IL TOCCO E LA PAROLA

VI DOMENICA DEL T.O.

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

 

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se tu vuoi, puoi guarirmi!». E commosso, tendendogli mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 

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Che cosa spinse un uomo ammalato di lebbra ad osare avvicinarsi a Gesù, violando apertamente le puntuali prescrizioni della Legge? (Lv 13,45-46) Aver forse udito da qualche parte che guariva molti affetti da varie malattie? (Mc 1,34) Ma chi gli aveva parlato di Gesù? Non abitava costui presso luoghi di totale solitudine e desolazione, lontano da ogni umano consorzio e accomunato soltanto a chi condivideva la sua tristissima condizione? E’ stato detto giustamente che il lebbroso in Israele (come in altri popoli e culture) è un morto civile e religioso, tagliato fuori dalla società e da qualsiasi possibilità di culto. E’ l’uomo che vive già l’inferno su questa terra, senza più umane relazioni. Obbligato ad accettare ogni giorno la sua auto-esclusione, doveva avvertire il prossimo della sua contaminante presenza! (Lv 13,45) Ma che esistenza era la sua? Nella cultura autosufficiente del nostro occidente, oggi si direbbe che non ci troviamo davanti né a una vita, né a una morte “dignitosa”…

Ricordo quando una volta, in missione, mi fu indicata da una collaboratrice una casa con una donna ammalata: “vive completamente da sola” – mi disse. Olga aveva contratto l’AIDS. Da quando si seppe della sua malattia, i familiari, i vicini di casa e poi tutto il povero quartiere dove viveva, si allontanarono sempre più da lei. Solo alcuni sapevano che si prostituiva. Quando però la sua malattia si rese visibile in fase terminale, divenne di dominio pubblico come aveva vissuto. Nessuno andava più a trovarla e nessuno trovava il coraggio di segnalarmela. Non mi lasciai sfuggire l’occasione. Infatti, un paio di anni prima, avevo fatto fare una bruttissima figura al Signore: avvicinatomi al capezzale di una ragazza affetta da AIDS giunta alle ultime, per paura di contagiarmi non la toccai; mi limitai a pregare per lei. Avevo voglia di riscattarmi. Così, mentre pensavo a come ci si potesse sentire con una malattia che ti condanna a morte mentre tutti si allontanano da te, chiesi a Gesù di darmi i suoi sentimenti verso quella donna.

Guarigione del lebbroso
La guarigione del lebbroso, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2018

Il lebbroso del vangelo si gettò ai piedi del Signore. Non aveva più nulla da perdere, anzi, era già un uomo perduto. Quindi nella migliore condizione per incontrare Colui che è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Quando non si ha più niente da perdere, in genere si è più disposti a rischiare. La violazione della Legge è già tutta qui, nell’uscire dalla segregazione imposta e nell’entrare in contatto con un uomo sano. La supplica piena di fiducia salì dalle sue ginocchia piegate a terra: se tu vuoi, puoi guarirmi! (Mc 1,40) – E commosso, tendendogli la mano, lo toccò e gli disse: lo voglio! Sii purificato! (Mc 1,41). La commozione di Dio è indicata con un verbo che esprime movimento viscerale. E’ l’amore materno di Dio, sorgente dell’azione di Gesù. E poi la sua mano tesa: nella Bibbia è l’attributo di Dio che compie prodigi. Gesù tocca il lebbroso e poi spiega con la parola cosa significhi quel tocco: in Gesù, Dio è venuto a toccare l’uomo per raggiungerlo nel principio di morte che lo accomuna a tutti e per ridargli una vita nuova! Nel miracolo descritto da Marco non si dice né il nome di quest’uomo, né il luogo, né il tempo, affinché il lettore possa specchiarsi nel lebbroso. La sua carne che va in disfacimento, non è altro che un’anticipazione del destino di ogni carne, della tua e della mia.

