PER QUESTO IO SONO NATO

Solennità di Cristo Re

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco una parte del discorso escatologico del Signore. Egli ci assicura che la storia dell’umanità ha una meta ben precisa, certissima: il suo corso volge verso un fine in cui tutti gli uomini saranno chiamati a render conto della propria vita davanti a Colui che ha vinto il mondo e che tiene saldo nelle sue mani il destino di ogni essere umano. Perciò, di fronte al dilagare del male in tutte le sue forme e di fronte agli attesi sconvolgimenti umani e cosmici, siamo chiamati a non farci disorientare, ma piuttosto a ricordarci delle sue infallibili parole: anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino (Mc 13,29).

Della festa solenne di Cristo Re (che mi piace tantissimo) devo ammettere però che non ho mai sentito molta sintonia su come la si celebrava in passato o come la si celebra talvolta ancora oggi. Troni, corone auree e grandi fasti, non mi sembra si addicano alla regalità manifestatasi in nostro Signore che finisce fino ai nostri piedi per lavarli e muore con una corona di spine in testa come un delinquente qualificato; e se da un lato è umanamente comprensibile che celebriamo la festa in questo modo anche solo per voler dimostrare il nostro affetto, dall’altro ci fa bene guardare come la regalità di Gesù cresce in modo del tutto opposto e inatteso nel racconto dei vangeli. In Giovanni il tema della regalità di Cristo domina la scena del processo davanti a Pilato. Siamo nel vivo della passione. Dopo la discussione con i giudei circa la necessità o meno del suo giudizio, il procuratore romano si fa condurre Gesù per interrogarlo sulla sua identità e sul suo operato. La genialità dell’evangelista fa sì che la narrazione di quel processo inviti noi lettori a scoprire cosa esso rappresenta realmente. E’ il processo che attraversa tutta la storia umana: quello che vede di fronte il mondo e Gesù, il mondo e il discepolo, l’ipocrisia e la verità, il potere e l’amore. Così anche i personaggi storici del racconto diventano simbolici. I giudei incarnano l’incredulità religiosa quale primo esempio di rifiuto che continuerà a manifestarsi in tante forme nel mondo, Pilato invece il potere politico che si oppone alla verità perché lo mette in crisi. Perciò, il racconto va letto su due piani, quello storico e quello della fede che legge la storia. Quello che ne esce è, come sempre, sorprendente. Gesù, da persona sotto interrogatorio diventa colui che interroga, da uomo sottoposto a giudizio diventa giudice, da arrestato come malfattore diventa ai nostri occhi l’unico uomo autenticamente libero tra tutti i protagonisti.

Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Pilato domanda a Gesù se Lui è il re dei giudei. Il Signore risponde con un’altra domanda (v.34) che ha più o meno questo senso: me lo stai chiedendo perché la domanda è proprio tua, cioè nasce da te, da un tuo interesse sulla mia persona, oppure la tua domanda nasce da qualcos’altro, per esempio da quello che gli altri ti propinano, magari dalla paura di quello che altri ti stanno dicendo sul mio conto? La prima reazione di Pilato è di difesa. Egli rivolge a Gesù altrettanti interrogativi: sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti… cosa hai fatto? (v.35), sono parole già degne di quel gesto che compirà a conclusione del lungo processo. Infatti, di quanto sta per accadere, lui se ne laverà le mani. A volte capita di incontrare persone che vengono a sottopormi delle questioni che apparentemente si presentano come interrogativi personali. In realtà, appena il dialogo rischia di coinvolgere la loro libertà o posizione di fronte al problema, trovano mille giustificazioni per non affrontarlo nella sua verità, giustificazioni che di solito riguardano la paura di assumere una responsabilità o di essere messi in discussione. Gesù rispose: “Il mio regno non è di questo mondo…” (v.36). Il Signore, cercando il dialogo anche con il procuratore romano, afferma la totale estraneità del suo regno al modo di regnare dei poteri terreni. La sua parola incuriosisce nuovamente Pilato e lo muove a una ulteriore domanda sulla sua regalità (v.37a). E qui Gesù afferma la sua regalità collegandola al mistero della sua persona e alla verità (v.37b). Alcuni anni fa l’attore e regista americano Mel Gibson ha offerto nel film La passione di Cristo qualche spunto interessante circa la figura controversa di Ponzio Pilato. Nel film lo vediamo in un crescendo di indecisione e di paura davanti all’odio che i capi e il popolo manifestano verso Gesù. Lo troviamo poi in un vero e proprio tormento quando la moglie gli suggerisce di lasciarlo libero a motivo di un sogno fatto su di Lui. Dopo aver interrogato Gesù, Pilato rientra a casa sua e ripete alla moglie la stessa domanda con cui si conclude l’interrogatorio: quid est veritas Claudia? Mi colpì molto quello che il regista pose sulla bocca della donna come risposta: Pilato, nessuno ti può dire cos’è la verità se tu non l’ascolti. E già, quale verità si può far largo in una persona che non si mette in autentico ascolto dell’altro? Quale verità può entrare nel cuore di chi mette al centro di un dialogo non l’altro da ascoltare, ma il proprio interesse da proteggere?

Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Il prosieguo del racconto evangelico lo conosciamo. Il processo a Gesù fa uscire il vero volto del potere di questo mondo, religioso o politico che sia, e il vero volto di Dio e del suo regno; mette a nudo i mezzi che il potere usa per far valere le proprie ragioni, ossia per mantenere al sicuro i propri interessi (che poi sono proprio i mezzi che il Signore scarta), e la verità offesa e sacrificata sull’altare di quegli stessi interessi. Tutta la storia della salvezza si contraddistingue nella Bibbia per un costante scontro tra Dio (sempre dalla parte degli oppressi) e il potere, quando quest’ultimo non cerca la verità ma il proprio tornaconto a spese del popolo. Gesù davanti a Pilato ci ricorda poi che la verità è tale perché disarmata. E non potrebbe essere diversamente. In tutta la sua vita Gesù, nostra via, verità e vita, ci ha mostrato fino alla fine che Dio conosce un solo potere, che è l’unica forma del suo essere re: il potere dell’amore che si fa servizio per gli altri fino al dono della vita. Nel volto di Gesù non soltanto risplende la verità di Dio ma anche quella dell’uomo; ecco allora che ogni uomo che voglia davvero essere libero ascolterà la voce del Signore assicurarci che la sua libertà e regalità è un dono per chi rimane fermo (e rischia) sulla sua parola: chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce (v.37b). E ancora: se rimanete nella mia parola sarete miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32).

Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013
Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013

Per questo io sono nato (v.37b), dice Gesù a proposito del suo essere re. E noi, facendo eco alle sue parole, se davvero scommettiamo su di esse, possiamo dire che per questo siamo nati: per condividere, come figli e fratelli suoi, la sua regalità e libertà. Quale potente di questo mondo lo farebbe? Signore Gesù, davvero tu ci hai portato il regno di un altro mondo!

“Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo potrà scoprire la via che conduce alla pace” (M. Gandhi)

 

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Domingo pasado hemos escuchado del evangelio de Marcos una parte del discurso escatológico del Señor. Él nos asegura que la historia de la humanidad tiene una meta bien precisa, muy cierta: su curso va hacia un fin en la cual todos los hombres serán llamados a rendir cuentas de la propia vida delante de Aquel que ha vencido el mundo y que tiene saldo en sus manos el destino de cada ser humano. Por esto, frente a la extensión del mal en todas sus formas y frente a los esperados trastornos humanos y cósmicos, estamos llamados a no hacernos desorientar, sino más bien a recordarnos de sus infalibles palabras: también ustedes, cuando vean ocurrir estas cosas, sepan que Él está cerca (Mc 13,29).

