LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

CHE VE NE PARE?

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Siamo ancora nella vigna del Signore. Domenica scorsa abbiamo visto che la parabola raccontata da Gesù era indirizzata soprattutto a coloro che sono chiamati per primi a lavorarci dentro. Il suo inequivocabile finale getta una luce profonda sul mistero del regno di Dio e della sua accoglienza: così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Mt 20,16). La piccola parabola di oggi continua a illuminare questo mistero, ovvero continua a far emergere la mormorante resistenza dei primi chiamati che, allora come oggi, contestano segretamente il Signore per la sua bontà verso tutti. Il suo infatti sarebbe un comportamento ingiusto (Mt 20,11-12). A chi oggi continua, consciamente o inconsciamente, a discutere sulla sua giustizia così “strana”, Dio risponde nella prima lettura: voi dite “non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque casa d’Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?…(cfr. Ez 18,25-28)

Gesù tiene moltissimo anche ai primi chiamati. Per questo vediamo come anche il vangelo di oggi si dirige a una delle categorie più difficili a convertirsi, ai capi e agli anziani del popolo: l’intento del Signore non è infatti quello di abbandonarli nel loro rifiuto, ma di far rispecchiare i suoi uditori nel personaggio che li riguarda. E’ così anche oggi nel popolo di Dio. Quanto sta accadendo a Francesco non fa che rendere un gran servizio alla verità del vangelo, nonché confermare ancor di più questo papa nella sua chiamata. Perché in fin dei conti, con l’ultima lettera “correctio filialis de haeresibus propagatis” di alcuni autorevoli fratelli sacerdoti e non, che cosa c’è dietro il sospetto (se non l’accusa) delle eresie indicate? Lo stesso sospetto che circondò Gesù da parte delle autorità religiose per il suo misericordioso abbassarsi  su tutti coloro che, per il loro peccato o la loro reputazione non proprio immacolata, venivano accolti e chiamati dal Signore. In Amoris Laetitia il papa conclude un cammino sinodale di due anni dove tutte le voci ecclesiali sono state ascoltate e confrontate in materia per poi convergere nel documento; il quale, non è mera espressione di una sua visione personale sull’amore nella famiglia, ma della chiesa intera nel suo insieme. Si è liberi di pensare quello che si vuole, ma dietro il sospetto che Francesco con questa esortazione apostolica stia minando alcuni fondamenti dottrinali della fede, in realtà mal si cela, ancora una volta, il “problema” della bontà di Dio che si apre verso gli ultimi e chiede alla sua chiesa di fare altrettanto. E di “ultimi”, ve l’assicuro, ce ne sono anche tra coppie ferite nelle proprie vicende personali che stanno cercando di vivere come famiglia nella fede con sincera intenzione.

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I due figli inviati nella vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Gesù racconta di un uomo che comanda ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo disobbedisce inizialmente con la parola, ma ci ripensa e si pente, alla fine obbedisce e ci va a lavorare. Il secondo obbedisce subito con la parola, ma in realtà poi disobbedisce perché non ci va (Mt 21,28-30). Il Signore fa trarre le conclusioni ai suoi stessi uditori, i quali, senza accorgersene, confermano il suo insegnamento. Significato inequivocabile: c’è chi arriva nella vigna a lavorare dopo esserne stato a lungo lontano e tuttavia entra per primo nel regno; e c’è chi solo apparentemente vi è già dentro per lavorarci, ma in realtà è fuori, e vi accederà se e soltanto dopo che avrà aperto il cuore a Chi il cuore ce l’ha sempre aperto a tutti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Infatti, a dimostrazione delle sue parole, Gesù osserva come gli stessi pubblicani e prostitute si pentirono e si convertirono al messaggio di un appartenente al popolo dei primi chiamati come Giovanni il Battista, che certo non sottolineava tanto la via della misericordia (Mt 21,32); ma anche questo messaggio fu del tutto inascoltato dalle autorità religiose.

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Vi passano avanti, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Il brano del vangelo di oggi ci aiuta a penetrare maggiormente nel segreto del nostro rapporto con Dio. Se lo si vuole verificare seriamente, non può essere mai sganciato dal rapporto con i fratelli e dalla immagine che noi abbiamo di Lui. Prima di tutto, quello che sicuramente emerge dalle parole di Gesù è che Egli ama molto la sincerità. Come dire: meglio un “no” sincero alla sua chiamata che un “sì” ad essa falso, calcolatore e mormorante. Al lettore attento non sarà sfuggita la somiglianza di questi due figli a quelli della ben più celebre parabola di Luca (Lc 15,1ss.): il primo al fratello minore allontanatosi dalla casa paterna, il secondo al fratello maggiore che, pur restando nella casa del padre, non vive in comunione di cuore con il padre della casa. Alla fine del racconto, quel padre che ha tanto atteso pazientemente il ritorno del figlio minore esce di casa a pregare il maggiore perché vi rientri a celebrare con lui la salvezza donata al fratello. Ma l’inghippo che gli impedisce di rientrare è la sua “giustizia” messa a confronto con l’inspiegabile condotta misericordiosa del padre, segno inconfondibile di una immagine sbagliata che ha di lui. Stiamo pian piano scoprendo qualcosa di importante nella vita spirituale: il Signore Gesù si rivela solo a chi lo ama, a chi gli dice un sì sincero, fiducioso, senza pretendere di capire tutto. A chi invece dice di capirlo/conoscerlo, ma non lo ama per quello che è, Gesù parla con il suo silenzio (come sta facendo papa Francesco con coloro che lo sospettano o lo accusano in via epistolare). Poi, per recuperarlo, gli parla in parabole affinché rifletta e capisca quello che non vuol capire. Difatti il vangelo di oggi è come uno “screening” che svela a sé stesso l’ascoltatore/lettore che non vuole convertirsi, perché si riconosca nel secondo figlio e così passi al movimento interiore e al comportamento del primo.

