LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

AFFONDARE PER LASCIARSI AFFERRARE

XIX DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,9.11-13; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

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Questa volta Gesù va in disparte su un monte da solo per pregare (Mt 14,23), senza portarsi alcun discepolo. Domenica scorsa invece, aveva portato in disparte con sé Pietro, Giacomo e Giovanni su un altro monte, e sappiamo come è andata. Ma l’esperienza di Dio non è sempre una trasfigurazione. Fosse per noi, ci pianteremmo una o più tende come propose Pietro (Mt 17,4), in fondo perché vorremmo che il Signore si manifestasse sempre così. L’episodio del vangelo di oggi ci ricorda che la realtà è ben altra. La barca che fatica ad andare avanti per il vento contrario mentre Lui “se ne sta lassù, da solo”: quale espressione fotografa meglio quello che tutti sperimentiamo nella vita? Tu ed io, noi, la chiesa, non ci sentiamo forse tante volte nel cammino di questa vita come quella barca in un mare in tempesta, in cui Dio sembra che “se ne sta lassù, da solo”? Questo è il senso profondo del messaggio di Matteo evangelista. Il tempo della chiesa è come l’avventura di una traversata in un mare minaccioso che mette sempre a dura prova la sua fede. Ma è anche l’indicibile esperienza di un Dio che viene incontro ad essa camminando su questo mare. In mezzo ci sta il travaglio della stessa fede, in cui paura e dubbi sono ingredienti necessari (Mt 14,26).

Se vogliamo che la nostra fede maturi diventando consapevole e adulta, dobbiamo far bene i conti con questo vangelo. Su questo testo faremmo bene a riflettere tutti, ma proprio tutti, credenti e non credenti. Il non credente farebbe bene ogni tanto a dubitare del suo non credere, il credente del suo credere. Altrimenti entrambi diventeranno solo adoratori dei propri rigidi schemi. Dunque la nostra fede, per essere tale, non può evitare di passare dentro le proprie paure e dubbi. Quando trovo davanti a me fratelli o sorelle che mi raccontano le angosce e i dubbi del loro cammino mi rallegro e ringrazio sempre il Signore, perché in loro mi specchio e con essi condivido la debolezza della mia fede e la speranza che essa passi dentro tutte le prove. Ma quando incontro fratelli o sorelle inossidabili, granitici nel loro linguaggio, quelli che parlano sempre di fede in ogni istante della giornata, quelli che trovano sempre una parola religiosa per ogni evento o persona in cui si imbattono; quelli che sanno sempre cosa dire davanti ad un malato terminale, quelli che sanno tutto sulla chiesa e i suoi problemi, quelli sempre pronti alla polemica quando guardano l’agire di altri cristiani, quelli che vanno a scavare sempre nelle intenzioni altrui, quelli che….Beh! – mi dico sempre – “beati loro che hanno tutte queste sicurezze…” Però, alla luce del vangelo, mi pare che rischino di trovarsi con un pugno di mosche tra le mani.

Gesù cammina sulle acque
Gesù cammina sul mare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2014

Gli apostoli sono colti dallo spavento: un uomo che cammina sulle acque del mare non è umano! (Mt 14,25). Sono pertanto convinti di vedere un fantasma e gridano dalla paura. E’ proprio così. Chi segue la paura scambia la propria fantasia per realtà e la realtà per fantasia. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,26-27). Che bello quel subito! Quando siamo nell’angoscia non sembra sia così, sembra che Gesù sia in ritardo. Papa Giovanni XXIII ripeteva spesso: “sembra che il Signore arrivi sempre con un quarto d’ora di ritardo”. In realtà il Signore è il Dio che interviene subito con la parola nella nostra paura, prima di tutto perché non l’ha inventata Lui, ma soprattutto perché è Colui che lavora per farcela superare. Il più delle volte siamo noi in ritardo nel credergli! Osserviamo il comportamento di Pietro. Egli ha una richiesta audace da fare. Cerca di andare oltre la paura e il dubbio che lo accomuna agli altri: Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque (Mt 14,28). Decliniamo questa richiesta. “Signore, se sei proprio tu quello che vedo e non un fantasma, allora fammi fare l’esperienza di quello che a me è impossibile: camminare come te sul mare”. E Gesù gli risponde: vieni! Pietro davvero comincia a vivere l’impossibile (Mt 14,29). Ma vedendo che il vento era forte s’impaurì e cominciando ad affondare gridò: Signore salvami! (Mt 14,30). A questo punto rivolgo a voi tutti lettori un paio di domande, perché non capisco bene. E’ Pietro che ha lanciato una sfida al Signore, o è il Signore che ha sfidato Pietro? La richiesta di Pietro nasce dalla fede o dalla paura? Se guardo i primi passi compiuti da lui sul mare, verrebbe da dire: dalla fede. Se guardo come stava finendo, verrebbe da dire: dalla paura. Che ne pensate? Adesso ci penso prima un po’ anch’io, poi riprenderò a scrivere.