Quando giunsi a casa di Olga, avevo già nel cuore una compassione non di mia produzione. Osservavo quella casa povera, desolata, senza alcun segno di vita. Rimasi davanti ad essa per qualche istante in silenzio. Poi bussai alla porta. Dall’interno della abitazione uscì una voce flebile: “chi è?” – “Sono padre Giacomo!” – risposi. “Entri, entri pure padre!”. La porta era già aperta. Entrai lentamente. In quella unica, poverissima stanza, Olga giaceva su un vecchio letto, il corpo immobile ormai quasi del tutto “scavato” dall’AIDS. La salutai cordialmente e poi mi sedetti al suo fianco. Cominciammo a parlare. Qualche volta accennava a un timido sorriso. Vedevo che faticava molto a parlare. Gli dissi perché ero lì. Allungai la mia mano e le toccai prima il capo, poi il volto accarezzandola. Infine le tenni la mano stretta alla mia: “sono venuto per dirti con la mia persona che Gesù ti è vicino soprattutto ora, perché ti ama, e non può sopportare che tu ti senta sola”. Mi fissò stupita. Allora anche lei mi raccontò perché era lì. Quando finì il suo racconto, chiese di confessarsi. Ma io gli dissi che lo aveva appena fatto. Il suo volto si aprì in un sorriso la cui dolcezza non posso descrivere. E mentre le lacrime scorrevano senza minimamente interferire su quel sorriso, dopo che le diedi l’assoluzione sacramentale, aggiunse: “nessun uomo mi ha fatto sentire come oggi tu mi hai fatto sentire. Non mi sento più sola, anche se sto per morire”. Se solo potessi proiettarvi su uno schermo il ricordo del suo volto mentre mi parlava così! Dopo aver detto insieme il Padre nostro le diedi l’eucarestia. Infine aggiunsi: “hai ragione Olga, solo Gesù è l’uomo che non delude e non ci fa sentire mai soli nella nostra solitudine. Grazie per questa lezione.” Poi le sussurrai all’orecchio un breve messaggio da trasmettere al Signore Gesù, strappandole la promessa che glielo avrebbe comunicato in cielo. Morì due giorni dopo il nostro incontro.

Gesù vuole entrare in contatto con l’uomo. Ma lo tocca (o è da Lui toccato) soltanto chi è convinto della propria lebbra. Perché il nostro male, il nostro peccato, è il luogo dove entriamo in contatto con Lui. La nostra giustizia non ci farà mai toccare il Salvatore. Solo nella nostra miseria possiamo toccare Colui che si fa chiamare Misericordia. “Il luogo privilegiato per l’incontro con Gesù Cristo sono i propri peccati. Se un cristiano non è capace di sentirsi peccatore e salvato dal sangue di Cristo Crocifisso, è un cristiano a metà cammino, è un cristiano tiepido! Dove non avviene questo incontro, le chiese, le parrocchie, le istituzioni, sono decadenti…Ma io, sono capace di dire al Signore: ‘sono peccatore’”, non in teoria, ma confessando il peccato concreto? E sono capace di credere che proprio Lui, con il Suo Sangue, mi ha salvato dal peccato e mi ha dato una vita nuova? Ho fiducia in Gesù?…Di quali cose si può vantare un cristiano? Solo di due cose: dei propri peccati e di Cristo crocifisso.” (Papa Francesco, Omelia a S.Marta, 04.09.2014) Perciò quel lebbroso, malgrado l’invito di Gesù a non divulgare il fatto (Mc 1,43-44), se ne andò incontenibile ad annunciare proprio quanto gli accadde (Mc 1,45), e fu il primo evangelizzatore secondo Marco. Solo chi ha veramente incontrato Gesù Cristo può esprimere, con la sua parola, il tocco di Dio nella sua vita.    

 

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EL TOQUE Y LA PALABRA

 

¿Qué es lo que empujó a un hombre enfermo de lepra osar acercarse a Jesús, violando abiertamente las puntuales prescripciones de la Ley? (Lv 13,45-46) quizás el haber escuchado en alguna parte sanó a muchos enfermos con dolencias de toda clase (Mc 1,34)? Pero ¿quién le había hablado de Jesús? ¿No vivía este en lugares de total soledad y desolación, lejos da cada humano consorcio y aunado solamente a quien compartia su triste condición? Ha sido dicho justamente que el leproso en Israel (como en otros pueblos y culturas) es un muerto civil y religioso, echado fuera de la sociedad y de cualquier posibilidad de culto. Es el hombre que vive ya en el infierno sobre esta tierra, sin más humanas relaciones. Obligado a aceptar cada dia su auto exclusión, ¡debía advertir al prójimo de su contaminante presencia! (Lv 13,45) Pero ¿qué existencia era la suya? En la cultura autosuficiente de nuestro occidente, hoy se diria que aqui delante no encontramos ni una vida, ni una muerte “digna”…

Recuerdo cuando una vez, en misión, me fue referido por una colaboradora una casa con una mujer enferma: “vivía completamente sola” – me dijo. Olga habia contraido el SIDA. Desde cuando se supo de su enfermedad, los familiares, los vecinos de casa y luego todo el pobre pueblo donde vivía, se alejaron siempre más de ella. Solo algunos sabían que se prostituia. Pero cuando su enfermedad se volvió visible en fase terminal, se volvió de dominio público el cómo había vivido. Nadie iba más a visitarla y nadie encontraba el coraje de hacermela conocer. No me dejé escapar la ocasión. De hecho, un par de años antes, había hecho pasar un mal momento al Señor: acercándome a la cabecera de una joven infectada de SIDA ya en las últimas, por miedo no la toqué y me limité a rezar por ella. Tenía ganas de rescatarme. Así, mientras pensaba en cómo se podría sentir con una enfermedad que te condena a muerte mientras todos se alejan de ti, pedí a Jesús de darme sus sentimientos hacia aquella mujer.

