IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

AFFONDARE PER LASCIARSI AFFERRARE

XIX DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,9.11-13; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

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Questa volta Gesù va in disparte su un monte da solo per pregare (Mt 14,23), senza portarsi alcun discepolo. Domenica scorsa invece, aveva portato in disparte con sé Pietro, Giacomo e Giovanni su un altro monte, e sappiamo come è andata. Ma l’esperienza di Dio non è sempre una trasfigurazione. Fosse per noi, ci pianteremmo una o più tende come propose Pietro (Mt 17,4), in fondo perché vorremmo che il Signore si manifestasse sempre così. L’episodio del vangelo di oggi ci ricorda che la realtà è ben altra. La barca che fatica ad andare avanti per il vento contrario mentre Lui “se ne sta lassù, da solo”: quale espressione fotografa meglio quello che tutti sperimentiamo nella vita? Tu ed io, noi, la chiesa, non ci sentiamo forse tante volte nel cammino di questa vita come quella barca in un mare in tempesta, in cui Dio sembra che “se ne sta lassù, da solo”? Questo è il senso profondo del messaggio di Matteo evangelista. Il tempo della chiesa è come l’avventura di una traversata in un mare minaccioso che mette sempre a dura prova la sua fede. Ma è anche l’indicibile esperienza di un Dio che viene incontro ad essa camminando su questo mare. In mezzo ci sta il travaglio della stessa fede, in cui paura e dubbi sono ingredienti necessari (Mt 14,26).

Se vogliamo che la nostra fede maturi diventando consapevole e adulta, dobbiamo far bene i conti con questo vangelo. Su questo testo faremmo bene a riflettere tutti, ma proprio tutti, credenti e non credenti. Il non credente farebbe bene ogni tanto a dubitare del suo non credere, il credente del suo credere. Altrimenti entrambi diventeranno solo adoratori dei propri rigidi schemi. Dunque la nostra fede, per essere tale, non può evitare di passare dentro le proprie paure e dubbi. Quando trovo davanti a me fratelli o sorelle che mi raccontano le angosce e i dubbi del loro cammino mi rallegro e ringrazio sempre il Signore, perché in loro mi specchio e con essi condivido la debolezza della mia fede e la speranza che essa passi dentro tutte le prove. Ma quando incontro fratelli o sorelle inossidabili, granitici nel loro linguaggio, quelli che parlano sempre di fede in ogni istante della giornata, quelli che trovano sempre una parola religiosa per ogni evento o persona in cui si imbattono; quelli che sanno sempre cosa dire davanti ad un malato terminale, quelli che sanno tutto sulla chiesa e i suoi problemi, quelli sempre pronti alla polemica quando guardano l’agire di altri cristiani, quelli che vanno a scavare sempre nelle intenzioni altrui, quelli che….Beh! – mi dico sempre – “beati loro che hanno tutte queste sicurezze…” Però, alla luce del vangelo, mi pare che rischino di trovarsi con un pugno di mosche tra le mani.

Gesù cammina sulle acque
Gesù cammina sul mare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2014

Gli apostoli sono colti dallo spavento: un uomo che cammina sulle acque del mare non è umano! (Mt 14,25). Sono pertanto convinti di vedere un fantasma e gridano dalla paura. E’ proprio così. Chi segue la paura scambia la propria fantasia per realtà e la realtà per fantasia. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,26-27). Che bello quel subito! Quando siamo nell’angoscia non sembra sia così, sembra che Gesù sia in ritardo. Papa Giovanni XXIII ripeteva spesso: “sembra che il Signore arrivi sempre con un quarto d’ora di ritardo”. In realtà il Signore è il Dio che interviene subito con la parola nella nostra paura, prima di tutto perché non l’ha inventata Lui, ma soprattutto perché è Colui che lavora per farcela superare. Il più delle volte siamo noi in ritardo nel credergli! Osserviamo il comportamento di Pietro. Egli ha una richiesta audace da fare. Cerca di andare oltre la paura e il dubbio che lo accomuna agli altri: Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque (Mt 14,28). Decliniamo questa richiesta. “Signore, se sei proprio tu quello che vedo e non un fantasma, allora fammi fare l’esperienza di quello che a me è impossibile: camminare come te sul mare”. E Gesù gli risponde: vieni! Pietro davvero comincia a vivere l’impossibile (Mt 14,29). Ma vedendo che il vento era forte s’impaurì e cominciando ad affondare gridò: Signore salvami! (Mt 14,30). A questo punto rivolgo a voi tutti lettori un paio di domande, perché non capisco bene. E’ Pietro che ha lanciato una sfida al Signore, o è il Signore che ha sfidato Pietro? La richiesta di Pietro nasce dalla fede o dalla paura? Se guardo i primi passi compiuti da lui sul mare, verrebbe da dire: dalla fede. Se guardo come stava finendo, verrebbe da dire: dalla paura. Che ne pensate? Adesso ci penso prima un po’ anch’io, poi riprenderò a scrivere.

Eccomi a tirare le somme di questo commento. Mi ha fatto bene fermarmi sulle domande che vi ho rivolto. E riparto ancora una volta da quel bellissimo subito che ritroviamo al v. 31. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato? Provo a declinare anche questa affermazione di Gesù. “Caro Pietro, hai visto bene dentro il tuo cuore? Da dove è venuta la tua richiesta? Adesso lo sai. Sei uomo di poca fede perché hai cercato la soluzione al tuo dubbio e alla tua paura mettendomi alla prova. Ti sei accorto quanto somigli ai tuoi padri? Ti ricordi quando essi si trovarono nel deserto dove li condussi per fare esperienza del mio amore provvidente? Anche lì, nonostante i molteplici segni della mia vicinanza, mi mettevano continuamente alla prova. Non si parla così con me! Però non ho rifiutato la tua sfida sfidandoti a mia volta, perché tu conoscessi la verità del tuo cuore. Ho detto: vieni! Cioè, va bene Pietro, sia fatta la tua volontà. E ora vedi che nel fare la propria volontà non si va molto lontano. Anzi, si affonda in mare. Però lo spazio della fede autentica è proprio lì: quando stai affondando e vivi nella tua paura. Quando hai gridato a me, quando invece di guardare te e ciò che è intorno a te, hai alzato gli occhi su di me. Solo allora ti sei comportato da credente e hai potuto sentire la mia mano potente afferrarti subito! Cerca bene la paura che ti abita e vacci a vivere. Non aver paura delle tue paure. Perché se da lì elevi la tua preghiera, toccherai ancora con mano la mia onnipotente mano!”

