LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

L’ALDILÀ COMINCIA ALDIQUA’

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Am 6,1a.4-7; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di bisso finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

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La vita non ci è data in proprietà. Ci è data in amministrazione. Questo è quello che dice la Bibbia dappertutto. Che ci piaccia o non ci piaccia, finiremo per metterla al servizio di qualcuno o di qualcosa. Questo il senso profondo del vangelo di domenica scorsa, nel racconto della parabola dell’amministratore disonesto, come anche nelle successive e perentorie parole del Signore che ci avverte sull’impossibilità di servire due padroni: poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro (Lc 16,13). La parabola del vangelo di oggi riprende plasticamente questo avvertimento.

Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Un uomo ricco senza nome e un uomo povero di nome Lazzaro sono vicinissimi: il povero infatti, “stava alla sua porta” (v.20). Come mai il ricco non lo vede se è alla porta? Lazzaro non ha voce, ma il suo corpo coperto di piaghe grida aiuto. Come è possibile non vederlo, se persino i cani si accorgevano di Lazzaro? (v.21) La prima scena del racconto, situata aldiquà della vita, è già tremenda per se stessa nel suo messaggio. In certi frangenti, credo che la stessa Parola di Dio spieghi la Parola di Dio meglio di qualsiasi commento. Sentite cosa dice il Salmo 49 dal v.7 al v.21:

Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza.
Ma nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
Lo stolto e l’insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze.
Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
Ma l’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.
Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro casa.
Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria.
Nella sua vita lo si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce.
L’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

Già secoli prima lo Spirito Santo aveva ispirato il salmista a scrivere con parole indelebili la triste possibilità che il cuore dell’uomo si accechi a un punto tale da perdere per sempre il senso della vita e a ridursi, ahimè, come un animale. Perché non essere toccati dalla sofferenza altrui, rimanere indifferenti a chi è nel bisogno, è segnale preoccupante di un cammino che avanza verso la morte interiore, ovvero di un cuore che sta spegnendo la propria capacità di amare. La seconda scena del vangelo infatti, spingendosi aldilà di questa vita, viene a confermare e a illustrarci questo salmo. Dopo la morte di entrambi, la situazione è totalmente capovolta: Lazzaro si trova con Abramo, simbolo del paradiso di tutti coloro che hanno creduto e confidato nella Parola di Dio. Il ricco si trova negli inferi tra i tormenti, simbolo di tutti coloro che pongono la propria sicurezza nelle ricchezze di questo mondo e non si curano affatto di quello che dice la Parola di Dio (v.23). Ma guarda un po’: solo ora il ricco degna di uno sguardo Lazzaro. Adesso è il ricco a gridare il suo bisogno. “Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono! Prima gli negava gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere!” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016) Nonostante Abramo risponda con misteriosa dolcezza, non è più possibile cambiare la situazione (vv. 25-26). Troppo tardi. Anche qui, il versetto di un altro libro della Bibbia è la più chiara spiegazione di questo passo della parabola: chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà a sua volta, ma non otterrà risposta (Proverbi 21,13).

Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Il messaggio è chiarissimo: l’ammonizione severa è per tutti coloro che vivono in una prosperità egoistica senza curarsi degli inviati speciali (i poveri) che Dio manda alle nostre porte. L’intento non è certo quello di spaventare, ma di invitare costoro ad una urgente e fattiva conversione. La possibilità di finire negli inferi tra i tormenti è seria, realissima. Da notare che non si dice nella parabola che Dio mandò negli inferi quel ricco. Negli inferi (o nel paradiso) ci si va con le nostre scelte. Il nostro aldilà comincia aldiquà. Perciò, senza inutili ansie, non c’è tempo da perdere! Abbiamo solo questa vita per credere alle parole del Signore che domenica scorsa aggiungeva: fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne (Lc 16,9). I poveri sono la possibilità di salvezza che Dio offre instancabilmente a ogni ricco accecato dal proprio benessere e preoccupato solo della sua sussistenza (cfr. Lc 12,16-21). Quel ricco ebbe una vita intera per farsi amico Lazzaro, ma non lo fece. Forse dentro di sé era come quei farisei che si fecero beffe di Gesù quando diede questo insegnamento (Lc 16,14). Ma rifiutarsi di ascoltare il grido del povero è rifiutare Dio. Escludendo Lazzaro, quel ricco non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio! (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Bene, allora stiamo capendo qualcosa di importante per una sincera verifica della nostra fede. Le ricchezze nelle nostre mani non sono segno di benedizione, anzi, se le nostre mani non si aprono alla loro condivisione possono diventare causa di rovina eterna. Ma se le mani si aprono al dono verso i poveri, ecco che la benedizione di Dio ci sovrasta. C’è una furbizia del mondo che inganna e rende schiavo il cuore dell’uomo conducendolo verso la morte eterna; ma c’è anche un’altra furbizia che attira la benedizione e ci conduce a Dio. La morte, diceva un noto comico napoletano (Totò), è una “livella”: è molto democratica in quanto comune esperienza del ricco come del povero. Ma per noi credenti non lo è. La morte è soltanto la porta d’ingresso al giudizio di Dio. Lasciamo tirare le opportune conclusioni alla già citata catechesi di Papa Francesco: “Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e quella porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa, anche per Dio. E questo è terribile!… A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice il Signore. Così, nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza.” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

BUONA DOMENICA!

 

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La vida no nos ha sido dada como propiedad. Nos es dada en administración. Esto es aquello que nos dice la Biblia por todas partes. Que nos guste o no nos guste, terminaremos por ponerla al servicio de alguien o de algo. Este es el sentido profundo del evangelio del domingo pasado, en el relato de la parábola del administrador deshonesto, como también en las sucesivas y perentorias palabras del Señor que nos advierte sobre la imposibilidad de servir a dos padrones: porque u odiará a uno y amará al otro, o también se aficionará a uno y despreciará al otro. No pueden servir a Dios y al dinero (Lc 16,13). La parábola del evangelio de hoy retoma plásticamente esta advertencia.

Un hombre rico sin nombre y un hombre pobre de nombre Lázaro están cerquísima: el pobre de hecho, “estaba en su puerta” (v.20). ¿Cómo así el rico no lo ve si está en su puerta? Lázaro no tiene voz, pero su cuerpo cubierto de llagas grita ayuda. ¿Cómo es posible no verlo, si hasta los perros se dan cuenta de Lázaro? (v.21) La primera escena del relato, situada en el más acá de la vida, ya es tremenda por sí misma en su mensaje. En ciertos momentos, creo que la misma Palabra de Dios explique la Palabra de Dios mejor que cualquier comentario. Escuchen qué cosa dice el Salmo 49 desde el v.7 al v.21:

Ellos ponen su confianza en su fuerza,

y se glorían de su gran riqueza.

Si nadie puede redimirse

ni pagar a Dios por su rescate

es muy cara la redención de su alma,

y siempre faltará,

para que viva aún y nunca vea la fosa.
Se ve, en cambio, fenecer a los sabios,

perecer a la par necio y estúpido,

y dejar para otros sus riquezas.

Sus tumbas son sus casas para siempre,

sus moradas de edad en edad;

y a sus tierras habían puesto sus nombres.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

Así andan ellos, seguros de sí mismos,

y llegan al final, contentos de su suerte.

Como ovejas son llevados al infierno,

los pastorea la Muerte,

y los rectos dominarán sobre ellos.

Por la mañana se desgasta su imagen,

el infierno será su residencia.

Pero Dios rescatará mi alma,

de las garras del infierno me cobrará.

