NON VIENE DA VOI, MA E’ DONO DI DIO

IV DOMENICA DI QUARESIMA: 2Cr 36,14-16.19-23;  Ef 2,4-10;  Gv 3,14-21

Dopo aver sfogliato a lungo la margherita e avervi introdotto al blog nel primo articolo, vediamo cosa ci vuol dire in questa 4a domenica di quaresima “Laetare”, domenica in cui siam chiamati come a “sospendere” il clima penitenziale in corso e a rallegrarci per i giorni della settimana santa ormai vicini. Infatti, il primo messaggio che viene dalla sola lettura della lettera di S.Paolo agli Efesini e del vangelo di S.Giovanni, è proprio la gioia: come non rallegrarsi difronte a quanto ci dicono?

Siamo salvi! L’opera di Dio non è un’ incompiuta: nella passione, morte e risurrezione del Signore la salvezza ci è già stata conquistata. La salvezza dunque non viene da noi, ma da Lui. Ecco perché Paolo per ben 3 volte in 6 versetti ricorre alla parola “grazia” quale unico fattore e motivazione dell’azione divina. E’ come se ci stesse dicendo: “mettetevelo bene in testa e non fate confusione. Sia chiaro che Dio ci ha salvati perché ci ama e solo per questo; perciò il suo è un dono e non si può in nessun caso pensare che la salvezza ce la possiamo meritare con le nostre opere (Ef 2,8-10). Piuttosto, se delle buone opere si compiono per mezzo nostro, è perché Egli vive in noi e con noi le realizza: a noi il credere che le cose stiano così” (Ef 2,10). Diversamente, siamo come quei primi operai della parabola (Mt 20,1-15): vivendo di giudizi e rivendicazioni, non accettiamo la salvezza come il dono di una chiamata ad operare dal Suo Cuore misericordioso e gratuito. O, peggio, come quegli uomini di cui parla il vangelo di Giovanni, che amano più le tenebre che la luce. Come dice l’evangelista, il giudizio lo compiamo noi stessi davanti alla luce che viene da quell’uomo Crocifisso: alla fine rischiamo di tagliarci da soli fuori dalla salvezza, perché preferiamo vivere come se il bene venisse da noi, come se fossimo noi l’origine e la sorgente di esso. Ma questa non è la verità (Gv 3,19-21).

2015-03-12 08.45.44

L’incontro con Nicodemo da a Gesù l’opportunità per chiarire a lui e a noi lettori di oggi dov’è la sorgente di ogni buona opera: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito”. Cioè, Dio ha amato così tanto me, te e l’intera umanità, da rischiare proprio tutto: il suo unico Figlio. Incomprensibile follia. Sin dalle origini abbiamo voluto fare senza di Lui e Lui ci risponde amandoci ancora di più! I conti non tornano alla nostra mente ancora non convertita. Ci vuole lo Spirito Santo per entrare nella logica di questo amore (Gv 3,3-5). Perché una delle cose più difficili da accettare è che “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1Gv 4,10). Fateci caso e ditemi che cosa è più difficile: amare o lasciarsi amare? Operare noi o lasciar operare Dio? Fare noi la parte di Dio o lasciare fare a Dio la sua parte?

Oggi nel vangelo ci è annunciato quel Mistero d’ Amore che vorremmo nuovamente accogliere e contemplare nella settimana santa: Gesù non è venuto né per giudicarci né per condannarci, ma solo per amarci. Però, solo la fede nel suo amore ci permette di “toccare” con mano che ci dice la verità. Credere o non credere all’autenticità del suo amore, è questione di salvezza o di auto-condanna (Gv 3,18). E per concludere, ecco a voi una vicenda occorsa sulle sponde di una chiesa cristiana protestante che commenta meglio di me il Mistero dell’Amore annunciato dal vangelo. Anni fa l’ascoltai in Perù e ve la condivido. Anche i nostri fratelli protestanti hanno qualcosa da dire a noi cattolici.

