CHI SI E’ SEDUTO SULLA CATTEDRA DI GESÙ?

XXXI DOMENICA DEL T.O.

Mal 1,14.2,1-2.8-10; Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

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Carissimo lettore, 

oggi, per il consueto commento al vangelo domenicale, come puoi constatare, ho cambiato genere letterario. Ho sentito il bisogno di scriverlo in forma epistolare, dopo aver meditato attentamente le letture di questa domenica. Il perché è presto detto. Se, come credo, il vangelo va sempre attualizzato perché è una parola che ci parla oggi, che parla della realtà presente, allora, dopo un po’ di salutare silenzio, ti confesso che ho sentito nel cuore nascere una domanda, mentre mi riecheggiavano dentro queste parole del Signore: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 23,2). E’ una domanda rivolta a Lui che mi chiama in causa personalmente: “e sulla tua cattedra Signore Gesù? Chi si è seduto?” Naturalmente, la tentazione (smascherata abbastanza presto) è stata di guardare fuori di me, tra fratelli nel sacerdozio che hanno incarichi importanti, oppure tra quelli che occupano gerarchicamente una posizione più “rilevante”. E forse ci avrei anche preso. Ecco perché oggi trovi il commento al vangelo scritto in questa forma. Devo dirti francamente che il monito delle letture odierne mi ha toccato, perché esso è indubbiamente diretto a tutti i sacerdoti con coloro che sono incaricati di un ruolo di guida in mezzo al suo popolo.

Gli scribi e i farisei
Scribi e farisei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Quanto è facile sedersi sulla cattedra al posto di Gesù, il posto che solo Lui può occupare! Come è facile insegnare agli altri con la parola e smentire la parola con la condotta! (Mt 23,3) Quanto è facile sedersi su quella cattedra, scambiando il posto dal quale Gesù insegna con un posto d’onore, di vantaggi e di potere! Come è faticosa invece la coerenza del vangelo! Anche chi scrive su questo blog non è indenne dal lievito dei farisei e dei sadducei (Mt 16,6). Perciò, in primo luogo, mi viene da chiederti perdono. Perdona questo povero sacerdote peccatore che ti parla, perché annaspa nel cercare di vivere la coerenza del vangelo e si trova molto lontano dal servire il Signore nei fratelli in spirito di umiltà e mitezza! Perché se annaspa, se fatica così tanto, vuol dire che ancora troppe volte si siede sulla cattedra di Gesù usurpando il suo posto! Insieme al Signore perdonalo, e perdona con lui tutti quei confratelli quando smentiscono con i fatti gli insegnamenti che ricevi. Ho/abbiamo bisogno del tuo perdono. Aiutami anche con la tua preghiera, perché il ministero che il Signore ci ha condiviso non può restare in piedi senza la tua preghiera. Sono sicuro che la mia povera preghiera, aiutata dalla tua, può permettere al Signore Gesù di compiere un altro grande miracolo: convertire la durezza del mio cuore per formarlo nuovo sullo stampo del suo meraviglioso Cuore.

Gesù 2

Devi sapere che la mia vita sacerdotale è un paradosso crescente. Stupenda e tremenda, piena di belle e inattese sorprese nonché di inedite insidie, ti fa sentire a volte così vicino al Signore e a volte così lontano da Lui (come oggi); vittoriosa quando sperimenta il fallimento, così irresistibilmente attratta dal fascino di Gesù e così terribilmente umana quando spuntano le proprie miserie. Dopo quasi venti anni non so dirti se sto seguendo veramente il Signore, e nello stesso tempo posso solo dire che mi ritrovo a spingere me e gli altri a seguirlo con più grande passione e a scommettere la nostra stessa vita sulle sue promesse. Alla luce delle sue parole, non posso che chiederti un ultimo favore: semmai ti capitasse di scoprirmi, quando mi incontri o quando mi leggi, a legare pesanti e difficili fardelli sulle spalle della gente, oppure di cercare compiaciuto posti d’onore nei banchetti, primi seggi nelle sinagoghe (chiese) o saluti nelle piazze, o ancora di essere chiamato “rabbi” (don, padre, reverendo) dalla gente, allora ti prego di rimproverarmi apertamente, senza paura (Mt 23,4-6). Perché al tempo di Gesù come oggi, prima o poi, viene a galla dove stai vivendo e cosa stai amando: se sotto lo sguardo di Dio o sotto lo sguardo degli altri, se amando Dio o amando l’ammirazione degli altri. E io voglio vivere solo sotto lo sguardo del Signore Gesù, con la sola premura di dar gloria al suo Nome (Mal 2,1-2), anche se mi costasse più fatica di quella che mi tocca oggi. Grazie.