No temas cuando el hombre se enriquece,

cuando crece el boato de su casa.

Que su muerte, nada ha de llevarse,

su boato no bajará con él.

Aunque en vida se bendecía a sí mismo:

“Te alaban, porque te has tratado bien”.

Irá a unirse a la estirpe de sus padres,

que nunca ya verán la luz.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

 

Ya desde siglos antes el Espíritu Santo había inspirado al salmista a escribir con palabras indelebles la triste posibilidad que el corazón del hombre se ciegue al punto tal de perder para siempre el sentido de la vida y a reducirse, ay de mí, como un animal. Por qué no ser tocados por el sufrimiento ajeno, quedarse indiferentes de quien está en la necesidad, es señal preocupante de un camino que camina hacia la muerte interior, es decir de un corazón que está apagando la propia capacidad de amar. La segunda escena del evangelio de hecho, abriéndose camino al más allá de esta vida, viene a confirmar y a ilustrarnos este salmo. Después de la muerte de los dos, la situación es totalmente invertida: Lázaro se encuentra con Abraham, símbolo del paraíso de todos aquellos que han creído y confiado en la Palabra de Dios. El rico se encuentra en el infierno en medio de los tormentos, símbolo de todos aquellos que ponen la propia seguridad en las riquezas de este mundo y no se cuidan de hecho de lo que dice la Palabra de Dios (v.23). Pero mira un poco: solo ahora el rico digna de una mirada a Lázaro. Ahora es el rico quien grita su necesidad. “Parece que ve a Lázaro por primera vez, pero sus palabras lo traicionan: «Padre Abraham —dice— ten piedad de mí y manda a Lázaro a mojar en el agua la punta del dedo y a humedecerme la lengua, porque sufro terriblemente en esta llama». Ahora el rico reconoce a Lázaro y le pide ayuda, mientras que en vida fingía no verlo. — ¡Cuántas veces mucha gente finge no ver a los pobres! Para ellos los pobres no existen— ¡Antes le negaba hasta las sobras de su mesa, y ahora querría que le trajese algo para beber!” (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016) A pesar de que Abraham responda con misteriosa dulzura, no es más posible cambiar la situación (vv.25-26). Demasiado tarde. También aquí, el versículo de otro libro de la Biblia es la más clara explicación de este paso de la parábola: el que pone oídos sordos al grito del afligido, cuando llame no le responderán (Proverbios 21,13).

El mensaje está clarísimo: la advertencia severa es para todos aquellos que viven en una prosperidad egoísta sin cuidar de los invitados especiales (los pobres) que Dios manda a nuestras puertas. El intento seguramente no es el de asustar, sino de invitar a ellos a una urgente y activa conversión. La posibilidad de terminar en el infierno entre los tormentos es seria, realísima. Hago notar que no se dice en la parábola que Dios mandó a los infiernos a aquél rico. En el infierno (o en el paraíso) se va con nuestras elecciones. Nuestro más allá comienza en el más acá. Por lo tanto, sin inútiles ansias, ¡no hay tiempo que perder! Tenemos solo esta vida para creer en las palabras del Señor que el domingo pasado agregaba: Háganse amigos por medio de las riquezas injustas, para que cuando falten, les reciban en las moradas eternas (Lc 16,9). Los pobres son la posibilidad de salvación que Dios ofrece incansablemente a cada rico cegado por el propio bienestar y preocupado solo de su subsistencia (cfr. Lc 12,16-21) Aquél rico tuvo una vida entera para hacerse amigo de Lázaro, pero no lo hizo. Quizás dentro de sí era como aquellos fariseos que se burlaron de Jesús cuando dio esta enseñanza (Lc 16,14). Pero rechazarse a escuchar el grito del pobre es rechazar a Dios. Excluyendo a Lázaro, no tuvo en cuenta ni al Señor, ni a su ley. ¡Ignorar al pobre es despreciar a Dios! ¡Esto debemos aprenderlo bien: ignorar al pobre es despreciar a Dios¡ (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

Bien, entonces estamos entendiendo algo importante para una sincera verificación de nuestra fe. Las riquezas en nuestras manos no son signo de bendición, más bien, si nuestras manos no se abren al compartir pueden volverse causa de ruina eterna. Pero si las manos se abren al don hacia los pobres, he aquí que la bendición de Dios nos sobrepasa. Hay una viveza del mundo que engaña y rinde esclavo al corazón del hombre conduciéndolo hacia la muerte eterna; pero hay también otra viveza que atrae la bendición y nos conduce a Dios. La muerte, decía un notable cómico napolitano (Totó), es un “nivel”: es muy democrática cuanto común experiencia del rico como del pobre. Pero para nosotros creyentes no lo es. La muerte es solamente la puerta de ingreso al juicio de Dios. Dejemos sacar la oportunas conclusiones a la ya citada catequesis de Papa Francisco: “Abraham en persona ofrece la clave de todo el relato: él explica que bienes y males han sido distribuidos en modo de compensar la injusticia terrena, y la puerta que separaba en vida al rico del pobre, se transformó en «un gran abismo». Hasta que Lázaro estuvo bajo su casa, para el rico había posibilidad de salvación, abrir la puerta, ayudar a Lázaro, pero ahora que ambos están muertos, la situación se ha vuelto irreparable. Dios no es nunca llamado directamente en causa, pero la parábola advierte claramente: la misericordia de Dios hacia nosotros está relacionada con nuestra misericordia hacia el prójimo; cuando falta esta, también aquella no encuentra espacio en nuestro corazón cerrado, no puede entrar. Si yo no abro de par en par la puerta de mi corazón al pobre, aquella puerta permanece cerrada. También para Dios. Y esto es terrible. A este punto, el rico piensa en sus hermanos, que corren el riesgo de tener el mismo final, y pide que Lázaro pueda volver al mundo a advertirles. Pero Abraham responde: «Tienen a Moisés y a los profetas, que les oigan». Para convertirnos, no debemos esperar eventos prodigiosos, sino abrir el corazón a la Palabra de Dios, que nos llama a amar a Dios y al prójimo. La Palabra de Dios puede hacer revivir un corazón marchito y curarlo de su ceguera. El rico conocía la Palabra de Dios, pero no la dejó entrar en el corazón, no la escuchó, por eso fue incapaz de abrir los ojos y de tener compasión del pobre. Ningún mensajero y ningún mensaje podrán sustituir a los pobres que encontramos en el camino, porque en ellos nos viene al encuentro el mismo Jesús: «Cuanto hicisteis a unos de estos hermanos míos más pequeños, a mí me lo hicisteis» (Mt 25, 40), dice Jesús. Así en el cambio de las suertes que la parábola describe se esconde el misterio de nuestra salvación”.  (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

NON CERCARMI TRA I PRIMI

XXII DOMENICA DEL T.O.

Sir 3,17-20; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14

E avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri...luglio 2016
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri…luglio 2016

Come già preannunciato, ecco nel vangelo di questa domenica il consiglio di Gesù di cui vi parlavo. Purtroppo, nel commento sarò più coinvolto del solito: siete ancora in tempo, si salvi chi può dalla mia lungaggine!…Perché questo vangelo, più l’intero cap.15 di Luca, sta nel principio della mia conversione a Gesù (che è solo appena cominciata), ed è una personale chiave di lettura per guardare al mistero di Dio e dell’uomo. Perciò chiedo scusa, ma è inevitabile qualche riferimento autobiografico.

Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016
Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016

Circa 28 anni fa (avevo 22 anni) mi ha preso una fame della parola di Dio mai sentita prima. Deve essere stato Lui. Leggevo la Bibbia così avidamente che più volte mi ritrovavo a leggerla di notte; arrivavo a chiuderla, senza che me ne accorgessi prima, intorno alle 4 o alle 5 del mattino. Iniziai in quegli anni a far cose di cui non mi ero mai occupato. Per esempio, nel caso specifico, leggevo e rileggevo questa pagina di vangelo ma non avevo chi rispondesse alle mie domande. Nel riprendere a frequentare la parrocchia, sentivo dire spesso a messa: “Dio deve essere al primo posto nella nostra vita”. Per me voleva dire: lo possiamo trovare nei primi posti della nostra esistenza. Ok, perché allora Gesù ci consiglia di scegliere l’ultimo posto?

Consuelo, responsabile di un "Comedor parroquial", luglio 2016
Consuelo, responsabile di un “Comedor parroquial”, luglio 2016

Qualcosa non mi quadrava. Prendevo alla lettera quello che diceva nel vangelo. Mi giunse un invito a una festa di nozze. Arrivato quel giorno, durante la messa me ne andai dietro, al fondo della chiesa, quasi sull’uscio. Così pure al ristorante, dove si continuava a festeggiare gli sposi: avevano già assegnato i posti, ma durante il ricevimento andai a sedere al tavolo più lontano. Volevo vedere cosa succedeva, se veniva qualcuno a dirmi di passare avanti come diceva Gesù. Non venne nessuno, né in chiesa, né al ristorante; tanto meno vennero onori.

Paolo e Marta, luglio 2016
Paolo e Marta, luglio 2016

Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11). Ma io vedevo che le persone che primeggiavano a scuola, nello sport, nel lavoro e altrove, venivano esaltate da tutti, non umiliate. Piuttosto, in genere venivano umiliati coloro che non avevano particolari capacità o ricchezze. Perché? Poi Gesù offriva consiglio anche quando fossimo stati noi ad invitare. Non gli amici, né i fratelli, né i parenti e i ricchi vicini (Lc 14,12). Come sarebbe? Fratelli, parenti e ricchi vicini va bene, solitamente per loro gli invitanti erano i genitori. Ma gli amici? Non avrei dovuto più invitare i miei amici? Gesù mi sembrava troppo strano. Ci dice di voler bene a tutti, che dare la vita per i propri amici è il massimo, e poi non invitarli perché loro mi contraccambiano? Non è logico. Se li invito, anche loro mi invitano: vuol dire che ci vogliamo bene! Perché questo consiglio?

Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016
Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016

Al contrario, quando offri un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti (Lc 14,13). Questo mi incuriosiva tanto. Gesù mi diceva che dovevo fare qualcosa al contrario. Allora iniziai a darmi uno sguardo attorno. Giravo per il centro del mio paese alla ricerca di qualcuno di essi. Sapevo dove viveva un cieco, ma non lo trovavo mai. Storpi e zoppi non ce n’erano. Qualcosa mi spinse ad andare per le strade più periferiche. Un giorno vidi due uomini camminare per i giardini pubblici. In realtà, essi ogni giorno erano sotto i miei occhi perché girovagavano spesso da quelle parti; ma quel giorno era come se li vedessi per la prima volta. Notai che non erano messi molto bene: dai loro indumenti era evidente la loro povertà. Finalmente avevo trovato degli esemplari del vangelo da invitare! Giunse il momento favorevole. Si sedettero su una panchina. Mi avvicinai, sedetti accanto a loro, cominciai a chiedere come si chiamavano, ecc.ecc. Erano italiani, ma non del posto. Antonio era stato interdetto in tribunale e non aveva più alcun familiare in vita. Giovanni, più anziano, abbandonato da figlio, nuora e altri familiari. Vivevano in una specie di casa di riposo. Cominciai a sentire dalla loro voce cos’era la solitudine. Dopo la chiacchierata, li invitai a mangiare qualcosa. Ebbero un’esitazione, mi guardarono quasi increduli. Li condussi ad un bar vicino e mangiammo insieme un panino. Al momento del saluto, gli occhi di entrambi su di me e una sola parola: “grazie”. Non riuscivo a staccare i miei occhi dai loro, ci vedevo qualcosa che non avevo mai visto prima. Non posso descrivervi cosa, non ci riesco. So soltanto che sentii toccarmi nel profondo ma non sapevo da chi o da che cosa. Ricordo che successivamente li cercai ancora. Una volta li trovai mentre ero in auto. Li invitai a salire con me e andammo a farci un bel giro. Di ritorno verso sera mi dissi: “li invito a cena da me!” Senza avvertire i miei genitori giunsi a casa e chiamai mia madre che era sul balcone: “mamma oggi abbiamo ospiti a cena!” Lei alzò la testa, sgranò gli occhi e mi disse: “ma sei matto? Tu non porti nessuno qui a casa!”. Accettai il divieto, risalimmo nell’automobile e quella sera si rimediò con una pizza.

La comunità "Sembrando Esperanza", luglio 2016
La comunità “Sembrando Esperanza”, luglio 2016

Di lì a poco, siccome alcuni amici e conoscenti furono presi dallo stesso dubbio di mia madre, cominciai a nutrirlo anch’io. Decisi allora di consultare uno psichiatra amico di famiglia per chiedergli se stessi diventando matto. Risposta negativa, una risata per rassicurarmi e uno sguardo molto perplesso, come di chi non stesse comunque capendo cosa mi stava accadendo.

Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016
Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016

Infatti, nemmeno io capivo cosa mi accadeva. L’unica cosa che iniziavo a intuire, nel mio smarrimento, era che quel vangelo mi diceva che se davvero volevo conoscerlo, dovevo cercarlo lì, tra gli ultimi, non tra i primi. Fu così che il Signore iniziò a rivelarsi, a guidarmi e portarmi sulla mia strada. Quella che cerco di percorrere e far percorrere ancora oggi, con gioia, dopo essere stato nel frattempo incaricato del sacerdozio ministeriale nella sua chiesa, e dopo tante vicissitudini belle e dolorose: è la via del vangelo di Luca, ai numeri 14-15.

Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016
Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016

La nostra inguaribile voglia di primeggiare, soprattutto religiosamente (siamo a casa di un capo religioso, cfr. v.1), può essere guarita solo se ci si convince, cammin facendo, che bisogna invertire la rotta. Andiamo verso l’ultimo posto: è lì che si trova Gesù, l’Ultimo di tutti. Se non ci vergogneremo di Lui perché ha scelto di farsi incontrare lì, tra gli ultimi dimenticati, allora la sua gioia invaderà la nostra anima e non lo cercheremo più nei primi posti che il dio di questo mondo ci propone con le sue lusinghe. E se per caso la vita ci conducesse ad occupare uno di questi posti nella sua chiesa, non lo confonderemo più con un posto di potere per dominare sulle coscienze degli altri e servircene. Come ci sta insegnando questo papa in parole e soprattutto gesti, sotto gli occhi di tutti, naturalmente per chi ha occhi per vedere, orecchie per udire e un cuore aperto per contemplare in lui l’umiltà e la mitezza del Signore. Diversamente, si dovrà con vergogna andare ad occupare l’ultimo posto (v.9). Come la stessa parola di Dio conferma in un altro passo: chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli santi (Lc 9,26). Se non mi vergogno delle scelte di Dio con quello che comportano, Dio non si vergognerà di me. Ma se per non rischiare di subire la vergogna mondana per stare dalla parte degli ultimi me ne sto alla larga da loro volutamente, rischio di trovarmi sempre più lontano da Lui…Meglio subire la vergogna del mondo oggi per non far vergognare il Signore domani!