Credo che a questo punto le domande che vi avevo rivolto hanno trovato una piccola luce. Ammettiamolo, anche noi siamo come Pietro. Pensiamo che la radice della fede in Dio sia la sua risposta alle nostri pressanti richieste (che spesso sono pretese), invece che l’abbandono sereno e fiducioso al suo amore. Nel fiume infido della nostra storia come vogliamo navigare? Tenendo gli occhi fissi su Gesù o sulla crescente paura che affligge la vita nostra e altrui? Il Card. Comastri, figlio spirituale di S.Teresa di Calcutta, racconta che un giorno si trovava insieme a un gruppo di sacerdoti che dialogava con la madre circa i tempi che si stavano abbattendo sulla chiesa. Era il tempo della contestazione e delle defezioni diffuse, c’era dunque da avere tanta paura. Allora madre Teresa, partendo dall’episodio di questo vangelo, disse loro: “State attenti! Voi pensate che la chiesa sia forte quando cammina sulle acque, cioè quando tutto va bene, quando tutti la applaudono o si inchinano davanti ad essa. No, non è questo il momento della vera grandezza della chiesa. La chiesa infatti è forte ed è veramente se stessa quando sente affondare il piede nella propria debolezza e, come Pietro, tende la mano a Gesù gridando con umile fede: Signore, salvami! Solo allora la chiesa avverte che subito la mano forte di Dio la stringe e la solleva dalle insidie della storia”. Dunque se senti che stai per affondare, ricordati, è giunto il momento di lasciarsi afferrare.

 

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Esta vez Jesús va solo sobre un monte para rezar (Mt 14,23), sin llevarse a algún discípulo. El domingo pasado en cambio, se había llevado consigo a Pedro, Santiago y Juan sobre otra montaña, y sabemos cómo ha ido. Pero la experiencia de Dios no es siempre una transfiguración. Si fuera por nosotros, nos plantaríamos una o más tiendas como propuso Pedro (Mt 17,4), en fondo porque quisiéramos que el Señor se manifestase siempre así. El episodio del evangelio de hoy nos recuerda que la realidad es toda otra cosa. La barca que fatiga a seguir adelante por el viento contrario mientras Él “está arriba, solo”: ¿qué expresión fotógrafa mejor lo que todos nosotros probamos en la vida? Tú y yo, nosotros, la iglesia, ¿no nos sentimos quizás tantas veces en el camino de esta vida como aquel barco en un mar de tempestades, en el cual Dios parece que “estuviera arriba, solo?” Este es el sentido profundo del mensaje de Mateo evangelista. El tiempo de la iglesia es como la aventura de una travesía en un mar amenazante que pone siempre a dura prueba su fe. Pero es también indescifrable la experiencia de un Dios que viene al encuentro de ella caminando sobre este mar. En medio está el trabajo de la misma fe, en el cual miedo y dudas son ingredientes necesarios (Mt 14,26)

Si queremos que nuestra fe madure volviéndose consciente y adulta, debemos hacer bien las cuentas con este evangelio. Sobre este texto haremos bien en reflexionar todos, pero todos, creyentes y no creyentes. El no creyente haría bien de vez en cuando a dudar de su no creer, el creyente de su creer. Sino ambos se volverán solo adoradores de los propios rígidos esquemas. Por tanto nuestra fe, para ser tal, no puede evitar pasar dentro de los propios miedos y dudas. Cuando encuentro delante de mí hermanos o hermanas que me cuentan las angustias y las dudas de su camino me alegro y agradezco siempre al Señor, porque en ellos me reflejo y con ellos comparto la debilidad de mi fe y la esperanza que esa pase dentro de todas las pruebas. Pero cuando encuentro a los hermanos o hermanas inoxidables, de granito duro en su lenguaje, aquellos que hablan siempre de fe en cada instante de la jornada, aquellos que encuentran siempre una palabra religiosa para cada evento o persona con la cual se topan; aquellos que saben siempre qué cosa decir delante de un enfermo terminal, aquellos que saben todo sobre la iglesia y sus problemas, aquellos siempre listos a la polémica cuando miran el actuar de otros cristianos, aquellos que van a escavar siempre en las intenciones de los demás, aquellos que…. Ya! – Me digo siempre- “dichosos ellos que tienen todas esas seguridades…” Pero, a la luz del evangelio, me parece que arriesgan de encontrarse con un puño de moscas entre las manos.

Los apóstoles son tomados por el miedo: ¡un hombre que camina sobre las aguas del mar no es humano! (Mt 14,25). Están por lo tanto convencidos de ver a un fantasma y gritan del miedo. Es justamente así. Quien sigue el miedo cambia la propia fantasía por la realidad  y la realidad por la fantasía. Pero al verlo caminar sobre el mar, se asustaron. Al instante Jesús les dijo: Ánimo, soy yo; no teman (Mt 14,26-27). ¡Qué lindo aquél al instante! Cuando estamos en la angustia no parece que sea así, parece que Jesús esté en retraso. Papa Juan XXIII repetía muchas veces: “parece que el Señor llegue siempre con un cuarto de hora de retraso”. En realidad el Señor es el Dios que interviene al instante con la palabra a nuestro miedo, antes de todo porque no la ha inventado Él, pero sobretodo porque es Aquél que trabaja por hacérnosla superar. ¡La mayor parte de las veces somos nosotros en retardo en creerle! Observemos el comportamiento de Pedro. Él tiene un pedido audaz para hacer. Intenta ir más allá del miedo y la duda que lo acomuna a los demás: Señor, si eres tú, manda que yo vaya a ti caminando sobre el agua (Mt 14,28). Declinamos esta solicitud. “Señor, si eres en verdad tú lo que veo y no un fantasma, entonces hazme hacer la experiencia de lo que para mí es imposible: caminar como tú sobre el mar”. Y Jesús le responde: ¡Ven! Pedro de verdad comienza a vivir lo imposible (Mt 14,29). Pero el viento seguía muy fuerte, tuvo miedo y comenzó a hundirse. Entonces gritó: ¡Señor, Sálvame! (Mt 14,30). A este punto dirijo a todos ustedes lectores un par de preguntas, porque no entiendo bien. ¿Es Pedro que ha lanzado un desafío al Señor, o es el Señor que ha retado a Pedro? ¿La pregunta de Pedro nace de la fe o del miedo? Si miro los primeros pasos cumplidos por él sobre el mar, diría: de la fe. Si miro el cómo estaba terminando, diría: del miedo. ¿Qué piensan ustedes? Ahora pienso antes un poco también yo, luego volveré a escribir.

