NON ATTORE, MA PASTORE

IV DOMENICA DI PASQUA

anno A (2020)

At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro (Gv 10,6). Questo versetto, collocato nel mezzo del discorso di oggi, “obbliga” chiunque vuol commentare il vangelo di non tacere a chi, prima di tutto, si rivolge: ai capi religiosi di allora, dunque le autorità religiose di oggi, ovvero chi le rappresenta. Non si può infatti commentarlo staccandolo dal con-testo. Tutto il cap.10 è incastonato tra la guarigione del cieco nato, dove assistiamo all’ennesimo attacco dei farisei contro l’operato del Signore, e l’ostilità sempre più crescente che li farà esprimere, alla fine del discorso, con queste parole: ha un demonio e delira. Perché lo ascoltate? (Gv 10,20). Già, proprio così. Perché ascoltare Gesù? A chi non gli apre il proprio cuore ammalato di potere, di avidità, di successo, di guadagno, di amore per i primi posti, a chi non si fa piccolo davanti al Signore, le sue parole rimangono non solo incomprensibili, pur trattandosi di parole che tendono la mano ai suoi interlocutori. Sono anche parole deliranti e diaboliche. Succede sempre così a chi si difende dalla luce: proietta sugli altri il proprio delirio di onnipotenza, quello certamente generatogli da satana.

Io sono la porta

Io sono la porta delle pecore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2020

Il discorso di Gesù è un’aperta denuncia verso i capi del popolo che non vanno seguiti come guide. E, per farlo, mostra la plateale differenza che c’è tra il loro e il suo modo di agire. Lui è la porta e il pastore bello delle pecore che le conduce dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. I capi invece, risultano essere interiormente ladri, briganti ed estranei che opprimono e sfruttano il gregge dei fedeli. La metafora che Gesù usa è molto familiare in ambiente biblico. Abramo e gli altri patriarchi erano pastori, Davide viene chiamato da Dio mentre esercita un servizio di pastore. Quasi tutti i profeti di Israele hanno come tema comune la denuncia dei capi del popolo quali pastori infedeli e corrotti. È evidente l’intento dell’evangelista: mostrare al credente quale modello di pastore seguire e quale non seguire.

Solo chi entra per la porta è pastore delle pecore (Gv 10,2). Cioè, solo chi vive una relazione stretta con Gesù, solo chi passa prima sé stesso, non gli altri, al vaglio delle sue parole, che appunto sono una porta stretta (cfr. Mt 7,13 e Lc 13,24); solo chi manifesta nel suo modo di agire e di parlare il cuore misericordioso del Signore, è pastore. Badate bene: è, non fa, il pastore. Ma chi non vive tutto ciò? Costui è chi non entra per la porta nel recinto delle pecore, ma vi sale da un’altra parte (Gv 10,1). Perché molte sono le porte, ma una sola è quella di casa. Probabilmente costui saprà fare un bel teatrino, sarà un bravo attore, ma nasconde a sé e agli altri qualcosa della sua vita che ha il sapore dello sfruttamento, del potere e dell’amore per il controllo delle coscienze. Un modello “vincente”, che forse ha o fa la voce più grossa, che forse ha maggior spazio e influenza mondana, ma che di fatto riproduce nel religioso quanto avviene nel modo di vivere dei modelli culturali dominanti.

Mi permetto di esprimere un’opinione personale. Tutte le schiavitù sono brutte, ma quella veramente più brutta è la schiavitù verso una religiosità “ideologica” che a sua volta imprigiona sottilmente i fedeli nella paura e nel servilismo verso l’istituzione. È stupendo leggere nel vangelo di oggi che il pastore chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori (Gv 10,3). È sinonimo di una guida che stabilisce relazioni personali, che non ha paura della libertà delle pecore, che non ha bisogno di “controllarle” nel camminare con loro, perché si affianca a loro. Ricordate domenica scorsa come Gesù si avvicina e cammina con i due di Emmaus? È interessante leggere che entrare nel recinto delle pecore attraverso Gesù, non ci costringe a stare chiusi in un recinto, come un esercito intruppato che se ne sta zitto davanti alla voce urlante del generale di turno. No, la fede in Gesù è liberante, il pastore che si sta conformando al suo Cuore ti fa gustare la tua libertà, pur sapendo che sia la sua, come quella delle pecore, dipende dal Signore.