La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016
La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016

Un’ultima cosa. Da quando cerco di seguire il Signore Gesù, tra molti più insuccessi che successi, da quando ho iniziato a cercare, frequentare e offrire un banchetto a chi non potrà mai ricambiare, non sono mai riuscito a capire cos’è quella ricompensa che ci verrà incontro in futuro (v.14). E tuttavia ogni volta che insieme ad altri fratelli agiamo secondo questo consiglio del Signore, vedo che la pace, la gioia, la fraternità e ogni altro vero ben di Dio ci viene donato abbondantemente. In più, Lui stesso provvede alle nostre necessità materiali, soprattutto quando meno ce l’aspettiamo. Quanto è buono il Signore!

Giuliana e Milagros, luglio 2016
Giuliana e Milagros, luglio 2016

Per questo, a nome suo, invito chiunque a toccare con la propria vita la sua bontà in questo itinerario con voi condiviso. E se per caso stai ancora guardando i volti delle foto che in questo commento illustrano meglio delle mie parole il vangelo che hai ascoltato, se stessi sentendo dentro una voce che ti dice venite e vedrete (Gv 1,39), allora sappi che ogni anno si parte lontano, in Perù, per vivere giorni o anche mesi indimenticabili in mezzo a tanta umanità dimenticata. Lì in mezzo, al centro di una delle tante periferie del mondo, potrai ritrovare il centro del tuo cuore. Buona domenica! 

Se prima non sarai il primo

a cercarmi tra gli ultimi

a scoprirmi negli ultimi

non cercarmi

ti cercherò io

anche se tu non mi cercassi

perché io mi faccio trovare

anche da chi non mi cerca (Is 65,1)

e così conosca l’Ultimo

l’Ultimo di tutti

Se passi da quelle parti

Ti aprirò l’orecchio

E i tuoi occhi vedranno

Il nome dell’Ultimo

senza più segreto

Il Primo senza numero

Il Primo senza un posto

ovvero in tutti i posti

Il posto che c’è

ai piedi di ogni uomo

Il Primo di coloro

che risorgono dai morti

Non cercarmi tra i primi 

(Anonimo) 

Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016
Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo, Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016

 

“Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente” (Ap 1,18)

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Como ya preanunciado, he aquí en el evangelio de este domingo el consejo de Jesús del cual les hablaba. Lamentablemente, en el comentario estaré más involucrado de lo normal: están todavía en tiempo, ¡se salve quien pueda de mi locuacidad!… Porque  este evangelio, más el entero capítulo 15 de Lucas, está al principio de mi conversión a Jesús (que apenas está comenzando), y es una clave personal de lectura para mirar el misterio de Dios y del hombre. Por esto pido disculpas, pero es inevitable alguna referencia autobiográfica.

Hace unos 28 años (tenía 22 años) me tomó un hambre de la palabra de Dios nunca antes sentida. Debe haber sido Él. Leía la Biblia así ávidamente que muchas veces me encontraba leyendo de noche; cerrándola después, sin que me dé cuenta antes, como a las 4 o a las 5 de la mañana. Comencé en esos años a hacer cosas de la cual hasta entonces nunca había hecho. Por ejemplo, en el caso específico, leía y releía esta página del evangelio pero no tenía quien respondiera a mis preguntas. En volver a frecuentar la parroquia, escuchaba decir muchas veces en la misa: “Dios debe estar en el primer lugar en nuestra vida”. Para mí quería decir: lo podemos encontrar en los primeros lugares de nuestra existencia. Ok, ¿Por qué entonces Jesús nos aconseja de elegir el último lugar?

Algo no me cuadraba. Tomaba a la letra lo que decía en el evangelio. Me llegó una invitación a una fiesta de bodas. Llegado aquél día, durante la misa me fui atrás, al fondo de la iglesia, casi sobre la puerta. Así también en el restaurante, donde se continuaba a festejar a los esposos: ya habían designado los lugares, pero pedí explícitamente poder sentarme en la mesa más lejana. Quería ver qué sucedía, si alguien venía a decirme que pase adelante como decía Jesús. No vino nadie, ni en la Iglesia, ni en el restaurante; mucho menos honores.

Porque quien se exalta será humillado y quien se humilla será exaltado (Lc 14,11). Pero yo veía que las personas que destacaban en el colegio, en el deporte, en el trabajo y donde sea, venían exaltadas por todos, no humilladas. Más bien, generalmente venían humillados aquellos que no tenían particulares dotes o dones. ¿Por qué? Luego Jesús ofrecía consejo también cuando nosotros hubiéramos invitado. No los amigos, ni los hermanos, los parientes y los vecinos ricos (Lc 14,12). ¿Cómo sería? Hermanos, parientes y vecinos ricos está bien, normalmente para ellos los que invitaban eran los papás. Pero ¿los amigos? ¿No hubiera tenido que invitar más a mis amigos? Jesús me parecía demasiado extraño. Nos dice de querer mucho a todos, que dar la vida por los propios amigos fuera lo máximo, y luego ¿no invitarlos porque ellos me lo devuelven? No es lógico. Si los invito, también ellos me invitan: ¡quiere decir que nos queremos! ¿Por qué este consejo?

Al contrario, cuando ofreces un banquete invita pobres, inválidos, cojos, ciegos, y serás dichoso porque ellos no pueden compensarte (Lc 14,13). Esto me daba tanta curiosidad. Jesús me decía que debía hacer algo al contrario. Entonces comencé a darme una mirada en torno. Daba vueltas por el centro de mi pueblo en busca de alguno de ellos. Sabía dónde vivía un ciego, pero nunca lo encontraba. Inválidos y cojos no habían. Algo me empujó a ir por las calles más periféricas. Un día vi a dos hombres caminar por los parques. En realidad, aquellas personas cada día estaban delante de mis ojos porque vagabundeaban muchas veces por esas partes, pero ese día era como si los hubiera visto por la primera vez. Noté que no estaban bien: de sus vestidos era evidente que eran pobres. ¡Finalmente había encontrado los ejemplares del evangelio para invitar! Llegó el momento favorable. Se sentaron en una banca. Me acerqué, me senté junto a ellos, comencé a preguntar cómo se llamaban, etc. etc. Eran italianos, pero no del lugar. Antonio había sido inhabilitado en el tribunal y no tenía ningún familiar más en vida. Juan, más anciano, abandonado por el hijo, nuera y otros familiares. Vivían en una casa como asilo. Comencé a escuchar de sus palabras qué cosa era la soledad. Después de la conversación, los invité a comer algo. Tuvieron dudas, me miraron casi incrédulos. Los llevé a un bar cercano y comimos un emparedado. Al momento del saludo, los ojos de los dos sobre mí y una sola palabra: “gracias”. No lograba a despegar mis ojos de sus ojos, veía algo que no había nunca visto antes. No puedo describir que cosa, no logro. Sé solamente que sentí tocarme profundamente pero no sabía de quién o de qué cosa. Recuerdo que sucesivamente los busqué todavía. Una vez los encontré mientras iba con el carro. Los invité a subir conmigo y fuimos a darnos una vuelta. De regreso en la tarde me dije: “¡los invito a cenar a mi casa!” Sin avisar a mis padres llegué a casa y llamé a mi madre que estaba en el balcón: “¡mamá hoy tenemos huéspedes a cena!”. Ella levantó la cabeza, se le salieron los ojos y me dijo: “¿estás loco? ¡Tú no traes a nadie a la casa!”. Acepté el pare, volvimos a subir al carro y aquella noche se remedió con una pizza.

