SE METTI GESÙ AL SUO POSTO

XIII DOMENICA DEL T.O.

2RE 4,8-11.14-16; RM 6,3-4.8-11; MT 10,37-42

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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Se qualcuno vuol venire dietro di me
       Se qualcuno vuol venire dietro a me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

 

Continuano le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli circa la missione a loro affidata nel mondo. Si rafforza quel “non abbiate paura” udito domenica scorsa. Infatti, se da un lato il Signore chiarisce subito che al suo discepolo non saranno risparmiati disprezzo e persecuzioni, dall’altro, le parole di oggi garantiscono che ci sarà pur sempre l’esperienza dell’accoglienza in quanto suo accreditato rappresentante (Mt 10,40-42). Notate il legame ontologico (“chi accoglie voi accoglie me”) che Gesù crea con il discepolo: a chi, credendo in questo profondo legame, accoglie il suo inviato, è assicurata la risposta grata del Signore. Per tre volte in due versetti è sottolineata la promessa della ricompensa di Dio.

E’ sempre molto bello per me sottolineare la bontà con cui Dio ricompensa la fede: quante volte (non si possono contare!) ho toccato con mano la fedeltà del Signore alle sue promesse! Quante benedizioni ho visto per coloro che con fede hanno riconosciuto e accolto la mia povera persona come inviato di Gesù! Come dimenticarle? Ecco una tra le tante: mi trovavo in America Latina (Perù) da circa tre anni. Una domenica, mi recavo come sempre in una delle cappelle a me affidate per celebrare l’eucarestia. Ci arrivavo sempre una mezz’ora prima per essere disponibile al sacramento della riconciliazione. Quella sera giunse davanti a me una mamma che non voleva confessarsi, ma aveva una richiesta da farmi: “padre Giacomo, la prego, venga a casa mia! Mia figlia non vuole più ascoltarmi. Non so più cosa fare, tra noi non è più come prima. Mi ostacola in tutto, mi rimprovera sempre per ogni cosa e, soprattutto, non ne vuole più sapere di Dio. C’è un clima sempre pesante a casa. Sono in ansia perché non riesco più a parlare con lei”. Quando la conobbi, Dora aveva 51 anni. Da quando rimase da sola, abbandonata subito dall’uomo con cui concepì Marta, si era sempre occupata con amore di sua figlia. Una ragazza madre come tante. “Verrò a casa tua” – le dissi – colpito dal tono contenuto e dignitoso della sua richiesta. Giunsi nella povera dimora di Dora un pomeriggio della settimana successiva al nostro incontro; c’era in casa anche sua figlia Marta. Bussai, e quando Dora mi vide alla porta trasalì di gioia: “padre! Che piacere! Venga dentro!…Che gioia! Oggi il Signore Gesù viene in casa mia!” Sono così i poveri dove ho vissuto per molti anni. Vedono in te quasi istintivamente la presenza di Gesù. Mentre mi preparava qualcosa da offrirmi guardavo tutto intorno la povertà della casa, ma in essa anche un ordine e una pulizia inconsueti. Giunse Marta e ci presentammo. Bastarono solo poche battute perché capissi che si trattava di una ragazza molto intelligente e perché lei si sentisse un tantino libera da vomitarmi addosso il suo disprezzo per la chiesa, i preti e tutti quelli che credono in Dio. Tuttavia, mentre parlava, notavo il suo argomentare ben ordinato e guardavo gli occhi sinceri con cui si esprimeva. Pensai alla sua vita senza papà sin dal grembo materno. Le dissi solo che molta della sua critica verso la chiesa era giusta e che mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lei. Poi arrivò la mamma e consumammo insieme quello che aveva preparato. Quando me ne andai, gli occhi di Marta mi scrutavano con un “non so che” di sorpresa e diffidenza. Dora invece, nascondeva il suo sguardo ad entrambi perché commossa. Ritornai la settimana successiva e questa volta fu Marta ad aprirmi la porta: “sono tornato per continuare quel discorso iniziato con te” – le dissi. Restai insieme a lei per quasi due ore. Quando me ne andai, Marta mi strinse forte la mano e mi disse con un germe di sorriso sul volto: “grazie!”. Alcuni giorni dopo, avevamo in programma un ritiro di evangelizzazione speciale per giovani. Andai a casa sua per invitarla. “Di cosa si tratta?” – mi chiese – “Vieni e vedrai” – le risposi. Accettò l’invito. Il suo volto già non era più lo stesso. Il Signore Gesù in quel ritiro completò il suo miracolo. Riconciliò Marta con sua madre, con se stessa, con Lui e la sua chiesa. Ricordo ancora al telefono la voce di Dora strozzata dall’emozione; aveva chiamato per ringraziarmi. “Sei tu che hai creduto nella presenza di Gesù in me: perciò Lui ha potuto operare questo” – le risposi. Oggi Marta, dopo aver completato i suoi studi universitari, è una giovane donna affermata nel suo lavoro che benedice Dio in ogni circostanza della sua vita.

