PER BENE OPERARE, CREDI ALL’OPERA DI DIO

IV DOMENICA DI QUARESIMA

anno B (2021)
2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Disse Gesù a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

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Superati i 50 anni di vita, pian piano, si cominciano a cogliere delle costanti nella Bibbia. Una di queste è che l’uomo, anche mosso da sincero sentimento religioso, vorrebbe fare qualcosa per Dio, vuole dedicargli la sua opera. Invece la Parola di Dio, un po’ dappertutto nelle Scritture, dice che l’uomo dovrebbe occuparsi piuttosto di conoscere e capire l’opera di Dio, prima di tutto. È quello che Paolo oggi esprime così: siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo (Ef 2,10). Quale il senso profondo di queste parole? La grande opera di Dio nella creazione è l’uomo, sua immagine e somiglianza. Ma l’opera magistrale, quella che ha cambiato le sorti di ogni uomo, davanti alla quale ciascuno è chiamato a scegliere, Dio l’ha compiuta sul patibolo della Croce, mettendone il suo sigillo con le ultime parole, prima di spirare: tutto è compiuto (Gv 19,30). Le opere dell’uomo sono buone solo quando nascono da questa radice.

Mi ricordo che nel 2007, mentre mi trovavo in terra di missione (Perù), ebbi a leggere una relazione dettagliata dell’allora papa Benedetto XVI circa le origini dell’ultima e incomparabile sinfonia di Beethoven, la nona, detta anche “Inno alla gioia”. Rimasi colpito dalla spiegazione della nascita del suo 4° movimento: “…Dopo anni di auto-isolamento e di vita ritirata, in cui Beethoven aveva da combattere con difficoltà interne ed esterne che gli procuravano depressione e profonda amarezza che minacciavano di soffocare la sua creatività artistica, il musicista, ormai totalmente sordo, nell’anno 1824, sorprende il pubblico con una composizione che rompe la forma tradizionale della sinfonia, elevandosi ad un imprevisto e straordinario finale di ottimismo e di gioia” (Benedetto XVI, Discorso all’assemblea riunita per concerto in suo onore della Bayerischer Rundfunk, Aula Paolo VI, ottobre 2007). Meditai a lungo su quanto non sapevo del celebre musicista tedesco, ma soprattutto sull’osservazione che la sua più grande opera “ruppe”, secondo il papa emerito, la forma tradizionale di comporre musica.

Nicodemo e Gesù

Analogamente, l’opera maestra compiuta da Gesù Crocifisso “rompe” ogni schema di opera religiosa e ogni immagine falsa che si ergono contro il vero volto di Dio. L’anticipo che Gesù ne dà al saggio Nicodemo, ricorda infatti che Dio non ha mandato suo Figlio per condannare, cioè mandare alla dannazione l’uomo per le sue colpe (Gv 3,16-17). Lo ha mandato per salvarlo, verbo che implica un grandissimo amore per la sua creatura. In questo sta il cristianesimo secondo Giovanni evangelista: nel credere a questa follia d’amore compiutasi sulla Croce. E qui viene il bello. Perché alla fine, il fatto che Gesù non sia venuto per condannare, cioè per giudicare l’uomo, non significa che non ci sarà un giudizio. Davanti alla Croce di Cristo, prima o poi bisognerà chiedersi: che cosa è veramente folle? Credere all’amore di Dio, o rifiutarlo? Il punto capitale della fede (credere o no all’amore di Dio) non è scontato. Anzi, può essere facile dirsi credenti e non esserlo realmente, ovvero non aver fatto esperienza di questo amore.

Principio di fede è accettare di essere amati/salvati da Dio. Diversamente, nella fede si può anche cercare solo uno spazio per rincorrere i nostri progetti e produrre le nostre opere. E qui il vangelo ci avverte. Si può infatti percorrere una via di auto-realizzazione attraverso l’affermazione delle proprie opere, ben nascosta in un’apparenza di fede. Ma allora ci allontaniamo dalla luce e dall’opera di Dio per un amor proprio sbagliato (Gv 3,19-20). Il rischio è di ritrovarsi ad amare più se stessi che Dio, più la propria idea su di Lui che la sua realtà; fino ad avere persino in odio la luce, perché essa smaschera l’egoismo che si cela in tante nostre opere. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3,21). Il Signore vuole che operiamo. Però altro sono le opere che nascono da Lui, altro sono le opere che nascono dal nostro amore malato. Chi accetta di essere amato da Dio accetta anche di conoscere la verità di sé: siamo tutti poveri e malati nell’amore! Ma proprio per questo scopre di poter essere al servizio di Dio come prezioso collaboratore delle sue opere. E in questo, non in altro, si compie la sua gioia di credente: nell’onore di essere solo collaboratore.