Kierkeegärd diceva che la verità è paradossale. Quando meditiamo il vangelo ce ne accorgiamo. Gesù afferma che persone che vivono in modo palesemente ingiusto (pubblicani e prostitute) sono preferibili a quelle che vivono in modo “giusto”. Come è possibile? Non è forse una contraddizione? Può il Signore contraddirsi? No. Ancora una volta è il paradosso del vangelo a rispondere. In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Trovo queste parole di Gesù tra le più dure e nello stesso tempo più belle e consolanti che abbia mai detto ai suoi uditori. Perché pubblicani e prostitute sono peccatori d.o.c. che non potranno mai fingersi giusti e pertanto sono più aperti e pronti ad accogliere la salvezza che il Signore offre loro (cfr. Lc 7,36 ss., 18,9-14 e 19,1-10!!!…). Solo quando accetteremo di essere come loro (o peggio!) potremo entrare nel regno di Dio. La proposta del padre ai due figli è identica: è il comando dell’amore che se messo in pratica li rende simili a Lui. Ma il secondo figlio guarda il padre come a un padrone al quale non si può dire di no. E’ come la persona religiosa che si sente in obbligo di compiacere Dio. Ma per dovere nessuno saprà mai amare! In realtà anche questo figlio, come l’altro, non vuole ascoltare il padre. Tuttavia mentre il primo dice apertamente di no e ci ripensa, questo invece non se lo permette perché vive nella paura di mettersi contro il padre-padrone. Dunque esprimere apertamente il proprio rifiuto è già segno positivo: suppone che il padre che ci sta di fronte rispetti la libertà del figlio, mentre dire di sì per paura suppone che il padre non tolleri la libertà e schiacci chi a Lui si ribella (P.Silvano Fausti S.I.). Ancora una volta, il vero peccato più nascosto nel cuore dell’uomo, ma evidenziato dal vangelo, è quello di chi si crede nel giusto e non può ottenere il perdono semplicemente perché non ne sente nemmeno il bisogno. Rischio alto di resistenza allo Spirito cui si avvicinano tutti coloro che non riconoscono in sé il peccato che rimproverano agli altri.

Che ve ne pare? Vi piace questo Gesù che porta sempre ciascuno a guardare dentro di sé?

 

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QUE LES PARECE?

 

Estamos todavía en la viña del Señor. El domingo pasado hemos visto que la parábola narrada por Jesús estaba dirigida sobre todo para aquellos que son  llamados primero a trabajarnos adentro. Su inconfundible final lanza una luz profunda sobre el misterio del reino de Dios y de su acogida: Así sucederá: los últimos serán primeros, y los primeros serán últimos (Mt 20,16). La pequeña parábola de hoy continúa a iluminar este misterio, o mejor dicho continúa en hacer sobresalir la murmurante resistencia de los llamados primero que, en aquél entonces como hoy, contestan secretamente al Señor por su bondad hacia todos. El suyo de hecho sería un comportamiento injusto (Mt 20,11-12). A quien hoy continúa, conscientemente o inconscientemente, a discutir sobre su justicia así “extraña”, Dios responde en la primera lectura: ustedes dicen “no es recto el modo de actuar del Señor”. Oigan, pues, gente de Israel: ¿así que mi manera de ver las cosas no es correcta? ¿No lo será más bien la de ustedes?… (cfr. Ez 18,25-28)

Jesús tiene muchísimo también a los primeros llamados. Por esto vemos como también el evangelio de hoy se dirige a una de las categorías más difíciles en convertirse, a los jefes y a los ancianos del pueblo: el intento del Señor no es de hecho el de abandonarlos en su rechazo, sino de hacer reflejar a sus oidores en el personaje que les reguarda. Es así también hoy en el pueblo de Dios. Cuanto está ocurriéndole a Francisco no hace que devolver un gran servicio a la verdad del evangelio, además de todavía confirmar a este Papa aún más en su llamada. Porque al fin de cuentas, con la última carta “correctio filialis de haeresibus propagatis” de algunos acreditados hermanos sacerdotes y no, ¿qué cosa hay detrás de las sospechas (sino la acusación) de las herejías indicadas? La misma sospecha que circundó Jesús de parte de las autoridades religiosas por su misericordioso abajarse sobre todos aquellos que, por su pecado o su reputación no seguramente inmaculada, venían acogidos y llamados por el Señor. En Amoris Laetitia el papa concluye un camino sinodal de dos años donde todas las voces eclesiales han sido escuchadas y confrontadas en materia para luego converger en el documento; el cual, no es mera expresión de su visión personal sobre el amor en la familia, sino de la iglesia entera en su conjunto. Sé es libre de pensar lo que se quiere, pero detrás de la sospecha que Francisco con esta exhortación apostólica esté minando algunos fundamentos doctrinales de la fe, en realidad mal se esconde, una vez más, el “problema” de la bondad de Dios que se abre hacia los últimos y pide a su iglesia de hacer lo mismo. Y de “últimos”, les aseguro, están también entre las parejas heridas en sus propios asuntos personales que están buscando de vivir como familia en la fe con sincera intensión.

