LE MANI DI DIO SULLA MIA VITA

IV DOMENICA DI PASQUA

anno C (2019)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-39

 

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

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Ricordo che nei primissimi anni del mio ministero sacerdotale cercavo di essere fedele a un proposito particolare. Questo perché rimanevo molto colpito, nelle mie meditazioni, da espressioni in cui la parola di Dio ci dice che il Signore “chiama ciascuno per nome”. Dall’Antico al Nuovo Testamento, mi imbattevo spesso in tali parole. Allora mi proposi di memorizzare bene il nome di ogni persona con cui iniziavo una relazione. Volevo imparare ad amare come il Signore e mi sembrava che questo fosse un modo per mettere in pratica la mia intenzione. Essendo un prete piuttosto itinerante a motivo della formazione missionaria e della predicazione cui ero chiamato, mi recavo spesso in nuove località e conoscevo tante persone nuove. Tornando poi negli stessi posti una seconda o terza volta (anche dopo 1-3 anni) per qualche nuova iniziativa pastorale, mi capitava spesso di incontrare quelle stesse persone. Esse rimanevano sempre visibilmente contente quando le rincontravo, perché si sentivano da me chiamate per nome: “ma padre, si ricorda ancora di come mi chiamo?” – mi domandavano stupite. In realtà, rimanevo più stupito io di loro al vedere come un’attenzione così piccola potesse toccarle così tanto nel cuore.

Il buon pastore
Io sono il buon pastore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2019

Questo ricordo umano può aiutare la comprensione del breve testo del vangelo di oggi. Fa parte del cap.10 di Giovanni, dove c’è il celebre discorso del “buon pastore” (in realtà sarebbe “il pastore bello”). E fa parte di una risposta che il Signore Gesù da all’ennesima provocazione dei giudei, gli avversari che non gli credono (Gv 10,22-26). Per chi gli crede invece, le parole di Gesù sono come un balsamo soave e, nello stesso tempo, una roccia rassicurante su cui poggiarsi quando la fede vacilla. Pensare che Gesù mi conosce e mi chiama per nome, pensare che quando leggo e vivo il vangelo sto ascoltando la sua voce e lo sto seguendo, ebbene tutto questo da una gioia inesprimibile (Gv 10,26). Non so se tu che stai leggendo avverti lo stesso, ma se così non fosse, ascolta cosa il Signore ci dice dopo: io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre (Gv 10,28-29). Capito? Tu ed io siamo al centro di un amore grandissimo, che non è soltanto umano. E ci dice che credere in Lui significa ricevere la vita eterna (non quella biologica che finisce qui in terra!), significa che non ci perderemo per sempre, perché siamo saldamente nelle sue mani!

Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30). Siamo qui ad un apice di rivelazione, una affermazione fondamentale su cui si costruisce la dottrina cristiana sulla Trinità di Dio. Il Padre ed il Figlio, nella distinzione delle loro persone, sono un unico essere, un unico volere ed agire nel medesimo Spirito, l’amore di entrambi. Si profila in queste parole quello che sarà poi il capo di accusa nel processo a Gesù davanti al sinedrio ebraico. A chi gli chiederà ancora una volta se lui è il Cristo, Gesù, il Figlio, risponderà che lo è, ma in un modo che sconvolgerà gli uditori per il suo collocarsi nella stessa sfera e natura divina. Mistero che scandalizzerà sempre ogni religione che non accolga la possibilità di un Dio che si presenta al mondo facendosi come la sua creatura. Come disse durante un ritiro spirituale un amico sacerdote, più di 20 anni fa: “Dio dice: siamo uno, perché l’amore ci unisce. Siamo in due, perché l’amore ci distingue. Siamo in tre, perché l’amore ci supera”. Solo chi crede che Dio è Amore che supera ogni immaginazione può “entrare” nel mistero della sua Trinità e credere che, per spiegarcelo faccia a faccia, si sia fatto come uno di noi.  

 

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LAS MANOS DE DIOS SOBRE MI VIDA

 

Recuerdo que en los primerísimos años de mi ministerio sacerdotal intentaba ser fiel a un propósito particular. Esto porque me quedaba muy impactado, en mis meditaciones, por expresiones en la cual la palabra de Dios nos dice que el Señor “llama a cada uno por nombre”. Del Antiguo al Nuevo Testamento, me encontraba muchas veces en tales palabras. Entonces me propuse memorizar bien el nombre de cada persona con la cual iniciaba una relación. Quería aprender a amar como el Señor y me parecía que esto fuera una manera para poner en práctica mi intención. Siendo un sacerdote más bien itinerante por motivo de la formación misionera y de la predicación al cual estaba llamado, iba muchas veces a nuevas localidades y conocía a tantas personas nuevas. Regresando luego en los mismos lugares por segunda o tercera vez (también después de 1-3 años) para alguna nueva iniciativa pastoral, me sucedía muchas veces encontrar a aquellas mismas personas. Ellos se quedaban siempre visiblemente contentos cuando los volvía a encontrar, porque sentían que los llamaba por nombre: “pero padre, ¿se acuerda todavía como me llamo?” – me preguntaban maravillados. En realidad, me quedaba más sorprendido yo que ellos al ver como una atención así pequeña puede tocar así tanto el corazón.