Heme aquí a sacar conclusiones de este comentario. Me ha hecho bien detenerme sobre las preguntas que les he hecho. Y vuelvo a comenzar una vez más de aquél bellísimo al instante que volvemos a encontrar en el v. 31. Al instante Jesús extendió la mano y lo agarró, diciendo: Hombre de poca fe, ¿por qué has dudado? Pruebo a declinar también esta afirmación de Jesús. “Querido Pedro, ¿has visto bien dentro de tu corazón? ¿De dónde ha venido tu pedido? Ahora lo sabes. Eres hombre de poca fe porque has buscado la solución a tu duda y a tu miedo poniéndome a la prueba. ¿Te has dado cuenta cuanto te pareces a tus padres? ¿Te acuerdas cuando ellos se encontraron en el desierto donde los conduje para hacer experiencia de mi amor providente? También allí, a pesar de los múltiples signos de mi cercanía, me ponían continuamente a la prueba. ¡No se habla así conmigo! Pero no he rechazado tu reto desafiándote al mismo tiempo, para que tú conocieras la verdad de tu corazón. He dicho: ¡Ven! O sea, está bien Pedro, se haga tu voluntad. Y ahora vez que en el hacer la propia voluntad no se va muy lejos. Más bien, se hunde en el mar. Pero el espacio de la fe auténtica es exactamente allí: cuando te estás hundiendo y vives en tu miedo. Cuando has gritado a mí, cuando en cambio de mirar a ti y lo que está en torno a ti, haz levantado los ojos hacia mí. ¡Solo entonces te has comportado como creyente y has podido sentir mi mano potente aferrarte inmediatamente! Busca bien el miedo que te habita y ve a vivir. No tengas miedo de tus miedos. ¡Porque si de allí elevas tu oración, tocarás todavía con mano mi omnipotente mano!”

Creo que a este punto las preguntas que les había dirigido han encontrado una pequeña luz. Admitámoslo, también nosotros somos como Pedro. Pensamos que la raíz de la fe en Dios sea su respuesta a nuestros apremiantes pedidos (que normalmente son presunciones), en cambio del abandono sereno y confiado a su amor. En el río pérfido de nuestra historia ¿cómo queremos navegar? ¿Teniendo los ojos fijos en Jesús o sobre el creciente miedo que aflige nuestra vida y de los demás? El Card. Comastri, hijo espiritual de S. Teresa de Calcuta, cuenta que un día se encontraba junto a un grupo de sacerdotes que dialogaban con la madre a cerca de los tiempos que estaban golpeando a la iglesia. Era el tiempo de la contestación y de las deserciones difusas, se tenía entonces que tener miedo. Entonces madre Teresa, partiendo del episodio de este evangelio, dijo a ellos: “¡Estén atentos! Ustedes piensan que la iglesia sea fuerte cuando camina sobre las aguas, o sea cuando todo va bien, cuando todos la aplauden o se inclinan delante de ella. No, no es este el momento de la verdadera grandeza de la iglesia. La iglesia de hecho es fuerte y es verdaderamente sí misma cuando siente hundirse el pie en la propia debilidad y, como Pedro, tiende la mano a Jesús gritando con humilde fe: ¡Señor, sálvame! Solo entonces la iglesia advierte que al instante la mano fuerte de Dios la agarra y la levanta de las insidias de la historia”. Entonces si sientes que estás por hundirte, recuérdate, ha llegado el momento de dejarnos aferrar.

 

LASCIATE CHE CRESCANO INSIEME

XVI DOMENICA DEL T.O.

Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-30

 

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a sradicarla?”. “No” – rispose, “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il bel seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!». 

 

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Semina di grano e zizzania
Il seminatore e il nemico, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Delle tre parabole che oggi Gesù racconta nel vangelo, sembra che l’attenzione maggiore debba essere rivolta a quella del grano e della zizzania, dato che di questa, e non delle altre due, come i primi discepoli, sicuramente anche noi avremmo chiesto spiegazione al Signore (Mt 13,36). Nella parabola di domenica scorsa si parlava del seme della Parola e delle difficoltà che incontra nel terreno del nostro cuore prima di dar frutto. La parabola di oggi ci dice da quale seme provengano quegli ostacoli: è un seme cattivo. Gesù semina la sua Parola. Ma anche il nemico, il diavolo, semina la sua. La parabola è rivolta a noi discepoli e riguarda il problema che più ci attanaglia: il problema del male e del nostro rapporto con esso, problema tutto concentrato nella domanda che i servi fanno al padrone di casa, allorché scoprono meravigliati che nel suo campo, tra il grano, è spuntata anche della zizzania. Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27).

Parabola grano e zizzania 2
Da dove viene la zizzania? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Gesù risponde fugando ogni dubbio sulla sua origine (Mt 13,28a), ma non fuga altri dubbi/domande che si intrufolano facilmente nel nostro cuore di credenti. Ad es., perché se il proprietario è “padrone” del suo campo non ha messo a sua guardia qualche vigilante? Oppure, perché non ha installato a sua protezione qualche altra misura di difesa? Non fanno così i padroni dei campi? Il testo del vangelo ci dice soltanto che il nemico di quell’uomo venne a seminare in mezzo al grano il suo seme, mentre tutti dormivano (Mt 13,25). Perché questa disattenzione? Come mai il nemico agisce così?

Vorrei dire qualcosa prima di tutto circa il diavolo, origine di ogni male. Il vangelo (ma anche l’A.T.) ne parla come di una realtà personale. Dopo un cinquantennio nel quale satana è riuscito persino a convincere i credenti sulla sua inesistenza, oggi invece assistiamo alla sua riscoperta in tante aree ecclesiali. Cosa in sé molto positiva per la fede. Per cui, se nei primissimi anni post-conciliari ci si è spinti teologicamente fino a teorizzare il male come realtà impersonale (e quindi a negare l’esistenza del diavolo), oggi, come reazione, assistiamo a una sensibilizzazione sulla sua presenza che a volte è frutto della evangelizzazione, a volte però rischia di diventare una seconda vittoria del diavolo, dopo quella riscossa in chi nega la sua esistenza. Difatti, incontro sempre più spesso cristiani, laici e chierici, intenti a passare tantissimo tempo per “aiutare” a vedere il diavolo dappertutto e per indicare quasi subito nell’esorcista il rimedio ad ogni male. A parlar con loro sembra quasi si sentano investiti di una vera e propria missione. Il problema è che nemmeno si accorgono che se da un lato dobbiamo effettivamente aprire gli occhi sulla zizzania e a guardarci dal maligno, dall’altro, siamo chiamati egualmente a vedere bene il grano che ci circonda. E non si accorgono minimamente che in questa parabola il Signore insegna qual è l’atteggiamento che vuole dai suoi discepoli nei confronti del male, il più delle volte giungendo a contraddirlo e a fare così un miglior servizio a satana! Quanta violenza “sacra” in certe predicazioni per cercare di individuare, condannare, ed eliminare il male saltando letteralmente il messaggio del vangelo di oggi! E’ la solita tentazione di sognare una chiesa fatta di gente perfetta, pura e senza difetti, tutta intenta a creare e ricreare delle “elìtes” di credenti incaricati di reprimere il male dentro di essa. Ma i maggiori disastri arrivano sempre dal tentativo di eliminare il male! Infatti, la proposta umana sarà sempre quella di toglierlo di mezzo: vuoi che andiamo a sradicarla? (Mt 13,28). Ma il Signore risponde “no” a questa proposta (Mt 13,29).