De allí a poco, como algunos amigos y conocidos fueron tomados de la misma duda de mi madre, comencé a alimentarlo también yo. Decidí entonces consultar con un psiquiatra amigo de la familia para preguntarle si me estaba volviendo loco. Respuesta negativa, una carcajada para asegurarme y una mirada muy perpleja, como de quien no estuviera entendiendo qué cosa me estaba sucediendo. De hecho, ni siquiera yo entendía que cosa me sucedía. La única  cosa que comenzaba a notar, en mi extravío, era que aquel evangelio me decía que si de verdad quería conocerlo, debía buscarlo allí, entre los últimos, no entre los primeros. Fue así que el Señor comenzó a revelarse, a guiarme y llevarme hacia mi camino. Aquella que intento recorrer y hacer recorrer también hoy, con gozo, después de haber sido mientras tanto encargado del sacerdocio ministerial en su iglesia y después de tantas vicisitudes bellas y dolorosas: es el camino del evangelio de Lucas, en los números 14-15.

Nuestra incurable ganas de primar, sobretodo religiosamente (estamos en la casa de un jefe religioso, cfr. v.1), puede ser curada solo si nos convencemos, caminando, que es necesario invertir la ruta. Vamos hacia el último lugar: es allí que se encuentra a Jesús, el Último de todos. Si no nos avergonzaremos de Él porque ha elegido hacerse encontrar allí, entre los últimos olvidados, entonces su gozo invadirá nuestra alma y no lo buscaremos más entre los primeros lugares que el dios de este mundo nos ofrece con sus adulaciones. Y si por si acaso la vida nos condujera a ocupar uno de estos puestos en su iglesia, no lo confundiremos más con un puesto de poder para dominar en las consciencias de los demás y servirnos de ella. Como nos está enseñando este papa en palabras y sobretodo gestos, a los ojos de todos, naturalmente para quien tiene ojos para ver, oídos para escuchar y un corazón para contemplar en él la humildad y la mansedumbre del Señor. Diversamente, se deberá con vergüenza ir a ocupar el último lugar (v.9). Como la misma palabra de Dios confirma en otro texto: si alguien se avergüenza de mí y de mis palabras, también el Hijo del Hombre se avergonzará de él cuando venga en su gloria y en la gloria de su Padre con los ángeles santos (Lc 9,26). Si no me avergüenzo de las elecciones de Dios con aquello que comporta, Dios no se avergonzará de mí. Pero si por no arriesgar de padecer la vergüenza mundana al estar de la parte de los últimos estando a lo lejos de ellos intencionalmente, corro el riesgo de encontrarme siempre más lejano de Él… ¡Es mejor padecer la vergüenza del mundo hoy para no hacer avergonzar al Señor mañana!

Una última cosa. Desde cuando busco seguir al Señor Jesús, entre muchos más fracasos que sucesos, desde cuando he comenzado a buscar, frecuentar y ofrecer un banquete a quien no podrá nunca devolver, nunca he logrado a comprender qué es aquella recompensa que nos que nos darán en el futuro (v.14). Y sin embargo cada vez que junto a otros hermanos actuamos según este consejo del Señor, veo que la paz, el gozo, la fraternidad y cada otro verdadero bien de Dios nos vienen donado abundantemente. Además, Él mismo provee a nuestras necesidades, sobre todo cuando menos nos lo esperamos. ¡Cuánto es bueno el Señor!

Por lo cual, a nombre suyo, invito a quienquiera a tocar con la propia vida su bondad en este itinerario hoy con ustedes compartido. Y si por si acaso estás todavía mirando los rostros concretos que en este comentario ilustran mejor que mis palabras el evangelio que has escuchado, si estuvieras sintiendo dentro de ti una voz que te dice vengan y verán (Jn 1,39), entonces debes saber que cada año se parte lejos, en Perú, para vivir días o también meses inolvidables en medio a tanta humanidad olvidada. Allí en medio, al centro de una de las tantas periferias del mundo, podrás encontrar el centro de tu corazón. ¡Buen domingo!

 

Si antes no serás el primero

a buscarme entre los últimos

a descubrirme en los últimos

no me busques

te buscaré yo

también si tú no me buscaras

porque yo me hago encontrar

también de quien no me busca (Is 65,1)

para que pueda conocer al Último

el Último de todos

Si pasas por aquellas partes

Te abriré el oído

Y tus ojos verán

El nombre del Último

sin algún secreto

El primero sin número

El primero sin un lugar

O verdaderamente en todos los lugares

El lugar que hay

a los pies de cada hombre

El primero de aquellos que resucitan de los muertos

No me busques entre los primeros 

(Anónimo)

 

¡No temas! Yo soy el Primero y el Último, el viviente (Ap 1,18)

DENTRO O FUORI, PRIMI O ULTIMI?

XXI DOMENICA DEL T.O.

Is 66,18b-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Penso che la domanda che quel tale fece al Signore in cammino verso Gerusalemme, sotto sotto, ce l’abbiamo tutti (Lc 13,23). Ma Lui non soddisfa questo genere di curiosità, anche se tutti, me lo auguro, speriamo che si salvino in tanti. Altrimenti, che Paradiso sarebbe? Cosa risponde il Signore? Come al solito, mette le cose ben in chiaro: sforzatevi (lottate) di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno (Lc 13,24). Ad una prima reazione sentiamo che Gesù non da una risposta incoraggiante. Non spaventiamoci. Ricordate: quel che dice il Signore non va mai sganciato da altre sue parole. Cioè, non si può mai interpretare isolatamente un brano del vangelo dagli altri. Chi procede così in genere diventa un fondamentalista (non molto diverso da fondamentalisti di altre fedi) che attribuisce al Signore intenzioni che non ha. Pertanto, ad esempio, se uno osserva il v. 25, noterà che qui Gesù parla di un padrone di casa il cui comportamento non è molto dissimile dal personaggio della parabola di Lc 11,5-8, con la differenza che in quella, l’uomo che sembrava non essere disposto ad aprire all’amico che bussava alla sua porta, alla fine gliela apre per accondiscendere alla sua richiesta non per amicizia ma per la sua insistenza (Lc 11,8). Mentre qui, nel vangelo di oggi, la sua posizione sembra irremovibile: non so di dove siete si ripete per 2 volte (vv.25-26) e allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia è espressione drastica che sembra chiudere ogni possibilità di cambiamento. Che significa? Come combinare assieme queste parole di Gesù? Qual è il volto di Dio che ne esce? E cos’è questa porta stretta che conduce alla salvezza?