Este recuerdo humano puede ayudar a la comprensión del breve texto del evangelio de hoy. Hace parte del cap.10 de Juan, donde está el célebre discurso del “buen pastor” (en realidad sería “el hermoso pastor”). Y hace parte de una respuesta que el Señor Jesús da a la enésima provocación de los judíos, los adversarios que no le creen (Jn 10,22-26). Para quien le cree en cambio, las palabras de Jesús son como un bálsamo suave y, al mismo tiempo, una roca firme sobre el cual apoyarse cuando la fe vacila. Pensar que Jesús me conoce y me llama por nombre, pensar que cuando leo y vivo el evangelio estoy escuchando su voz y lo estoy siguiendo, pues bien todo esto da un gozo inexpresable (Jn 10,26). No sé si tú que estás leyendo adviertes lo mismo, pero si así fuera, escucha qué cosa el Señor nos dice después: y yo les doy vida eterna. Nunca perecerán y nadie las arrebatará jamás de mi mano. Aquello que el Padre me ha dado es más fuerte que todo, y nadie puede arrebatarlo de la mano de mi Padre. (Jn 10,28-29). ¿Entendido? Tú y yo estamos al centro de un amor grandísimo, que no es solamente humano. Y nos dice que creer en Él significa recibir la vida eterna (¡no aquella biológica que termina aquí en la tierra!), significa que no nos perderemos para siempre, porque ¡estamos firmemente en sus manos!

Yo y el Padre somos una sola cosa (Jn 10,30). Estamos aquí en la cumbre de la revelación, una afirmación fundamental sobre la cual se construye la doctrina cristiana sobre la Trinidad de Dios. El Padre y el Hijo, en la distinción de las personas, son un único ser, un único querer y actuar en el mismo Espíritu, el amor de los dos. Se perfila en estas palabras lo que será luego las acusaciones en el proceso a Jesús delante del sinedrio hebreo. A quien le preguntará todavía una vez más si él es el Cristo, Jesús, el Hijo, responderá que lo es, pero de una manera que   sorprenderá a los que escuchan por su colocarse en la misma esfera y naturaleza divina. Misterio que escandalizará siempre a cada religión que no acoja la posibilidad de un Dios que se presenta al mundo haciéndose su creatura. Como dijo durante un retiro espiritual un amigo sacerdote, más de 20 años atrás: “Dios dice: somos uno, porque el amor nos une. Somos dos, porque el amor nos diferencia. Somos tres, porque el amor nos supera”. Solo quien cree que Dios es Amor que supera cada imaginación puede “entrar” en el misterio de su Trinidad y creer que, para explicarnos cara a cara, se haya hecho uno de nosotros.

2 pensieri riguardo “LE MANI DI DIO SULLA MIA VITA

  1. È proprio vero, quando ci si sente chiamati per nome si prova gioia perché ci si sente riconosciuti, considerati, si percepisce che interessiamo all’ altro….insomma è come se uscissimo dal ” mucchio”.
    Lo vedo anch’io quando, arrivando in Struttura, saluto gli Anziani per nome (e mi rammarico molto quando non riesco a memorizzarne alcuni…): i loro occhi si accendono, escono per un attimo da quel torpore che a volte li avvolge, li fa sentire ancora vivi e interessanti per qualcuno!
    Penso che questo brano di Vangelo ci dia un doppio insegnamento, almeno ho percepito così. Da una parte evidenzia quanto siamo importanti per Colui in cui crediamo, il quale riesce a distinguerci uno per uno ma dall’ altra è un invito a fare lo stesso con le persone che incontriamo

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  2. Le mie pecore ascoltano la mia voce…chi è attento percepisce la voce, non lascia sfuggire ciò che “dice” l’altro.
    Gesù ci parla e ci cerca sempre, come un pastore fa con le sue pecore.
    La Parola di Dio ci raggiunge, facciamoci toccare là dove sono le nostre esistenze, nel quotidiano delle nostre relazioni.

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