NASCOSTO TRA I MALEDETTI

SOLENNITA’ DI CRISTO RE

anno A (2020)

Ez 34,11-12.15-17; 1Cor 15,20-26.28; ; Mt 25,31-46

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.

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Ricordo ancora quella lezione di Antico Testamento. Si commentavano alcuni scritti del prof. L. Alonso Schökel S.I. Al termine della riflessione, una affermazione dello studioso che folgorò la mia attenzione: l’antropologia biblica ci insegna che l’uomo è fatto per rendere omaggio, alla fine della sua vita, a qualcuno o qualcosa. La grande rappresentazione del giudizio universale nel vangelo di Matteo ricorda che la nostra storia cammina verso un finale in cui ci troveremo tutti a rendere omaggio al Re dei re (Ap 19,16). Un re che giudica assiso sul suo insolito trono: la croce, da cui tutto per noi è ricominciato e cambiato. Questo omaggio sarà però diversificato. S.Giovanni Bosco lo espresse con la sua proverbiale semplicità: tutti renderemo gloria al Signore. Alcuni daranno gloria alla sua Misericordia ed entreranno nella sua pace, altri daranno gloria alla sua Giustizia, e saranno nei tormenti. Saremo stati però noi a scegliere come glorificarlo.

Cristo Re 1

La maestosa scena iniziale presenta la riunione di tutti i popoli davanti a Gesù, ubicando subito a quale livello si pone il suo giudizio (Mt 25,31-33). Infatti, il re che giudica si identifica nel pastore di cui parla Ezechiele nella 1a lettura. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri. Un pastore che ha sempre agito per il bene delle pecore, secondo il profeta. Oggi diremmo “un pastore con l’odore delle pecore”. Dunque Gesù stesso è criterio di discernimento e paradigma di riferimento del giudizio che si opererà. Che significa? I dialoghi successivi lo chiariscono. L’amore per l’uomo, per l’uomo più povero, è per il Signore “la misura” dell’amore o del non amore verso di Lui: tutto quello che avete fatto (o non fatto) a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Sorprendente rivelazione: il giudizio lo scriviamo noi stessi. Il re si limiterà a leggere quello che avremo creduto e scritto, nelle pagine della nostra storia personale, con il nostro fare o non fare. Il racconto ha un obiettivo parenetico: farci pesare bene ogni istante e ogni relazione umana della nostra esistenza. L’amore all’uomo “più piccolo” o la sua negazione decidono qui ed ora del mio destino eterno.

Cristo Re 2

È interessante osservare come entrambi i gruppi che si trovano alla presenza del re, sembrano esprimersi allo stesso modo. Interrogano il re sul “quando mai” si è verificato quello che egli proclama nella sua lettura. Solo che la inconsapevolezza dei giusti probabilmente rivela la sana consapevolezza dell’aver mancato in qualche modo all’amore verso i più piccoli. Atteggiamento che indica un amore sincero che si è cercato di donare ad essi a causa di Gesù. Mentre la inconsapevolezza dei dannati forse rivela la falsa sicurezza di non sentirsi responsabili della mancata accoglienza dei più piccoli. Atteggiamento proprio di chi si giustifica sempre del male non commesso, perché non si è data importanza decisiva al bene omesso. Come ha sottolineato sapientemente Papa Francesco domenica scorsa, alla giornata mondiale dei poveri: Noi, a volte, pensiamo che essere cristiani sia non fare del male. E non fare del male è buono. Ma non fare del bene, è peggio. Noi dobbiamo fare del bene, uscire da noi stessi e guardare, guardare negli occhi coloro che hanno più bisogno (Papa Francesco, Angelus del 15.11.2020).