Jesús cuenta de un hombre que manda a sus dos hijos a ir a trabajar en la viña. El primero desobedece inicialmente con la palabra, pero lo vuelve a pensar y se arrepiente, al final obedece y va a trabajar. El segundo obedece inmediatamente con la palabra, pero en realidad luego desobedece porque no va (Mt 21,28-30). El Señor hace sacar las conclusiones a sus mismos oyentes, los cuales, sin darse cuenta, confirman su enseñanza. Significado inconfundible: está quien llega a la viña a trabajar después de haber estado por mucho tiempo lejano y sin embargo entra como primero al reino; y está quien solo aparentemente está ya dentro por trabajar, pero en realidad está afuera, y entrará si y solamente después que habrá abierto el corazón a Quien el corazón lo tiene siempre abierto a todos: los publicanos y las prostitutas los adelantarán en el reino de Dios (Mt 21,31). De hecho, en demostración de sus palabras, Jesús observa como los mismos publicanos y prostitutas se arrepintieron y se convirtieron al mensaje de un perteneciente al pueblo de los primeros llamados como Juan Bautista, que ciertamente no subrayaban tanto el camino de la misericordia (Mt 21,32); pero también este mensaje fue no escuchado del todo por las autoridades religiosas.

El texto del evangelio de hoy nos ayuda a penetrar mayormente en el secreto de nuestra relación con Dios. Si se quiere verificar seriamente, no puede ser nunca desenganchado de la relación con los hermanos y de la imagen que nosotros tenemos de Él. Primero de todo, lo que seguramente sobresale de las palabras de Jesús es que Él ama mucho la sinceridad. Como decir: mejor un “no” sincero a su llamada que un “si” falso a esa, calculador y murmurante. Al lector atento no se le habrá escapado la semejanza de estos dos hijos a aquellos de la tanto célebre parábola de Lucas (Lc 15,1ss.): el primero al hermano menor alejándose de la casa paterna, el segundo al hermano mayor que, a pesar de estar en la casa del padre, no vive en comunión de corazón con el padre de la casa. Al final del relato, aquél padre que tanto ha esperado pacientemente el regreso del hijo menor sale de casa a rogar al mayor para que entre a celebrar con él la salvación donada al hermano. Pero el obstáculo que le impide entrar es su “justicia” puesta en confrontación con la inexplicable conducta misericordiosa del padre, signo inconfundible de una imagen equivocada que tiene de él. Estamos poco a poco descubriendo algo importante en la vida espiritual: el Señor Jesús se revela solo a quien lo ama, a quien le dice un sí sincero, confiado, sin pretender de entenderlo todo. A quien en cambio dice de entenderlo/conocerlo, pero no lo ama por lo que es, Jesús habla con su silencio (como está haciendo papa Francisco con aquellos que lo sospechan o lo acusan de manera epistolar). Luego, para recuperarlo, le habla en parábolas para que reflexione y entienda lo que no quiere entender. De hecho el evangelio de hoy es como un “screening” que revela a sí mismo el que escucha/lector que no quiere convertirse, para que se reconozca en el segundo hijo y así pase al movimiento interior y al comportamiento del primero.

Kierkeegärd decía que la verdad es paradojal. Cuando meditamos el evangelio nos damos cuenta. Jesús afirma que las personas que viven de manera lampantemente injusta (publicanos y prostitutas) son preferibles a aquellos que viven de manera “justa”. ¿Cómo es posible? ¿No es quizás una contradicción? ¿Puede el Señor contradecirse? No. Una vez más es la paradoja del evangelio en responder. En verdad yo les digo: los publicanos y las prostitutas llegarán antes que ustedes al Reino de los cielos. Encuentro en estas palabras de Jesús entre las más duras y al mismo tiempo más lindas y consoladoras que jamás haya dicho a sus oyentes. Porque publicanos y prostitutas son pecadores ad hoc que nunca podrán fingirse justos y por lo tanto son más abiertos y listos en acoger la salvación que el Señor ofrece a ellos (cfr. ¡¡¡Lc 7,36 ss., 18,9-14 y 19,1-10!!!…). Solo cuando aceptaremos ser como ellos (¡o peor!) podremos entrar en el reino de Dios. La propuesta del padre a los dos hijos es idéntica: es el mandamiento del amor que si es puesto en práctica lo rinde similar a Él. Pero el segundo hijo mira al padre como un jefe al cual no se le puede decir que no. Es como la persona religiosa que se siente en la obligación de complacer a Dios. ¡Pero por deber nunca nadie sabrá amar! En realidad también este hijo, como el otro, no quiere escuchar al padre. Sin embargo mientras el primero dice abiertamente que no y vuelve a pensar, este en cambio no se lo permite porque vive en el miedo de ponerse en contra del padre-jefe. Entonces expresar abiertamente el propio rechazo es ya signo positivo: supone que el padre que nos está delante respete la libertad del hijo, mientras decir que si por miedo supone que el padre no tolera la libertad y aplaste quien a Él se rebela (P. Silvano Fausti S.I.). Una vez más, el verdadero pecado más escondido en el corazón del hombre pero evidenciado por el evangelio, es aquello de quien se cree estar en lo justo y no puede obtener el perdón, simplemente porque no siente ni siquiera la necesidad. Riesgo alto de resistencia al Espíritu de quienes se acercan todos aquellos que no reconocen en sí el pecado que culpan a los demás.

¿Qué les parece? ¿Les gusta este Jesús que lleva siempre a cada uno a mirarse dentro de sí?

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.

 

GESÙ, L’AFFARE DECISIVO DELLA VITA

XVII DOMENICA DEL T.O.

1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 

 

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L'uomo e il tesoro
Parabola del tesoro nascosto, Gerrit Dou, (1630) Monastero di Bose

 

In questi ultimi mesi mi è capitato di incontrare uomini e donne in procinto di iniziare o concludere ottimi affari. C’è chi sta acquistando una bella casa con 80.000 euro invece di pagarne 130.000, suo effettivo valore. C’è chi, dopo una lunga ricerca, ha finalmente trovato una donna come onesta e affidabile badante per il proprio genitore anziano. C’è chi, dopo aver lungamente “subìto” un lavoro, ne ha trovato un altro più calzante per le proprie capacità. C’è chi ha trovato un privato vendergli la propria auto perfettamente integra in tutte le sue componenti per un paio di migliaia di euro. In mezzo alle tante cose che non funzionano nella vita, tutti, in tali occasioni, tiriamo un sospiro di sollievo…Pensavo perciò come, nella vita, facciamo tutti l’esperienza di affari che ci vanno bene e di altri che ci vanno male.

