LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

IL PERDONO TI PORTA NEL FUTURO

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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Non si può veramente comprendere che cos’è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa), se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni che Gesù da circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21) La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all’infinito l’orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un’occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni autentica fraternità. E, vista la chiarezza dell’insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell’offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno talvolta bisogno di più tempo e perdoni che si offrono subito oltre le umane attese, ferma restando la fatica “naturale” dell’uomo a perdonare. Non a caso il proverbio recita: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”.

Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) diventa personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorre per trasportare tutto questo debito? Il centro del messaggio emerge facendoci un’altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re lo lascia libero condonandogli tutto il debito! (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell’uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l’accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell’uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l’abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio compagno debitore. Sdegnato, il re cambia comportamento ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che egli ha emesso nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35).

Tutto sommato, credo che la nostra stessa ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, anche se lo riconosciamo, il vangelo suona come un ammonimento e nello stesso tempo come una sana provocazione che ci “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? E nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell’ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l’ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l’innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti a dure prove da superare che toccano l’uomo fino a fargli sentire come insormontabile il perdonare certe offese? E’ davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c’è qualcos’altro?

Leiris
Antoine Leiris con il piccolo Melvil

Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all’indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell’ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata su Facebook con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l’uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?…Se lui che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? (Sir 27,30-28,1ss.). Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo visto anche nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così come mi dice il vangelo, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà l’esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell’odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con se stessi e con l’animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio impegnandosi a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.

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Verdaderamente no se puede comprender qué cosa es la corrección fraterna como acto de amor (cf. El evangelio del domingo pasado), si no se acoge sinceramente el mensaje inequivocable del evangelio de este domingo. Aquella sin esto no se puede iluminar a los ojos de nuestro corazón, y viceversa. Pedro se da cuenta, de las indicaciones que Jesús da acerca de las relaciones entre los discípulos, de cuanto le está a pecho la fraternidad, y entonces hace una pregunta con propuesta en adjunto: Señor, si mi hermano comete culpa contra mí, ¿cuántas veces debo perdonarlo? ¿Hasta siete veces? (Mt 18,21) La respuesta de Jesús a la pregunta de Pedro (Mt 18,22) no solo amplía al infinito el horizonte del perdón así reducido en el corazón de su discípulo, sino que ofrece una ocasión única a Jesús para reiterar, con una parábola, cuál es el fundamento de cada auténtica fraternidad. Es, vista la claridad de la enseñanza, se resigne cada espíritu que quiera llamarse “cristiano” a buscar de justificar de alguna manera el perdón negado, cualquiera sea el tipo y la repetición de la ofensa en caso. No existen perdones para conceder y perdones para negar. Existen solo perdones más fáciles y perdones más difíciles que regalar; perdones que algunas veces tienen necesidad de más tiempo y perdones que se ofrecen inmediatamente más allá de la humana espera, teniendo en cuenta la fatiga “natural” del hombre a perdonar. No casualmente el proverbio recita: “Dios perdona siempre, el hombre algunas veces, la naturaleza nunca”.

El rey que quiere arreglar cuentas (Mt 18,23) se vuelve un personaje extraordinariamente magnánimo delante de la deuda insolvente de un tal que le viene presentado (Mt 18,24): un talento=6000 jornadas laborables; entonces la deuda de 10.000 talentos=60.000.000 de sueldos cotidianos. Para pagar tal deuda se necesitaría 200.000 ¡años de vida, y sin comer! O bien: en el tiempo de Jesús un talento pesaba 36 kg. de metal; entonces 10.000 talentos es un peso de 360 toneladas de metal precioso. ¿Con qué cosa se transporta y cuánto tiempo se necesitaría para transportar toda esta deuda? El centro del mensaje emerge haciéndonos otra pregunta: ¿qué hace cambiar así repentinamente al rey que había ordenado que fuera vendido como esclavo, junto con su mujer, sus hijos y todo cuanto poseía? La compasión delante de la súplica de su oración (Mt 18,26). El rey lo deja libre ¡perdonándole toda la deuda! (Mt 18,27). El problema muy serio de la parábola es que apenas salió (Mt 18,28) aquél hombre encuentra a un compañero que tiene una deuda infinitamente menor con él y parece no haber aprendido nada de la magnanimidad del rey. El compañero le dirige la mismísima súplica, pero no encuentra en él alguna piedad (Mt 18,29-30). Otros compañeros asisten a la escena y muy disgustados refieren al rey lo sucedido (Mt 18,31). El rey convoca a ese hombre y, llamándolo siervo miserable le pregunta cómo así, después de haber experimentado la abundancia de su perdón, no se haya comportado así también con el propio compañero deudor. Indignado, el rey cambia comportamiento y ejecuta hacia aquél tal la misma “sentencia” que él ha emitido respecto a su deudor. Lapidaria la conclusión del evangelio: lo mismo hará mi Padre Celestial con ustedes, a no ser que cada uno perdone de corazón a su hermano (Mt 18,35).