De la fiesta solemne de Cristo Rey (que me gusta muchísimo) debo admitir que nunca he sentido mucha sintonía sobre el cómo se celebraba en el pasado o como se celebra a veces todavía hoy. Tronos, coronas áureos y grandes lujos, no me parecen se adhieran a la majestad manifestada en nuestro Señor que termina por llegar a lavar nuestros pies y a morir con una corona de espinas como un delincuente calificado; y si de un lado es humanamente comprensible que celebremos la fiesta en este modo aunque solo para querer demostrar nuestro afecto, del otro lado nos hace bien mirar como la realeza de Jesús crece de modo completamente opuesto e inesperado en el relato de los evangelios. En Juan el tema de la realeza de Cristo domina la escena del proceso delante a Pilato. Estamos en vivo de la pasión.     Después de la discusión con los judíos acerca de la necesidad o no de su juicio, el procurador romano se hace traer a Jesús para interrogarlo sobre su identidad y sobre sus obras. La genialidad del evangelista hace que la narración de ese proceso invite a nosotros lectores a descubrir que cosa representa esto realmente. Es el proceso que atraviesa toda la historia humana: lo que ve delante al mundo y Jesús, el mundo y el discípulo, la hipocresía y la verdad, el poder y el amor.  Así también los personajes históricos del relato se vuelven simbólicos. Los judíos encarnan la incredulidad religiosa como primer ejemplo de rechazo que continuará a manifestarse en tantas formas en el mundo, Pilato en cambio el poder político que se opone a la verdad porque lo pone en crisis. Por lo cual, el relato va leído sobre dos planes, el histórico y el de la fe que lee la historia. Lo que sale es, como siempre, sorprendente. Jesús, de persona bajo interrogatorio se vuelve aquél que interroga, de hombre sometido a juicio se vuelve juez, de arrestado como malhechor se vuelve a nuestros ojos el único hombre auténticamente libre entre todos los protagonistas.

Pilato pregunta a Jesús si Él es el rey de los judíos. El Señor responde con otra pregunta (v.34) que tiene más o menos este sentido: ¿Me lo estás preguntando porque la pregunta es tuya, o sea, nace de ti, de tu interés sobre mi persona, o  más bien tu pregunta nace de otra cosa, por ejemplo de lo que los otros te dicen, quizás por el miedo de lo que otros te están diciendo sobre mí? La primera reacción de Pilato es de defensa. Él dirige a Jesús también otras preguntas: ¿Es que yo soy judío? Tu pueblo y los sumos sacerdotes… ¿Qué has hecho? (v.35), son palabras ya dignas de aquél gesto que ejecutará en conclusión del largo proceso. De hecho, de todo lo que está por suceder, él se lavará las manos. A veces sucede de encontrar personas que vienen a hacerme preguntas que aparentemente se presentan como interrogantes personales. En realidad, apenas el diálogo arriesga de involucrar su libertad o posición delante del problema, encuentran miles de justificaciones para no afrontarlo en su verdad, justificaciones que normalmente reguardan el miedo de asumir una responsabilidad o de ser puestos en discusión. Jesús respondió: “Mi reino no es de este mundo…” (v.36). El Señor, buscando el diálogo también con el Procurador romano, afirma la total extrañeza de su reino al modo de reinar de los poderes terrenos. Su palabra da curiosidad nuevamente a Pilato y lo mueve a una ulterior pregunta sobre su realeza (v.37a). Y aquí Jesús afirma su realeza conectándola al misterio de su persona y a la verdad (v.37b). Algunos años atrás el actor y director americano Mel Gibson ha ofrecido en la película La pasión de Cristo algunos puntos interesantes acerca de la controvertida figura de Poncio Pilato. En la película lo vemos en un crecer de indecisiones y de miedos delante al odio que los jefes y el pueblo manifiestan hacia Jesús. Luego lo encontramos en un verdadero y propio tormento cuando la esposa le sugiere que lo deje libre por motivo de un sueño hecho sobre Él. Después de haber interrogado a Jesús, Pilato vuelve a casa suya y repite a la esposa la misma pregunta con la cual se concluye el interrogatorio: ¿quid est veritas Claudia? Me impresionó mucho lo que el director puso en la boca de la mujer como respuesta: Pilato, nadie te puede decir qué es la verdad si tú no la escuchas. He sí, ¿Qué verdad puede hacerse amplio en una persona que no se pone en autentica escucha del otro? ¿Qué verdad puede entrar en el corazón de quien pone al centro de un diálogo no al otro a quien escuchar, sino el propio interés por proteger?