El leproso del evangelio se tiró a los pies del Señor. No tenía nada más que perder, mas bien, era ya un hombre perdido. Entonces era la mejor ocasión para encontrar a Aquél que ha venido a buscar y salvar lo que estaba perdido (Lc 19,10). Cuando no se tiene más nada que perder, en general se está más dispuestos a arriesgar. La violación de la Ley está toda aquí, en el salir de la segregacion impuesta y en el entrar en contacto con un hombre sano. La súplica llena de confianza subió de sus rodillas dobladas: ¡si tú quieres puedes sanarme!  (Mc 1,40) – Y conmovido, tendiéndole la mano, lo tocó y le dijo: ¡quiero! ¡Quedas purificado! (Mc 1,41). La conmoción de Dios está indicada con un verbo que expresa movimiento visceral. Es el amor materno de Dios, fuente de la accion de Jesús. Y luego su mano tendida: en la Biblia es el atributo de Dios que cumple prodigios. Jesús toca al leproso y luego explica con la palabra qué cosa significa aquél toque: ¡en Jesús, Dios ha venido a tocar al hombre para alcanzarlo al inicio de la muerte que lo acomuna a todos y para darle una vida nueva! En el milagro descrito por Marco no se dice ni el nombre de este hombre, ni el lugar, ni el tiempo, para que el lector pueda reflejarse en el leproso. Su carne que va descomponiéndose, no es otra cosa que una anticipación del destino de cada carne, de la tuya y de la mia.

Cuando llegué a la casa de Olga, tenía ya en el corazón una compasión no de mi producción. Observaba aquella pobre casa, desolada, sin algún signo de vida. Me quedé delante de ella por algunos instantes en silencio. Luego toqué a la puerta. Desde adentro del cuarto salió una voz débil: “¿quién es?” – “¡Soy el padre Giacomo!” – respondí. “¡Entre, entre padre!”. La puerta estaba abierta. Entré lentamente. En ese único, pobre cuarto, Olga estaba echada sobre una cama vieja, el cuerpo paralizado ya casi todo “undido” por el SIDA. La saludé cordialmente y luego me senté a su lado. Comencé a hablar. Algunas veces ofrecia una timida sonrisa. Veía que fatigaba mucho al hablar. Le dije el por qué estaba allí. Alargué mi brazo y la toqué antes la cabeza luego el rostro acariciándola. Al final le agarré las manos estrechadas con las mías: “he venido para decirte con mi persona que Jesús está cerca de tí sobre todo ahora, porque te ama, y no puede soportar que tú te sientas sola”. Me fijó sorprendida. Entonces también ella me contó el por qué estaba allí. Cuando terminó su historia, me pidió que la confesara. Pero yo le dije que acababa de hacerlo. Su rostro se abrió en una sonrisa la cual dulzura no puedo describir. Y mientras las lágrimas bajaban sin interferir minimamente sobre su sonrisa, después que le dí la absolución sacramental, agregó: “ningún hombre me ha hecho sentir como hoy tú me has hecho sentir. No me siento más sola, también si estoy por morir”. ¡Si solo pudiera proyectarles sobre una pantalla el recuerdo de su rostro mientras me hablaba así! Después de haber dicho juntos el Padre Nuestro le dí la Eucaristía. Al final agregué: “tienes razón Olga, sólo Jesús es el hombre que no desilusiona y no nos hace sentir nunca solos en nuestra soledad. Gracias por esta lección”. Luego le susurré al oído un breve mensaje para darlo al Señor Jesús, arrancándole la promesa que se lo hubiera comunicado en el cielo. Murió dos dias después de nuestro encuentro.