Eccomi a tirare le somme di questo commento. Mi ha fatto bene fermarmi sulle domande che vi ho rivolto. E riparto ancora una volta da quel bellissimo subito che ritroviamo al v. 31. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato? Provo a declinare anche questa affermazione di Gesù. “Caro Pietro, hai visto bene dentro il tuo cuore? Da dove è venuta la tua richiesta? Adesso lo sai. Sei uomo di poca fede perché hai cercato la soluzione al tuo dubbio e alla tua paura mettendomi alla prova. Ti sei accorto quanto somigli ai tuoi padri? Ti ricordi quando essi si trovarono nel deserto dove li condussi per fare esperienza del mio amore provvidente? Anche lì, nonostante i molteplici segni della mia vicinanza, mi mettevano continuamente alla prova. Non si parla così con me! Però non ho rifiutato la tua sfida sfidandoti a mia volta, perché tu conoscessi la verità del tuo cuore. Ho detto: vieni! Cioè, va bene Pietro, sia fatta la tua volontà. E ora vedi che nel fare la propria volontà non si va molto lontano. Anzi, si affonda in mare. Però lo spazio della fede autentica è proprio lì: quando stai affondando e vivi nella tua paura. Quando hai gridato a me, quando invece di guardare te e ciò che è intorno a te, hai alzato gli occhi su di me. Solo allora ti sei comportato da credente e hai potuto sentire la mia mano potente afferrarti subito! Cerca bene la paura che ti abita e vacci a vivere. Non aver paura delle tue paure. Perché se da lì elevi la tua preghiera, toccherai ancora con mano la mia onnipotente mano!”

Credo che a questo punto le domande che vi avevo rivolto hanno trovato una piccola luce. Ammettiamolo, anche noi siamo come Pietro. Pensiamo che la radice della fede in Dio sia la sua risposta alle nostri pressanti richieste (che spesso sono pretese), invece che l’abbandono sereno e fiducioso al suo amore. Nel fiume infido della nostra storia come vogliamo navigare? Tenendo gli occhi fissi su Gesù o sulla crescente paura che affligge la vita nostra e altrui? Il Card. Comastri, figlio spirituale di S.Teresa di Calcutta, racconta che un giorno si trovava insieme a un gruppo di sacerdoti che dialogava con la madre circa i tempi che si stavano abbattendo sulla chiesa. Era il tempo della contestazione e delle defezioni diffuse, c’era dunque da avere tanta paura. Allora madre Teresa, partendo dall’episodio di questo vangelo, disse loro: “State attenti! Voi pensate che la chiesa sia forte quando cammina sulle acque, cioè quando tutto va bene, quando tutti la applaudono o si inchinano davanti ad essa. No, non è questo il momento della vera grandezza della chiesa. La chiesa infatti è forte ed è veramente se stessa quando sente affondare il piede nella propria debolezza e, come Pietro, tende la mano a Gesù gridando con umile fede: Signore, salvami! Solo allora la chiesa avverte che subito la mano forte di Dio la stringe e la solleva dalle insidie della storia”. Dunque se senti che stai per affondare, ricordati, è giunto il momento di lasciarsi afferrare.

 

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Esta vez Jesús va solo sobre un monte para rezar (Mt 14,23), sin llevarse a algún discípulo. El domingo pasado en cambio, se había llevado consigo a Pedro, Santiago y Juan sobre otra montaña, y sabemos cómo ha ido. Pero la experiencia de Dios no es siempre una transfiguración. Si fuera por nosotros, nos plantaríamos una o más tiendas como propuso Pedro (Mt 17,4), en fondo porque quisiéramos que el Señor se manifestase siempre así. El episodio del evangelio de hoy nos recuerda que la realidad es toda otra cosa. La barca que fatiga a seguir adelante por el viento contrario mientras Él “está arriba, solo”: ¿qué expresión fotógrafa mejor lo que todos nosotros probamos en la vida? Tú y yo, nosotros, la iglesia, ¿no nos sentimos quizás tantas veces en el camino de esta vida como aquel barco en un mar de tempestades, en el cual Dios parece que “estuviera arriba, solo?” Este es el sentido profundo del mensaje de Mateo evangelista. El tiempo de la iglesia es como la aventura de una travesía en un mar amenazante que pone siempre a dura prueba su fe. Pero es también indescifrable la experiencia de un Dios que viene al encuentro de ella caminando sobre este mar. En medio está el trabajo de la misma fe, en el cual miedo y dudas son ingredientes necesarios (Mt 14,26)

Si queremos que nuestra fe madure volviéndose consciente y adulta, debemos hacer bien las cuentas con este evangelio. Sobre este texto haremos bien en reflexionar todos, pero todos, creyentes y no creyentes. El no creyente haría bien de vez en cuando a dudar de su no creer, el creyente de su creer. Sino ambos se volverán solo adoradores de los propios rígidos esquemas. Por tanto nuestra fe, para ser tal, no puede evitar pasar dentro de los propios miedos y dudas. Cuando encuentro delante de mí hermanos o hermanas que me cuentan las angustias y las dudas de su camino me alegro y agradezco siempre al Señor, porque en ellos me reflejo y con ellos comparto la debilidad de mi fe y la esperanza que esa pase dentro de todas las pruebas. Pero cuando encuentro a los hermanos o hermanas inoxidables, de granito duro en su lenguaje, aquellos que hablan siempre de fe en cada instante de la jornada, aquellos que encuentran siempre una palabra religiosa para cada evento o persona con la cual se topan; aquellos que saben siempre qué cosa decir delante de un enfermo terminal, aquellos que saben todo sobre la iglesia y sus problemas, aquellos siempre listos a la polémica cuando miran el actuar de otros cristianos, aquellos que van a escavar siempre en las intenciones de los demás, aquellos que…. Ya! – Me digo siempre- “dichosos ellos que tienen todas esas seguridades…” Pero, a la luz del evangelio, me parece que arriesgan de encontrarse con un puño de moscas entre las manos.