Parabola grano e zizzania 1
Lasciate che crescano insieme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Anche se dispiace raccontarlo, offro un esempio in proposito. Ricordo che nel mio 3° anno di studi teologici c’era un fratello come me candidato al sacerdozio che si distingueva per l’ordine esteriore della sua persona, l’impeccabilità del suo vestirsi  (colletto clergyman da prete), ma anche austerità di vita personale, della sua condotta tra noi studenti, fedeltà rocciosa alla preghiera, ecc.ecc.. Quando poi divenne sacerdote la sua reputazione crebbe ancora di più. C’erano amici comuni che andarono a passare dei giorni nella sua parrocchia. Mi raccontarono che si svegliava ogni mattino alle 5.00, che beveva solo un caffè, che passava a preparare i fiori per il tabernacolo ogni giorno dopo l’angelus, e che digiunava due volte alla settimana. La sua predicazione era feroce nei confronti del male presente nella chiesa, contro i costumi traviati del popolo di Dio e contro altri mali che affliggono le comunità cristiane dei nostri giorni. Più lo si ascoltava, più si aveva la percezione di trovarsi di fronte a una sorta di santo “alla padre Pio” per intenderci. Ma io più lo vedevo e più mi sembrava troppo “perfetto”; al punto che, pur ascoltando queste notizie dagli altri, rimanevo sempre perplesso e mi domandavo: “perché quando entro a contatto con questo sacerdote non sento tra noi aria di fraternità? Perché si avverte questa forte “distanza” tra noi suoi confratelli e lui, anche se noi non la cerchiamo?” Non sapevo rispondermi e perciò rimanevo in silenzio quando la maggior parte del popolo di Dio decantava la sua santità. Sono passati quasi 15 anni dall’ultima volta che l’ho visto. Due anni fa ricevo la notizia che è indagato da qualche tempo per violenze ed abusi sessuali su adolescenti che frequentavano la sua parrocchia. Quest’anno è giunta la sentenza che ha confermato l’imputazione con la dichiarazione ufficiale della sua diocesi che la recepisce e chiede perdono alle vittime con le proprie famiglie.

Il male non appare subito. Anch’esso è frutto di una semina. Il diavolo è paziente! Ma in genere, all’inizio, appare sempre come qualcosa di bello e di buono. Una delle cose più difficili da accettare per noi credenti è proprio la realtà della commistione del bene con il male. Da qui le tante fughe nel religioso che fanno sognare la chiesa dei puri nella continua ricerca della personale purezza come assenza di ogni male; oppure le tante fughe dei delusi dalla chiesa quando la si sperimenta come realtà che ha sempre in sé anche la zizzania: ecco allora che ci si allontana da essa e viene ripudiata. Il Signore Gesù risponde con un secco “no” alle nostre proposte di eliminazione del male perché non accada che, raccogliendo la zizzania, sradichiate anche il grano (Mt 13,29). Egli ci propone di avere un rapporto diverso con il male che è in noi e fuori di noi. Bisogna prenderlo in modo diverso. Non come quel mio fratello sacerdote che si è messo in testa di essere esente dal male e si è poi ritrovato sradicato anche il suo grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme è l’indicazione di Gesù. Non siamo noi uomini i chiamati a fare da mietitori, ma gli angeli (Mt 13,39). “L’uomo non è né angelo né bestia e disgrazia vuole che chi vuol essere un angelo finisce per far la bestia” (Blaise Pascal): quanto è vero questo celebre pensiero del grande scienziato convertito alla fede! E’ veramente difficile accettare la nostra realtà umana dove le zizzanie si rivelano talmente forti e radicate che, chi si concentra per sradicarle, rischia di sradicare anche il grano. Quanta fatica faccio ad aiutare quei fratelli/sorelle che se da una parte mi chiedono consiglio per il loro cammino spirituale, non ci sentono però alle loro orecchie quando gli dico che sono troppo concentrati a spazzare via il male da se stessi: noto dalla reazione che è come se gli dicessi qualcosa di contrario alla fede; perciò, la maggior parte se ne va alla ricerca di altre guide.

Fuori parabola, è veramente difficile accettare la linea divina nei confronti del male: Dio non combatte il male reprimendolo, ma insegnandoci a vincerlo con il perdono. Il tempo di questa vita, non è il tempo della mietitura (Mt 13,40-43). E’ il tempo della Misericordia Divina che vuol fare di ogni luogo di peccato il luogo della sua rivelazione: laddove abbonda il peccato, sovrabbonda la sua grazia (Rm 5,20). Il trionfo del bene sarà solo alla fine del mondo (Mt 13,39). Finché siamo sulla terra, dovremo sempre misurarci con la presenza del male, ricordandoci però che Dio lo lascia stare perché è attraverso di esso che possiamo conoscerlo per quello che Lui è: amore incondizionato e misericordioso. Se quindi gli crediamo e lo seguiamo nella sua indicazione, scopriremo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28), cioè che anche il nostro male può esser messo al servizio del bene. Scopriremo che davvero il volto del Dio di Gesù Cristo è lo stesso del Dio del libro della Sapienza (1a lettura), quando lo decanta nel modo di agire con cui insegna al suo popolo che si devono amare gli uomini, perché ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, Egli concede anche il pentimento (Sap 12,19). E scopriremo anche che, toccata con mano la sua misericordia verso il nostro male, diventiamo poco a poco con gli altri come Lui, lo scandaloso Signore che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e fa sorgere il sole sui malvagi e sui buoni (Mt 5,45).

 

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De las tres parábolas que hoy Jesús nos cuenta en el evangelio, parece que la atención mayor deba ser dirigida a aquella del trigo y de la maleza, dado que de esta, y no de las otras dos, como los primeros discípulos, también nosotros seguramente hubiéramos pedido explicación al Señor (Mt 13,36). En la parábola del domingo pasado se hablaba de la semilla de la Palabra y de las dificultades que encuentra en el terreno de nuestro corazón antes de dar fruto. La parábola de hoy nos dice de qué semilla vienen esos obstáculos: es una mala semilla. Jesús siembra su Palabra. Pero también el enemigo, el diablo, siembra la suya. La parábola está dirigida a nosotros discípulos y se trata del problema que más nos aflige: el problema del mal y de nuestra relación con ella, problema todo concentrado en la pregunta que los siervos hacen al dueño de la casa, cuando descubren maravillados que en su campo, entre el trigo, ha nacido también la maleza. Señor, ¿no sembraste buena semilla en tu campo? ¿De dónde pues, viene esa maleza? (Mt 13,27)