Jesús quiere entrar en contacto con el hombre. Pero lo toca (o es por El tocado) solamente quien está convencido de la propia lepra. Porque es nuestro mal, nuestro pecado, el lugar donde entramos en contacto con Él. Nuestra justicia no nos hará nunca tocar al Salvador. Solo en nuestra miseria podemos tocar a Aquél que se hace llamar Misericordia. “¡El lugar privilegiado para el encuentro con Jesuscristo son justamente los propios pecados. Si un cristiano no es capaz de sentirse pecador y salvado por la sangre de Cristo Crucificado, es un cristiano a mitad camino, es un cristiano tibio! Donde no sucede este encuentro, las iglesias, las parroquias, las instituciones, son decadentes… Pero ¿yo, soy capaz de decir al Señor: “soy pecador”, pero no en teoría, sino confesando el pecado concreto? Y ¿soy capaz de creer que justamente Él, con Su Sangre, me ha salvado del pecado y me ha dado una vida nueva? ¿Tengo confianza en Jesus?… ¿De qué cosas se puede vantar un cristiano? Solo de dos cosas: de los propios pecados y de Cristo Crucificado. (Papa Francisco, Homilia S. Marta, 04.09.2014). Por lo cual aquél leproso, a pesar de la invitación de Jesús de no divulgar el hecho (Mc 1,43-44), cuando se fué empezó a divulgar el hecho con grandes ponderaciones (Mc 1,45), y fué el primer evangelizador según Marcos. Sólo quien ha encontrado verdaderamente Jesucristo puede volverse misionero de su evangelio.

4 commenti

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  1. Grazie P. Giacomo! E’ bellissimo sapere, facendone poi esperienza, che’ e’ proprio nel mio peccato che posso essere raggiunta e incontrata dal Signore. Una volta Lui mi ha fatto capire, come mai prima, che Dio mi ama senza ” moralismo”, senza distinguere e giudicare tra cio’ che e’ bene o non e’ bene in me. Siamo noi che ragioniamo cosi’ su noi stessi, ma per Dio, nel Suo Amore, tutto in me e’ da Lui amato e amabile. Ho capito che mi amava – e ama ciascuno – non “malgrado ” ma ” per” quello che sono, con queste mie miserie, anzi grazie a queste perche’ dicono la verita’ di me stessa davanti a Dio. Per questo possiamo vantarcene, come dice san Paolo… Non riesco a spiegarlo meglio, ma credo sia davvero questa in certo senso l’esperienza dell Amore che redime, della redenzione, che fa piangere di gioia. Buona Domenica Padre Giacomo😃

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  2. In questo periodo dell’ anno liturgico ci vengono mostrati tanti episodi di guarigioni miracolose o di “liberazioni” dal male. Ho fatto caso che le tipologie di persone guarite sono le più diverse: c’è chi non chiede di essere guarito ma viene comunque “travolto e poi stravolto” dal passaggio di Gesù, c’è chi è semplicemente curioso di poterlo vedere, c’è poi chi chiede incessantemente senza stancarsi, un aiuto da Gesù che passa, poi c’è qualcuno che non ha la forza di farlo per sé ma ha la fortuna di avere amici che lo compatiscono e quindi implorano Gesù al suo posto…..e poi ci sono quelli che quasi quasi si vergognano per la loro condizione ma tentano il “tutto per tutto”……chiedono comunque, anzi, come fa il malato di lebbra di oggi, lo fanno quasi come una sottile provocazione nei confronti di Gesù, almeno a me pare così…..”se tu vuoi, puoi guarirmi”. Il malato reietto sa bene chi ha di fronte e sembrerebbe voler quasi far leva sulla misericordia di Gesù, sapendo forse quello che stava compiendo in giro. Mi hanno colpito due azioni nel brano, azioni che noi uomini a volte facciamo fatica a compiere: il tocco, prima di tutto. Pur essendo contagioso, Gesù toccandolo “rischia” come per far sentire che comprendeva il disagio di quell’uomo, nonostante fosse un rigettato sociale. E quell’ atto e’ il preludio alla guarigione perché permette all’ uomo di sentirsi considerato, cioè amato! Ma l’ altra azione che mi sorprende è la richiesta da parte di Gesù di non parlare a nessuno di ciò che era successo, come in altre occasioni. Gesù forse desidera che ognuno di noi abbia un’ esperienza personale con Lui? Oppure non vuole dare risalto perché deve continuare il suo cammino per raggiungere tutti? Oppure vuole dirci che quando si compie un atto d’amore non ci si deve vantare o ricercare fama e gratificazioni?
    E poi c’è quello che fai notare tu.
    Gesù si incontra nella parte più “oscura” di noi stessi, se lo vogliamo. Tu la identifichi col peccato ma a mio parere può essere anche una parte di noi che “ci blocca”, ci paralizza nello slancio, può essere la paura di esporsi, la paura di amare “troppo” per non cedere tutto di noi stessi. Peccato è anche questo, non solo un’ azione negativa compiuta nei confronti di se stessi o di altri, ma un’ azione positiva che non si ha il coraggio di compiere. È anche lì che ” ci aspetta Gesù “

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    • Ciao Chiara, sono d’accordo con la tua ultima considerazione: peccato è anche il negarsi nell’azione che si ha a portata di mano per paura o per un blocco che si ha dentro….Ma anche lì ci aspetta Gesù, ed è consolante questo!

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