Los apóstoles son tomados por el miedo: ¡un hombre que camina sobre las aguas del mar no es humano! (Mt 14,25). Están por lo tanto convencidos de ver a un fantasma y gritan del miedo. Es justamente así. Quien sigue el miedo cambia la propia fantasía por la realidad  y la realidad por la fantasía. Pero al verlo caminar sobre el mar, se asustaron. Al instante Jesús les dijo: Ánimo, soy yo; no teman (Mt 14,26-27). ¡Qué lindo aquél al instante! Cuando estamos en la angustia no parece que sea así, parece que Jesús esté en retraso. Papa Juan XXIII repetía muchas veces: “parece que el Señor llegue siempre con un cuarto de hora de retraso”. En realidad el Señor es el Dios que interviene al instante con la palabra a nuestro miedo, antes de todo porque no la ha inventado Él, pero sobretodo porque es Aquél que trabaja por hacérnosla superar. ¡La mayor parte de las veces somos nosotros en retardo en creerle! Observemos el comportamiento de Pedro. Él tiene un pedido audaz para hacer. Intenta ir más allá del miedo y la duda que lo acomuna a los demás: Señor, si eres tú, manda que yo vaya a ti caminando sobre el agua (Mt 14,28). Declinamos esta solicitud. “Señor, si eres en verdad tú lo que veo y no un fantasma, entonces hazme hacer la experiencia de lo que para mí es imposible: caminar como tú sobre el mar”. Y Jesús le responde: ¡Ven! Pedro de verdad comienza a vivir lo imposible (Mt 14,29). Pero el viento seguía muy fuerte, tuvo miedo y comenzó a hundirse. Entonces gritó: ¡Señor, Sálvame! (Mt 14,30). A este punto dirijo a todos ustedes lectores un par de preguntas, porque no entiendo bien. ¿Es Pedro que ha lanzado un desafío al Señor, o es el Señor que ha retado a Pedro? ¿La pregunta de Pedro nace de la fe o del miedo? Si miro los primeros pasos cumplidos por él sobre el mar, diría: de la fe. Si miro el cómo estaba terminando, diría: del miedo. ¿Qué piensan ustedes? Ahora pienso antes un poco también yo, luego volveré a escribir.

Heme aquí a sacar conclusiones de este comentario. Me ha hecho bien detenerme sobre las preguntas que les he hecho. Y vuelvo a comenzar una vez más de aquél bellísimo al instante que volvemos a encontrar en el v. 31. Al instante Jesús extendió la mano y lo agarró, diciendo: Hombre de poca fe, ¿por qué has dudado? Pruebo a declinar también esta afirmación de Jesús. “Querido Pedro, ¿has visto bien dentro de tu corazón? ¿De dónde ha venido tu pedido? Ahora lo sabes. Eres hombre de poca fe porque has buscado la solución a tu duda y a tu miedo poniéndome a la prueba. ¿Te has dado cuenta cuanto te pareces a tus padres? ¿Te acuerdas cuando ellos se encontraron en el desierto donde los conduje para hacer experiencia de mi amor providente? También allí, a pesar de los múltiples signos de mi cercanía, me ponían continuamente a la prueba. ¡No se habla así conmigo! Pero no he rechazado tu reto desafiándote al mismo tiempo, para que tú conocieras la verdad de tu corazón. He dicho: ¡Ven! O sea, está bien Pedro, se haga tu voluntad. Y ahora vez que en el hacer la propia voluntad no se va muy lejos. Más bien, se hunde en el mar. Pero el espacio de la fe auténtica es exactamente allí: cuando te estás hundiendo y vives en tu miedo. Cuando has gritado a mí, cuando en cambio de mirar a ti y lo que está en torno a ti, haz levantado los ojos hacia mí. ¡Solo entonces te has comportado como creyente y has podido sentir mi mano potente aferrarte inmediatamente! Busca bien el miedo que te habita y ve a vivir. No tengas miedo de tus miedos. ¡Porque si de allí elevas tu oración, tocarás todavía con mano mi omnipotente mano!”

Creo que a este punto las preguntas que les había dirigido han encontrado una pequeña luz. Admitámoslo, también nosotros somos como Pedro. Pensamos que la raíz de la fe en Dios sea su respuesta a nuestros apremiantes pedidos (que normalmente son presunciones), en cambio del abandono sereno y confiado a su amor. En el río pérfido de nuestra historia ¿cómo queremos navegar? ¿Teniendo los ojos fijos en Jesús o sobre el creciente miedo que aflige nuestra vida y de los demás? El Card. Comastri, hijo espiritual de S. Teresa de Calcuta, cuenta que un día se encontraba junto a un grupo de sacerdotes que dialogaban con la madre a cerca de los tiempos que estaban golpeando a la iglesia. Era el tiempo de la contestación y de las deserciones difusas, se tenía entonces que tener miedo. Entonces madre Teresa, partiendo del episodio de este evangelio, dijo a ellos: “¡Estén atentos! Ustedes piensan que la iglesia sea fuerte cuando camina sobre las aguas, o sea cuando todo va bien, cuando todos la aplauden o se inclinan delante de ella. No, no es este el momento de la verdadera grandeza de la iglesia. La iglesia de hecho es fuerte y es verdaderamente sí misma cuando siente hundirse el pie en la propia debilidad y, como Pedro, tiende la mano a Jesús gritando con humilde fe: ¡Señor, sálvame! Solo entonces la iglesia advierte que al instante la mano fuerte de Dios la agarra y la levanta de las insidias de la historia”. Entonces si sientes que estás por hundirte, recuérdate, ha llegado el momento de dejarnos aferrar.

 

NON SEGUIRE LA PAURA

XII DOMENICA DEL T.0.

