PRIMA DI CAPIRE C’È IL GUARIRE

XV DOMENICA DEL T.O.

anno A (2020)

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

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Insegnava loro in parabole

Insegnava loro in parabole, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2013

Gesù esce di casa e si trova attorno una folla pronta ad ascoltarlo. Ma lo ascolteranno? O sono molti altri i motivi di quella numerosa presenza? Bisogna ricorrere a qualcosa che amplifichi la sua voce. Non ci sono ancora microfoni ed amplificatori. Seduto su una barca, può raggiungere meglio la gente assiepata sulla spiaggia. Gesù racconta una parabola che parla di seme e di terreni. Alla fine della narrazione i discepoli sembrano perplessi: Signore, ma qui siamo al mare e tu parli di terreni e di semi? Ma perché parli così? Perché parli con questi racconti? (Mt 13,10) E Gesù sconcerta ancor di più i discepoli: a loro parlo così, perché a voi è dato di conoscere i misteri che mi riguardano, mentre a loro non è dato (Mt 13,11). Che poi, più o meno, significa: a voi mi faccio conoscere, a loro no. Cos’è questo linguaggio? I conti non tornano: il vangelo non ci rivela un Dio che ama sempre e vuol farsi conoscere a tutti?

Non è tutto. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Parole ancora più enigmatiche. Significa forse che se hai qualcosa da offrire il Signore ti premia, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quello che gli potremmo offrire? C’è chi è pronto a scommetterci. Nel mio ministero trovo ancora persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, cioè se lo meritano; oppure, trovo tanti cristiani convinti che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, “degne” di Dio, mentre tutti gli altri devono starsene alla larga. O forse le parole di Gesù sono comprensibilissime, ma suonano enigmatiche a chi non vuole comprendere, a chi non si trova nelle adeguate disposizioni davanti a Lui?

Dio parla. Questo il tema dominante di questa domenica n.15 del tempo ordinario. E se parla, lo fa certamente per comunicare con l’uomo, lo fa certamente per comunicargli vita. La sua parola è sempre creatrice, è sempre principio di vita (cfr. Is 55,10-11). Le parole che vi dico sono Spirito e vita (Gv 6,63) – disse Gesù a un gruppo di discepoli che sembrava lo ascoltasse, ma che in realtà non gli credeva e poi lo avrebbe lasciato. Qui sta l’inghippo. Gesù ricorda ai suoi che si compie una profezia di Isaia. Profezia che spiega il perché del “a voi sì, a loro no”: c’è in mezzo al popolo un problema nel profondo del cuore. C’è un’insensibilità che non permette di comunicare con Dio (Mt 13,15). Del resto, non abbiamo sentito domenica scorsa il Signore esultare mentre loda il Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le rivela ai piccoli? (Mt 11,25)

I misteri di Dio diventano comprensibili solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina con semplicità a Gesù rispondendo al suo invito: venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi. Non ci va per dirgli cosa deve dire, cosa deve fare o cosa deve dimostrargli. I suoi misteri si rivelano solo a chi si apre prima di tutto allo stupore che genera Gesù, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità, le proprie idee o progetti. Qui c’è già tutta la contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli, tra chi vede e chi non vede, tra chi ascolta e chi non ascolta, tra chi si avvicina a Gesù e chi invece non si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi guarire e chi glielo chiude per paura di quello che potrebbe scoprire: come può conoscere il medico chi non è convinto di essere infermo e di avere bisogno di lui? È un po’ come succede talvolta a noi preti. C’è chi, affrontando paure o vergogne, apre fiduciosamente il proprio cuore, e c’è chi invece non si fida per tanti motivi. Allora spesso ascoltiamo infiniti ragionamenti e tanto sapere “religioso”, ma senza che si vada al “dunque” della propria situazione interiore. Alla fine si rispetta la persona nella sua libertà, solo che Dio non opererà niente e non certo perché non lo voglia.

C’è però chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. Dunque non è il Signore a tenere dentro la sua conoscenza alcuni e a lasciarne fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole. E non è un caso l’evangelista Matteo pone questo brano “diagnostico” tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio che dobbiamo vivere affinché le parole di Gesù non rimangano un enigma e possano giungere a noi come luce: bisogna prima avvicinarsi e aprirgli il cuore, disposti a riconoscere le proprie durezze. Come dire: gli occhi dei discepoli cominciano a vedere quando scoprono di essere ciechi, le loro orecchie cominciano a udire quando avvertono la propria sordità, il loro cuore comincia a capire quando sente le sue resistenze alla Parola di Dio. Sempre che la lasciamo lavorare dentro di noi giorno dopo giorno.