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¿QUIÉN SE HA SENTADO SOBRE LA CATEDRA DE JESÚS?

 

Querido lector,

Hoy, por el usual comentario al evangelio dominical, como puedes constatar, he cambiado género literario. He sentido la necesidad de escribirlo de manera epistolar, después de haber meditado atentamente las lecturas de este domingo. El por qué será inmediatamente dicho. Si, como creo, el evangelio va siempre actualizado porque es una palabra que nos habla hoy, que habla de la realidad presente, entonces, después de un poco de saludable silencio, te confieso que he sentido en el corazón nacerme una pregunta, mientras me retumbaban dentro estas palabras del Señor: sobre la cátedra de Moisés se han sentado los maestros de la Ley y los fariseos (Mt 23,2) Es una pregunta dirigida a Él que me llama en causa personalmente: “y sobre tu cátedra Señor Jesús, ¿quién se ha sentado?” Naturalmente, la tentación (desenmascara bastante rápido) ha sido de mirar fuera de mí, entre hermanos en el sacerdocio que tienen encargos importantes, o también entre aquellos que ocupan jerárquicamente una posición más “importante”. Y quizás también lo habría tomado. He aquí por qué hoy encuentras el comentario al evangelio escrito en esta forma. Debo decirte francamente que la advertencia de las lecturas actuales me ha tocado, porque ello es dirigido indudablemente a todos los sacerdotes con los que son encargados de un papel de guía en medio a su pueblo.

Cuánto es fácil sentarse sobre la cátedra en el lugar de Jesús, ¡el lugar que solo Él puede ocupar! ¡Cómo es fácil enseñar a los otros con la palabra y desmentir la palabra con la conducta! (Mt 23,3) ¡Cuánto es fácil sentarse sobre aquella cátedra, intercambiando el lugar del cual Jesús enseña con un puesto de honor, de ventajas y de poder! ¡Cómo es fatigosa en cambio la coherencia del evangelio! También quien escribe en este blog no es indemne de la levadura de los fariseos y de los saduceos (Mt 16,6). Por lo cual, en primer lugar, me nace pedir perdón. ¡Perdona a este pobre sacerdote pecador que te habla, porque tantea al buscar vivir la coherencia del evangelio y se encuentra muy lejano del servir al Señor en los hermanos en espíritu de humildad y mansedumbre! Porque se intenta, se fatiga así tanto, quiere decir que ¡todavía demasiadas veces se sienta en la cátedra de Jesús usurpando su lugar! Junto al Señor perdónalo, y perdona con él a todos aquellos hermanos cuando desmienten con los hechos las enseñanzas que recibe. Tengo/Tenemos necesidad de tu perdón. Ayúdame también con tu oración, porque el ministerio que el Señor nos ha compartido no puede quedarse de pie sin tu oración. Estoy seguro que mi pobre oración, ayudada de la tuya, puede permitir al Señor Jesús cumplir otro gran milagro: convertir la dureza de mi corazón para formarlo nuevo con la huella de su maravilloso Corazón.

Debes saber que mi vida sacerdotal es una paradoja creciente. Estupenda y tremenda, llena de bellas e inesperadas sorpresas no que de inéditas insidias, te hace sentir a veces así cerca del Señor y a veces así lejano de Él (como hoy); así irresistiblemente atraído por la fascinación de Jesús y así terriblemente humano cuando sobresalen las propias miserias. Después de casi veinte años no sé decirte si estoy siguiendo verdaderamente al Señor, y al mismo tiempo puedo solo decir que me encuentro empujando a mí y a los demás a seguirlo con pasión más grande y a apostar nuestra misma vida sobre sus promesas. A la luz de sus palabras, no puedo que pedirte un último favor: si en caso te sucediera de descubrirme, cuando me encuentres o cuando me leas, a amarrar pesantes y difíciles lastres sobre las espaldas de la gente, o también buscando complacido puestos de honor en los banquetes, primeros puestos en las sinagogas (iglesia) o saludos en las plazas, o también de ser llamado “rabí” (padre, reverendo) por la gente, entonces te ruego de llamarme la atención abiertamente, sin miedo (Mt 23,4-6). Porque en el tiempo de Jesús como hoy, antes o después, viene a la luz dónde estás viviendo y qué cosa estas amando: si bajo la mirada de Dios o bajo la mirada de los demás, si amando a Dios o amando la admiración de los demás. Y yo quiero vivir solo bajo la mirada del Señor Jesús, con solo la premura de dar gloria a su Nombre (Mal 2,1-2), también si me costase más fatiga de aquella que me toca hoy. Gracias.

DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.

 

RIVESTITEVI DEL SIGNORE GESÙ CRISTO

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

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Ma quelli non se ne curarono, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Un re, non una persona qualunque, invita alle nozze del proprio figlio. I suoi servi eseguono l’ordine, ma gli invitati non vollero venire (Mt 22,2). Cosa può indurli a rifiutarsi di andare a quella festa? L’antipatia del re o di suo figlio? Una temuta noia per la possibile lungaggine delle celebrazioni? Il fatto che l’accettazione dell’invito possa comportare delle spese? Il primo rifiuto non fa desistere il re. E questo già desta la nostra attenzione. Quasi fosse preoccupato di qualche fraintendimento, egli manda altri servi con lo stesso invito e una importante precisazione: “guardate che è già tutto pronto, al pranzo ho provveduto e non vi chiedo nient’altro che venire alla festa di nozze” (Mt 22,4). Ma nemmeno questa precisazione piena di gratuità contenuta nel nuovo invito li fa ritornare sui propri passi. Anzi, alcuni di essi insultano oppure accoppano i servi inviati. Visto il comportamento di questi invitati, verrebbe da dire che questa festa di nozze ha qualcosa che non va, oppure che qualcosa non va nel re che invita. O sono forse questi primi invitati il problema?

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Allora il re si indignò, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Il re indignato (Mt 22,7) ci toglie ogni dubbio in proposito: sono gli invitati che non sono degni (Mt 22,8). Ma cos’è che li rende tali? In che cosa consiste la loro indegnità? Nel fatto che si sentono sicuri di poter fare a meno, per essere felici, di andare a quella festa. Si sentono ricchi e sicuri nei loro affari o nelle loro proprietà (Mt 22,5), ma non si accorgono di essere nudi, ciechi e sordi all’invito del Signore! Il vangelo è sempre un pungolo salutare! Le parabole, se le accettiamo, sono come uno specchio che mostra ciò che avviene in chi legge. Da questo punto di vista sono sempre particolarmente efficaci, perché parlando d’altro spiazzano il lettore che, all’inizio, ascolta senza tante difese, come si trattasse di cose che riguardano gli altri, per poi capire, alla fine, che parlano di lui. La parabola di oggi è un logico sviluppo di quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa. Quello che ha fatto Israele infatti, lo fa oggi pure la Chiesa. Far parte del popolo di Dio (per noi in quanto battezzati) non era, non è e non sarà mai garanzia di salvezza. I cristiani sono oggi coloro che partecipano alle nozze del Figlio, ma come vi partecipano? Non basta partecipare, ovvero dire “sì” a Lui oppure dire “Signore, Signore” (cfr. Mt 7,21). La salvezza viene dal riconoscere che siamo uguali ai nostri padri ebrei! Se riconosciamo di essere come quel fratello che dice di sì e poi non fa, possiamo diventare come l’altro figlio che sa di dire no per poi pentirsi (cfr. Mt 21,28-32): ed è questo che salva e introduce alla comprensione della 2a parte della parabola.

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Andate ora ai crocicchi delle strade, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Andate ora ai crocicchi delle strade (Mt 22,9), dice il re nuovamente ai suoi servi perché continuino a invitare alla festa di nozze tutti quelli che incontrano sul proprio cammino. E chiamano proprio tutti, buoni e cattivi, fino a quando la sala nuziale è piena (Mt 22,10). Gli antichi padri della chiesa hanno visto in questi tre inviti del re le tre epoche dell’annuncio del regno di Dio. La prima, con l’incarnazione e l’inaugurazione delle nozze del Figlio di Dio, invera il primo rifiuto di Israele che prolunga, nel non riconoscimento del Messia, la storia dei rifiuti del popolo ebreo dall’esodo in poi. La seconda, con l’avvento della chiesa nascente segnata dal secondo rifiuto di Israele all’annuncio kerigmatico, unito alla persecuzione degli apostoli. Questo secondo rifiuto diventa occasione perché l’annuncio del regno si estenda nell’invito alla fede rivolto a tutte le genti: è il terzo invito del re. In tal senso, la sala nuziale imbandita e piena di commensali è la terza e ultima epoca, quella della chiesa attuale in cui convivono, come dappertutto, buoni e cattivi. Però il messaggio fondamentale, quello che deve penetrare nel cuore del lettore, si trova contenuto nei versetti finali. Il re che gioisce nel vedere la propria casa piena perché vuole che tutti siano salvi, passa ad osservare i commensali e nota che tra essi ce n’è uno che non ha la veste nuziale. Allora, pur chiamandolo amico, con la sola sua domanda ammutolisce il suo interlocutore (Mt 22,12) e ordina ai suoi servi di legarlo e gettarlo nelle tenebre (Mt 22,13).