Una sera in una chiesa evangelica il pastore volle introdurre il suo ospite alla assemblea giovanile riunita, dicendo che l’ospite era un suo carissimo e vecchio amico: lo conosceva fin da quando era giovane. L’uomo si fece avanti e cominciò a raccontare: “Un giorno, un papà insieme al suo giovane figlio e a un amico di suo figlio, prese una barca per navigare lungo la costa del mar Pacifico; erano a circa 20 km da essa quando si accorsero tardivamente che una grande tempesta giungeva contro di loro e li bloccava nel ritorno al porto. Le onde erano così alte che quel papà, pur essendo navigatore abbastanza esperto, riusciva a malapena a mantenere la barca in equilibrio; una onda gigantesca si infranse sulla barca provocandone l’inclinazione su se stessa e portò via nel mare tutti e tre. Il padre tuttavia riuscì all’ultimo momento ad agganciarsi al rotolo della corda di salvezza”. L’uomo si fermò per pochi secondi, mentre i suoi occhi si posavano su due giovani seduti nei primi banchi della chiesa che parevano i più interessati al prosieguo del racconto. Poi continuò dicendo: “quel papà, aggrappato alla corda di salvezza, aveva solo pochi secondi per compiere la più grave decisione della sua vita: a chi tirare il resto della corda? A suo figlio? Oppure all’amico di suo figlio? Ora, egli era cosciente che suo figlio era credente e che, come lui, sapeva di appartenere per grazia a Cristo; ma era pure consapevole che l’amico di suo figlio non conosceva Gesù. Così, nell’agonia della sua decisione e sotto i colpi di altre terribili ondate, gridò con tutte le sue forze verso il figlio dicendo: “figlio mio ti amo! Quanto ti amo figlio mio! Addio!” E in quello stesso istante tirò la corda all’amico di suo figlio: entrambi riuscirono a scampare la morte, mentre il figlio di quel papà spariva nel buio del mare in tempesta”. Poi quell’uomo aggiunse: “quel papà credeva che suo figlio si sarebbe unito a Gesù Cristo nella gioia della vita eterna, ma non riusciva a sopportare il pensiero che l’amico di suo figlio potesse perdersi nelle tenebre, lontano dal Signore. Perciò con dolore decise di lanciare la corda per salvare prima il suo amico, sperando di poterla poi rilanciare anche a suo figlio. Ma non gli riuscì.” Infine, concluse dicendo ai giovani presenti: “Se qualcuno vi tira la corda della salvezza afferratela, non lasciatevela scappare”. E se ne andò a sedere, mentre un profondo silenzio aveva riempito la chiesa. Il pastore ringraziò quel vecchio amico e lo congedò insieme ai ragazzi. I due giovani in prima fila si avvicinarono subito a quell’uomo dicendogli: “la storia che hai raccontata è davvero bella, ma non ci sembra realistica: non crediamo che un papà possa arrivare a dare la precedenza, davanti al pericolo di morte imminente del figlio, a un’altra persona, sia pur amica, solo per la speranza di poterlo salvare da una vita senza fede”. Allora quell’uomo, guardando la vecchia Bibbia che aveva tra le mani, rispose: “avete espresso il vostro pensiero, ed è giusto, vi capisco. Invece a me questa storia fa pensare a cosa ci doveva essere nel cuore del Padre Celeste, nella decisione di consegnare suo Figlio alla morte per salvare noi uomini. E sarebbe impossibile anche per me credere a questa storia se non fosse che quell’amico del figlio sono io e il vostro pastore è suo padre!”

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Después de haber deshojado la margarita y haberlos introducido al blog en el primer artículo, veamos lo que nos quiere decir en este 4° domingo de Cuaresma “Laetare”  el domingo, en el cual somos llamados como a “suspender” el clima penitencial en proceso y para alegrarnos por los días de la semana Santa ya casi cercarnos. De hecho, el primer mensaje que se lee en la carta de San Pablo a los Efesios y el Evangelio de San Juan, es precisamente el gozo: ¿Cómo no alegrarse delante a todo lo que nos dice?