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Nel 2010 ho vissuto gli esercizi spirituali in una casa di preghiera in Trentino dove vive stabilmente una comunità di tipo monastico. Ricordo che sopraggiunto in quel posto, dopo la rituale accoglienza, il sacerdote responsabile mi accompagnò a vedere gli ambienti della casa. Prima di portarmi al mio alloggio, volle mostrarmi la sala degli incontri. Mentre ci dirigevamo insieme ecco che il corridoio si restringeva sia lateralmente che in altezza. Rimaneva davanti a noi una piccola porta che introduceva alla sala. Il sacerdote che mi precedeva si voltò e guardandomi con un bel sorriso mi disse: “questa è una porta speciale, ti ricorda qualcosa?” Una breve pausa per pensarci, poi, uno dietro l’altro, abbassandoci e rimpicciolendoci, la varcammo. Come non ricordare questo vangelo? Non so se quella sera ebbi una illuminazione. Gesù è la porta stretta che ci introduce nel Regno di Dio. Egli stesso si definisce altrove la porta delle pecore (cfr. Gv 10,7). Ma perché “stretta”? Non certo perché il suo cuore è stretto! Non certo perché il suo Regno ha in sé poco spazio! E’ stretta perché per varcarla bisogna farsi piccoli, bisogna lasciare fuori ogni umano protagonismo, ogni ricchezza che ci gonfia, ogni nostra presunta giustizia e conoscenza di Dio! In verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Quanto è vero Gesù quando dice che molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno: infatti, quanto è difficile all’uomo farsi piccolo! Come è difficile per l’uomo accettare la salvezza come un dono perché ci si riconosce peccatori incapaci di salvarci, piuttosto che cercare di conquistarcela con le buone azioni per poi dire a se stessi: me la sono meritata! Difficilissimo! Perciò Gesù parla così nel vangelo: ci mette davanti la nostra realtà di persone dure da convertire. Se all’inizio con la sua risposta sembra quasi restringere lo spazio dei salvati, dal v.28 invece ci parla di Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, di coloro che verranno da oriente e occidente da settentrione e da mezzogiorno: segno inequivocabile di una moltitudine innumerevole che siederà salva al banchetto del Regno; segno del suo cuore con la porta sempre spalancata per tutti! E allora chi sarà dentro e chi resterà fuori? Il vangelo di oggi non dice chi; solo assicura, come altre parabole, che ci sarà un epilogo e ci dice come esso sarà. Alla fine chi sarà dentro, vivrà una mensa festosa con Dio; fuori, pianto e stridore di denti. Con Dio, felicità senza fine, senza di Lui, infelicità infinita. E poi aggiunge chi corre il vero pericolo di restare fuori. Versetto n.26. Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze…Il pericolo più insidioso lo corriamo noi, ossia tutti coloro che si ritrovano primi ad aver ricevuto la fede: ebrei e cristiani. Il pericolo oggi lo corriamo noi che siamo in casa, cioè nella chiesa. Il versetto è una chiara allusione alle eucaristie e alla conoscenza degli insegnamenti ricevuti in essa. Non ci salva il numero delle messe celebrate né la conoscenza di quanto si è ricevuto nella propria formazione. Chiunque pone la sua sicurezza in questo rischia di ritrovarsi tristemente fuori dal Regno, cioè senza aver incontrato e conosciuto il volto di Dio! Siamo alla fine del cap.13 di Luca. Nei capitoli 14-15 Gesù spiegherà più approfonditamente questo rischio proprio mentre chiarisce meravigliosamente chi è Dio. Perché il vero problema del credente del passato, come del presente e del futuro, è stato, è e sarà sempre la Misericordia di Dio. Ricordate la fine del cap.15? Anche in quella casa, uno che era andato fuori entra dentro e si ritrova in un festoso banchetto, un altro invece che era dentro esce e rimane fuori, stridendo i denti di rabbia per quello a cui assiste e reclamando pure giustizia!…

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Tiriamo un po’ le somme con l’ultimo versetto del vangelo: ed ecco vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi (v.30). E’ evidente che quanto alle intenzioni del Signore c’è solo una volontà di salvezza per tutti. Ma c’è una dinamica di tipo spirituale da intendere bene: avviene infatti che nel Regno ci entrano dentro prima coloro che ai nostri occhi sono ultimi, e per ultimi ci entrano quelli che ai nostri occhi sono primi. Come mai? Ve lo faccio spiegare dalle parole di uno dei miei maestri, il compianto p. Silvano Fausti S.I. Nella lotta per entrare nella porta stretta del Regno il primo della fila diviene l’ultimo per 2 motivi:

1) Perché Colui che da il biglietto d’ingresso ha il suo sportello in fondo alla coda.

2) Perché chi si crede a posto per entrare nel Regno si presenta in prima fila ed è l’ultimo a sentire il bisogno di convertirsi.

L’ultimo della fila invece diviene il primo per gli stessi 2 motivi:

1) Perché è oggettivamente più vicino a Colui che è andato all’ultimo posto per salvare tutti.

2) Perché riconoscendosi peccatore, quindi non meritevole di presentarsi tra primi in fila, è il primo a convertirsi.”

E tu che mi stai leggendo che ne dici? Ti senti dentro o fuori? In fila tra i primi o tra gli ultimi? Se non riesci a dare ancora una risposta non temere. Nel vangelo di domenica prossima Gesù darà in proposito un consiglio a tutti, una parola con cui il Signore ha iniziato a farsi largo nella mia vita.

Buona domenica e alla prossima!

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Pienso que la pregunta que ese tal hizo al Señor de camino hacia Jerusalén, muy en fondo, la tenemos todos (Lc 13,23). Pero Él no satisface este tipo de curiosidad, aunque si todos, eso espero, esperamos que se salven muchos. Sino, ¿qué Paraíso sería? ¿Qué responde el Señor? Como siempre, pone las cosas bien en claro: esfuércense (luchar) en entrar por la puerta estrecha, porque muchos, yo les digo, intentarán entrar pero no lo lograrán (Lc 13,24). Como primera reacción sentimos que Jesús no da una respuesta que anima. No nos asustemos. Recuérdate: que lo que dice el Señor nunca va desenganchado de otras palabras suyas. O sea, nunca se puede interpretar un texto del evangelio aislado de los demás. Quien procede así generalmente se vuelve un fundamentalista (no tan diferente de los fundamentalistas de otras religiones) que atribuye al Señor intenciones que no tiene. Por lo tanto, por ejemplo, si uno observa el v. 25, notará que aquí Jesús habla de un padrón de casa el cual comportamiento no es muy diferente del personaje de la parábola de Lc 11,5-8, con la diferencia que en esa, el hombre que parecía no estar dispuesto a abrir al amigo que tocaba su puerta, al final le abre para satisfacer su pedido no por amistad sino por su insistencia (Lc 11,8). Mientras que aquí, en el evangelio de hoy, su posición parece inflexible: no sé de dónde son se repite por dos veces (vv.25-26) y aléjense de mí todos ustedes obreros de injusticia es expresión drástica que parece cerrar cada posibilidad de cambio. ¿Qué significa? ¿Cómo combinar junto estas palabras de Jesús? ¿Cuál es el rostro de Dios que sale? ¿Y qué es esta puerta estrecha que conduce a la salvación?