Infine, qualche pensiero sui versetti iniziali (37-39) del vangelo di oggi. Se Gesù parla così non è certo per entrare in concorrenza con l’amore che sentiamo per i nostri cari. E ciononostante le sue parole sono chiarissime. Chi non lo colloca prima degli affetti più cari non è degno di Lui. Che cosa vuol dire? Nella regola di S.Benedetto da Norcia c’è una ricorrente, breve espressione rivolta ai suoi monaci che è la migliore sintesi di questi versetti: “non anteponete nulla all’amore per Cristo”. Per il discepolo in cammino queste parole non suonano né strane né  antagoniste degli altri amori umani. Non anteporre niente all’amore di Cristo non fa male agli altri amori. E’ piuttosto la direzione più autentica e saggia per far crescere bene ogni amore e per comprendere il significato della propria e dell’altrui esistenza. Alcune settimane fa insieme ad alcuni amici ho incontrato un sacerdote che conobbe molto da vicino Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (Vibo Valentia) in Calabria. Naturalmente, abbiamo ascoltato molte cose riferite ai fenomeni soprannaturali che accadevano intorno alla sua persona. Ma una delle cose che mi ha colpito di più di quanto udito da quel confratello sacerdote, è stata la risposta che un giorno lei diede alla domanda di uno dei suoi figli ormai adulto. Natuzza infatti era una donna sposata. Questo figlio si rendeva conto della grande carità che muoveva la mamma ad accogliere tutti, soprattutto i più poveri e sofferenti, in casa sua. Carità che sperimentavano a un punto tale che tutti la chiamavano “mamma Natuzza”. Allora un giorno questo figlio, sapendo bene da quanti fosse così chiamata e considerata, fece questa domanda a sua madre: “molti ti chiamano mamma, ma io vorrei sapere se, per te, loro sono come tuoi figli, o meglio: per te, io sono come loro?”. La risposta di Natuzza fu sicura e decisa: “sì, non c’è alcuna differenza tra te e loro: siete tutti miei figli”. Così è il cuore di chi ha messo nella sua vita Gesù al suo posto, cioè il primo. Si trova a vivere una vita e un ordine nuovo che fa bello tutto ciò che lo circonda, dando il suo proprio significato ad ogni amore umano. Perché per noi cristiani non c’è amore che, se vuol evitare di fare danni, non debba orientarsi e sottoporsi a quello di Gesù Cristo. Diversamente, ecco i multiformi problemi di oggi in tante relazioni umane, per dirla morbidamente. Mettiamo dunque Gesù al suo posto, come Dora e come Natuzza. Non ce ne pentiremo.  

 

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Continúan las instrucciones de Jesús a sus discípulos acerca de la misión en el mundo a ellos confiada. Se refuerza aquél “no tengan miedo” escuchado el domingo pasado. De hecho, si por un lado el Señor aclara inmediatamente que a su discípulo no se le ahorrará desprecio y persecución, del otro lado, las palabras de hoy garantizan que estará siempre la experiencia de la acogida en cuanto a su acreditado representante (Mt 10,40-42). Noten el vínculo ontológico (“quien acoge a ustedes a mí me acoge”) que Jesús crea con el discípulo: a quien, creyendo en este profundo vínculo, acoge a su enviado, está asegurada la respuesta grata del Señor. Por tres veces en dos versículos está subrayada la promesa de la recompensa de Dios.