Ho sentito il bisogno di commentare così il vangelo di oggi per una pena che mi sta crescendo nel tempo, sperando che non registri un’analoga crescita di quanto mi viene confidato. Contattato e coinvolto da non poche pecore che non si sentono ascoltate, accompagnate, che si sentono respinte o addirittura condannate da fratelli nel sacerdozio che dovrebbero invece manifestare un cuore di carne, mi trovo a volte persino a dubitare di quanto esse mi riportano, tanto è il dispiacere nel sentire come un prete possa relazionarsi con una pecora del gregge a lui affidato. Poi, dopo dialoghi accurati, sono costretto ad ammettere i seri errori in cui noi ministri possiamo incorrere, perché in fondo questo capita quando non abbiamo veramente a cuore le pecore. Allora ci si rifugia nelle norme, nella disciplina, appunto nella istituzione che ha preso il posto del Signore nel cuore. Ma la chiesa esprime il suo vero volto solo quando riflette il volto e il cuore del suo Signore. Diversamente, anche e soprattutto in noi preti, la chiesa diventa covo di soprusi sulle coscienze e il suo volto una brutta caricatura di pastore, che Gesù non esita a definire ladro, brigante ed estraneo.

E dopo questa riflessione sul vangelo, non mi resta che chiedervi accoratamente, come insegna papa Francesco, di non dimenticarvi di pregare per me, anzi, per noi. Fatelo soprattutto in questo mese di maggio appena scoccato, affidandoci alle cure materne della Vergine Maria, madre dei sacerdoti. Grazie.

 

*******************

 

NO ACTOR, PERO PASTOR

 

Jesús les dijo esta similitud, pero no entendían de qué les estaba hablando (Jn 10,6). Este versículo, situado en medio del discurso de hoy, “obliga” a todo aquel que quiera comentar el Evangelio a no permanecer en silencio ante aquellos que, en primer lugar, se dirige: a los líderes religiosos de la época, por lo tanto, a las autoridades religiosas de hoy, hacia los que la representan. No se puede de hecho comentarlo separándolo del con-texto. Todo el Cap.10 está entre la curación del ciego nacido, donde presenciamos al enésimo ataque de los fariseos contra la obra del Señor, y de la hostilidad cada vez más creciente que los hará expresar, al final del discurso, con estas palabras: tiene un diablo y delira. ¿Por qué lo escuchan?  (Jn 10.20). Sí, así es.  ¿Por qué escuchar a Jesús? A quien no le abre el propio corazón enfermo de poder, de codicia, de éxito, de ganancia, de amor por los primeros lugares, a quien no se hace pequeño ante el Señor, sus palabras se quedan no sólo incomprensibles, aunque sean palabras que tienden la mano a sus interlocutores. También son palabras delirantes y diabólicas. Siempre sucede así a quien se defiende de la luz: proyecta sobre los demás su propio delirio de omnipotencia, esta generada ciertamente por Satanás.  

El discurso de Jesús es una denuncia abierta hacia los líderes del pueblo que no son seguidas como guías. Y, para hacerlo, muestra la platear diferencia que hay entre ellos y su manera de actuar. Él es la puerta y el pastor hermoso de las ovejas que los lleva de la esclavitud a la libertad, de la muerte a la vida. Los líderes, en cambio, resultan ser interiormente ladrones, bandidos y extraños que oprimen y explotan al rebaño de fieles. La metáfora que Jesús utiliza es muy familiar en un entorno bíblico. Abraham y los otros patriarcas eran pastores, David es llamado por Dios mientras realizaba el servicio de un pastor. Casi todos los profetas de Israel tienen como tema común la denuncia de los líderes del pueblo como pastores infieles y corruptos. La intención del evangelista es evidente: mostrar al creyente qué modelo de pastor seguir y cuál no seguir.