Jesús responde disipando cada duda sobre su origen (Mt 13,28a), pero no disipa otras dudas/preguntas que se entrometen fácilmente en nuestro corazón de creyentes. Por ej., ¿Por qué si el propietario es “dueño” de su campo no ha puesto  en guardia algún vigilante? O sino, ¿Por qué no ha instalado en su protección cualquier otra medida de defensa? ¿No hacen así los dueños de los campos? El texto del evangelio nos dice solamente que el enemigo de aquel hombre viene a sembrar en medio del trigo su semilla, mientras todos dormían (Mt 13,25). ¿Por qué esta desatención? ¿Cómo es que el enemigo actúa así? Quisiera decir algo antes de todo acerca del diablo, origen de cada mal. El evangelio (pero también el A.T.) habla como de una realidad personal. Después de una cincuentena de años en la cual satanás ha logrado hasta convencer a los creyentes sobre su inexistencia, hoy en cambio asistimos a su descubrimiento en tantas áreas eclesiales. Cosa en sí muy positiva para la fe. Por lo cual, si en los primerísimos años post-conciliares nos hemos dirigido teológicamente hasta teorizar  el mal como realidad impersonal (y entonces negar la existencia del diablo), hoy, como reacción, asistimos a una sensibilización sobre su presencia que a veces es fruto de la evangelización;  pero algunas veces arriesga de volverse una segunda victoria del diablo, después de aquella percepción en quien niega su existencia. De hecho, encuentro siempre más cristianos, laicos y clérigos, proyectados a pasar tantísimo tiempo para “ayudar” a ver el diablo por todas partes y para indicar casi inmediatamente en el exorcista el remedio de cada mal. Al hablar con ellos parece como si se sintieran investidos de una verdadera y propia misión. El problema es que ni siquiera se dan cuenta que si de un lado debemos efectivamente abrir los ojos sobre la cizaña y cuidarnos del maligno, por otro lado, estamos llamados igualmente a ver bien el trigo que nos circunda. Y no se dan cuenta mínimamente que en esta parábola el Señor enseña cuál es la actitud que quiere de sus discípulos con respecto al mal, ¡la mayoría de las veces alcanzando a contradecirlo y a hacer así un mejor servicio a satanás! ¡Cuánta violencia “sagrada” en ciertas predicaciones para buscar de individuar, condenar, y eliminar el mal saltando literalmente el mensaje del evangelio de hoy! Es la misma tentación de soñar una iglesia hecha de gente perfecta, pura y sin defectos, toda propensa a crear y recrear “élites” de creyentes encargados de reprimir el mal dentro de ella. ¡Pero los peores desastres siempre llegan del esfuerzo por eliminar el mal! De hecho, la propuesta humana será siempre aquella de quitarla del medio: ¿Quieres que vayamos a arrancarla? (Mt 13,28). Pero el Señor responde “no” a esta propuesta (Mt 13,29).

Aunque si disgusta contarlo, ofrezco un ejemplo a propósito de esto. Recuerdo que en mi primer 3er año de estudios teológicos había un hermano como yo candidato al sacerdocio que se distinguía por el orden exterior de su persona, la impecabilidad de su vestirse (clerygman de sacerdote), pero también austeridad de vida personal, de su conducta entre nosotros estudiantes, fidelidad como una roca a la oración, etc. Etc… Cuando luego se volvió sacerdote su reputación cayó todavía más. Tenía amigos comunes que fueron a pasar unos días en su parroquia. Me contaban que se despertaba cada mañana a las 5.00, que tomaba solo un café, que pasaba preparando las flores para el sagrario cada día después del ángelus, y que ayunaba dos veces a la semana. Su predicación era feroz con respecto al mal presente en la iglesia, contra las costumbres desviadas del pueblo de Dios y contra otros males que afligen las comunidades cristianas de nuestros días. Más lo escuchaba, más se tenía la percepción de encontrarse delante de un joven santo “a la padre Pio” para entendernos. Pero yo más lo veía y más me parecía demasiado “perfecto”; hasta el punto que, aun escuchando estas noticias de los demás, me quedaba muy perplejo y me preguntaba: “¿Por qué cuando estoy en contacto con este sacerdote no siento entre nosotros aire de fraternidad? ¿Por qué se advierte esta fuerte “distancia” entre nosotros sus hermanos sacerdotes y él, a pesar que no la buscáramos? No sabía responderme y por eso me quedaba en silencio cuando la mayor parte del pueblo de Dios ensalzaban su santidad. Han pasado casi 15 años de la última vez que lo he visto. Dos años atrás recibo la noticia que está siendo indagado desde hace un tiempo por violencia y abusos sexuales en adolescentes que frecuentaban su parroquia. Este año ha llegado la sentencia que ha confirmado la imputación con la declaración oficial de su diócesis que la ejecuta y pide perdón a las víctimas con las propias familias.

El mal no aparece inmediatamente. También esa es fruto de una siembra. ¡El diablo es paciente! Pero en general, al comienzo, aparece siempre como algo lindo y bueno. Una de las cosas más difíciles de aceptar para nosotros creyentes es justamente la realidad de la confusión del bien con el mal. De aquí las muchas fugas en el religioso que hacen soñar a la iglesia de los puros en la continua búsqueda de la personal pureza como ausencia de cada mal; o sino las tantas fugas de los desilusionados de la iglesia cuando la experimenta como realidad que tiene siempre en sí misma también la cizaña: he aquí entonces que esta viene repudiada. El Señor Jesús responde con un seco “no” a nuestras propuestas de eliminación del pues al quitar la maleza podrían arrancar también el trigo (Mt 13,29). Él nos propone tener una relación diferente con el mal que está en nosotros y fuera de nosotros. Es necesario tomarlo de manera diferente. No como aquél hermano mío sacerdote que  puso en su cabeza de estar libre del mal y se encontró luego erradicado también de su trigo. Déjenlos crecer juntos es la indicación de Jesús. No somos nosotros hombres llamados a ser los que cosechan, sino los ángeles (Mt 13,39). “El hombre no es ni ángel ni bestia y desgracia quiere que quien quiere ser un ángel termina por ser la bestia” (Blaise Pascal): ¡cuánto es verdad este célebre pensamiento del gran científico convertido a la fe!  Es verdaderamente difícil aceptar nuestra realidad humana donde las cizañas se revelan tanto fuertes y radicadas que, quien se concentra para desenraizarlas, arriesga de erradicar también el grano. Hago una fatiga increíble en ayudar a esos hermanos/hermanas que me piden un consejo para su camino espiritual, pero no escuchan cuando les digo a ellos que están demasiado concentrados en desaparecer el mal de sí mismos: es como si dijera a ellos algo  contrario a la fe, el mayor número se va en busca de otros guías. Fuera de la parábola, es verdaderamente difícil aceptar la línea divina con respecto al mal: Dios no combate el mal reprimiéndolo, sino ensenándonos a vencerlos con el perdón. El tiempo de esta vida, no es el tiempo de la cosecha (Mt 13,40-43). Es el tiempo de la Misericordia Divina que quiere hacer de cada lugar de pecado el lugar de su revelación: donde abundó el pecado, sobreabundó la gracia (Rm 5,20). El triunfo del bien será solo al final del mundo. Hasta que estemos en la tierra, debemos siempre medirnos con la presencia del mal, recordándonos que Dios lo deja justamente porque es a través de esa que podemos conocerlo por lo que es: amor incondicional y misericordioso. Si entonces le creemos y lo seguimos en sus indicaciones, descubriremos que Dios dispone todas las cosas para bien de los que lo aman (Rm 8,28), o sea que también nuestro mal puede ser puesto al servicio del bien y que de verdad el rostro de Dios de Jesucristo es el mismo que el  Dios del libro de la Sabiduría (1a lectura), cuando lo decanta al actuar así le has mostrado a tu pueblo que el justo debe amar a todos los hombres, y has dado a tus hijos esa dulce esperanza de que después del pecado les permites que se arrepientan (Sab 12,19). Y descubriremos también que, tocando con mano su misericordia hacia nuestro mal, nos volvemos poco a poco con los demás como Él, el Señor  que hace brillar su sol sobre malos y buenos, y envía la lluvia sobre justos y pecadores (Mt 5,45).