Il vangelo di oggi ci consegna un messaggio importantissimo. E’ come se ci dicesse: ecco, c’è però un affare molto più importante da portare a termine. Se ti capitasse “a tiro”, bada di non lasciartelo sfuggire. Di questo ce ne parlano le prime due parabole. In entrambe infatti avviene qualcosa che porta i 2 soggetti protagonisti a vendere tutti i propri averi (Mt 13,44-45), una scelta davvero piuttosto radicale. Cosa può portare l’uomo a una tale decisione? La 1a parabola racconta che questo avviene in quanto il soggetto si imbatte in un tesoro assolutamente inaspettato. La sorpresa è così intensa da procurare a quell’uomo una gioia tale da fargli vendere tutto per acquistare il campo dove lo ha trovato e poi nuovamente nascosto. Traduzione: cos’è il regno dei Cieli? E’ incontrare dentro la propria storia Gesù vivo che la sconvolge riempendola di gioia. La gioia, e soltanto la gioia, è il motore di una tale decisione, non perché si debbano buttar via i propri averi, ma perché si trova in Gesù il senso di tutta la vita, il significato di tutto ciò che si è e si ha; per cui non c’è più niente che possa contare quanto Lui. La 2a parabola sottolinea la capacità di un altro uomo, un mercante, di saper valutare tra pietre preziose. Costui è un intenditore che cerca. Incontrare Gesù è come trovare, nella propria ricerca, una perla talmente preziosa che, al confronto, tutto quello che si è incontrato fino a quel momento impallidisce e diventa solo funzionale per giungere ad averla. Le due parabole hanno dunque una certa simmetria. Anche se si può incontrare Gesù in modi diversi (in modo fortuito o come frutto di una ricerca) quello che importa però è decidersi di portare a termine l’affare: vivere con e per Lui. Infatti, prima o poi nella vita ci si accorgerà che non si può amare Gesù e i propri averi. In altre pagine dei vangeli sappiamo cosa il Signore stesso dice in proposito: perché o si odierà uno e si amerà l’altro, oppure ci si affezionerà all’uno e si disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona (Lc 16,13 e Mt 6,24).

Mi meraviglio sempre quando incontro nella chiesa fratelli che coltivano la fede  per qualche altro motivo, ma non per la gioia di chi si è incontrato. O forse, semplicemente non hanno ancora incontrato Gesù. Non lo so. Proprio non riesco a comprendere come si possa tenere in piedi il cristianesimo senza gioia. E’ un’illusione, non regge, alla lunga persino il mondo che ci circonda lo squalifica (cfr.Mt 5,13). E’ impressionante quanti ambienti ecclesiali siano oggi ricchi di tante cose, di dottrina e di tante sicurezze, nei giudizi categorici, nei mezzi, nei sussidi a disposizione, nelle persone titolate a portare avanti continue iniziative e progetti pieni di buone intenzioni, eppure tra loro non si respira la gioia di Gesù! Come è bello invece vedere l’uomo quando, incontrato Gesù, decide di far ruotare la sua vita non più attorno a sé, ma attorno a Lui! Nei giorni scorsi un amico è venuto a bussare di buon mattino alla mia porta. Non è sua consuetudine venire di mattino così presto: “vorrei parlarti”, – mi dice. Prima ancora che mi parlasse intuivo che stava per dirmi qualcosa di molto importante. E così, davanti a un buon caffè, mi comunica la sua decisione di lasciare tanti affari, di lasciare tante occupazioni che riempiono la sua vita, di delegare ad altri le sue attività per concentrarsi nell’affare più importante da quando Gesù gli ha toccato il cuore: dare più tempo e la sua stessa vita per servirlo meglio. Voleva condividere con me questa sua decisione. Quando l’ho salutato aveva gli occhi che gli brillavano e tutto il suo volto emanava una pace profonda. Notate bene: è un uomo sposato. Quanto è grande e buono il Signore Gesù con chi si decide per Lui, chiunque egli sia!

Andiamo alla ultima coppia di parabole. La prima parabola (Mt 13,47-50) richiama in parte quella del grano e della zizzania di domenica scorsa, ma sottolinea soprattutto la responsabilità a cui siamo chiamati. Gesù non ci è venuto incontro per fare di Lui un affare privato. Non esiste dono che Dio ci faccia che non serva per amare e coinvolgere gli altri. Guai a chi si costruisce una fede “fai-da-te”. In questo senso allora i discepoli sono chiamati a essere una comunità (una rete) di gente pescata dalla morte che a sua volta diventa pescatrice (Mt 4,19). Essi non scelgono chi vi entra (anche perché sceglierebbero solo i buoni, i bravi e i belli!…), ma accolgono tutti nel proprio seno, peccatori come loro. Solo alla fine del mondo, cioè quando la rete sarà riempita (v.48) si opererà una distinzione tra pesci buoni e cattivi, azione che eseguiranno gli angeli (v.49). Ancora una volta il richiamo è di non lasciarsi influenzare dalla voglia di giudicare prima del tempo. Il tempo presente che viviamo ci è dato per la pesca e per essere misericordiosi con gli altri come Colui che ci ha pescato misericordiosamente. Diversamente, ci si auto-incarica ad essere angeli chiamati ad eseguire i giudizi divini che nemmeno conosciamo. E quanti ce ne sono di questi “angeli” oggi in giro, basta dare un’occhiata su facebook…

Avete capito tutte queste cose? – dice in conclusione Gesù ai suoi uditori, che gli rispondono subito: “” (Mt 13,51). Perciò ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). Se anche voi avete capito tutte queste cose (che spero di aver trasmesso fedelmente), allora non c’è bisogno che vi spieghi quest’ultima paraboletta. Se invece non le avete comprese, non scoraggiatevi. L’augurio con la mia preghiera più sincera è che, per tutti voi che avete letto, Gesù diventi il tesoro unico della vita. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore (Lc 12,34).