Dunque ci si inganna a pensare di servire e omaggiare Dio “saltando” l’amore al più piccolo, nella fede o anche solo umanamente. Gesù non dice che si identifica con l’affamato, l’assetato, lo straniero, l’ammalato, il carcerato che sia però cristiano. In questo senso è stato giustamente detto che Mt 25,31-46 sia la pagina evangelica più universale di tutta la Scrittura. La singolarità di Matteo sta nel presentarci il giudice dell’universo come un re che, fedele alla sua storia tra gli uomini di cui condivise in tutto la loro debolezza, rimane anche oggi misteriosamente nascosto sotto le spoglie sconosciute dei fratelli più piccoli. Un re nascosto quindi, ma realmente presente nei più poveri tra i poveri. Eppure molti continuano a parlare della fedele scelta di Dio come se non fosse al centro del vangelo, come se la scelta di amarlo in essi fosse per noi “opzionale”. Il monito che viene dalla Parola di Dio è anche oggi perentorio: se vuoi essere tra i benedetti, cercalo e amalo tra i maledetti. Da una celebre pagina di Teresa di Calcutta. Lo chiamava per nome, Onil, e gli sussurrava in bengali parole di conforto. Nessun ospedale aveva voluto ricoverarlo. Nessuno, in quella città di cinque milioni di abitanti, dove sono censiti ufficialmente tremila quartieri poveri, aveva il tempo di stringergli la mano mentre stava per spirare. “Come ti senti. Onil?” – chiese madre Teresa. Per il vecchio non c’era più speranza: la denutrizione lo aveva ormai sospinto al di là del punto dal quale si può ancora tornare indietro. Niente, né il cibo, né la scienza, poteva più salvarlo. Madre Teresa gli toglieva pazientemente dei vermi dal corpo. Qualcuno le disse: “non hai paura di quei vermi? Non ti fanno schifo?” – “Sto prendendomi cura di Gesù” rispose lei. Clinicamente Onil era già morto, ma riusciva a parlare ancora. “Che strano, sono vissuto come un animale, ed ora muoio come un essere umano.” Subito dopo spirò con un sorriso tra le braccia della suora che pregava su di lui in bengali (Teresio Bosco, Madre Teresa di Calcutta, Ed. Elledici, 1991, pp.3-5)  

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ESCONDIDO ENTRE LOS MALDECIDOS

Recuerdo aún aquella lección del Antiguo Testamento. Se comentaban algunos escritos del profesor L. Alonso Schökel S.I. Al término de la reflexión, una afirmación del estudioso que llamó mi atención: la antropología bíblica nos enseña que el hombre está hecho para rendir homenaje, al final de su vida, a alguien o a algo. La grande representación del juicio universal en el evangelio de Mateo recuerda que nuestra historia camina hacia un final en la cual nos encontraremos todos a dar homenaje al Rey de reyes (Ap 19,16). Un rey que juzga sentado sobre su insólito trono: la cruz, del cual todo para nosotros ha comenzado y cambiado. Este homenaje será sin embargo diversificado. S. Juan Bosco lo expresó con su proverbial sencillez: todos rendirán gloria al Señor. Algunos darán gloria a su Misericordia y entrarán en su paz, otros darán gloria a su justicia, y estarán en los tormentos. Pero seremos nosotros a elegir cómo glorificarlo.

La majestuosa escena inicial presenta la reunión de todos los pueblos delante de Jesús, ubicando inmediatamente a qué nivel se pone su juicio (Mt 25,31-33). De hecho, el rey que juzga se identifica en el pastor del cual habla Ezequiel en la 1ra lectura. En cuanto a vosotros, mi rebaño, esto dice el Señor Dios: «Yo voy a juzgar entre oveja y oveja, entre carnero y macho cabrío. Un pastor que siempre ha actuado por el bien de las ovejas, según el profeta. Hoy diríamos “un pastor con olor a oveja”. Entonces Jesús mismo es criterio de discernimiento y paradigma de referencia del juicio que se producirá. ¿Qué significa? Los diálogos sucesivos lo aclaran. El amor por el hombre, por el hombre más pobre, es para el Señor “la medida” del amor o del no amor hacia Él: cada vez que lo hicieron (o no hecho) con uno de estos, mis hermanos más pequeños, lo hicieron conmigo. Sorprendente revelación: el juicio lo escribimos nosotros mismos. El rey se limitará a leer lo que habremos creído y escrito, en las páginas de nuestra historia personal, con nuestro hacer o no hacer. El relato tiene un objetivo parenético: hacernos pesar bien cada instante y cada relación humana de nuestra existencia. El amor al hombre “más pequeño” o su negación deciden aquí y ahora mi destino eterno.

