IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

***************

In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

***************

EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

*****************

 

Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

***********************

DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.