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PARA OBRAR BIEN, CREE EN LA OBRA DE DIOS

Superados los 50 años de vida, poco a poco, se comienza a notar las constantes en la Biblia. Una de estas es que el hombre, también movido por un sincero sentimiento religioso, quisiera hacer algo por Dios, quiere dedicarle su obra. En cambio, la Palabra de Dios, un poco por todas partes en la Escritura, dice que el hombre debería ocuparse más bien de conocer y entender la obra de Dios, antes de nada. Es lo que Pablo hoy expresa así: somos de hecho obra suya, creados en Cristo Jesús por las obras buenas, que Dios ha preparado para que camináramos en ella (Ef 2,10). ¿Cuál es el sentido profundo de estas palabras? La grande obra de Dios en la creación es el hombre, su imagen y semejanza. Pero la obra magistral, aquella que ha cambiado la suerte de cada hombre, delante a la cual cada uno está llamado a elegir, Dios la ha cumplido en el patíbulo de la Cruz, poniendo su sello con las últimas palabras, antes de expirar: todo está cumplido (Jn 19,30). Las obras del hombre son buenas solo cuando nacen de esta raíz.

Me acuerdo de que, en el 2007, mientras me encontraba en tierra de misión (Perú), se me presentó la ocasión de leer una relación detallada del entonces Papa Benedicto XVI acerca de los orígenes de la última e incomparable sinfonía de Beethoven, la novena, dicha también “Himno a la alegría”. Me quedé impresionado de la explicación del nacimiento de su 4° movimiento: “… después de años de autoaislamiento y de vida retirada, en la cual Beethoven tenía que combatir con dificultades internas y externas que le ocasionaban depresión y profundo amargo que amenazaban de sofocar su creatividad artística, el músico, ya totalmente sordo, en el año 1824, sorprendió al público con una composición que rompe la forma tradicional de la sinfonía, elevándose a un imprevisto y extraordinario final de optimismo y de alegría” (Benedicto XVI, Discurso a la Asamblea reunida por el concierto en su honor de Bayerischer Rundfunk, Aula Pablo VI, octubre 2007). Medité largamente sobre lo que no sabía del célebre músico, alemán, pero sobre todo sobre la observación que su más grande obra “rompió”, según el papa emérito, la forma tradicional de componer música.

Análogamente, la obra maestra cumplida por Jesús Crucificado “rompe” cada esquema de obra religiosa y cada imagen falsa que se levanta contra el verdadero rostro de Dios. La anticipación que Jesús le da al sabio Nicodemo, recuerda de hecho que Dios no ha mandado a su Hijo para condenar, o sea mandar a la maldición al hombre por sus culpas (Jn 3,16-17). Lo ha mandado para salvarlo, verbo que implica un grandísimo amor por su creatura. En esto está el cristianismo según Juan evangelista: en el creer a esta locura de amor cumplida sobre la Cruz. Y aquí viene lo mejor. Porque al final, el hecho de que Jesús no haya venido para condenar, o sea para juzgar al hombre, no significa que no habrá un juicio. Delante de la Cruz de Cristo, antes o después será necesario preguntarse: ¿qué cosa es verdaderamente locura? ¿Creer en el amor de Dios o rechazarlo? El punto capital de la fe (creer o no al amor de Dios) no es dado por hecho. Más bien, puede ser fácil decirse creyente y no serlo realmente, o verdaderamente no haber hecho experiencia de este amor.

Principio de fe es aceptar ser amados/salvados por Dios. Diversamente, en la fe se puede también buscar solo un espacio para perseguir nuestros proyectos y producir nuestras obras. Y aquí el Evangelio nos advierte. Se puede de hecho recorrer un camino de auto realización a través de la afirmación de las propias obras, bien escondidas en una apariencia de fe. Pero entonces nos alejamos de la luz y de la obra de Dios por un amor propio equivocado (Jn 3,19-20). El riesgo es de encontrarnos a amar más a sí mismos que a Dios, más la propia idea sobre Él que su realidad; hasta tener incluso odio a la luz, porque ella desenmascara el egoísmo que se esconde en tantas de nuestras obras. En cambio, quien hace la verdad va hacia la luz, porque aparece claramente que sus obras han sido hechas en Dios (Jn 3,21). El Señor quiere que hagamos. Pero otras son las obras que nacen de Él, otras son las obras que nacen de nuestro amor enfermo. Quien acepta ser amado por Dios acepta también conocer la verdad de sí mismo: ¡todos somos pobres y enfermos en el amor! Pero justamente por esto descubre de poder estar al servicio de Dios como importante colaborador de sus obras. Y en esto, no en otro, se cumple su alegría de creyente: en el honor de ser solo colaborador.

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