SE METTI GESÙ AL SUO POSTO

XIII DOMENICA DEL T.O.

2RE 4,8-11.14-16; RM 6,3-4.8-11; MT 10,37-42

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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Se qualcuno vuol venire dietro di me
       Se qualcuno vuol venire dietro a me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

 

Continuano le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli circa la missione a loro affidata nel mondo. Si rafforza quel “non abbiate paura” udito domenica scorsa. Infatti, se da un lato il Signore chiarisce subito che al suo discepolo non saranno risparmiati disprezzo e persecuzioni, dall’altro, le parole di oggi garantiscono che ci sarà pur sempre l’esperienza dell’accoglienza in quanto suo accreditato rappresentante (Mt 10,40-42). Notate il legame ontologico (“chi accoglie voi accoglie me”) che Gesù crea con il discepolo: a chi, credendo in questo profondo legame, accoglie il suo inviato, è assicurata la risposta grata del Signore. Per tre volte in due versetti è sottolineata la promessa della ricompensa di Dio.

E’ sempre molto bello per me sottolineare la bontà con cui Dio ricompensa la fede: quante volte (non si possono contare!) ho toccato con mano la fedeltà del Signore alle sue promesse! Quante benedizioni ho visto per coloro che con fede hanno riconosciuto e accolto la mia povera persona come inviato di Gesù! Come dimenticarle? Ecco una tra le tante: mi trovavo in America Latina (Perù) da circa tre anni. Una domenica, mi recavo come sempre in una delle cappelle a me affidate per celebrare l’eucarestia. Ci arrivavo sempre una mezz’ora prima per essere disponibile al sacramento della riconciliazione. Quella sera giunse davanti a me una mamma che non voleva confessarsi, ma aveva una richiesta da farmi: “padre Giacomo, la prego, venga a casa mia! Mia figlia non vuole più ascoltarmi. Non so più cosa fare, tra noi non è più come prima. Mi ostacola in tutto, mi rimprovera sempre per ogni cosa e, soprattutto, non ne vuole più sapere di Dio. C’è un clima sempre pesante a casa. Sono in ansia perché non riesco più a parlare con lei”. Quando la conobbi, Dora aveva 51 anni. Da quando rimase da sola, abbandonata subito dall’uomo con cui concepì Marta, si era sempre occupata con amore di sua figlia. Una ragazza madre come tante. “Verrò a casa tua” – le dissi – colpito dal tono contenuto e dignitoso della sua richiesta. Giunsi nella povera dimora di Dora un pomeriggio della settimana successiva al nostro incontro; c’era in casa anche sua figlia Marta. Bussai, e quando Dora mi vide alla porta trasalì di gioia: “padre! Che piacere! Venga dentro!…Che gioia! Oggi il Signore Gesù viene in casa mia!” Sono così i poveri dove ho vissuto per molti anni. Vedono in te quasi istintivamente la presenza di Gesù. Mentre mi preparava qualcosa da offrirmi guardavo tutto intorno la povertà della casa, ma in essa anche un ordine e una pulizia inconsueti. Giunse Marta e ci presentammo. Bastarono solo poche battute perché capissi che si trattava di una ragazza molto intelligente e perché lei si sentisse un tantino libera da vomitarmi addosso il suo disprezzo per la chiesa, i preti e tutti quelli che credono in Dio. Tuttavia, mentre parlava, notavo il suo argomentare ben ordinato e guardavo gli occhi sinceri con cui si esprimeva. Pensai alla sua vita senza papà sin dal grembo materno. Le dissi solo che molta della sua critica verso la chiesa era giusta e che mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lei. Poi arrivò la mamma e consumammo insieme quello che aveva preparato. Quando me ne andai, gli occhi di Marta mi scrutavano con un “non so che” di sorpresa e diffidenza. Dora invece, nascondeva il suo sguardo ad entrambi perché commossa. Ritornai la settimana successiva e questa volta fu Marta ad aprirmi la porta: “sono tornato per continuare quel discorso iniziato con te” – le dissi. Restai insieme a lei per quasi due ore. Quando me ne andai, Marta mi strinse forte la mano e mi disse con un germe di sorriso sul volto: “grazie!”. Alcuni giorni dopo, avevamo in programma un ritiro di evangelizzazione speciale per giovani. Andai a casa sua per invitarla. “Di cosa si tratta?” – mi chiese – “Vieni e vedrai” – le risposi. Accettò l’invito. Il suo volto già non era più lo stesso. Il Signore Gesù in quel ritiro completò il suo miracolo. Riconciliò Marta con sua madre, con se stessa, con Lui e la sua chiesa. Ricordo ancora al telefono la voce di Dora strozzata dall’emozione; aveva chiamato per ringraziarmi. “Sei tu che hai creduto nella presenza di Gesù in me: perciò Lui ha potuto operare questo” – le risposi. Oggi Marta, dopo aver completato i suoi studi universitari, è una giovane donna affermata nel suo lavoro che benedice Dio in ogni circostanza della sua vita.

Infine, qualche pensiero sui versetti iniziali (37-39) del vangelo di oggi. Se Gesù parla così non è certo per entrare in concorrenza con l’amore che sentiamo per i nostri cari. E ciononostante le sue parole sono chiarissime. Chi non lo colloca prima degli affetti più cari non è degno di Lui. Che cosa vuol dire? Nella regola di S.Benedetto da Norcia c’è una ricorrente, breve espressione rivolta ai suoi monaci che è la migliore sintesi di questi versetti: “non anteponete nulla all’amore per Cristo”. Per il discepolo in cammino queste parole non suonano né strane né  antagoniste degli altri amori umani. Non anteporre niente all’amore di Cristo non fa male agli altri amori. E’ piuttosto la direzione più autentica e saggia per far crescere bene ogni amore e per comprendere il significato della propria e dell’altrui esistenza. Alcune settimane fa insieme ad alcuni amici ho incontrato un sacerdote che conobbe molto da vicino Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (Vibo Valentia) in Calabria. Naturalmente, abbiamo ascoltato molte cose riferite ai fenomeni soprannaturali che accadevano intorno alla sua persona. Ma una delle cose che mi ha colpito di più di quanto udito da quel confratello sacerdote, è stata la risposta che un giorno lei diede alla domanda di uno dei suoi figli ormai adulto. Natuzza infatti era una donna sposata. Questo figlio si rendeva conto della grande carità che muoveva la mamma ad accogliere tutti, soprattutto i più poveri e sofferenti, in casa sua. Carità che sperimentavano a un punto tale che tutti la chiamavano “mamma Natuzza”. Allora un giorno questo figlio, sapendo bene da quanti fosse così chiamata e considerata, fece questa domanda a sua madre: “molti ti chiamano mamma, ma io vorrei sapere se, per te, loro sono come tuoi figli, o meglio: per te, io sono come loro?”. La risposta di Natuzza fu sicura e decisa: “sì, non c’è alcuna differenza tra te e loro: siete tutti miei figli”. Così è il cuore di chi ha messo nella sua vita Gesù al suo posto, cioè il primo. Si trova a vivere una vita e un ordine nuovo che fa bello tutto ciò che lo circonda, dando il suo proprio significato ad ogni amore umano. Perché per noi cristiani non c’è amore che, se vuol evitare di fare danni, non debba orientarsi e sottoporsi a quello di Gesù Cristo. Diversamente, ecco i multiformi problemi di oggi in tante relazioni umane, per dirla morbidamente. Mettiamo dunque Gesù al suo posto, come Dora e come Natuzza. Non ce ne pentiremo.  