GER 20,10-13; RM 5,12-15; MT 10,26-33

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

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Gesù dorme nella tempesta
                  “I discepoli terrorizzati nella tempesta”, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

 

Non abbiate paura, dice Gesù ai suoi discepoli (e a noi lettori) per tre volte nel vangelo di questa domenica (Mt 10,26.28.31). Sembra che questo invito nella Bibbia ricorra per ben 365 volte, cioè il numero dei giorni che costituiscono un anno. E’ come se la Sacra Scrittura ti dicesse: ogni giorno, quando ti alzi al mattino dal letto, fa risuonare questa parola all’orecchio del tuo cuore. E’ la prima cosa che Dio ci dice cominciando la nostra giornata. Perché Egli non è il Signore che genera paura, ma Colui che ci libera da essa. Chiariamo: non che la paura non abbia una sua funzione positiva. Se aiuta ad evitare i pericoli della vita è segno di salute mentale. Ma se evitare i pericoli diventa la preoccupazione primaria che frena da ogni possibile esperienza di vita, è delirio di onnipotenza. Basta guardarsi un po’ intorno. Si cerca affannosamente una sicurezza in ogni ambito dell’esistenza umana. Vogliamo che qui sulla terra tutto sia assicurato/protetto dai pericoli in modalità assoluta e, se succede qualcosa di storto, di imprevisto, bisogna subito trovare un colpevole, bisogna che qualcuno paghi per l’accaduto. Ma questo non è vivere. Chi vive sempre nella paura di perdere la vita corporale ha già buttato via la sua vita spirituale. Come diceva il giudice Paolo Borsellino: “chi vive seguendo la paura muore ogni giorno, chi non la segue muore una volta sola”. E poi ha firmato quanto detto con la sua vita, in quel tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Il testo del vangelo di oggi è incastonato nel racconto della chiamata e dell’invio dei discepoli. Si comprende meglio il messaggio ricordando cosa il Signore dice ai suoi mentre consegna loro la sua missione: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Hobbes diceva che homo homini lupus; Gesù dice che il suo discepolo è un uomo come gli altri chiamato ad essere homo homini agnus. Egli è subito chiamato/inviato per essere associato al destino del suo Maestro. Questo deve essere chiaro. Il mistero di Gesù è anche il suo. Essere incompreso, rifiutato, insultato, odiato e perseguitato dagli uomini, non è altro che il segno dell’essere alla sequela del Signore. In questi giorni abbiamo visto Francesco andare nei luoghi dove Lorenzo Milani e Primo Mazzolari vissero questa indimenticabile e sofferta esperienza, invitando la chiesa italiana a guardarli quali testimoni autentici del vangelo. Noi per paura di soffrire e di morire ci chiudiamo in noi stessi e difendiamo il nostro microparadiso naturale o artificiale fino a far del male agli altri, ovvero anche a noi stessi. E giustifichiamo con mille ragioni le nostre chiusure. Si guardi attentamente la realtà odierna e chi vuol capire capisca. Le difficoltà, le lotte, le piccole o grandi persecuzioni, sono la necessaria paga di chi ha scelto di vivere la propria vita come un compito d’amore, come Gesù. Chi porta amore in questo mondo riceve odio. E’ una legge fondamentale che fatichiamo sempre ad accettare: chi fa il bene deve essere punito. Così accadde a Lorenzo e a Primo, discepoli veri del Signore.

Ecco allora Gesù raccomandarsi di non temere gli uomini. E se lo dice per tre volte vuol dire che prima di tutto dobbiamo riconoscere che spesso viviamo nella paura. E’ il punto di partenza. Diversamente non ci si conosce ancora e non si può nemmeno cominciare un autentico cammino spirituale. Francamente quando incontro qualcuno/a che mi dice che non ha paure un po’ mi preoccupa. Solo gli incoscienti, i presuntuosi, i temerari e i dittatori non hanno paura: ma bisogna aver paura di e per loro! Ad es. tra i giovani “Blue Whale” (Balena blu) e altre pratiche estreme come quella di farsi i selfie in situazioni pericolose o come quella di aprire i portelloni dei treni in corsa sfidando la morte nello sporgersi fuori, sono il segno di un delirio di onnipotenza che diventa collettivo. Ma l’invito di Gesù a non aver paura non è assenza di essa, non è temerarietà. Il Signore invita a non seguire la paura dando 3 motivazioni.

1) Perché quello che trasmette ai suoi discepoli in gran segreto e in spirito di nascondimento sarà pienamente rivelato in tutta la sua verità nel futuro, luogo in cui avverrà il capovolgimento di quello che appare ora. La Croce, da segno di morte e di sconfitta splenderà quale segno di vita e vittoria, colui che perde la sua vita a causa del vangelo si rivelerà come colui che vive in eterno, i prepotenti e tutti i poteri vincenti che dominano in questo mondo si riveleranno come i veri perdenti. Per questo, investiti dallo Spirito Santo, forza dei deboli e degli inermi, i discepoli devono annunciare apertamente tutto quello che il Signore comunica loro superando i propri timori e incertezze: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,26-27).

2)  Perché gli uomini hanno un potere limitato: possono dare la morte fisica, ma non possono dare la morte all’anima dell’uomo. Meglio preoccuparsi di non essere morti interiormente piuttosto che scampare dalla morte corporale a tutti i costi! Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo (Mt 10,28) è l’avvertimento di Gesù. Ma chi prende sul serio queste parole?