Sólo quien entran por la puerta es pastor de las ovejas (Jn 10,2). Es decir, sólo quien vive una estrecha relación con Jesús, sólo quien pasa primero a sí mismo, no a los demás, al escrutinio de sus palabras, que de hecho son una puerta estrecha (cf. Mt 7.13 y Lc 13.24); sólo quien manifiesta en su forma de actuar y de hablar el corazón misericordioso del Señor, es pastor. Miren bien: es, no hace, el pastor. Pero ¿quién no vive todo esto? Este es quien no entra por la puerta al recinto de las ovejas, sino que entra por otra parte (Jn 10,1). Porque muchas son las puertas, pero sólo una es la de casa. Probablemente este sabrá hacer un buen teatro, será un buen actor, pero esconde a sí mismo y a los demás algo de su vida que tiene el sabor de la explotación, del poder y del amor por el control de las conciencias. Un modelo “ganador”, que tal vez tiene o hace la voz más gruesa, que tal vez tiene más espacio e influencia mundana, pero que de hecho reproduce en lo religioso lo que sucede en el modo de vivir de los modelos culturales dominantes.

Permítanme expresar una opinión personal. Todas las esclavitudes son feas, pero la más fea es la esclavitud hacia una religiosidad “ideológica” que a su vez encarcela sutilmente a los fieles en el miedo y en el servilismo hacia la institución. Es maravilloso leer en el evangelio de hoy que el pastor llama a sus propias ovejas por su nombre y las conduce afuera (Jn 10,3). Es sinónimo de un guía que establece relaciones personales, que no tiene miedo de la libertad de las ovejas, que no necesita “controlarlas” al caminar con ellas, porque se une a ellas. ¿Recuerden el domingo pasado cómo Jesús se acerca y camina con los dos de Emaús? Es interesante leer que entrar en el recinto de las ovejas a través de Jesús, no nos obliga a permanecer encerrados en un recinto, como un ejército en tropa que tiene que callar frente a la voz chillona del general de turno. No, la fe en Jesús es liberadora, el pastor que se está ajustando a su Corazón te hace disfrutar de tu libertad, aunque sepas que es suya, como la de las ovejas, depende del Señor.

Sentí la necesidad de comentar así el evangelio de hoy por una pena que está creciendo con el tiempo, esperando que no registre un similar crecimiento de lo que me viene confiado. Contactado e involucrado por no pocas ovejas que no se sienten escuchadas, acompañadas, que se sienten rechazadas o incluso condenadas por hermanos en el sacerdocio que deberían en cambio manifestar un corazón de carne, me encuentro a veces incluso a dudar de lo ellos me informan, tanto es el disgusto al sentir cómo un sacerdote puede relacionarse con una oveja del rebaño que se le ha confiado.  Luego, después de diálogos cuidadosos, me veo obligado a admitir los graves errores en los que nosotros ministros podemos incurrir, porque en fondo todo esto sucede cuando no nos importan las ovejas. Entonces nos refugiamos en las normas, en la disciplina, precisamente en la institución que ha tomado el lugar del Señor en el corazón. Pero la iglesia expresa su verdadero rostro sólo cuando refleja el rostro y el corazón de su Señor. De lo contrario, también y sobre todo en nosotros los sacerdotes, la iglesia se convierte en una guarida de abusos en las conciencias y su rostro una mala caricatura de pastor, que Jesús no duda en definir ladrón, bandido y extraño.

Y después de esta reflexión sobre el Evangelio, no me queda que pedirles encarecidamente, como enseña el Papa Francisco, que no se olviden de orar por mí, de hecho, por nosotros. Háganlo especialmente en este mes de mayo recién iniciado, confiando en el cuidado materno de la Virgen María, madre de los sacerdotes. Gracias.

7 Comments

  1. Mi è nata una domanda: che cosa rappresenta il recinto in questo brano? Con i chiari verbi “entrare” ed “uscire”…

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    • La chiesa. E l’entrare e l’uscire da essa non significa che l’abbandoni, poi ci ritorni, e così via per tante volte. Sta ad indicare il clima di libertà che ivi si respira, la libertà dell’amore che ti fa sperimentare un luogo che assomiglia a casa tua: se tu ti senti a casa in un posto, sei libero di uscire ed entrare….(o ti dovrebbe far sperimentare, visto che dal mio commento, se lo hai letto, a volte la chiesa tradisce la sua vocazione/missione…