 

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Continúan las instrucciones de Jesús a sus discípulos acerca de la misión en el mundo a ellos confiada. Se refuerza aquél “no tengan miedo” escuchado el domingo pasado. De hecho, si por un lado el Señor aclara inmediatamente que a su discípulo no se le ahorrará desprecio y persecución, del otro lado, las palabras de hoy garantizan que estará siempre la experiencia de la acogida en cuanto a su acreditado representante (Mt 10,40-42). Noten el vínculo ontológico (“quien acoge a ustedes a mí me acoge”) que Jesús crea con el discípulo: a quien, creyendo en este profundo vínculo, acoge a su enviado, está asegurada la respuesta grata del Señor. Por tres veces en dos versículos está subrayada la promesa de la recompensa de Dios.

Para mí es siempre lindo subrayar la bondad con la cual Dios recompensa la fe: ¡cuántas veces (¡no se pueden contar!) he tocado con mano la fidelidad del Señor a sus promesas! ¡Cuántas bendiciones he visto para aquellos que con fe han reconocido y acogido mi pobre persona como enviado de Jesús! ¿Cómo olvidarlo? He aquí una de las tantas: me encontraba en América Latina (Perú) desde hacía tres años. Un domingo, me dirigía como siempre en una de las capillas a mí confiada para celebrar la Eucaristía. Llegaba siempre una media hora antes para estar disponible al sacramento de la reconciliación. Aquella noche llegó ante mí una mamá que no quería confesarse, pero tenía un pedido que hacerme: “padre Giacomo, le ruego, ¡venga a mi casa! Mi hija no quiere escucharme más. No sé más que cosa hacer, entre nosotras no es más como antes. Me obstaculiza en todo, me llama la atención por cada cosa y, sobretodo, no quiere saber nada de Dios. Hay un clima siempre pesado en la casa. Estoy ansiosa porque no logro más a hablar con ella”. Cuando la conocí, Dora tenía 51 años. Desde cuando se quedó sola, abandonada inmediatamente del hombre con la cual concibió a Marta, se había siempre ocupado con amor de su hija. Una madre soltera como tantas. “Iré a tu casa” – le dije – impactado por el tono sostenido y digno de su pedido. Llegué a la pobre demora de Dora una tarde de la semana sucesiva de nuestro encuentro; estaba en la casa también su hija Marta. Toqué, y cuando Dora me vio en la puerta   sobresalto de gozo: “¡padre! ¡Qué gusto! ¡Entre!… ¡Qué alegría! ¡Hoy el Señor  Jesús llega a mi casa!” Son así los pobres donde he vivido por muchos años. Ven en ti casi instintivamente la presencia de Jesús. Mientras me preparaba algo para ofrecerme miraba alrededor la pobreza de la casa pero también un orden y limpieza inusual. Llegó Marta y nos presentamos. Bastaron solo pocos intercambios para entender que se trataba de una joven muy inteligente y para que ella se sintiera un poquito libre para que me vomitara encima su desprecio por la iglesia, los sacerdotes y todos aquellos que creen en Dios. De todas maneras, mientras hablaba, notaba su modo muy ordenado de argumentar y miraba los ojos sinceros con los cuales se expresaba. Pensé a su vida sin papá desde el vientre materno. Le dije solo que mucho de su crítica hacia la iglesia era justo y que me hubiera dado gusto hablar todavía con ella. Luego llegó la mamá y consumimos juntos lo que había preparado. Cuando me fui, los ojos de Marta me escrudiñaban con un “no sé qué” de sorpresa y desconfianza. Dora en cambio, escondía su mirada a los dos porque estaba conmovida. Regresé la semana sucesiva y esa vez fue Marta quien me abrió la puerta: “he regresado para continuar aquel discurso comenzado contigo” – le dije. Me quedé con ella por casi dos horas. Cuando me fui, Marta me apretó fuerte la mano y me dijo con un germen de sonrisa sobre su rostro: “¡gracias!”. Algunos días después, teníamos en programa un retiro de evangelización especial para jóvenes. Fui a su casa para invitarla. “¿De qué se trata?” – Me dijo – “ven y verás” – le respondí.  Aceptó la invitación. Su rostro ya no era más el mismo. El Señor Jesús en aquél retiro completó su milagro. Reconcilió a Marta con su madre, consigo misma, con Él y su iglesia. Recuerdo todavía al teléfono la voz de Dora entrecortada por la emoción; había llamado para agradecerme. “Haz creído en la presencia de Jesús en mí: por esto Él ha podido obrar esto” – le respondí. Hoy Marta, después de haber completado sus estudios universitarios, es una joven mujer exitosa en su trabajo que bendice a Dios en cada circunstancia de su vida.

