PER ATTRAZIONE, NON PER COSTRIZIONE

III DOMENICA DEL T.O.

anno A (2020)

Is 8,23-9,3; 1Cor 1,10.13-17; Mt 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

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Dopo l’incontro sul Giordano, Giovanni viene arrestato e Gesù inizia a predicare, perché la parola di Dio non si può incatenare (2Tm 2,9). Isaia comunque aveva previsto l’esordio del Messia di Israele in una terra impropria, una terra di confine, la Galilea delle genti che diventerà per lui una seconda patria (Mt 4,15). Perché il Signore Gesù ha cominciato a predicare da quella periferia? Solo una misura di prudenza? Un desiderio di raggiungere subito con la sua parola i popoli pagani? Oppure “la realtà si comprende meglio guardandola insieme non dal centro, ma dalle periferie?” (Papa Francesco, omelia nella parrocchia dei SS. Elisabetta e Zaccaria, Roma, 26.05.2013) Comunque sia, Matteo ci dice che in questo modo si compiono le Scritture. L’aurora di un giorno assolutamente nuovo è arrivata: Gesù è la grande luce che si è levata per tutti. La nuova creazione è iniziata, il destino delle tenebre e della morte è segnato (Mt 4,16).

La sua predicazione si avvia agganciandosi con precisione alle parole di Giovanni: convertitevi, perché il regno dei cieli è qui (Mt 4,17). Convertitevi: per tantissimo tempo abbiamo pensato, parlato e interpretato questo imperativo come la necessità di lasciare la nostra vita di peccato, le nostre cattiverie, quale condizione per essere accolti da Dio. Il che presenterebbe la nostra fede sostanzialmente come una rigorosa dottrina morale. Tutti ci ricordiamo come si parlava (e come se ne parla ancora!) del catechismo di iniziazione cristiana ai bambini. “Dove stai andando?” – chiede una donna rivolta all’amica di passaggio – E questa risponde: “vado a prendere mio figlio che è andato a dottrina”. E invece le parole del Signore non hanno affatto questo senso. Piuttosto, hanno lo stesso sapore di quelle successive che leggiamo mentre cammina sulle rive del mare di Galilea. Non a caso Matteo le colloca dopo questo incipit. Gesù chiede di convertirsi, è vero, ma dando una motivazione: perché il regno dei cieli è qui. Ma cos’è il regno dei cieli?

La chiamata dei primi discepoli

La chiamata dei primi discepoli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Due fratelli stanno gettando le loro reti in mare, sono pescatori, stanno facendo qualcosa che forse era per loro quotidiano. Ma sulla riva un uomo li chiama e li invita: seguitemi, vi farò pescatori di uomini (Mt 4,19). I due lasciano tutto e lo seguono. Poi altri due ricevono lo stesso sguardo/invito e fanno lo stesso. Ma come fanno a lasciare tutto? L’evangelista racconta così, in maniera scarna, l’avventura dell’incontro tra Gesù e i primi discepoli. Cos’è il regno dei cieli? È sentirsi guardati e chiamati per nome da Gesù. È rispondere al suo invito a seguirlo lasciandosi conquistare da come Egli vive. È scoprire la forza di lasciare tutto per andare con Lui. Se le cose stanno così, il cristianesimo è l’esperienza indicibile, offerta a tutti, di rispondere a questo invito. Gesù dunque chiede di convertirci, ma il suo non è un imperativo morale, è un invito a guardarlo e andargli dietro. Vi sarete accorti che sto usando il linguaggio proprio dell’amore. Perché tutto ciò che ho detto avviene a chi si innamora e vive di un amore.  