 

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En estos últimos meses me ha sucedido que he encontrado hombres y mujeres a punto de iniciar o concluir óptimos asuntos. Hay quien está comprando una bella casa con 80,000 euros en cambio de pagar 130,000, su efectivo valor. Está quien, después de una larga búsqueda, finalmente ha encontrado una mujer como honesta y confiable cuidadora para el propio papá anciano. Está quien, después de haber “padecido” largamente un trabajo, ha encontrado otro más adecuado a la propia capacidad. Está quien ha encontrado a un privado venderle su propio carro perfectamente integra en todos sus componentes por un par de millones de euros. En medio de las tantas cosas que no funcionan en la vida, todos, en tales ocasiones, hacemos un suspiro de descanso… Pensaba por esto como, en la vida, hacemos todos la experiencia de asuntos que nos van bien y de otros que nos van mal.

El evangelio de hoy nos entrega un mensaje importantísimo. Es como si se dijera: he aquí, hay sin embargo en la vida un negocio mucho más importante para llevar a  termine. Si te sucediera “en tu camino”, cuida en no dejarlo escapare. Nos hablan las primeras dos parábolas. En las dos de hecho sucede algo que lleva a los 2 sujetos protagonistas a vender todos los propios bienes (Mt 13,44-45), una elección verdaderamente radical. ¿Qué puede llevarle al hombre a una tal decisión? La 1ra parábola cuenta que esto ocurre en cuanto el sujeto se topa con un tesoro absolutamente inesperado. La sorpresa es así intensa hasta el punto de crear en aquél hombre un tal gozo  de hacerle vender todo para comprar el campo donde lo ha encontrado, y luego nuevamente esconderlo. Traducción: ¿Qué es el reino de los Cielos? Es encontrar dentro de la propia historia a Jesús vivo que la transforma llenándola de gozo. El gozo, y solamente el gozo, es el motor de una tal decisión, no porque se deban arrojar los propios bienes, sino porque se encuentra en Jesús el sentido de toda la vida, el significado de todo lo que se es y se tiene; por lo cual no hay más nada que pueda valer cuanto Él. La 2da. Parábola de hecho subraya la capacidad de otro hombre, un mercader, de saber evaluar entre las piedras preciosas. Este es un entendedor que busca. Encontrar a Jesús es como encontrar, en la propia búsqueda, una perla tanto preciosa que, en comparación, de todo aquello que se ha encontrado hasta ese momento palidece y se vuelve solo funcional para alcanzar y tenerla. Las dos parábolas tienen entonces una cierta simetría. Aunque se pueda encontrar a Jesús en modos diferentes (de manera fortuita o como fruto de una búsqueda) lo que importa es decidirse en llevar a termine el asunto: vivir con y para Él. Antes o después en la vida nos daremos cuenta que no se puede amar a Jesús y los propios bienes. En otras páginas de los evangelios sabemos qué es lo que el Señor mismo dice a propósito: porque o se odiará uno y se amará al otro, o si no nos aficionaremos a uno y se despreciará al otro. No pueden servir a Dios y a Mahoma (Lc 16,13 y Mt 6,24).

Me quedo maravillado cuando encuentro en la iglesia a hermanos que no cultivan la fe por el gozo de quien se ha encontrado. O quizás, simplemente todavía no han encontrado a Jesús. No lo sé. No logro a comprender como se pueda tener en pie el cristianismo sin gozo. Es una ilusión, no se mantiene, a la larga hasta el mundo que nos rodea lo descalifica (cfr. Mt 5,13). Es impresionante cuántos ambientes eclesiales hoy sean ricos de doctrinas y de tantas seguridades, sobre todo en los juicios categóricos, en los medios, en las personas tituladas a llevar adelante continuas iniciativas y proyectos llenos de buenas intenciones, ¡pero entre ellos no se respira el gozo de Jesús! Cómo es bello en cambio ver al hombre cuando, encontrado Jesús, decide hacer girar su vida no más alrededor de sí mismo, sino entorno a Él! En los días pasados un amigo ha venido a tocar de buena mañana a mi puerta. No es su costumbre venir así temprano por la mañana: “quiero hablarte”, – me dijo. Todavía antes de que me hable intuía que estaba para decirme algo muy importante. Y así, delante de un buen café, me comunicó su decisión de dejar tantos negocios, de dejar tantas ocupaciones que llenan su vida, delegar a otros sus actividades para concentrarse en el asunto más importante desde cuando Jesús le ha tocado el corazón: dar más tiempo y su misma vida para servirlo mejor. Quería compartir conmigo esta decisión suya. Cuando lo he saludado tenía los ojos que le brillaban y todo su rostro emanaba una paz profunda. Noten bien: es un hombre casado. Cuanto es grande y bueno el Señor Jesús con quien se decide por Él, ¡quien ese fuera!