En fin, algunos pensamientos sobre los versículos iniciales (37-39) del evangelio de hoy. Si Jesús habla así no es seguramente para entrar en un concurso con el amor que sentimos por nuestros seres queridos. Y sin embargo sus palabras son clarísimas. Quien no lo pone antes de los afectos más queridos no es digno de Él. ¿Qué quiere decir? ¿Qué cosa quiere decir? En la regla de S. Benedicto de Norcia existe una recurrente y breve expresión dirigida a sus monjes que es la mejor síntesis de estos versículos: “no antepongan nada al amor por Cristo”. Para el discípulo en camino estas palabras no suenan ni extrañas ni antagónicas de los amores humanos. Es más bien la dirección más auténtica y sabia para hacer crecer bien a cada amor y para comprender el significado de la propia y de la ajena existencia. Algunas semanas atrás junto a algunos amigos he encontrado a un sacerdote que conoció de muy cerca de Natuzza Evolo, la mística de Paravati (Vibo Valentia) en Calabria. Naturalmente, hemos escuchado muchas cosas referidas a los fenómenos sobrenaturales que sucedían alrededor de su persona. Pero una de las cosas que me impresionó más de lo que escuché de ese hermano sacerdote, ha sido la respuesta que un día ella le dio a la pregunta de uno de sus hijos ya adulto. Natuzza de hecho era una mujer casada. Este hijo se daba cuenta de la gran caridad que movía a su mamá a acoger a todos, sobre todo a los más pobres y sufridos, en su casa. Caridad que probaba a tal punto que todos la llamaban “mamá Natuzza”. Entonces un día este hijo, sabiendo bien de cuantos era así llamada y considerada, hizo esta pregunta a su madre: “muchos te llaman mamá, pero yo quisiera saber si, para ti, ellos son como tus hijos, o mejor: para ti, ¿yo soy como ellos?”. La respuesta de Natuzza fue segura y decidida: “sí, no hay alguna diferencia entre tú y ellos: son todos mis hijos”. Así es el corazón de quien ha puesto en su vida a Jesús en su lugar, o sea, el primero. Se encuentra a vivir una vida y un orden nuevo que hace hermoso todo lo que lo circunda, dando su propio significado a cada amor humano. Porque para nosotros cristianos no hay amor que, si quiere evitar de hacer daños, no deba orientarse y someterse a aquello de Jesucristo. Diversamente, he aquí los multiformes problemas de hoy en tantas relaciones humanas, para decirlo suavemente. Pongamos entonces a Jesús en su lugar, como Dora y como Natuzza. No nos arrepentiremos.

SEPPE CHE LO AVEVANO CACCIATO

4a DOMENICA DI QUARESIMA

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

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          Fece del fango con la saliva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

 

Nel racconto evangelico di questa domenica ci è posto davanti, al di là dell’episodio specifico della vita di Gesù, l’itinerario che ciascun battezzato compie per venire alla luce della fede. Ciascuno di noi nasce spiritualmente cieco, però, camminando nella vita, per un dono di Dio, la luce della fede ci apre gli occhi sulla realtà fino a incontrare e riconoscere personalmente in Gesù Cristo la verità di Dio e dell’uomo. Perché se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3). Il racconto è denso di simbolismi, sarebbe bello commentarlo nella sua interezza, ma non possiamo. Desidero soffermarmi con voi solo su un aspetto, peraltro richiamato dalla prima lettura della liturgia di oggi.

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Gesù spalma il fango sugli occhi del cieco nato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non lo vede; vede un uomo che gli altri vedevano soltanto nel proprio status di mendicante, certamente non gradevole allo sguardo (Gv 9,8). Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7). Gesù è attirato dalla piccolezza di quel cieco e, nel suo vedere e agire, conferma la parola che Dio rivolge al profeta Samuele, inviato nella casa di Iesse per scegliersi il re del suo popolo. Gesù non si perde dietro inutili interrogativi che gli uomini pongono davanti al mistero della sofferenza umana (Gv 9,2-3). La compassione è sempre il movente di ogni sua azione, la compassione porta il Signore a chinarsi sempre su chi è escluso o messo ai margini di una vita più umana (Gv 9,4-7).

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                   Tornò che ci vedeva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

La mancanza di compassione e l’incredulità sembra invece attorniare subito l’ex-cieco dopo il miracoloso intervento di Gesù (Gv 9,10ss.). L’uomo risponde con sincerità a ciascuna domanda che gli si rivolge, ed è lì, con la vista riacquistata, a testimoniare la bellezza di quanto accaduto. Eppure nessuno si apre allo stupore di questa vita restituita alla gioia del dono della vista, persino i suoi genitori (Gv 9,20-22) in preda alle proprie paure, non entrano nella meraviglia operata dal Signore. Anzi, per giudei e farisei quel miracolo è solo argomento per imbastire un processo sommario e trovare ogni tipo di cavillo che sostenga non solo la loro incredulità, ma anche l’accusa di peccato verso Gesù e il cieco graziato (Gv 9,16.24.34). Succede sempre così con chi non sa sorprendersi dell’agire divino, perché impegnato a promuovere e difendere la religione della dottrina fredda che categorizza gli uomini in figli di serie “A”, di serie “B”, “C” ecc.; la religione dei privilegi che, facendo presa sulle paure che abitano nelle coscienze umane, cavalca l’immagine del Dio impietoso per controllarle a proprio vantaggio. E’ la religione che, non sopportando di perdere il suo potere sulle coscienze, non può che avvertire come una grave minaccia Gesù e la sua opera, perché porta in dono all’uomo una fede libera e liberante.

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                      Il cieco nato guarito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’esito dell’incalzante interrogatorio è inevitabile. L’ex-cieco viene espulso dalla sinagoga a motivo della sua testimonianza (Gv 9,34). Ogni aspirante discepolo deve saperlo. Se sta camminando davvero sulle orme di Gesù, questa esperienza sarà inevitabile. La progressiva illuminazione della fede comporta la progressiva aggressività di chi è ancora nelle tenebre, persino di chi presume di conoscere e seguire Dio. Ma è proprio nella condivisione profonda del suo stesso incomprensibile destino, è proprio nell’esperienza di essere banditi dalla comunità umana a causa del nome di Gesù, che il discepolo entra in un rapporto più intimo con il Signore. Che bello il versetto che introduce il faccia a faccia tra Gesù e il cieco guarito! Dopo aver incassato la scomunica dei farisei, il vangelo ci dice che Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori (Gv 9,34). Ecco il privilegio di tutti coloro che, rimanendo nella verità piccoli, sofferenti e senza difensori, incuranti del disprezzo di chi conta religiosamente, possono accogliere il Signore che rivela a loro la propria identità: tu lo hai visto, è colui che parla con te (Gv 9,37).

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        Il cieco guarito e interrogato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Franco Zeffirelli ha sceneggiato mirabilmente, nel suo film sulla vita di Gesù, l’incontro al tempio dell’ex-cieco con Lui e il prosieguo di questa parte del racconto. Da una parte i farisei e i dottori della Legge schierati come un plotone di esecuzione mentre guardano minacciosamente Gesù da un’altra parte che posa la sua mano sul cieco guarito (Renato Rascel) rannicchiato a una sua gamba. Da un lato gli oppressori, dall’altro l’oppresso insieme al Dio che starà sempre dalla parte di ogni oppresso.

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       Il cieco guarito espulso dalla sinagoga, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Anche se Gesù non è venuto per condannare, davanti a Lui è già cominciato un giudizio che, in realtà, compiamo noi stessi. Infatti, in un altro testo del suo vangelo, Giovanni dice che il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3,19). L’uomo ha la libertà di rifiutare la luce che è venuta per illuminare ogni uomo (Gv 1,9) e preferire le tenebre di una vita mondana e incurante delle cose di Dio, cullando l’illusione di vedere e sapere ciò che giova alla sua vita. Allora, la scoperta del suo accecamento potrà essere l’unica áncora per la sua salvezza (Gv 9,41). Proprio come accadde al più celebre dei farisei della Bibbia: Saulo di Tarso (At 9,8-9).

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                   E si prostrò innanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014