3) Ma soprattutto, perché agli occhi del Padre noi siamo importantissimi, siamo suoi figli! Perfino i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,30-31). Non dobbiamo andare dietro alla paura perché abbiamo un Dio che segue con amore il nostro cammino fin nei dettagli della nostra vita che nemmeno noi conosciamo! Siamo forse mai riusciti a contare i capelli che abbiamo in testa? Solo chi costruisce la propria autostima dalla scoperta della propria dignità di figlio di Dio rimane stabile, ed è in grado di affrontare ogni prova che gli giunge nella vita. Il piccolo racconto che segue lo spiega bene:

“Una ragazza di un villaggio di pescatori rimase incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il monaco che vive nel santuario fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del monaco. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prenditene cura!”. Il monaco si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!…” E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse per lui, facendosi carico di tutte le spese. In seguito a questo fatto quel monaco perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andava più a chiedergli consigli, e questo durò per quasi un anno. Quando la giovane ragazza vide tutto quel che gli stava capitando, non sopportò più questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il monaco, ma il figlio del vicino di casa. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi di quell’uomo di Dio. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il monaco entrò nel tempio, prese in braccio il bambino e sorridendo lo restituì loro limitandosi a dire: “Va bene! Va bene!…” 

Le ultime parole di Gesù nel vangelo possono paradossalmente crearci timore. Ma in questo caso trattasi di santo timore di Dio, un dono dello Spirito. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33). Riconoscere in questa vita Gesù per essere da Lui riconosciuti: è solo questione di non aver paura di affermare la propria fede come tantissimi pensano? E’ solo questione di tenere appeso il crocifisso senza timore in casa/ufficio/scuola, nel vestire ogni giorno in clergyman o tonaca (per noi preti), nel condurre battaglie morali pro famiglia su tutti i canali comunicativi, nell’essere sempre in prima linea presenti nella S.Messa? Dico che questo sarebbe troppo comodo. Anche se tutto ciò concorre indubbiamente a formare la mia identità cristiana, è il Vangelo stesso che mi chiarisce dove in primo luogo il Signore si attende di essere riconosciuto: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato, ero carcerato…(Mt 25,35-36). Come è facile ingannarsi! Come è facile rinnegare (= non riconoscere) il Signore Gesù e nemmeno accorgersene! Ma non dobbiamo scoraggiarci: c’è uno dei primissimi discepoli che ha cominciato l’avventura della fede a partire dal suo triplice rinnegamento di Gesù. Al Signore è bastato ricevere le sue lacrime sincere, perché certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui. Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche Egli ci rinnegherà. Se manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm, 11-13).

 

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No tengan miedo, dice Jesús a sus discípulos (y a nosotros lectores) por tres veces en el evangelio de este domingo (Mt 10,26.28.31). Parece que esta invitación en la Biblia recuerde por 365 veces, o sea el número de los días que constituyen un año. Es como si las Sagradas Escrituras nos dijera: cada día, cuando te levantes en la mañana de la cama, haz resonar esta palabra al oído de tu corazón. Es la primera cosa que Dios nos dice al comenzar nuestra jornada. Porque Él no es el Señor que genera miedo, sino Aquél que nos libra de ella. Aclaramos: no es que el miedo no tenga una función positiva. Si ayuda a evitar los peligros de la vida es signo de salud mental. Pero si evitar los peligros se vuelve la preocupación primaria que me frena de cada posible experiencia de vida, es delirio de omnipotencia. Basta mirarse un poco alrededor. Se busca afanadamente una seguridad en cada ámbito de la existencia humana. Queremos que aquí sobre la tierra todo sea asegurado/protegido de los peligros en modalidad absoluta y, si sucediera algo chueco, improvisadamente, se necesita inmediatamente encontrar a un culpable, se necesita que alguien pague por lo sucedido. Pero esto no es vivir. Quien vive siempre en el miedo de perder la vida corporal ya eliminó su vida espiritual. Como decía el juez Paolo Borsellino: “quien vive siguiendo el miedo muere cada día, quien no la sigue muere una sola vez”. Y luego ha firmado lo que ha dicho con su propia vida, en aquella trágica tarde del 19 de julio 1992.

El texto del evangelio de hoy es encastrado en el relato de la llamada y del envío de los discípulos. Se comprende mejor el mensaje recordando qué cosa dice a los suyos mientras entrega a ellos su misión: “Miren que los envío como ovejas en medio de lobos” (Mt 10,16) Hobbes decía que homo homini lupus; Jesús dice que su discípulo es un hombre como los demás llamado a ser homo homini agnus. Él es inmediatamente llamado/enviado para ser asociado al destino de su Maestro. Esto debe estar claro.  El misterio de Jesús es también el suyo. Ser incomprendido, rechazado, insultado, odiado y perseguido por los hombres, no es otra cosa que el símbolo del estar a la séquela del Señor. En estos días hemos visto a Francisco ir en los lugares donde Lorenzo Milani y Primo Mazzolari vivieron esta inolvidable y sufrida experiencia, invitando a la iglesia italiana a mirarlos como testimonios auténticos del evangelio. Nosotros por miedo de sufrir y de morir nos encerramos en nosotros mismos y defendemos nuestro micro paraíso natural o artificial hasta hacer el mal a los demás, o mejor dicho, también a nosotros mismos. Y justificamos con miles razones nuestros encierros. Si miras atentamente la realidad hodierna y quien quiera entender entienda. Las dificultades, las luchas, las pequeñas o grandes persecuciones, son los necesarios pagos de quien ha elegido vivir la propia vida como una tarea de amor, como Jesús. Quien lleva amor a este mundo recibe odio. Es una ley fundamental que fatigamos siempre en aceptar: quien hace el bien debe ser castigado. Así sucedió a Lorenzo y a Primo, discípulos verdaderos del Señor.