Sumando todo, creo que nuestra misma razón no haga fatiga en reconocer justo el comportamiento del rey. Sin embargo, también si lo reconocemos, el evangelio suena como una advertencia y al mismo tiempo como una sana provocación que nos “obliga” a ponernos una serie de preguntas: yo ¿cómo vivo mis relaciones con mis hermanos? ¿Cómo un acreedor o un deudor? Y en mi vida de fe, ¿cuál es el baricentro de mí actuar? ¿Mi promesa de restituirle a Dios lo que le debo (cfr. Mt 18,26) o su promesa ya cumplida con el don del Hijo suyo Jesús, nuestro Salvador? Es decir, vivo mi relación con Dios en el ansia de deberle algo por la consciencia de mi deuda (ilusionándome de poderlo saldar), o en el gozo de no poderlo cancelar, porque creo que Él que ya lo ha cancelado (cfr. Col 2,13-14) me ofrece cada día una vida de pecador perdonado? Y luego: ¿creo que el Señor me ha hecho el don del poder de perdonar a los demás como Él me ha perdonado? O ¿me escondo detrás de la innata fatiga humana de perdonar, creándome un pretexto delante de duras pruebas que superar que tocan al hombre hasta hacerle sentir como insuperable el perdonar ciertas ofensas? ¿Verdaderamente el perdón está al centro de la vida nueva que Jesús nos ha donado o hay otra cosa?

Pienso que todos recordamos la sensación generada un par de años atrás por Antoine Leiris, un hombre francés que, al día siguiente de la trágica desaparición de la esposa por obra de los terroristas del ISIS, después de algunas noches de dolor y sin dormir escribió la célebre carta publicada con el título “Ustedes no tendrán mi odio”. En aquella carta el hombre no solo daba testimonio de su fuerza en la decisión de no odiar a los asesinos de su esposa, sino que prometía también de hacer crecer a su pequeño hijo ensenándole a ejercitar esta misma elección, agregando que en ella, juntos, hubieran sido “más fuertes que cualquier ejército”. No sé si el sr. Antoine sea cristiano, pero sé ciertamente que, también si no lo fuera, su decisión ha sido un rayo potente de luz que ha desgarrado las tinieblas de aquél trágico momento de la historia. Porque también la Palabra de Dios confirma, en la 1ra lectura de hoy, que si son horribles las tragedias procuradas por los graves pecados de los hombres, también odio e ira son cosas abominables, y el pecador lo lleva dentro. El que se venga experimentará la venganza del Señor: él le tomará rigurosa cuenta de todos sus pecados. Perdona a tu próximo el daño que te ha hecho, así cuando tú lo pidas, te serán perdonados tus pecados. ¡Cómo! ¿Un hombre guarda rencor a otro hombre y le pide a Dios que lo sane?… Si él, débil y pecador, guarda rencor, ¿quién le conseguirá el perdón?  (Sir 27,30-28,1ss.).  Entonces la elección del perdón es también razonable. Pero es la revelación del rostro de Dios en la Biblia que la funda y la refuerza, como hemos visto también en la parábola contada por Jesús. En ella de hecho, el Señor nos indica con claridad como poderlo seguir en el camino de un amor que no retrocede delante de las ofensas que se pueden derribar en nuestra vida: pensar a mis 10.000 talentos de deuda perdonados por Dios más que a las 100 monedas que mi prójimo me debe. Si estoy realmente convencido que las cosas están así como me dice el evangelio, entonces no será solo fatigoso recorrer su camino de amor a ultranza, sino que será una experiencia de un poder que de verdad el Señor dona a quien le cree. Una última consideración. El sr. Antoine se ha prometido así mismo educar a su pequeño a no odiar, sino a perdonar. Ha elegido también la mejor inversión para su hijo. Porque si induces a un ser humano a recordar siempre los pecados de los demás, lo haces vivir en el rencor y en el odio establecido en el pasado. Y allí se vive muy mal, en prisión consigo mismo y con el ánimo siempre en guerra hacia los demás; de allí no nos movemos más. Si en cambio decides educar a un hombre al perdón, lo haces caminar y le garantizas el futuro. Porque solo quien vive del perdón de Dios está comprometido a su vez en perdonar, es verdaderamente un hombre libre que vive ya en el futuro.

IL POZZO E’ PROFONDO

3a DOMENICA DI QUARESIMA

Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-30

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

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Alcuni anni fa mi trovavo con un fratello sacerdote in una località balneare per un breve periodo di riposo. Eravamo soliti trovare un po’ d’ombra presso un piccolo pino marittimo, molto vicino alla spiaggia libera dove ci recavamo; lì sotto lasciavamo il telo per asciugarci e il nostro zaino. Quel pomeriggio, rientrando dal mare dopo un bel bagno, ci sdraiammo al solito posto ma ci accorgemmo che c’erano anche altri teli e alcune borse. Dopo qualche minuto, due giovani donne si avvicinarono con passo rapido. Intuimmo che dovevano essere le proprietarie di quelle cose e allora, spontaneamente, ci alzammo per far spazio, affinché potessero anche loro godere dell’ombra del pino. Una di esse, vedendo il nostro comportamento, cominciò a scusarsi con noi. Quel mio confratello la rassicurò dicendo che l’ombra dell’albero era lì per tutti e che potevano tranquillamente prendere posto perché c’era spazio a sufficienza. Ma quella donna, dopo una furtiva occhiata con l’amica, ci rivolse uno sguardo piuttosto ammiccante e, con modalità sprezzantemente sfidante, ci disse: “e perché mai ci date spazio? Dovremmo forse darvi qualcosa in cambio?…”