Vamos a la última pareja de parábolas. La primera parábola (Mt 13,47-50) vuelve a llamar en parte a aquella del trigo y de la cizaña del domingo pasado, pero subraya sobre todo la responsabilidad a la cual estamos llamados. Jesús no nos ha venido al encuentro para hacer de Él un asunto privado. No existe don que Dios nos haga que no sirva para amar e involucrar a los demás. Pobre de quien se construye una fe “autoservicio”. En este sentido entonces los discípulos están llamados a ser una comunidad (una red) de gente pescada de la muerte que a su vez se vuelve pescadora (Mt 4,19). Ellos no eligen quien entra (también porque elegirían solo a los buenos, los capaces y los lindos!…), pero acogen a todos en el propio seno pecadores como ellos. Solo al final del mundo, o sea cuando la red estará llena (v.48) se trabajará una diferenciación entre peces buenos y malos, acción que ejercerán los ángeles (v.49). Una vez más la llamada es de no dejarnos influenciar del deseo de juzgar antes de tiempo. El tiempo presente que vivimos nos es dado para la pesca y para ser misericordiosos con los demás como Aquél que nos ha pescado misericordiosamente. Diferentemente, nos auto-encargamos a ser ángeles llamados para cumplir los juicios divinos que ni siquiera conocemos. Y cuantos hay por ahí de estos “ángeles” vayan a dar una mirada por facebook…

¿Han entendido estas cosas? – dice en conclusión Jesús a sus oidores, que le responden inmediatamente: “si” (Mt 13,51). Por lo cual cada escriba que se volvió discípulo del reino de los cielos es similar a un jefe de casa que extrae  de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas (Mt 13,52). Si también ustedes han entendido todas estas cosas, que espero haber transmitido fielmente, no es necesario que les explique esta última parábolina. Si en cambio no lo han entendido, no se desanimen. El deseo con mi oración más sincera es que, por todos ustedes que han leído, Jesús se vuelva el tesoro único de la vida. Porque donde está tu tesoro, allí estará también tu corazón (Lc 12,34).

TENTATI E ADDESTRATI

1a DOMENICA DI QUARESIMA

Gn 2,7-9.3,1-7; Rm 5,12-19; mt 4,1-11

“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.”

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Quello che il Signore Gesù ci ha proposto nel vangelo di domenica scorsa, è sostanzialmente cercare una vita da figli e fratelli tra noi, nella solida certezza che abbiamo un Dio Padre/Madre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. La Quaresima appena scoccata aiuta a focalizzare se ci troviamo dentro questa ricerca, o se siamo ancora saldamente guidati da satana, mentre c’illudiamo di seguire Gesù. Perché il racconto delle tentazioni subite da Cristo è icona di ogni discepolo sottoposto alla necessità di verificare sempre la propria sequela. Notate subito come il nemico avanzi le sue proposte, quasi fossero scelte migliori per conseguire l’obiettivo del proprio cammino: se sei Figlio di Dio… Le tentazioni ci piombano addosso in 2 modi quando si cerca il bene: o rubandoci il desiderio di cercarlo con lo scoraggiamento (“non ce la faccio!…”), oppure facendocelo cercare nel modo sbagliato. Il male si propone sempre a fin di bene o si presenta comunque (apparentemente) come un progetto di bene. Nella vita non basta avere intenzioni di bene. Un proverbio udito da un sacerdote molti anni fa mi si è impresso nella mente: “la strada che conduce dritto alla dannazione è costellata di buone intenzioni”. Bisogna che ci si chieda con quali mezzi, in che modalità si vogliono realizzarle. E qui troviamo una netta distinzione tra la strategia satanica e quella di Dio che si svela, negli opposti obiettivi, in maniera progressiva.

La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

1° tentativo (vv.3-4): il diavolo propone a Gesù, dopo un lungo digiuno, di soddisfare il proprio bisogno materiale di mangiare. Suggerisce di approfittare del suo essere di Dio trasformando le pietre in pane. Vorrei innanzitutto chiarire che sicuramente il Signore, dopo aver superato le tentazioni, si sarà fatto una bella mangiata! Qui non si tratta di dimostrare che con Dio si può fare a meno di mangiare. Si tratta di chiarire dove si vuol collocare il principio di vita dell’uomo. Se la mia vita coincide con il mio benessere, allora il pane e tutto ciò che lo può preservare/consolidare diventa un assoluto. Tutto ciò che può garantirlo è giustificabile e giustifica ogni altro tipo di scelta a margine. Da questa prospettiva mi chiedo se la chiesa nel mondo occidentale non sia caduta e rimasta immersa in questa tentazione. Prendete il recente caso di quel confratello di una diocesi veneta che si scopre avere una doppia vita. Di giorno parroco, di notte organizzatore di orge. Siamo chiamati a non giudicare il peccatore, ma a farci un chiaro giudizio sul peccato: che segno dei tempi è? Ebbene, a quanti tra i parrocchiani avvicinati è stato chiesto cosa si pensasse in merito, colpisce che si sia levata una difesa generale (anche dal sindaco) del prete, “perché è uno che ha fatto molto per la cittadinanza, ha costruito la casa parrocchiale in montagna, ha fatto il campo sportivo per l’oratorio, organizzava eventi, sapeva parlare alla gente, era un trascinatore, ecc.ecc.”. Cioè, “ha fatto tante opere per noi, quindi è giustificabile/passabile quel che viveva, in fondo siamo uomini…”. E’ vero, siamo uomini e quindi fragili. Ma è questa la missione del sacerdote? E’ quella di garantire senz’altro un bel campo di calcio o di pallavolo per i ragazzi? Quella di soddisfare comunque il bisogno di sicurezza delle famiglie, aumentando il grado di comfort e di intrattenimento per tutti? E’ quella di offrire una disponibilità assoluta per venire incontro a ogni altro bisogno del popolo? O non è forse quella di manifestare, con la sua stessa vita, le parole di Gesù: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? 