Rivolgo una domanda a te che mi stai leggendo: se cominci a seguire una persona con lo sguardo, perché lo fai? Per costrizione? No, se la segui, lo fai per attrazione, altrimenti se non ti interessa lasci perdere e non la guardi più. Anche fosse solo per curiosità, anche fosse perché stai svolgendo solo la tua professione, anche fosse solo per ammirare una qualità umana della persona, il processo è lo stesso. Si segue una persona con lo sguardo per attrazione. Non diciamo anche con un proverbio che “l’occhio va dove porta il cuore”? Dunque il cristianesimo non è una dottrina o una prassi morale. È la mia relazione personale con Gesù. La fede suppone un innamoramento, suppone un amore che attraverserà anche momenti molto difficili, ma sarà sempre e soltanto una questione di amore. Perché il vangelo ci racconta che tutto è cominciato da una chiamata, dall’aver gustato gli occhi di Gesù su di sé, dall’essersi sentiti al centro di un grande amore. Perché se non ci si sente chiamati, vuol dire che non ci si sente amati, vuol dire che non si conosce ancora Gesù, e Lui non è ancora Dio per me. Ma se lo si segue davvero, si scopre anche la propria identità: vedete quale grande amore ci ha donato il Padre da essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (1Gv 3,1). So chi sono solo se so chi è Gesù. Solo se mi vedo nei suoi occhi comincia per me il regno dei cieli.

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POR ATTRACCION, NO POR CONSTRICCION

 

Después del encuentro en el Jordán, Juan es arrestado y Jesús comienza a predicar, porque la Palabra de Dios no se puede encadenar (2Tm 2,9). Isaías había previsto  el debut del Mesías de Israel en una tierra inapropiada, una tierra de confín, la Galilea de los gentiles que se volverá para él una segunda patria (Mt 4,15). ¿Por qué el Señor Jesús ha comenzado a predicar desde aquella periferia? ¿Solo una medida de prudencia? ¿Un deseo de alcanzar inmediatamente con su palabra los pueblos paganos? O “¿la realidad se comprende mejor mirándola juntos no desde el centro, sino desde la periferia?” (El Papa Francisco, homilía en la parroquia de las SS. Isabel y Zacarías, Roma, 26.05.2013) Como sea, Mateo nos dice que de este modo se cumplen las Escrituras. La aurora de cada día absolutamente nuevo ha llegado: Jesús es la gran luz que se ha elevado para todos. La nueva creación ha comenzado, el destino de las tinieblas y de la muerte está marcada (Mt 4,16).

Su predicación se inicia enganchándose con precisión a las palabras de Juan: conviértanse, porque el reino de los cielos está aquí (Mt 4,17). Conviértanse: por tantísimo tiempo hemos pensado, hablado e interpretado este imperativo como la necesidad de dejar nuestra vida de pecado, nuestras maldades, como condición para ser acogidos por Dios. El cual presentaría nuestra fe sustancialmente como una rigurosa doctrina moral. Todos nos recordamos como se hablaba (¡y como se habla todavía!) del catecismo de iniciación cristiana a los niños. “¿Dónde estás yendo?” – pregunta una mujer a la amiga por el camino – Y esta responde: “voy a recoger a mi hijo que ha ido a la doctrina”. Y en cambio las palabras del Señor no tienen de hecho este sentido. Más bien, tienen el mismo sabor de aquello sucesivo que leemos mientras camina en las orillas del mar de Galilea. No por casualidad Mateo lo coloca después este íncipit. Jesús pide que nos convirtamos, es verdad, pero dando un motivo: porque el reino de los cielos está aquí. ¿Pero qué es el reino de los cielos?

Dos hermanos están echando sus redes al mar, son pescadores, están haciendo algo que quizás para ellos era cotidiano. Pero en la orilla un hombre los llama y los invita: síganme, los haré pescadores de hombres (Mt 4,19). Los dos dejan todo y lo siguen. Luego otros dos reciben la misma mirada/invitación y hacen lo mismo. ¿Pero cómo hacen a dejar todo? El evangelista cuenta así, de manera breve, la aventura del encuentro entre Jesús y los primeros discípulos. ¿Qué es el reino de los cielos? Es sentirse mirados y llamados por nombre por Jesús. Es responder a su invitación de seguirlo dejándose conquistar de cómo Él vive. Es descubrir la fuerza de dejar todo para irse con Él. Si las cosas están así, el cristianismo es la experiencia indescriptible, ofrecida a todos, para responder a esta invitación. Jesús entonces pide que nos convirtamos, pero su invitación no es un imperativo moral, es una invitación a mirarlo e ir detrás de Él. Se habrán dado cuenta que estoy usando el lenguaje propio del amor. Porque todo lo que he dicho sucede a quien se enamora y vive de un amor.