Es interesante observar cómo ambos grupos que se encuentran a la presencia del rey parecen expresarse del mismo modo. Preguntan al rey sobre “cuándo” se ha verificado lo que él proclama en su lectura. Solo que la inconsciencia de los justos probablemente revela la sana consciencia del haber faltado de alguna manera al amor hacia los más pequeños. Actitud que indica un amor sincero que se ha buscado donar a ellos por causa de Jesús. Mientras que la inconsciencia de los condenados quizás revela la falsa seguridad de no sentirse responsables de la falta de acogida de los pequeños. Actitud propia de quien se justifica siempre del mal no cometido, porque no se ha dado la importancia decisiva al bien omitido. Como ha subrayado sabiamente Papa Francisco el domingo pasado, en la jornada mundial de los pobres: Nosotros, a veces, pensamos que ser cristianos sea no hacer el mal. Y no hacer el mal es bueno. Pero no hacer el bien, es peor. Nosotros debemos hacer el bien, salir de nosotros mismos y mirar, mirar a los ojos a aquellos que tienen más necesidad (Papa Francisco, Ángelus del 15.11.2020).

Entonces nos engañamos al pensar que servir y homenajear a Dios “saltando” el amor al más pequeño, en la fe o también solo humanamente. Jesús no dice que se identifica con el hambriento, el sediento, el extranjero, el enfermo, el encarcelado que es cristiano. En este sentido ha sido justamente dicho que Mt 25,31-46 sea la página evangélica más universal de toda la Escritura. La singularidad de Mateo está en el presentarnos al juez del universo como un rey que, fiel a su historia entre los hombres del cual compartió en toda su debilidad, se queda también hoy misteriosamente escondido bajo los restos desconocidos de los hermanos más pequeños. Un rey escondido entonces, pero realmente presente en los más pobres entre los pobres. Sin embargo, muchos continúan a hablar de la fiel elección de Dios como si no fuera el centro del evangelio, como si la elección de amarlo en ellos fuera para nosotros “opcional”. La advertencia que viene de la Palabra de Dios es también hoy perentoria: si quieres estar entre los bendecidos, búscalo y amalo entre los maldecidos. De una célebre página de Teresa de Calcuta. Lo llamaba por nombre, Onil, y le susurraba en bengalí palabras de conforto. Ningún hospital había querido recibirlo. Nadie, en aquella ciudad de cinco millones de habitantes, donde son censados oficialmente tres mil distritos pobres, tenía el tiempo de apretarle la mano mientras estaba por morir. “¿Cómo te sientes? Onil” -pregunta madre Teresa. Para el viejo no había más esperanza: la desnutrición lo había ya arrastrado más allá del punto del cual se puede todavía regresar atrás. Nada, ni la comida, ni la ciencia, podía salvarlo más. Madre Teresa le quitaba pacientemente los gusanos del cuerpo. Alguien le dijo: “¿no tienes miedo de esos gusanos? ¿No te dan asco?” – “Me estoy tomando cura de Jesús” respondió ella. Clínicamente Onil ya había muerto, pero lograba a hablar todavía. “Que extraño, he vivido como un animal, y ahora muerto como un ser humano.” Inmediatamente después expiró con una sonrisa entre los brazos de la monja que rezaba sobre él en bengalí (Teresio Bosco, Madre Teresa de Calcuta, Ed. Elledici, 1991, pp.3-5)

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