que la parábola describe se esconde el misterio de nuestra salvación”.  (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

8 thoughts on “L’ALDILÀ COMINCIA ALDIQUA’

  1. Quando ho letto le tue parole mi sono venute in mente la parabola dei talenti e quella delle dieci vergini con le lampade…..lo sai che faccio spesso “voli” tutti personali di fronte alla Parola! Mi scuso ma cerco di spiegare quello che ha evocato in me questo brano e la successiva e chiara tua interpretazione.
    Sarebbe molto semplice ridurre il discorso alla suddivisione tra ricchi e poveri e ai conseguenti giudizi del Padre celeste nell'”Aldilà “…….la ricchezza è costituita non solo dai beni materiali cioè da ciò che possediamo.
    La ricchezza di un uomo è anche l’intelligenza, la sensibilità, l’ onestà, l’ apertura verso gli altri, l’ affettività, il desiderio di verità, la limpidezza, l’ onestà ……e potremmo individuare tante altre virtù che potrebbero essere identificate come i talenti che riceviamo quando veniamo al mondo e riceviamo la vita in “comodato d’uso” o, come dici tu, in amministrazione.
    Tra tutti questi talenti potrebbe comunque anche esserci una buona capacità di “far soldi “! Indubbiamente ci sono persone che hanno il “buzzo per gli affari!
    Siamo quindi chiamati a dare agli altri la “parte migliore” di noi stessi, come dovrebbero fare gli altri con noi, questo ovviamente in un “mondo ideale” che probabilmente nell’ Aldiqua non esiste.
    Siamo tenuti ad amministrare bene i nostri talenti e a non tenerli nascosti; l’ avarizia può configurarsi anche come l’ incapacità o la non-volonta’ di condividere con gli altri questi denari materiali o spirituali che ci sono stati donati.
    Sono più sensibile a questo; a volte è più facile fare l’elemosina o portare la sportina per la Caritas piuttosto che donare il proprio tempo, la propria pazienza ad una persona che ha un problema è vuole “sfogarsi”, oppure andare in una casa fredda e vuota dove vive un nonno solo, per fargli compagnia.
    Noi col Signore non possiamo “farla franca “; non ci chiede le briciole ma la parte migliore di noi

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    1. “Se anche dessi in elemosina tutte le mie ricchezze, ma non avessi la carità…” (1Cor 13)…Certo Chiara, dare senza amore sarebbe ingannevole, pensare di poter incontrare Dio e rimanere in comunione con Lui con il solo dare del nostro superfluo, materiale o spirituale che sia, è altrettanto ingannevole.
      E tuttavia il vangelo di oggi mette in guardia dal pericolo di finire negli inferi una categoria precisa di persone che non si possono confondere con gli altri: coloro che possiedono ricchezze, che confidano e pongono la loro sicurezza in esse. Quindi non tutti i ricchi. Perché c’è il ricco che come Zaccheo scopre che ogni ricchezza che si accumula nelle proprie mani è disonesta (cfr. il vangelo di domenica scorsa: l’aggettivo è sulla bocca di Gesù…), si apre agli altri e condivide con essi quanto il suo cuore ha deciso. E c’è il ricco che come l’epulone della parabola si chiude alla sofferenza e alle grida d’aiuto di chi sta alla sua porta perseverando nell’indifferenza. A questo ricco, materiale o di talenti, che ha deciso nel suo cuore di non avere a che fare con la vita di tanti ingiustamente ridotta alla fame, si dirige il severo monito della parabola di oggi come anche quello del vangelo di domenica scorsa.
      Grazie del tuo contributo di riflessione.

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  2. Grazie don Giacomo per il commento al Vangelo, sempre motivo di riflessione.
    E riflettendo, mi viene da pensare, che c’e’ una poverta’ ancora piu’ grande della poverta’ materiale, ed e’ quella che porta, alla morte dell’anima. Credo sia la cosa piu” brutta che possa succedere, non avere incontrato Dio o non averlo riconosciuto, quando viene a mancare questo Amore, l’anima diventa arida e muore, senza sapere che il nostro Papino e’ sempre pronto a dissetarci col suo Immenso Amore. Credo, che noi cristiani credenti, con la preghiera abbiamo la possoibilita’ di aiutare questi nostri fratelli bisognosi, di incontrare Dio, in modo che anche i loro cuori e i cuori dei potenti, possano essere toccati dallo Spirito Santo per poter costruire un mondo migliore…
    Tutti i giorni possiamo donare, anche semplicemente un sorriso, un abbraccio, o ascoltare le persone che magari incontriamo anche srnza conoscerle…ognuno di noi con le proprie possibilita’…
    La cosa immensa, e’ che quello che tu riesci a fare per un tuo fratello, porta al tuo cuore Tanto Amore…
    Buona Domenica, nell’Amore di Gesu’ e Maria…

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  3. La parabola del vangelo di oggi ci sorprende per due motivi:
    l’umana ricchezza se non si condivide si disperde.
    L’amore di Dio sovrasta il tempo e lo spazio.
    “Coloro che di quì vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi.”Lc 16,26
    Se prima si vive nel presente quasi distratti di ciò che ci circonda, si passa poi in un tempo
    dove diventa difficile poter tornare indietro.
    Signore Gesù che hai detto..si ha più gioia nel dare che nel ricevere, facci visitatori instancabili
    della tua parola e non permettere che ci stanchiamo di soccorrere te, presente nel più povero.
    Quel povero che supplica per noi, è il Signore, il quale, da ricco che era, si è fatto povero per noi.
    La condivisione pertanto sia segno di partecipazione ai beni futuri.

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  4. Grazie Don Giacomo per la tua riflessione così chiara al vangelo di domenica. Mi fa sempre molto riflettere questo bel passo del vangelo che mi piace molto. Nel mio piccolo ho sperimentato anche io che aiutare i bisognosi sia economicamente che moralmente è bellissimo e arricchisce molto. Ringrazio il Buon Dio per avermi fatto scoprire ciò

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