Para mí es siempre lindo subrayar la bondad con la cual Dios recompensa la fe: ¡cuántas veces (¡no se pueden contar!) he tocado con mano la fidelidad del Señor a sus promesas! ¡Cuántas bendiciones he visto para aquellos que con fe han reconocido y acogido mi pobre persona como enviado de Jesús! ¿Cómo olvidarlo? He aquí una de las tantas: me encontraba en América Latina (Perú) desde hacía tres años. Un domingo, me dirigía como siempre en una de las capillas a mí confiada para celebrar la Eucaristía. Llegaba siempre una media hora antes para estar disponible al sacramento de la reconciliación. Aquella noche llegó ante mí una mamá que no quería confesarse, pero tenía un pedido que hacerme: “padre Giacomo, le ruego, ¡venga a mi casa! Mi hija no quiere escucharme más. No sé más que cosa hacer, entre nosotras no es más como antes. Me obstaculiza en todo, me llama la atención por cada cosa y, sobretodo, no quiere saber nada de Dios. Hay un clima siempre pesado en la casa. Estoy ansiosa porque no logro más a hablar con ella”. Cuando la conocí, Dora tenía 51 años. Desde cuando se quedó sola, abandonada inmediatamente del hombre con la cual concibió a Marta, se había siempre ocupado con amor de su hija. Una madre soltera como tantas. “Iré a tu casa” – le dije – impactado por el tono sostenido y digno de su pedido. Llegué a la pobre demora de Dora una tarde de la semana sucesiva de nuestro encuentro; estaba en la casa también su hija Marta. Toqué, y cuando Dora me vio en la puerta   sobresalto de gozo: “¡padre! ¡Qué gusto! ¡Entre!… ¡Qué alegría! ¡Hoy el Señor  Jesús llega a mi casa!” Son así los pobres donde he vivido por muchos años. Ven en ti casi instintivamente la presencia de Jesús. Mientras me preparaba algo para ofrecerme miraba alrededor la pobreza de la casa pero también un orden y limpieza inusual. Llegó Marta y nos presentamos. Bastaron solo pocos intercambios para entender que se trataba de una joven muy inteligente y para que ella se sintiera un poquito libre para que me vomitara encima su desprecio por la iglesia, los sacerdotes y todos aquellos que creen en Dios. De todas maneras, mientras hablaba, notaba su modo muy ordenado de argumentar y miraba los ojos sinceros con los cuales se expresaba. Pensé a su vida sin papá desde el vientre materno. Le dije solo que mucho de su crítica hacia la iglesia era justo y que me hubiera dado gusto hablar todavía con ella. Luego llegó la mamá y consumimos juntos lo que había preparado. Cuando me fui, los ojos de Marta me escrudiñaban con un “no sé qué” de sorpresa y desconfianza. Dora en cambio, escondía su mirada a los dos porque estaba conmovida. Regresé la semana sucesiva y esa vez fue Marta quien me abrió la puerta: “he regresado para continuar aquel discurso comenzado contigo” – le dije. Me quedé con ella por casi dos horas. Cuando me fui, Marta me apretó fuerte la mano y me dijo con un germen de sonrisa sobre su rostro: “¡gracias!”. Algunos días después, teníamos en programa un retiro de evangelización especial para jóvenes. Fui a su casa para invitarla. “¿De qué se trata?” – Me dijo – “ven y verás” – le respondí.  Aceptó la invitación. Su rostro ya no era más el mismo. El Señor Jesús en aquél retiro completó su milagro. Reconcilió a Marta con su madre, consigo misma, con Él y su iglesia. Recuerdo todavía al teléfono la voz de Dora entrecortada por la emoción; había llamado para agradecerme. “Haz creído en la presencia de Jesús en mí: por esto Él ha podido obrar esto” – le respondí. Hoy Marta, después de haber completado sus estudios universitarios, es una joven mujer exitosa en su trabajo que bendice a Dios en cada circunstancia de su vida.

En fin, algunos pensamientos sobre los versículos iniciales (37-39) del evangelio de hoy. Si Jesús habla así no es seguramente para entrar en un concurso con el amor que sentimos por nuestros seres queridos. Y sin embargo sus palabras son clarísimas. Quien no lo pone antes de los afectos más queridos no es digno de Él. ¿Qué quiere decir? ¿Qué cosa quiere decir? En la regla de S. Benedicto de Norcia existe una recurrente y breve expresión dirigida a sus monjes que es la mejor síntesis de estos versículos: “no antepongan nada al amor por Cristo”. Para el discípulo en camino estas palabras no suenan ni extrañas ni antagónicas de los amores humanos. Es más bien la dirección más auténtica y sabia para hacer crecer bien a cada amor y para comprender el significado de la propia y de la ajena existencia. Algunas semanas atrás junto a algunos amigos he encontrado a un sacerdote que conoció de muy cerca de Natuzza Evolo, la mística de Paravati (Vibo Valentia) en Calabria. Naturalmente, hemos escuchado muchas cosas referidas a los fenómenos sobrenaturales que sucedían alrededor de su persona. Pero una de las cosas que me impresionó más de lo que escuché de ese hermano sacerdote, ha sido la respuesta que un día ella le dio a la pregunta de uno de sus hijos ya adulto. Natuzza de hecho era una mujer casada. Este hijo se daba cuenta de la gran caridad que movía a su mamá a acoger a todos, sobre todo a los más pobres y sufridos, en su casa. Caridad que probaba a tal punto que todos la llamaban “mamá Natuzza”. Entonces un día este hijo, sabiendo bien de cuantos era así llamada y considerada, hizo esta pregunta a su madre: “muchos te llaman mamá, pero yo quisiera saber si, para ti, ellos son como tus hijos, o mejor: para ti, ¿yo soy como ellos?”. La respuesta de Natuzza fue segura y decidida: “sí, no hay alguna diferencia entre tú y ellos: son todos mis hijos”. Así es el corazón de quien ha puesto en su vida a Jesús en su lugar, o sea, el primero. Se encuentra a vivir una vida y un orden nuevo que hace hermoso todo lo que lo circunda, dando su propio significado a cada amor humano. Porque para nosotros cristianos no hay amor que, si quiere evitar de hacer daños, no deba orientarse y someterse a aquello de Jesucristo. Diversamente, he aquí los multiformes problemas de hoy en tantas relaciones humanas, para decirlo suavemente. Pongamos entonces a Jesús en su lugar, como Dora y como Natuzza. No nos arrepentiremos.

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