La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

2° tentativo (vv.5-7): osservate come il diavolo spinga Gesù dal deserto alla città santa. Che significa? Che le tentazioni non ci mollano nemmeno quando ci si trova in luoghi religiosi o comunque attorniati dal sacro. Anzi, qui si fanno più sottili. Anche satana fa il teologo di mestiere! Lo porta sul pinnacolo del tempio e lo invita a fare l’esperienza di essere sorretto dagli angeli di Dio con tanto di citazione biblica (Sal 91,11-12). Non è forse lui il Figlio che si fida della parola del Padre? Allora si faccia visibile a tutti questa fiducia totale! Si renda visibile a tutti chi egli è!…E’ la tentazione del Dio che deve rispondere alle attese religiose dell’uomo, perché questi possa garantirsi di averlo sempre dalla propria parte. E’ la tentazione di ridurre la presenza di Dio allo spazio dove avviene il miracoloso. E’ la tentazione della religione visibile, spettacolare, fatta per rispondere all’ansia di sicurezza che induce a cercare sempre segni di conferma divina. E’ la tentazione di avere Dio sotto controllo per asservirlo ai propri vantaggi, anche spirituali. E’ la pretesa sottile di essere sempre ascoltati da Dio invece di ascoltare Lui e verificare se le mie pretese sono in linea con i suoi disegni. E’ la tentazione di…mettere alla prova Dio invece di sottoporci liberamente alle prove che permette! Un esempio semplice? Prego Dio cercando di comperarmelo con mille preghiere, digiuni e altri sacrifici per qualcosa di buono che desidero: ad es. la guarigione dalla malattia di qualcuno che amo. Ma la persona non guarisce. Segno che, o non è ancora arrivato il tempo della guarigione (perché il bene della persona non coincide con la sua salute), oppure nella malattia il Signore vuole manifestare il segno inconfondibile della sua vittoria che sarà sempre sulla Croce: cosa da non dare assolutamente per scontata, vista la facilità con cui noi spostiamo Dio dove c’è sempre la salute e il successo! Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi!

La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

3° tentativo (vv.8-11): il diavolo porta Gesù su un monte altissimo. Notate bene: prima sulla parte più alta del tempio, adesso sulla sommità di un monte. Satana offre sempre il suo regno con il fascino e l’ebbrezza che gli sono propri. Il potere e il dominio sugli altri, la vanagloria del possedere sempre più in questo mondo al prezzo dell’adorazione del suo dio. Quanti adoratori di satana in giro anche se non lo sanno! Qui, in questa tentazione, si vede dove vuole arrivare il diavolo. Vuole sostituirsi a Dio offrendo all’uomo una falsa gloria, una falsa felicità, un falso regno. Alla fine, egli è soltanto il grande truffatore! Tutto quello che offre all’uomo è soltanto apparente e non gli da la vita. Quando arriverà la morte (ma spesso anche prima di essa) i suoi doni si riveleranno per quello che sono: una menzogna. L’uomo non porterà via niente con sé da questo mondo. Gesù respinge con decisione la tentazione. Il suo regno è il capovolgimento e la rovina di quello del diavolo. Il suo essere Re si è rivelato sul trono della Croce, dove manifesterà la sua libertà assoluta da satana nel servizio d’amore a tutti, senza dominare nessuno. Il suo essere Re si è sprigionato dalla tomba da cui si è rialzato, perché l’amore di Dio non inganna e non delude il desiderio di vita infinita dell’uomo.  

Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero (e se non ci fossero anche le cadute…) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci imbrogliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. Buona lotta quaresimale!

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Lo que el Señor Jesús nos ha propuesto en el evangelio del domingo pasado, es sustancialmente buscar una vida de hijos y hermanos entre nosotros, en la sólida certeza que tenemos un Dios Padre/Madre que sabe muy bien qué cosa necesitamos: busquen el Reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas se les dará por añadidura. La Cuaresma apenas iniciada ayuda a focalizar si nos encontramos dentro de esta búsqueda, o si estamos todavía saldamente guiados por satanás, mientras nos ilusionamos de seguir a Jesús. Porque el relato de las tentaciones padecidas por Cristo es icono de cada discípulo sometido a la necesidad de verificar siempre la propia secuela. Noten inmediatamente como el enemigo adelante su propuesta, casi como si fueran elecciones mejores para conseguir el objetivo del proprio camino: si eres el Hijo de Dios… Las tentaciones nos caen encima en 2 modos cuando se busca el bien: o robándonos el deseo de buscarlo con el desánimo (“no logro!…”), o sino haciendo que lo busquemos en el modo equivocado. El mal se propone siempre con un fin de bien o se presenta de todas maneras (aparentemente) como un proyecto de bien. En la vida no basta tener la intencion del bien. Un proverbio escuchado a través de un sacerdote muchos años atrás se me ha impregnado en la mente: “el camino que conduce directamente al daño está rodeada de buenas intenciones”. Es necesario que nos preguntemos con qué medios, en qué modo se quiere realizar. Y aquí encontramos una neta diferencia entre la estrategia satánica y aquella de Dios que se revela, en los objetivos opuestos, en modo progresivo.