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Come mai sei senza abito nuziale? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Cos’è questa veste nuziale senza della quale non si può stare alla presenza del Signore? E perché la mancanza di questa veste ci relega nelle tenebre? E’ indubbio che quando si va a una festa di nozze ci si veste bene; è una esperienza umana così comune che se davvero qualcuno si presentasse vestito male penso che subito attirerebbe gli sguardi (e i commenti…) degli altri invitati. Allora la veste nuziale non può che essere metafora di una realtà spirituale, senza della quale, si viene a essere tagliati fuori dalla comunione con Dio e con i fratelli che già l’indossano. La veste è un simbolo/tema densissimo nella Bibbia. Pensate alle tuniche di pelle con cui Dio riveste Adamo ed Eva dopo il peccato (Gn 3,21), alla veste dalle lunghe maniche del patriarca Giuseppe (Gn 37,3) fino alla visione giovannea della Gerusalemme celeste in cui si sottolineano le vesti candide dei salvati (Ap 7,9-14). Potremmo stare una giornata intera a passeggiare nelle Scritture. Vorrei soffermarmi solo evocando una veste, quella che una celebre pagina del vangelo chiama come la più bella (Lc 15,22): è una veste che il padre ordina ai servi di far indossare al figlio minore tornato a casa, quale segno di amore accogliente, per far cominciare una grande festa, anche qui con tanto di banchetto. Dunque la veste nuziale è, prima di tutto, metafora della vita nuova che Dio ci dona misericordiosamente e gratuitamente per il solo fatto di riconoscerci peccatori. E’ il dono di Dio che ci fa vivere da figli suoi. Ma, nello stesso tempo, è una veste che non si indossa una volta per tutte. Il vangelo di oggi mette in guardia il credente perché non giunga alla fine della vita svestito, scoprendo la propria nudità quando non c’è più tempo per indossare la veste nuziale. Non ci si può permettere di rimandare l’accettazione dell’invito al banchetto, né ci si può permettere di giocare con l’invito stesso, andando al banchetto senza chiedersi se ci si sta lasciando vestire da Dio. E si lascia vestire da Dio solo chi scopre (e si convince!) ogni giorno di essere peccatore. Chi si sente perdonato e decide di far vivere di perdono sé stesso e gli altri. Soltanto chi si riconosce sterile comincia a far frutto, chi si riconosce di aver crocifisso il Figlio diventa suo erede, chi si scopre nudo viene rivestito, perché conosce l’amore con cui è amato! Perciò soltanto al termine di un lungo cammino un uomo di nome Agostino crollò davanti a un albero all’udire quella parola che guarì la sua sordità e gli fece cambiare vita: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).

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Un rey, no una persona cualquiera, invita al matrimonio del propio hijo. Sus sirvientes siguen la orden, pero los invitados no quisieron ir (Mt 22,2). ¿Qué cosa puede llevarlos a rechazar ir a aquella fiesta? ¿La antipatía del rey o de su hijo? ¿Un temible aburrimiento por la posibilidad de que la celebración sea larga? ¿El hecho de que la aceptación a la invitación pueda conllevar a gastos? El primer rechazo no hace que el rey se desanime. Y ya esto hace llamar nuestra atención. Como si estuviera casi preocupado por algún mal entendido, él manda a otros siervos con la misma invitación y una importante precisión: “miren que ya todo está listo, para el almuerzo ya está pensado y no les pido nada más que venir a la fiesta de bodas” (Mt 22,4). Pero ni siquiera esta precisión llena de gratuidad contenida en la nueva invitación les hace volverlo a pensar. Más bien, algunos de ellos insultan o también arrean a los siervos enviados. Viendo el comportamiento de estos invitados, daría ganas de decir que esta fiesta de bodas tiene algo que no va bien, o si no que algo no va bien el rey que invita. ¿O quizás son estos primeros invitados el problema?