 

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ANTES DE ENTENDER ESTA EL SANAR

 

Jesús sale de casa y se encuentra alrededor una multitud lista para escucharlo. Pero ¿lo escucharán? O ¿son muchos otros los motivos de aquella numerosa presencia? Es necesario recurrir a algo que amplifique su voz. No hay todavía micrófonos y amplificadores. sentándose sobre una barca, puede alcanzar mejor a la gente aglomerada en la playa. Jesús narra una parábola que habla de semillas y de terrenos. Al final de la narración los discípulos parecen perplejos: Señor, ¿pero aquí estamos en el mar y tú hablas de terrenos y de semillas? Pero ¿Por qué hablas así? ¿Por qué hablas con estos relatos? (Mt 13,10) Y Jesús desconcierta aún más a los discípulos: a ellos hablo así, porque a ustedes es dado a conocer los misterios que se refieren a mí, mientras que a ellos no es dado (Mt 13,11). Que, más o menos, significa: a ustedes me hago conocer, a ellos no. ¿Qué significa este lenguaje? Las cuentas no resultan: ¿el evangelio no nos revela a un Dios que ama siempre y quiere hacerse conocer a todos?

No es todo. Porque a quien tiene, se le dará aún más y tendrá en abundancia, pero al que no tiene, se le quitará aun lo que tiene (Mt 13,12). Palabras aún más enigmáticas. ¿Significa quizás que si tienes algo para ofrecer el Señor te premia, mientras si no le ofreces nada nos quita también aquello que le podríamos ofrecer? Hay quien está listo en apostar. En mi ministerio todavía encuentro a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea si lo merecen; o también, encuentro a tantos cristianos convencidos de que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un círculo restringido de persona virtuosas, “dignas” de Dios, mientras todos los demás deben estar alejados. ¿Quizás las palabras de Jesús son comprensibles, pero suenan enigmáticas a quien no quiere comprender, a quien no se encuentra en la adecuada disposición delante de Él?

Dios habla. Este es el tema dominante de este domingo n°15 del tiempo ordinario. Y si habla, lo hace ciertamente para comunicarse con el hombre, lo hace ciertamente para comunicarle vida. Su palabra es siempre creadora, es siempre principio de vida (cfr. Is 55,10-11). Las palabras que les digo son Espíritu y vida (Jn 6,63) – dice Jesús a un grupo de discípulos que parece que lo escuchan, pero que en realidad no le creían y luego lo hubieran dejado. Aquí está la trampa. Jesús recuerda a los suyos que se cumple una profecía de Isaías. Profecía que explica el porqué del “a ustedes sí, a ellos no”: hay un problema en lo profundo del corazón en medio del pueblo. Hay una insensibilidad que no permite comunicarse con Dios (Mt 13,15). Por el resto, ¿no hemos escuchado el domingo pasado al Señor exultar mientras alaba al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes, y las revela a los pequeños? (Mt 11,25)

Los misterios de Dios se vuelven comprensibles solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca con sencillez a Jesús respondiendo a su invitación: vengan a mí, todos ustedes que están cansados y agobiados. No va para decirles qué cosa debe decir, qué cosa debe hacer o qué cosa debe demostrarles. Sus misterios se revelan solo a quien se abre antes de nada a la maravilla que crea Jesús, poniendo a un lado la propia ciencia, las propias capacidades, las propias ideas o proyectos. Aquí ya está toda la oposición entre el “ellos” de la multitud y el “ustedes” de los discípulos, entre quien ve y quien no ve, entre quien escucha y quien no escucha, entre quien se acerca a Jesús y quien en cambio no se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacer sanar y quien se lo cierra por miedo de lo que podría descubrir: ¿cómo puede conocer el médico a quien no está convencido que está enfermo y de necesitar de él? Es un poco como sucede a veces a nosotros sacerdotes. Hay quien, afrontando miedos o vergüenzas, abre confiadamente su propio corazón, y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos. Entonces muchas veces escuchamos infinitos razonamientos y tanto saber “religioso”, pero sin ir al “centro” de la propia situación interior. Al final se respeta a la persona en su libertad, solo que Dios no obrará nada y no seguramente porque no lo quiera.

Pero hay quien vive la felicidad de mirar sorprendido a Jesús con el corazón abierto, siempre dispuesto a reconocer la propia enfermedad para pedir la sanación (Mt 13,16-17): esta persona está dentro del “ustedes” de sus discípulos. Entonces no es el Señor en tener dentro de su conocimiento a algunos y dejar afuera a otros. Somos nosotros que nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras. Y no es una casualidad que el evangelista Mateo pone este versículo “diagnóstico” entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje que debemos vivir para que las palabras de Jesús no se queden en un enigma y pueda alcanzar a nosotros como luz: es necesario primero acercarse y abrirle el corazón, dispuestos a reconocer las propias durezas. Cómo decir: los ojos de los discípulos comienzan a ver cuando descubren estar ciegos, sus oídos comienzan a escuchar cuando advierten la propia sordera, su corazón comienza a entender cuando siente sus resistencias a la Palabra de Dios. Siempre que la dejamos trabajar dentro de nosotros día tras día.