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  2. Argomento pregnante quello di oggi. Più del solito.
    Penso e vedo prima di tutto falsi Pastori che sono attori in questo teatrino in cui va in scena una farsa per avere consensi dalla gente, anche da quella che mai è andata in Chiesa ma si sente in diritto di dire la sua per il solo gusto di dissentire.
    Mi riferisco all’ ondata anche malevola, di critiche a Papa Francesco per le sue semplici parole dopo il discorso del premier Conte sull’ organizzazione della “fase 2” post Covid19….lo scandalo di quelle due parole del Papa, pazienza e obbedienza, che peraltro ricorrono spesso nei testi sacri, mi ha fatto pensare molto.
    Tutti quegli alti prelati schierati contro il Papa che sostanzialmente con quelle due parole vuole dire di attendere pacificamente la fase in cui riprenderanno le celebrazioni comunitarie perché non è ancora il momento per ragioni di sicurezza, che é inutile andar contro una decisione presa da pool di esperti che vogliono tutelare la popolazione, si stanno trascinando un gregge di pecore agguerrite contro il Papa e contro il Governo, noncuranti della realtà dei fatti e dei sacrifici che in questi mesi sono stati fatti dal personale sanitario e da tutti coloro che sono tuttora in prima linea.
    L’ invito del Papa non accolto è frutto dell’ azione dei Pastori/attori. La “ribalta” coi riflettori è molto più affascinante di un altare da cui si chiede di esercitare due virtù, la pazienza e l’ obbedienza che non è vero che legano l’ uomo, ma gli insegnano la libertà che è capacità di stare con gli altri prima di tutto perché alla base c’è il rispetto dei tempi e delle esigenze degli altri.
    Si vuole far passare come limitazione della libertà di culto la decisione di attendere ancora un po’ prima di iniziare le celebrazioni delle Messe comunitarie (affinché le comunità si attrezzino e impratichiscano riguardo alle nuove modalità), quando invece è un atteggiamento di protezione della libertà della gente che in questo momento, se si verifica una recrudescenza dell’ infezione, sarà costretta a chiudersi ancora in casa!!!
    Stimo il Papa ancora di più perché sta portando un pesante fardello, ma non vi rinuncia.
    Poi c’è un’ altra lettura del tuo commento, più “locale”.
    Ebbene penso che i Pastori che non ricordano il nome delle loro pecore non possano condurre il gregge ma solo disperderlo.
    E anche questo mi fa molto male.
    Ma zitta non sto

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    • Cara Chiara, hai applicato con “chiarezza” (è un prodotto del dono del nome che porti) le mie parole e il vangelo a 2 situazioni odierne…l’altra lezione del papa l’ha data stamane: preghiamo per chi ci governa….lezione che, naturalmente, applicando di nuovo il vangelo di oggi, molti di quelli che hai citato non ascolteranno…”ma essi non capirono di cosa parlava loro” (Gv 10,6). A presto!

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  3. Mi correggo: le parole del Papa sono “PRUDENZA E OBBEDIENZA” , ma sottindendono comunque la PAZIENZA!!!

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  4. Il pastore ha cura delle sue pecore. Chi non è pastore disperde le sue pecore, sarà come un ladro o un brigante.
    In questo tempo più che mai, ho pensato al Ministero sacerdotale. Purtroppo tutti risentiamo in questo tempo di pandemia, dei suoi effetti devastanti; ma penso più che mai ai sacerdoti che si sono trovati a celebrare in streaming, penso ai sacerdoti che si sono trovati soli, penso ai sacerdoti
    che hanno sofferto e non si sono risparmiati , penso ai sacerdoti che hanno assistito desolati, all’arrivo di numerose salme e purtroppo accompagnate senza funerale. Gesù ridoni, al pastore , come ha detto il Papa oggi, nuova cura per il suo gregge, e di saper “riuscire”, se necessario a riportare all’ovile la pecora che si era dispersa.

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  5. Grazie don Giacomo, Per la tua abbondante semina della Parola. Mi aiutano le tue riflessioni a capire che oltre la porta stretta vi sono spazi di libertà che, se resto chiusa nel mio mondo, non potrò mai abitare. Quindi avanti anche con fatica, ma sempre ringraziando il Signore! Sì, pregherò per te e per tutti i pastori, perché siate sempre più a immagine di Cristo 💪

    Il Sab 2 Mag 2020, 09:22 PREDICATELO SUI TETTI ha scritto:

    > Giacomo Falco Brini posted: “IV DOMENICA DI PASQUA anno A (2020) At > 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10 Gesù disse: «In verità, in verità io vi > dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da > un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla po” >

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