LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.