He aquí entonces a Jesús recomendándose de no temer a los hombres. Y si lo dice por tres veces quiere decir que primero de todo debemos reconocer que muchas veces vivimos en el miedo. Es el punto de partida. Diferentemente no nos conocemos todavía y no se puede ni siquiera comenzar un auténtico camino espiritual. Francamente cuando encuentro a alguien que me dice que no tiene miedo un poco me preocupa. Solo los inconscientes, los presuntuosos, los temerarios y los dictadores no tienen miedo: ¡pero es necesario tener miedo de y por ellos! Por ej. entre los jóvenes “Blu Whale” (ballena azul) y otras prácticas  extremas como aquella de hacerse los selfie en situaciones peligrosas o como aquellas de abrir las puertas de los trenes mientras corre desafiando la muerte al asomarse afuera, son los signos de un delirio de omnipotencia que se vuelve colectivo. Pero la invitación de Jesús a no tener miedo no es exactamente ausencia de esa, no es imprudencia. El Señor invita a no seguir el miedo dando 3 motivos.

1) Porque lo que les transmite a sus discípulos en gran secreto y en espíritu de escondimiento será revelado plenamente en toda su verdad en el futuro, lugar en que ocurrirá el vuelco de lo que aparece ahora. La Cruz, de signo de muerte y de derrota resplandecerá cual signo de vida y victoria, aquél que pierde su vida a causa del evangelio se revelará como aquél que vive en eterno, los prepotentes y todos los poderes que vencen que dominan en este mundo se revelarán como los verdaderos perdedores. Por esto, revístanse del Espíritu Santo, fuerza de los débiles y de los inermes, los discípulos deben anunciar abiertamente todo lo que el Señor comunica a ellos superando los propios temores e incertezas: Lo que yo les digo en la oscuridad, repítanlo ustedes a la luz, y lo que les digo en privado, proclámenlo desde los techos. (Mt 10,26-27).

2)  Porque los hombres tienen un poder limitado: pueden dar la muerte física, pero no pueden dar la muerte al alma del hombre. Mejor preocuparse de no estar muertos interiormente antes que salir vivo de la muerte corporal a toda costa! Teman más bien al que puede destruir alma y cuerpo en el infierno (Mt 10,28) es la advertencia de Jesús. Pero quién toma seriamente estas palabras?

3) Pero sobre todo, porque a los ojos del Padre nosotros somos importantísimos, ¡somos sus hijos! En cuanto a ustedes, hasta sus cabellos están todos contados. ¿No valen ustedes más que muchos pajaritos? Por lo tanto no tengan miedo! (Mt 10,30-31). ¡No debemos ir detrás del miedo porque tenemos a un Dios que sigue con amor nuestro camino hasta en los detalles de nuestra vida que ni siquiera nosotros conocemos! ¿Hemos quizás logrado a contar los cabellos que tenemos en la cabeza? Solo quien construye la propia autoestima del descubrimiento de la propia dignidad de hijo de Dios se queda estable y está en grado de afrontare cada prueba que le llega en la vida. La pequeña historia que sigue lo explica bien:

“Una joven de un pueblo de pescadores se quedó encinta. Sus padres le pegaron hasta que confiese quién era el padre: “Ha sido el monje que vive en el santuario fuera del pueblo”. Sus padres y todos los habitantes del pueblo se indignaron. Una vez nacido el niño, corrieron al templo y dejaron al neonato a los pies del monje. Le dijeron: “¡Eres un hipócrita, este niño es tuyo! ¡Cuídalo!” El monje se limitó a replicar: “¡está bien! ¡está bien!…” Y dio al niño a una mujer del pueblo para que lo lactara y lo acuda por él, haciéndose cargo de todos los gastos. Luego de este hecho aquél monje perdió la propia reputación, sus discípulos lo abandonaron, nadie iba más a pedirle consejos, y esto duró por casi un año. Cuando la joven mujer vio todo lo que le estaba sucediendo, no soportó más esta situación y contó a todos la verdad. El padre del niño no era el monje, sino el hijo del vecino de casa. Sus padres y todos los habitantes del pueblo, regresaron al templo y se postraron a los pies de aquél hombre de Dios. Imploraban su perdón y pidieron que le devolviera al niño. El monje entró al templo, tomó en brazos al niño y sonriendo lo devolvió a ellos limitándose a decir: “!está bien! ¡está bien!…”

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio pueden paradojalmente crearnos temor. Pero en este caso se trata de santo temor, un del Espíritu. Al que se ponga de mi parte ante los hombres, yo me pondré de su parte ante mi Padre de los Cielos. Y al que me niegue ante los hombres, yo también lo negaré ante mi Padre que está en los Cielos (Mt 10,32-33). Reconocer en esta vida a Jesús para ser por Él reconocidos: es solo cuestión de no tener miedo de afirmar la propia fe como tantísimos piensan, en el colgar el crucifijo en casa/oficina, en el vestir cada día en clerygman o túnica (para nosotros sacerdotes), en el conducir batallas morales en todos los canales comunicativos, en el estar siempre en primera fila presentes en la S. Misa? Digo que esto sería demasiado cómodo. Aunque si todo esto conlleva a formar mi identidad cristiana, es el Evangelio mismo que se encarga de llamarme donde en primer lugar el Señor se espera ser reconocido: Porque tuve hambre y ustedes me dieron de comer; tuve sed y ustedes me dieron de beber. Fui forastero y ustedes me recibieron en su casa. Anduve sin ropas y me vistieron. Estuve enfermo y fueron a visitarme. Estuve en la cárcel y me fueron a ver… (Mt 25,35-36). ¡Cómo es fácil renegar al Señor Jesús y no darnos cuenta! Pero no nos desanimamos: hay uno de los primerísimos discípulos que ha comenzado la aventura de la fe a partir de su triple negación de Jesús. Al Señor ha bastado recibir sus lágrimas sinceras, una cosa es cierta: si hemos muerto con él, también viviremos con él. Si sufrimos pacientemente con él, también reinaremos con él. Si lo negamos, también él nos negará. Si somos infieles, él permanece fiel, pues no puede desmentirse a sí mismo. (2Tm 2, 11-13).