Gesù e la samaritana al pozzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

A parte la constatata, imperante sfiducia nei confronti di chi oggi può compiere un atto gratuito, quell’episodio mi fece ricordare il racconto della donna di Samaria con Gesù al pozzo. La richiesta d’acqua del Signore dovette inizialmente suonargli come una indebita avance: un giudeo giammai avrebbe parlato con una samaritana, quindi tanto meno l’avrebbe mai “abbordata” in luogo pubblico (Gv 4,9). Come mai quell’uomo le faceva una simile richiesta? Ma soprattutto, come mai quella donna venne al pozzo per attingere acqua a mezzogiorno (Gv 4,6), quando normalmente ci si reca nelle ore fresche dell’alba e del tramonto? Sembrerebbe volutamente, per starsene da sola. Come se il vangelo, con infinita discrezione, ci volesse presentare la sua solitudine. Eppure, presso un pozzo, Giacobbe corteggiò Rachele (Gen 29,9ss.) che poi sposò; Mosè incontrò la sua futura sposa Zippora tra le figlie di Reuel (Es 2,10-22): un richiamo evidente dell’evangelista Giovanni per dirci che c’è qualcosa di più, dietro il gioco di fraintendimenti sull’acqua, che cresce progressivamente nel dialogo tra Gesù e quella donna. La scena del racconto, concentrata sul loro incontro, diventa paradigmatica di ogni esperienza di fede. Il Signore nel suo bisogno molto umano di bere acqua scopre la sua sete, affinché la donna possa, poco a poco, scoprire la propria sete più profonda e insoddisfatta.

Dammi da bere, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

E il pozzo è lì, sullo sfondo, a ricordarci che il cuore umano è un pozzo molto profondo, ovvero senza fondo, fatto per ricevere e dare acqua. Ma c’è acqua e acqua (Gv 4,10-15). C’è l’acqua stagnante e morta, segno di una vita spenta e infeconda (cfr. Ger 2,13), e c’è l’acqua che zampilla per la vita eterna. Gesù è la sorgente venuta a farci dono di quest’ultima per una vita piena e felice. Il suo dono supera ogni umana attesa: l’acqua viva è il suo amore gratuito, lo Spirito Santo che ci è stato donato (cfr. Rm 5,5). Il racconto nella sua interezza sembra ordinare al lettore un percorso preciso per poter farne esperienza. Infatti, giunge a trovare quest’acqua solo chi accetta la sfida della profondità. Giunge a trovarla solo chi ha il coraggio della verità (Gv 4,18).

Perché non abbia più sete, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

Nel mondo in cui viviamo e ci muoviamo, da un lato la cultura mediatica sembra creata “ad hoc” per non farci scendere in profondità davanti alla nostra e altrui esistenza; da un altro lato, quella stessa cultura è impegnatissima a parlare e far parlare sulle cose umane più profonde e delicate fino a farne un pubblico spettacolo, come se tutti ne potessero opinare con competenza. Ogni riferimento a talk-show e programmi melodrammatici di successo non è per niente casuale: lì, in qualunque caso, la profondità del cuore umano o viene evitata/mascherata oppure è banalizzata. Il vangelo di oggi, invece, suggerisce un habitat diverso affinché il cuore umano possa fare la verità in sé e quindi vivere in profondità, scoprendo l’acqua viva di cui parla Gesù. Il dinamismo dell’incontro che leggiamo nel vangelo si distende lentamente: c’è tutto il tempo necessario per l’emergere di pregiudizi, di altre difese e domande da parte della donna davanti agli occhi accoglienti dello sconosciuto Rabbi giudeo. Questo ci ricorda che non c’è incontro vero con sé stessi, con Dio e con gli altri se non ci si regala il tempo e l’apertura necessari. Inoltre, ci ricorda che ci vuole disponibilità a discendere negli inferi dei propri insuccessi, dove celiamo a noi stessi e agli altri ciò che più ci vergogna (Gv 4,16-18). Quando la samaritana tocca, accompagnata da Gesù, la verità di sé, incontra la verità di Dio che risplende sul volto di Cristo: Egli non la giudica e riconosce la sua sincerità. Spinta dall’acqua sotterranea della propria anima si apre a riconoscere in Lui il tanto atteso Messia; esce dalla sua infelice solitudine e può annunciare a tutti la gioia di averlo forse incontrato. Quando l’acqua di Gesù ci raggiunge, spinge sempre chi ne ha sentito in profondità la sete, a cercare gli altri per renderli partecipi (Gv 4,25-30.39)  

Lasciò la sua anfora, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015