Dirijo una pregunta a ti que me estás leyendo: si comienzas a seguir a una persona con la mirada, ¿por qué lo haces? ¿Por constricción? No, si la sigues, lo haces por atracción, porque si no te interesa lo dejas allí y no la miras más. Aunque si fuera solo por curiosidad, también si fuera porque estás desarrollando tu profesión, si fuera también solo por admirar una cualidad humana de la persona, el proceso es el mismo. Si sigues a una persona con la mirada por atracción. ¿No decimos también con un proverbio que “el ojo va donde el corazón te lleva”? entonces el cristianismo no es una doctrina o una praxis moral. Es mi relación personal con Jesús. La fe supone un enamoramiento, supone un amor que atravesará también momentos muy difíciles, pero será siempre y solamente una cuestión de amor. Porque el evangelio nos relata que todo ha comenzado por una llamada, del haber gustado los ojos de Jesús sobre sí, del haberse sentido al centro de un gran amor. Porque si no nos sentimos llamados, quiere decir que no nos sentimos amados, quiere decir que no se le conoce todavía a Jesús, y Él no es Dios todavía para mí. Pero si lo sigo de verdad, se descubre también la propia identidad: ¡vean que gran amor nos ha donado el Padre al llamarnos hijos de Dios, y lo somos realmente!  (1Jn 3,1). Sé quién soy solo si se quién es Jesús. Solo si me veo en sus ojos comienza para mí el reino de los cielos.

6 Comments

  1. Molto bello anche quest’ultimo tuo commento d. Giacomo.

    “Cos’è il regno dei cieli? È sentirsi guardati e chiamati per nome da Gesù “.
    Ciò che rende autentica una chiamata è
    il cambiare da una situazione ad un’altra, Matteo usa questo verbo “cambiare”parecchie volte.
    Il cambiamento suppone un distacco da qualcosa e qualcuno che ti rendono schiavo; Gesù propone di seguirlo, il suo invito è liberante, nella misura in cui ..
    apri gli occhi ..e ti fidi di Lui.

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  2. Grazie per il tuo bel commento che mi ha fatto riflettere su un paio di punti.
    Gesù è entrato nella vita di tutti i giorni di quei pescatori che stavano svolgendo azioni che chissà quante volte avranno ripetuto.
    Allora penso che l’ effetto “magnetico”, attrattivo, dello sguardo di Gesù su di noi ci raggiunga nel nostro quotidiano e come primo effetto provochi non tanto il desiderio di fare azioni strabilianti quanto piuttosto di dare un senso diverso alle nostre azioni.
    Solo alcuni di noi infatti sono chiamati a missioni speciali, tuttavia anche la madre, il professore, l’ impiegata possono svolgere le loro azioni in un modo nuovo se si fanno raggiungere dallo sguardo amorevole di Gesù. La vita assume proprio una luce nuova. O così dovrebbe essere.

    L’altro punto che mi ha fatto riflettere è che Gesù è luce laddove c’è buio e dove c’è buio si perdono di vista le forme, i colori….Non distinguiamo più nessuno.
    Il buio può anche essere la metafora di momenti critici della nostra vita, quand’essa appunto perde colore.
    È in quei momenti che Gesù si immerge per illuminare. Illuminandoci tra l’ altro mette in evidenza tutti i nostri colori, le nostre diversità e peculiarità e ci permette di capire a cosa siamo destinati

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    • Cara Chiara, ho predicato domenica nelle mese proprio sul tuo punto n.1….La chiamata di Gesù è per tutti e se mi permetti direi che è anche speciale per tutti perchè come tu stessa hai rilevato, ciò che la rende speciale è Lui! Quindi chiunque nella sua ordinarietà può udire la sua voce e può sentire il suo sguardo addosso, e se questo accade allora ciò che è ordinario diventa straordinario….Grazie delle tue riflessioni!

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