1° intento (vv.3-4): el diablo propone a Jesús, después de un largo ayuno, de satisfacer la propia necesidad material de comer. Sugiere que aproveche de su ser Dios transformando las piedras en pan. Quisiera antes de nada aclarar que seguramente el Señor, después de haber superado la tentación, ¡se habrá hecho un buen almuerzo! Aquí no se trata de demostrar que con Dios se puede dejar de comer. Se trata de aclarar en dónde se quiere poner el principio de vida del hombre. Si mi vida coincide con mi bienestar, entonces el pan y todo lo que lo puede preservar/consolidar se vuelve un absoluto. Todo lo que puede garantirlo es justificable y justifica toda otra elección del comer. Desde esta prospectiva me pregunto si la iglesia en el mundo occidental no haya caído y quedado inmersa en esta tentación. Tomen el reciente caso de aquel hermano de una diócesis veneciana que se descubre tener una doble vida. De día párroco, de noche organizador de orgie. Estamos llamados a no juzgar  al pecador, pero a darnos un claro juicio sobre el pecado: ¿qué señal de los tiempos que vivimos es? Bien, a cuantos entre los parroquianos que se les ha preguntado qué cosa piensan sobre esto, impacta que se haya levantado una defensa general (también del alcalde) del sacerdote, “porque es uno que ha hecho mucho por la ciudad, ha construido la casa parroquial en la montaña, ha hecho la cancha de futbol para la catequesis, organizaba eventos, sabia hablar a la gente, era uno que contagiaba, etc, etc.”. O sea, “ha hecho tantas obras por nosotros, entonces es justificable/pasable lo que vivía, en fondo somos hombres…”. Es verdad, somos hombres y entonces frágiles. Pero ¿es esta la misión del sacerdote? ¿Es esa de garantizar sin duda una linda cancha de futbol o de volévoy para los jóvenes? ¿Es aquélla de satisfacer de todos modos la necesidad de seguridad de las familias, aumentando el grado de confort y de entretenimiento para todos? ¿Es aquélla de ofrecer una disponibilidad absoluta para responder a cada necesidad del pueblo? ¿O no es quizás aquella de manifestar, con su propia vida, las palabras de Jesús: no de solo pan vive el hombre, sino de cada palabra que sale de la boca de Dios? 

2° intento (vv.5-7): observen como el diablo empuja a Jesús del desierto a la ciudad santa. ¿Qué significa? Que las tentaciones no nos dejan ni siquiera cuando nos encontramos en lugares religiosos o en todo caso rodeados de lo sagrado. Mas bien, aquí se hacen más sutiles. También satanás trabaja como teólogo! Lo lleva sobre lo alto del templo y lo invita a hacer la experiencia de ser sostenido por los ángeles de Dios con tanto de citas bíblicas (Sal 91,11-12). ¿No es quizás el Hijo que se fía de las palabras del Padre? ¡Entonces que se haga visible a todos esta confianza total! Se rinda visible a todos quien es el!… Es la tentación del Dios que debe responder a las expectativas religiosas del hombre, para que estas puedan garantizar de tenerlo siempre de su propia parte. Es la tentación de reducirle a la presencia de Dios el espacio de donde sucede lo milagroso. Es la tentación de la religión visible, espectacular, hecha para responder al ansia de seguridad que induce a buscar siempre signos de confirmación divina. Es la tentación de tener a Dios bajo control para someterlo a las propias ventajas, también espirituales. Es la pretensión sutil de ser siempre escuchados por Dios en cambio de escuchar a Él y verificar si mis pretensiones están en línea con sus diseños. Es la tentación de… poner a la prueba a Dios en cambio de someternos libremente a la prueba que  Él permite! ¿Un ejemplo sencillo? Rezo a Dios intentando comprarmelo con miles oraciones, ayunos y otros sacrificios por algo de bueno que deseo: por ejemplo: La sanación de la enfermedad de alguien que amo. Pero la persona no sana. Signo que, o no ha llegado todavía el tiempo de la sanación (porque el bien de la persona no coincide con su salud), o sino en la enfermedad el Señor quiere manifestar el signo inconfundible de su victoria que será siempre sobre la Cruz: cosa de no dar absolutamente por descontado, vista la felicidad con la cual nosotros movemos a Dios donde está siempre la salud y el suceso! No tentarás al Señor Dios tuyo: Dios no se puede comprar ni ponerlo a la prueba; de Él es necesario aprende a confiar!

3° intento (vv.8-11): el diablo lleva a Jesús sobre un monte altísimo. Noten bien: antes sobre la parte más alta del templo, ahora sobre la cumbre de un monte. Satanás ofrece siempre su reino con la fascinación y placer que le son propios. El poder y el dominio sobre los demás, la vanagloria del poseer siempre más en este mundo al precio de la adoración de su dios. ¡Cuántos adoradores de satanás dando vueltas aunque si no lo saben! Aquí, en esta tentación, se ve donde quiere llegar el diablo. Quiere sustituirse a Dios ofreciendo al hombre una falsa gloria, una falsa felicidad, un falso reino. Al final, él es solamente ¡el gran estafador! Todo aquello que ofrece al hombre es solamente aparente y no le da la vida. Cuando llegará la muerte (pero muchas veces también antes de eso) sus dones se revelarán por lo que son: una mentira. El hombre no se llevará nada consigo de este mundo. Jesús empuja con decisión a la tentación. Su reino es el vuelco y la destrucción de la del diablo. Su ser Rey se ha revelado sobre el trono de la Cruz, donde manifestará su libertad absoluta de satanás en el servicio de amor a todos, sin dominar a nadie. Su ser Rey se ha emanado de la tumba de la cual se ha realzado, porque el amor de Dios no engaña y no decepciona el deseo de vida infinita del hombre.

Las tentaciones no son un episodio aislado de la vida de Jesús, no lo son tampoco para nosotros. La vida es un gimnasio en la cual estamos continuamente tentados y entonces adiestrados. Nosotros normalmente pensamos que si no estuvieran (y si no estuvieran también las caídas…) nuestra vida sería mejor y más bella. En cambio nos engañamos. Las tentaciones, sobretodo cuando nos sentimos asaltados por ellas, es la demostración que nos estamos oponiendo al mal. ¡Buena lucha cuaresmal!