La continuidad del relato evangélico lo conocemos. El proceso a Jesús hace salir el verdadero rostro del poder de este mundo, religioso o político que sea, y el verdadero rostro de Dios y de su reino; pone al desnudo los medios que el poder usa para hacer valer las propias razones, o sea para mantener al seguro los propios intereses (que además son justamente los medios que el Señor descarta), y la verdad ofendida y sacrificada sobre el altar de aquellos mismos intereses. Toda la historia de la salvación se distingue en la Biblia por un constante enfrentamiento entre Dios (siempre de la parte de los oprimidos) y el poder, cuando este último no busca la verdad sino el propio provecho a costas del pueblo. Luego Jesús frente a Pilato nos recuerda que la verdad es tal porque está desarmada. Y no podría ser de otro modo. En toda su vida Jesús, nuestro camino, verdad y vida, nos ha mostrado hasta el fin que Dios conoce un solo poder, que es la única forma de su ser rey: el poder del amor que se hace servicio por los demás hasta el don de la vida. En el rostro de Jesús no solamente resplandece la verdad de Dios sino también aquella del hombre; he ahí entonces que cada hombre que quiera de verdad ser libre escuchará la voz del Señor, asegurarnos que su libertad y realeza es un don para quien se queda firme (y arriesga) en su palabra: todo el que es de la verdad, escucha mi voz (v.37b). Y todavía: si permanecen en mi Palabra, serán verdaderamente mis discípulos y conocerán la verdad y la verdad los hará libres (Jn 8,31-32)

Yo para esto he nacido (v.37b), dice Jesús a propósito de su ser rey. Y nosotros, haciendo eco a sus palabras, si de verdad apostamos sobre ellas, podemos decir que para esto hemos nacido: para compartir, como hijos y hermanos suyos, su realeza y libertad. ¿Qué potente de este mundo lo haría? ¡Señor Jesús, de verdad tú nos has traído el reino de otro mundo!

“El día en el cual el poder del amor superará el amor por el poder, el mundo podrá descubrir el camino que conduce a la paz” (M. Gandhi)

5 thoughts on “PER QUESTO IO SONO NATO

  1. ” Il potere, o l’amore?”
    Il Signore entra nella nostra vita da sconfitto o da vittorioso?
    ” Per questo sono nato ” ( Gv 18, 37 )
    La regalità di Gesù è sempre a servizio perchè ” CHI è DALLA VERITà ASCOLTA LA MIA VOCE “. ( Gv 18,37 ).

    ” Spirito Santo
    fa che il mio cuore
    sia aperto alla parola di Dio.
    Che sia aperto al bene
    e alla bellezza di Dio,
    tutti i giorni. ( Papa Francesco )

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  2. Rimango sempre stupita dall’ attualita’ della Parola, conferma del fatto che chi l’ ha scritta era ispirato. Mai come oggi le considerazioni sul potere sono attuali! Pensavo ad esempio, ai compromessi che il “potere” impone! In ogni momento della vita si è chiamati a scegliere: vuoi la strada più facile, più breve, piu’ redditizia? Allora vieni, dammi questo in cambio e avrai quello che cerchi…do ut des…. capita nelle piccole e nelle grandi cose, dal posto di lavoro, all’appuntamento per un esame, dall’ ottenere un documento ad avere un contratto d’ affitto….. e si potrebbero fare mille altri esempi. Se poi si passa su un piano più allargato, quello delle ideologie, anche qui il potere si insinua per confondere la realtà coi compromessi. Quanto terreno noi cristiani stiamo perdendo perché un “certo potere” ci ha fatto credere che in nome dell’ integrazione dello straniero, in nome del rispetto dell’altro e dei principi di fratellanza dovessimo rinunciare ai simboli della nostra fede, alle nostre feste religiose, ai nostri canti sacri….. E noi abbiamo accettato tiepidamente l’ ennesimo compromesso impostoci dal potere, rischiando ora di perdere la nostra identità e le nostre radici. Potere versus amore, si’, perché l’ amore per lo “straniero” non è certamente questo. Il potere fa tutto cio’ ancora una volta per “controllare”, da’ per avere consensi in cambio.
    E quando sul piano personale “non si sta al gioco” , le strade diventano più tortuose, i tempi si fanno più lunghi, si viene considerati idealisti, illusi…. A volte si viene anche derisi per le proprie scelte, non compresi oppure messi da parte o usati. Non e’ semplice, e’ vero, ma permette di gustare un sapore di libertà nonostante tutto.
    Per me il senso del versetto di Marco 13 e’ questo.

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