SE AVETE CONOSCIUTO ME

V DOMENICA DI PASQUA

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

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In quel guazzabuglio incomprensibile che è il cuore umano c’è un’infinità di paure: la fede in Gesù è l’antidoto e il rimedio per ognuna di esse. La fede in Gesù è liberante. Il brano del vangelo di oggi comincia laddove Gesù ha appena terminato di annunciare la sua dipartita, dopo aver predetto il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e un generale fuggi-fuggi davanti allo scandalo della croce. Logico che davanti a questo parlare i discepoli fossero turbati: chi non lo sarebbe? Eppure il Signore invita a non lasciarsi trascinare dal turbamento e ad avere fede in Lui. Come se la fede, per essere veramente tale, dovesse necessariamente attraversare l’oscurità delle paure che ci abitano, come se dovesse sperimentare necessariamente tutta la propria debolezza (Gv 14,1). E, per aiutarci nella traversata, ecco la promessa: nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto “vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi (Gv 14,2-3).

Credo che la paura di essere dimenticati nella morte sia la madre di tutte le paure. Don Oreste Benzi la definiva così: la paura di non vivere nel cuore di nessuno, ovvero la paura di non essere amati. In genere, quando celebro un funerale, se non ci sono richieste particolari dei familiari del defunto, prego e faccio pregare con il vangelo di questa domenica. Sapere che Gesù è il Dio diventato uomo come noi. Sapere che è morto ma poi è risorto. Sapere che è andato a prepararci un posto, e che ora è in grado di raggiungere ogni essere umano dentro quell’esperienza di solitudine assoluta che è la morte, questo è sommamente consolante e incoraggiante. Tanto tempo fa mi capitò tra le mani questo racconto illuminante in proposito: il più grande si chiamava  Frank e aveva vent’anni. Il più giovane si chiamava Ted e ne aveva diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi fin dalle elementari. Insieme decisero di arruolarsi nell’esercito. Partendo, promisero a se stessi e ai genitori che avrebbero avuto cura l’uno dell’altro. Furono fortunati e finirono nello stesso battaglione. Quel battaglione fu mandato in guerra. Una guerra terribile tra le sabbie infuocate del deserto. Per qualche tempo Frank e Ted rimasero negli accampamenti protetti dall’aviazione. Poi, una sera, giunse l’ordine di avanzare in territorio nemico. I soldati avanzarono per tutta la notte, sotto la minaccia di un fuoco infernale. Al mattino, il battaglione si radunò in un villaggio. Ma Ted non c’era. Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti, fra i morti. Trovò il suo nome nell’elenco dei dispersi. Si presentò al comandante. “Chiedo il permesso di andare a riprendere il mio amico”, disse. “E’ troppo pericoloso”, rispose il comandante – “e poi ho già perso il tuo amico. Perderei anche te. Là fuori stanno sparando”. Ma Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore trovò Ted ferito mortalmente. Se lo caricò sulle spalle. Una scheggia lo colpì. Si trascinò ugualmente fino al campo con il suo amico addosso. “Frank! Valeva la pena morire per salvare un morto?”, gli gridò il comandante – “Sì”, sussurrò, “perché prima di morire, Ted mi ha detto: Frank, sapevo che saresti venuto…”

Continuo a pensare da circa trent’anni che conoscere e far conoscere Gesù sia la cosa più importante della nostra vita; e mi meraviglio di come l’essere umano possa permettersi di saltare la questione. Le cose che ci dice e le promesse che ci fa sono realtà così grandi e belle che non so proprio come si possano evitare o smentire. Blaise Pascal direbbe che non ci si può sottrarre alla scommessa. Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6): Gesù è il cammino per incontrare la verità e la vita cui il nostro cuore anela. Conoscere Gesù è conoscere quel Dio che da sempre l’uomo vorrebbe vedere e incontrare: Signore, mostraci il Padre e ci basta, gli dice Filippo (Gv 14,8). E Gesù gli risponde: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). Mentre meditavo questo brano pensavo a come si corra anche oggi il rischio di vivere a due passi dal Signore, magari anche deambulando nella sua chiesa, e non conoscerlo. Si rischia di non coltivare un rapporto sincero con Lui, di non pensare più a quel posto che sta preparando per amor mio, si rischia di vivere in un’angoscia senza fine perché in realtà o ci si rapporta con un fantasma che rafforza per lo più le nostre paure, oppure si maschera da cristiano il proprio ateismo pratico. Da quando sono diventato sacerdote non pensavo di incontrare ancora tanti fratelli che vanno dietro a un’immagine personale di Dio che certo non libera interiormente, né aiuta a guardare la realtà con fiducia e speranza. E in questo modo non ci si accorge di dare ragione alla menzogna del serpente antico che, sin dalle origini, volle far credere all’uomo che Dio non è un padre amorevole, ma un geloso despota che vuole dominarci (Gen 3,1ss.).