¡Somos salvos! La obra de Dios no es un incompleto: en la pasión, muerte y resurrección del Señor  la salvación  ya ha sido conquistada. Por lo tanto, la salvación no viene por nosotros, sino por él. Vemos entonces por qué Pablo por 3 veces en 6 versículos recurre a la palabra “gracia” como el único factor y la motivación de la acción divina. Es como si nos estuviera diciendo: “Pónganselo bien en la cabeza y no hagan confusión. Que quede claro que Dios nos ha salvado porque nos ama y solo porque nos ama; por lo cual esto es un don y no se puede de ninguna manera pensar que la salvación nos la podamos merecer por nuestras obras (Ef 2, 8 -10). Por el contrario, si se logran buenas obras a través de nosotros, es porque Él vive en nosotros y con nosotros lo realiza: Queda en nosotros creer que las cosas son así “(Ef 2,10). De lo contrario, somos como los primeros trabajadores de la parábola (Mt 20,1-15):

Viviendo de afrentas y reivindicaciones, no aceptamos la salvación como el don de una llamada a operar desde Su Corazón misericordioso y gratuito. O, peor aún, como esos hombres mencionados en el Evangelio de Juan, que les gusta más la oscuridad que la luz. Como dice el evangelista, el juicio lo cumplimos nosotros mismos delante de la luz que proviene del aquel hombre Crucificado: finalmente arriesgamos de quitarnos nosotros mismos de la salvación, porque preferimos vivir como si el bien viniera de nosotros, como si nosotros fuéramos el origen y la fuente de esto. Pero esta no es la verdad (Jn 21, 3-19).

El encuentro con Nicodemo da a Jesús la oportunidad de aclarar a él y a nosotros los lectores de hoy donde está la fuente de toda buena obra: “Tanto amó Dios al mundo que dio a su Hijo Unigénito”. Es decir, Dios ha amado así tanto a mí, a ti y toda la humanidad entera, arriesgando todo: su único Hijo. Es una locura incomprensible. Desde el principio hemos querido hacer sin Él y Él nos responde amándonos aún más! Las cuentas no resultan para nuestra mente todavía no convertida. Necesitamos el Espíritu Santo para entrar en la lógica de este amor (Jn 3 3-5). Porque una de las cosas más difíciles de aceptar es que “en esto consiste el amor: no en que nosotros hayamos amado a Dios, sino en que Él nos amó primero” (1Jn 4,10). Miren bien y díganme qué es más difícil: ¿amar o dejarse amar? ¿Obrar nosotros o dejar que Dios trabaje? ¿Hacer la parte de Dios o dejar que Dios haga su parte?

Hoy en el Evangelio nos es anunciado ese Misterio de amor que nos gustaría nuevamente acoger y contemplar en la Semana Santa: Jesús no ha venido ni para juzgarnos ni para condenarnos, sino sólo para amarnos. Sin embargo, solamente la fe en su amor nos permite “tocar” con las propias manos que nos dice la verdad. Creer o no creer a la autenticidad de su amor, es una cuestión de salvación o de auto condena (Jn 3,18). Y para concluir, he aquí una historia que se produjo a las puertas de una iglesia cristiana protestante que comenta mejor que yo el Misterio del Amor anunciado por el Evangelio. Hace años atrás la escuché en Perú y se las comparto. También nuestros hermanos protestantes tienen algo que decir a nosotros los católicos:

Una noche en una iglesia evangélica el pastor quiso introducir a su huésped a la reunión de la asamblea  juvenil, diciendo que el huésped era su muy querido viejo amigo: lo conocía desde que era joven. El hombre se puso adelante y comenzó a contar: “Un día, un papá junto a su joven hijo y a un amigo de su hijo, tomó un barco para navegar a lo largo de la costa del Pacífico; estaban cerca de 20 km. de ella cuando se dieron cuenta tardíamente de que una gran tormenta venía contra ellos y les bloqueaba el regreso al  puerto. Las olas eran tan altas que aquél  papá, a pesar de ser un navegador experto, apenas lograba mantener el barco equilibrado; una ola gigantesca entró en el barco causando la inclinación en sí misma y llevó al mar a todos los tres. El padre logró sin embargo en el último momento engancharse al rollo de cuerda salvavidas”. El hombre hizo una pausa por unos segundos, mientras que puso su mirada sobre dos jóvenes sentados en las primeras bancas de iglesia que parecían los más interesados en la continuación de la historia. Luego continuó diciendo: “aquel papá, aferrado a la cuerda salvavidas, sólo tenía unos pocos segundos para llevar a cabo la más grave decisión de su vida: ¿a quién tirar el resto de la cuerda? ¿A su hijo? ¿O al amigo de su hijo? Ahora, él estaba consciente de que su hijo era un creyente y que, como él, sabía de pertenecer por gracia a Cristo; pero también era consciente de que el amigo de su hijo no conocía a Jesús. Así, en la agonía de su decisión y bajo los golpes de otras ondas terribles, gritó con todas sus fuerzas a su hijo diciendo: “¡hijo mío te amo! ¡Cuánto te amo hijo mío! ¡Adiós!” Y en ese mismo instante jaló la cuerda al amigo de su hijo: Ambos lograron escapar de la muerte, mientras que su hijo de aquél papá desapareció en la oscuridad del mar tempestuoso”. Entonces el hombre dijo: “aquél papá creía que su hijo se hubiera unido a Jesucristo en el gozo de la vida eterna, pero no lograba a soportar la idea de que el amigo de su hijo pudiera perderse en las tinieblas, lejos del Señor. Así que con dolor decide lanzar la cuerda para salvar antes a su amigo, esperando poder relanzarla también a su hijo. Pero no lo logró”. Finalmente, concluyó diciendo a los jóvenes presentes: “Si alguien les tira la cuerda del salvavidas aférrenla, no dejen que se escape”. Y se fue a sentar, mientras un profundo silencio llenaba la iglesia. El pastor agradeció a ese viejo amigo y los despidió junto a los muchachos. Los dos jóvenes de la primera fila se acercaron inmediatamente a aquel hombre diciéndole: “la historia que has contado es verdaderamente bella, pero no nos parece realista: no creemos que un papá pueda llegar a dar prioridad, en peligro de muerte inminente de su hijo, a otra persona, aun sea el amigo, solo por la esperanza de poderlo salvar de una vida sin fe.” Entonces ese hombre, viendo la vieja Biblia que tenía entre sus manos, respondió: “Han expresado su pensamiento y es justo, lo comprendo. En cambio a mí, esta historia me hace pensar a lo que debe haber sentido en su corazón el padre celestial, en la decisión de entregar a su Hijo a la muerte para salvar a nosotros los hombres. ¡Y sería imposible también para mí creer en esta historia, si no fuera que aquél amigo del hijo soy yo y su pastor es su padre!”

3 thoughts on “NON VIENE DA VOI, MA E’ DONO DI DIO

  1. L’amore di Dio del Padre, va oltre ogni nostra concezione dell’Amore…grazie Signore x esserti servito della docilità di questo tuo figlio x suscitare in noi quel momento di stop nelle nostre frenetiche giornate per rimettere al centro il tuo desiderio di farci sentire figli amati…

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  2. Innanzitutto grazie! Hai detto bene, è più difficile lasciarsi amare! …Ed è estremamente doloroso vedere persone che hanno girato le spalle al Padre perché pensano di essere state da Lui abbandonate in quanto colpite da eventi tragici o comunque tali da rendere il “quotidiano” molto pesante da portare.
    È facile stare accanto a persone felici, a persone che hanno affidato la loro vita al Padre; diverso è stare vicino e cercare di aiutare chi è nel buio, chi ha gli occhi opachi e il cuore dolente. Queste persone pensano di essere state dimenticate, oppure non pensano nemmeno che possa esserci un Dio Padre che ama perché se ci fosse “non mi sarebbe accaduto tutto ciò”.
    ….ma come è possibile che queste persone si autocondannino perché sono cieche o paralizzate, cioè non riescono a vedere la Luce o non riescono a ” muoversi” verso Essa? Di fronte a queste persone provo sempre un forte dolore, alcune mi sono molto vicine….io non posso far altro che rimanere accanto a loro, ascoltare i loro sfoghi, caricarmeli sulle spalle…ricordo che quando lavoravo nell’assistenza domiciliare ai malati di tumore, anche nelle situazioni più tragiche e “finali” delle malattie, le parole a poco servivano, mentre serviva essere accanto…..consolare….un grande Medico diceva che se non si può guarire bisogna curare e se non si può nemmeno curare bisogna consolare…mai nessuno di quei Malati mi ha chiesto una “morte anticipata”. Forse anche per coloro che ancora non riconoscono l’amore del Padre bisogna semplicemente offrire le nostre mani; è vero, noi siamo solo le ” matite” del Padre

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    1. Grazie a te Chiara. Condivido profondamente la tua breve riflessione. Comunque stia vivendo il suo dolore, stare vicino all’ammalato senza parole ma dandogli sinceramente la propria presenza amica e gratuita nel servizio è l’unico modo per aiutarlo ad aprirsi alla Luce…

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