En el 2010 he vivido los ejercicios espirituales en una casa de oración del Trentino donde vive establemente una comunidad de tipo monástica. Recuerdo que habiendo llegado en aquél lugar, después de la ritual acogida, el sacerdote responsable me acompañó a ver los ambientes de la casa. Antes de llevarme a mi alojamiento, quizo mostrarme la sala de los encuentros. Mientras nos dirigíamos juntos he aquí que el corredor se reducía ya sea lateralmente como en altura. Quedaba delante de nosotros una pequeña puerta que introducía a la sala. El sacerdote que me precedía se volteó y mirándome con una linda sonrisa me dijo: “esta es una puerta especial, te recuerda algo? Una breve pausa para pensar, luego, uno detrás del otro, agachándonos y achicándonos, la pasamos. ¿Cómo no recordar este evangelio? No sé si esa noche tuve una iluminación. Jesús es la puerta estrecha que nos intruduce al Reino de Dios. Él mismo se define en otro lugar la puerta de las ovejas (cfr. Jn 10,7). Pero ¿Por qué “estrecha”? ¡No seguramente porque su corazón es estrecho! ¡No cierto porque su Reino tiene en sí poco espacio! Es estrecha porque para pasarla es necesario hacerse pequeños, es necesario dejar afuera cada protagonismo humano, cada riqueza que nos infla, cada nuestra presunta justicia y conocimiento de Dios! En verdad les digo, si no se convierten y no se vuelven como niños, no entrarán en el Reino de los cielos (Mt 18,3) Cuánto es verdadero Jesús cuando dice que muchos intentarán entrar pero no lo lograrán: de hecho, ¡cuánto es difícil al hombre hacerse pequeño! ¡Cómo es difícil para el hombre aceptar la salvación como un don porque nos reconocemos pecadores incapaces de salvarnos, antes que buscar de conquistarnosla con las buenas acciones para después decir a sí mismos: ¡Me la he merecido! ¡Dificilísimo! Por esto Jesús habla así en el evangelio: nos pone delante de nuestra realidad de personas duras de convertir. Si al inicio con su respuesta parece casi restringir el espacio de los salvados, del v.28 en cambio nos habla de Abraham, Isaac, Jacob y todos los profetas, de aquellos que vendrán del oriente y del poniente, del norte y del sur: signo inequívoco de una multitud innumerable que se sentará salvada en el banquete del Reino; signo de su corazón con la puerta siempre espalancada para todos! Y entonces ¿quién estará adentro y quien se quedará afuera? El evangelio de hoy no dice quién; solo asegura, como en otras parábolas, que habrá un epílogo y nos dice como será eso. Al final quién estará dentro, vivirá una mesa de fiesta con Dios; afuera, llanto y el rechinar de dientes. Con Dios, felicidad sin fin, sin Él, infelicidad infinita. Y luego agrega quién corre el verdadero peligro de quedarse afuera. Versículo n.26. Entonces ustedes comenzarán a decir: Nosotros comimos y bebimos contigo, tú enseñaste en nuestras plazas… El peligro más insidioso lo corremos nosotros, o sea todos aquellos que se encuentran primeros en haber recibido la fe: hebreos y cristianos. El peligro hoy lo corremos nosotros que estamos en casa, o sea, en la iglesia. El versículo es una clara alusión a las eucaristías y al conocimiento de las enseñanzas recibidas en ella. No nos salva el número de las misas celebradas ni el conocimiento de lo que se ha recibido en la propia formación. Cualquiera que pone su seguridad en esto arriesga de encontrarse tristemente fuera del Reino, o sea sin haber encontrado y conocido el rostro de Dios! Estamos al final del cap. 13 de Lucas. En los capítulos 14-15 Jesús explicará más profundamente este riesgo justamente mientras aclara maravillosamente quién es Dios. Porque el verdadero problema del creyente del pasado, como del presente y del futuro, ha sido, es y será siempre la Misericordia de Dios. ¿Recuerdan el final del cap. 15? También en aquella casa, uno que había ido afuera entra dentro y se encuentra en un festín de banquete, otro en cambio que estaba dentro sale y se queda afuera, rechinando los dientes de rabia por lo que está viendo y reclamando además justicia!…

Sacando conclusiones con el último versículo del evangelio: Pues algunos que ahora son últimos, serán los primeros, y en cambio los que ahora son primeros serán los últimos (v.30). Es evidente que en cuanto a las intensiones del Señor hay solo una voluntad de salvación para todos. Pero hay una dinámica de tipo espiritual que hay que entender bien: ocurre en efecto que en el Reino entran dentro primero aquellos que a nuestros ojos son últimos, y por últimos entran aquellos que a nuestros ojos son primeros. ¿Cómo así? Se los hago explicar de las palabras de uno de mis maestros, el compianto p. Silvano Fausti S.I. “En la lucha para entrar en la puerta estrecha del Reino el primero de la fila se vuelve el último por dos motivos:

  • Porque Aquél que da el boleto de ingreso tiene su puerta al fondo de la fila.
  • Porque quien se cree en su lugar para entrar en el Reino se presenta en primera fila y es el último en escuchar la necesidad de convertirse.

El último de la fila en cambio se vuelve el primero por los mismos dos motivos:

  • Porque es objetivamente más cercano a Aquél que ha ido al último lugar para salvar a todos.
  • Porque reconociéndose pecador, entonces no merecedor de presentarse entre los primeros de la fila, es el primero en convertirse.”

Y tú que me estás leyendo ¿Qué dices? ¿Te sientes dentro o fuera? ¿Entre los primeros de la fila o entre los últimos?

Si no logras a dar todavía una respuesta no temas. En el evangelio del próximo domingo Jesús dará a propósito de esto un consejo a todos, una palabra con la cual el Señor ha iniciado a hacerse espacio en mi vida. ¡Buen domingo y a la próxima!

GESU’, IL DIO VICINO AI LONTANI

V DOMENICA DEL T.O.

Is 6,1-2a.3-8; 1Cor 15,3-8.11; Lc 5,1-11

 

Quando Gesù tirò fuori nella sinagoga di Nazareth i due episodi della storia di Elia ed Eliseo profeti, il cuore dei suoi uditori si sarebbe potuto aprire al messaggio che percorre tutta la Scrittura: Dio è il padre amorevole e misericordioso di ogni essere umano, soprattutto del più lontano geograficamente, sociologicamente, culturalmente, moralmente e spiritualmente. La parola di Gesù ha il potere di far venire a galla quello che c’è dentro il cuore di ognuno. Gesù conosceva tutti, non aveva bisogno che qualcuno gli dicesse qualcosa di un altro, Egli infatti sapeva bene quello che c’è in ogni uomo (Gv 2,24b-25). Nella sinagoga, all’udire quelle parole, tutti lo rifiutarono fino al punto da desiderare la sua morte. Come dire: Gesù, anche se sei dei nostri, tu non assecondi il Dio delle nostre accomodanti interpretazioni, il Dio che vogliamo plasmare a nostra immagine e somiglianza, perciò bisogna che tu sparisca! E’ il suo destino, annunciato da Lui stesso, e di tutti i profeti che seguono il suo tracciato.

Gesù predicava nelle sinagoghe e nelle case, in montagna e anche presso il mare. Non c’era luogo che non fosse adatto alla predicazione della Parola di Dio. Sul lago di Genesaret la folla gli faceva ressa attorno per ascoltarlo (v.2). Due barche attirano l’attenzione del Signore: i loro proprietari non lo stanno ascoltando, hanno ben altro da fare. Li si può capire: c’è una delusione da smaltire perchè non si è pescato niente quella notte. Gesù chiede una cortesia a Simone e, da come si muove, sembra quasi sapere già che quel pescatore non gliela negherà. Ora la barca di Simone è diventata una insolita cattedra (v.3). Gesù finisce di parlare alla folla. E cosa fa? Fa una proposta indecente a Pietro e compagni. Prendi il largo e calate le reti per la pesca (v.4). Signore, ma cosa stai chiedendo? Ma non lo sai che si pesca di notte e non di giorno? Non ti sembra di chiedere troppo a questi uomini tornati affaticati da una notte insonne? Sono appena rientrati frustrati dalla sterile battuta di pesca e tu proponi uscire di nuovo? Ma se hanno appena terminato di lavare accuratamente le reti! (v.2) Che fai, li prendi in giro? Quel che chiedi non è logico!…

La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015
La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Nel film di Franco Zeffirelli “Gesù di Nazareth”, a questo punto dell’episodio del vangelo, c’è uno spezzone sublime che ci mostra Gesù fare la sua proposta mentre fissa lo sguardo su Pietro con infinita tenerezza. Pietro invece brontola verso coloro che attorno a lui cercano di convincerlo a prestare ascolto al maestro. Poi, lentamente, si lascia avvolgere dallo sguardo di quell’improbabile profeta di turno: “e tu cos’hai da guardarmi così?” – gli chiede inizialmente. Quello sguardo posato su di lui vince la ruvidezza del suo cuore: abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti (v.5). Simone ordina di uscire nuovamente con la sua barca. Le reti si spezzano, troppi pesci, è necessario chiamarne un altra. La pesca abbondante rischia non solo di spezzare le reti, ma di far affondare anche le due barche, eppure non affondano! E’ troppo, troppo bello! Un grande stupore si sprigiona nel cuore dei pescatori che si vedono improvvisamente benedetti oltre ogni attesa! (v.9)

Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2015
Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Ma sulla tua parola…Simone tocca con mano che la parola di quell’uomo ha un potere sconosciuto. Lui stesso aveva accettato la proposta, lui stesso gli aveva lanciato la sfida: vediamo se la tua parola mi fa pescare laddove io non ci sono riuscito!…Simon Pietro vede tutto quanto sta accadendo: un’emozione profonda e inspiegabile lo afferra dal di dentro e lo fa cadere alle ginocchia di quello strano maestro (v.8a). Non so chi tu sia, ma la tua parola ha a che fare con Dio, tu sei un uomo di Dio, lo sento, e allora: Signore, allontanati da me che sono un peccatore (v.8b). E’ la più grande scoperta fatta da Pietro, anche se non terminerà qui: Gesù si è scoperto a Pietro, Pietro ha scoperto sé stesso. Se incontri davvero il Dio vivente allora incontri la verità di te stesso. In questo incontro l’uomo non può non sentire tutta la sua indegnità, la sua inadeguatezza, la sua piccolezza. Si sente lontano da Dio oppure invita Dio ad allontanarsi da lui, che è più o meno lo stesso. E’ il disagio di Adamo raggiunto nel suo nascondino. Dove non c’è timore, stupore e senso del proprio peccato, non si sta alla presenza di Dio, ma solo di un idolo più o meno maneggevole, anche se non lo si ammette (P.Silvano Fausti).

Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016
Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini (v.10). Gesù, l’uomo che sta rivelando il volto di Dio al pescatore di Galilea, non si allontana; al contrario, con la sua parola si avvicina ancora di più a quel pescatore che si sente perduto e lontano. Perché Egli è il Dio venuto a cercare e a farsi vicino ai lontani, Colui che tutto promette e niente chiede all’uomo, se non di non aver paura di Lui. La promessa è inaudita: Pietro diventerà come il suo Signore, pescatore di uomini lontani e perduti.

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Cuando Jesús sacó afuera en la sinagoga de Nazareth los dos episodios de la historia de Elías y Elíseo profetas, el corazón de sus auditores se hubiera podido abrir al mensaje que recorre toda la Escritura: Dios es el padre amoroso y misericordioso de cada ser humano, sobretodo del más lejano geograficamente, sociológicamente, culturalmente, moralmente y espiritualmente. La palabra de Jesús tiene el poder de hacer venir a gala aquello que hay dentro del corazón de cada uno. Jesús conocía a todos, no era necesario que alguien le diga algo de otro, Él de hecho sabia bien lo que hay en cada hombre (Jn 2,24b-25). En la sinagoga, al oír esas palabras, todos lo rechazaban hasta el punto de desear su muerte. Como decir: ¡Jesús, también si eres de los nuestros, tú no sostienes al Dios de nuestras interpretaciones cómodas, al Dios que queremos plasmar a nuestra imagen y semejanza, por lo cual es necesario que tu desaparezcas! Es su destino, anunciado por Él mismo, y de todos los profetas que siguen sus pasos.

Jesús predicaba en la sinagoga y en las casas, en la montaña y también en el mar. No había lugar que no fuera apto a la predicación de la Palabra de Dios. Sobre el lago de Genesareth la gente se le ponía alrededor para escucharlo (v.2). Dos barcas atraen la atención del Señor: los propietarios no lo están escuchando, tienen otras cosas que hacer. Se les puede entender: hay una desilusión que arreglar porque no se ha pescado nada esa noche. Jesús pide una cortesía a Simón y, de como se mueve, parece casi que ya supiera que ese pescador no se lo negará.  Ahora la barca de Simón se ha vuelto una insólita cátedra (v.3). Jesús termina de hablar a la gente. Y ¿que hace? Hace una propuesta indecente a Pedro y compañeros. Tomen el largo y tiren las redes para la pesca (v.4). Señor, pero ¿qué cosa estás pidiendo? ¿Pero no lo sabes que se pesca de noche y no de día? ¿No te parece que estas pidiendo demasiado a estos hombres que han regresado cansados de una noche sin dormir? ¿Pero si apenas han regresado golpeados del estéril golpe de la pesca y tu propones salir de nuevo? ¡Pero si apenas han terminado de lavar con atención las redes! (v.2) ¿Qué haces, les tomas el pelo? Lo que pides no es lógico!…

En la película de Franco Zeffirelli “Jesús de Nazareth”, a este punto del episodio del evangelio, hay un  sublime corte que nos muestra a Jesús que hace su propia propuesta mientras fija la mirada sobre Pedro con infinita ternura. Pedro en cambio gruñe hacia aquellos que están alrededor de él que intentan convencerlo a dar atención al maestro. Luego, lentamente, se deja envolver de la mirada de aquél improbable profeta de turno: “y tú ¿qué tienes para mirarme así?” – le pregunta inicialmente. Aquella mirada puesta sobre él vence la rudeza de su corazón: hemos fatigado toda la noche y no hemos pescado nada; pero sobre tu palabra echaré las redes (v.5) Simón ordena salir nuevamente con su barca. Las redes se rompen, demasiados peces, pero haría hundir las dos barcas, y sin embargo no se hunden! Es demasiado, demasiado bello! Un gran asombro se libera  en el corazón de los pescadores que se ven improvisadamente bendecidos mas allá de toda espera! (v.9)

Pero sobre tu palabra… Simón toca con mano que la palabra de aquél hombre tiene un poder desconocido. Él mismo había aceptado la propuesta, él mismo le había lanzado el desafió: ¡veámos si tu palabra me hace pescar allá donde yo no he logrado!… Simón Pedro ve todo lo que está sucediendo: una emoción profunda y inexplicable lo aferra desde dentro y lo hace caer de rodillas delante de aquél maestro extraño (v.8°). No se quién eres tú, pero tu palabra tiene algo que ver con Dios, tú eres un hombre de Dios, lo siento y entonces:Señor, aléjate de mi que soy un pecador (v.8b). Es el más grande descubrimiento hecho por Pedro, también si no terminará aquí: Jesús se ha descubierto a Pedro, Pedro ha descubierto así mismo. Si encuentras verdaderamente al Dios viviente entonces encuentras la verdad de ti mismo. En este encuentro el hombre no puede no sentir toda su indignidad, su inadecuación, su pequeñez. Se siente lejano de Dios o sino invita a Dios a alejarse de él, que es más o menos lo mismo. Es la incomodidad de Adán encontrado en su  escondite.Donde no hay temor, estupor y sentido del propio pecado, no se está a la presencia de Dios, sino de un ídolo mas o menos manejable, también si no se admite (P. Silvano Fausti)

No temas; desde ahora en adelante serás pescador de hombres (v.10). Jesús, el hombre que esta revelando el rostro de Dios al pescador de Galilea, no se aleja; al contrario, con su palabra se acerca todavía más a aquel pescador que se siente perdido y lejano. Porque Él es el Dios que ha venido a buscar y a hacerse cercano a los lejanos, Aquél que todo promete y nada pide  al hombre, sino de no tener miedo de Él. La promesa es inaudita: Pedro se volverá como su Señor, pescador de hombres lejanos y perdidos.