In questo terzo millennio cristiano appena cominciato, gli sconvolgimenti epocali cui stiamo assistendo dopo il crollo di tutte le impalcature ideologiche che presumevano di reggere il mondo, sembrano mettere tutto in discussione fino a propagare quello che Benedetto XVI ha chiamato culturalmente “una dittatura del relativismo”. Una cosa mi sembra certa nel non ancora definito cambiamento che percorre l’umanità: la paura cresce e minaccia di paralizzare gli uomini nel proprio egoismo. Certamente, tutti abbiamo tanti motivi per avere paura davanti agli avvenimenti che si susseguono nel mondo. Ma la nostra speranza nasce dalla convinzione che con Gesù si entra nella vita vera, quella eterna. Il male del mondo, Lui lo ha già vinto: voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo! (Gv 16,33). La fede in Gesù Cristo, malgrado tutto, resta la più ragionevole strada per guardare al futuro con speranza. Dare fiducia a Gesù ogni giorno è la sfida più affascinante della vita: pur nella fatica del cammino, si sperimenta come è bello superare le proprie paure con Lui che ci spiega, poco a poco, il senso profondo della nostra esistenza.

  “La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c’è in essa, abbastanza speranza per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni. Se non avete che luce, vi limitate all’evidenza; se non avete che oscurità, siete immersi nell’ignoto. Solo la fede fa avanzare”. (Louis Evely)

DAVVERO!

III DOMENICA DI PASQUA

At 2,14a.22-23; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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                          Gesu’ in persona si avvicino’, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E’ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16).

Si fermarono con il volto triste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all’annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E’ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell’aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona.

             Spiego’ loro in tutte le scritture, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d’amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29).

Si aprirono gli occhi e lo riconobbero, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il cammino della fede è una discesa nell’oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d’amore: l’Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l’un l’altro (Lc 24,32). L’incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35). 

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¿Nunca les ha sucedido soñar con los ojos abiertos y haber trabajado por tanto tiempo en algo en el cual han dedicado todo de sí mismos con sacrificio y afecto, entreviendo poco a poco gradualmente la realización, para después asistir a la caída de todo delante de tu mirada? Si les ha sucedido, entonces podemos acercarnos también nosotros a los dos discípulos que retroceden tristes de Jerusalém, conversando sobre todo lo trágico que les había sucedido. Podemos imaginarnos sus sentimientos, sus preguntas, sus pausas, podemos comprender su discusión que intenta explicar algo sobre lo sucedido. Se hubiera vuelto una de las mismas estériles discusiones humanas, si Jesús en persona (Lc 24,15) no los hubiera alcanzado en aquel camino hecho de conversaciones sin salida. Es hermoso pensar que Jesús nos alcanza en nuestro extravío, allí donde nuestro corazón no sabe darse respuestas, allí donde retrocedemos delante a los dramas que nos suceden en la vida, es hermoso saber que continúa a caminar con nosotros a pesar de nuestra persistente ceguera: pero sus ojos eran incapaces de reconocerlo (Lc 24,16)

El viandante resucitado provoca un alto con una pregunta acerca del discutir de ellos. Enciende un diálogo simple que hace salir de sus corazones la tristeza (Lc 24,17), la personal interpretación de los hechos, la esperanza desilusionada ahora perteneciente al pasado: nosotros esperábamos (Lc 24,21); pero, sobretodo, la total incerteza delante al anuncio de las mujeres que han encontrado la tumba vacía. Es así que trabaja el Señor. Caminando con nosotros, primero nos lleva a conocer todas las hosquedades (dudas) y las resistencias que nos habita. Porque es así que estamos hechos, primero más que nada escépticos delante a lo que otros testimonian de haber visto y oído y a cuanto nos comunica la misma palabra de Dios. Necios y lentos de corazón para creer (Lc 24,25): esta es nuestra carta de identidad cuando está privada de la ayuda del Peregrino que nunca nos abandona.

¿No tenía que ser así y que el Cristo padeciera para entrar en su gloria? (Lc 24,26): esta es la palabra sobre la cual se infringen nuestros razonamiento y nuestras esperas erradas, nuestra equivocada imagen de Dios y cada otra búsqueda que queremos conducir por nosotros mismos. ¿Por qué Señor, era necesario que sufrieras? ¿Por qué Señor esta necesidad por ti y por nosotros? El Resucitado no dice por qué, pero invita a los dos discípulos a regresar con Él en las Escrituras: allí, en el libro sagrado de la palabra de Dios, estaba ya predicha esta historia de amor sufrida y solo aparentemente derrota. También hoy Jesús nos invita a regresar sobre las Escrituras, para que todo lo que ha sido dicho es por Él y en vista de Él: ellas son la roca inquebrantable sobre la cual apoyarnos si queremos que nuestra fragilisima fe crezca y no muera. Así, cuando respondamos siempre más a su invitación, nos encontremos invitando nosotros mismos al Señor para que continúe a hablarnos quedándose junto a nosotros (Lc 24,29).

El camino de la fe es una pendiente en la oscuridad de nuestro corazón para después descubrir, más adelante, que el Viviente es capaz de estar con nosotros también en nuestras tinieblas. Su palabra nos transmite la luz victoriosa que sana nuestra ceguera espiritual y nos lo hace reconocer siempre presente con nosotros, sobretodo en el altar donde hacemos memoria de su don de amor: La Eucaristía. Y también si a causa de nuestra intermitencia nos parezca a veces de perderlo de vista (Lc 24,31), el fuego encendido de su palabra en nuestro corazón nos asegura y nos ayuda a confirmarnos el uno con el otro (Lc 24,32). El encuentro con el Resucitado cambia la dirección de nuestro camino, nos convierte a recorrer su mismo camino haciéndonos superar nuestros miedos (Lc 24,33), nos reune a nuestros hermanos que comparten con nosotros la misma inaudita sorpresa: Es verdad, el Señor ha resucitado (Lc 24,34). Quien lo ha encontrado no puede callar, porque siente la necesidad de contar con gozo aquello que el Señor ha hecho en la propia historia personal (Lc 24,35).