El rey indignado (Mt 22,7) nos quita cada duda a propósito: son los invitados que no son dignos (Mt 22,8).  ¿Pero qué es que los hace así? ¿En qué consiste su indignidad? En el hecho de que se sienten seguros de poder prescindir, para ser felices, de no ir a esa fiesta. Se sienten ricos y seguros en sus negocios o en sus propiedades (Mt 22,5), pero no se dan cuenta que ¡están desnudos, ciegos y sordos a la invitación del Señor! ¡El evangelio es siempre un hincón saludable! Las palabras, si las aceptamos, son como un espejo que muestra lo que sucede en quien lo lee. Desde este punto de vista es siempre particularmente eficaz, porque hablando de otra cosa desubican al lector que, al comienzo, escucha sin tantas defensas, como si se tratara de cosas que reguardan a los demás, para luego entender, al final, que hablan de él. La parábola de hoy es un lógico desarrollo de aquellos de los viñeros asesinos del domingo pasado. Aquello que ha hecho Israel de hecho, lo hace también hoy la Iglesia. Hacer parte del pueblo de Dios (para nosotros en cuanto bautizados) no era, no es y nunca será garantía de salvación. Hoy los cristianos son aquellos que participan a las bodas del Hijo, pero ¿cómo participan? No basta con participar, o decir “sí” a Él o también decir “Señor, Señor” (cfr. Mt 7,21). ¡La salvación viene del reconocer que somos iguales a nuestros padres hebreos! Si reconocemos ser como aquél hermano que dice sí y luego no hace, podemos volvernos como el otro hijo que sabe que dice que no para luego arrepentirse (cfr. Mt 21,28-32): y es esto que salva e introduce a la comprensión de la segunda parte de la parábola.

Vayan al cruce de los caminos (Mt 22,9), dice el rey nuevamente a sus siervos porque continúen invitando a la fiesta de bodas a todos aquellos que encuentran en su camino. Y llaman justamente a todos, buenos y malos, hasta cuando la sala nupcial esté llena (Mt 22,10). Los antiguos padres de la iglesia han visto en estos tres invitados del rey las tres épocas del anuncio del reino de Dios. La primera, con la encarnación y la inauguración de las bodas del Hijo de Dios, la verdad es que es el primer rechazo de Israel que prolonga, en el no reconocimiento del Mesías, la historia de los rechazos del pueblo hebreo desde el éxodo en adelante. La segunda, con el adviento de la iglesia naciente marcada por el segundo rechazo de Israel al anuncio kerigmático, unido a la persecución de los apóstoles. Este segundo rechazo se vuelve ocasión para que el anuncio del reino se extienda a la invitación a la fe dirigida a todas las gentes: es la tercera invitación del rey. En tal sentido, la sala nupcial servida y llena de comensales es la tercera y última época, aquella de la iglesia actual en la cual conviven, como por todas partes, buenos y malos. Pero el mensaje fundamental, aquello que debe penetrar en el corazón del lector, se encuentra contenida en los versículos finales. El rey que se alegra en el ver la propia casa llena porque quiere que todos sean salvados, pasa a observar a los comensales y nota que entre ellos hay uno que no tiene la túnica nupcial. Entonces, aun llamándolo amigo, con solo su pregunta enmudece a su interlocutor (Mt 22,12) y ordena a sus siervos que lo amarren y tiren a las tinieblas (Mt 22,13).

¿Qué es este vestido nupcial sin la cual no se puede estar a la presencia del Señor? ¿Y por qué la falta de este vestido nos encierra en las tinieblas? Es indudable que cuando se va a una fiesta de bodas nos vestimos bien; es una experiencia humana muy común que si de verdad alguien se presentara mal vestido pienso que inmediatamente atraería las miradas (y los comentarios…) de los demás invitados. Entonces la túnica nupcial no puede ser que metáfora de una realidad espiritual, sin la cual, se viene a ser sacados de la comunión con Dios y con los hermanos que ya la visten. La túnica es un símbolo/tema densísimo en la Biblia. Piensen a las túnicas de piel con la cual Dios viste a Adán y Eva después del pecado (Gen3,21), a la túnica de las mangas largas del patriarca José (Gen 37,3) hasta la visión juanina de la Jerusalén celeste en la cual se subraya las cándidas túnicas de los salvados (Ap 7,9-14). Podríamos estar una jornada entera a pasear en las Escrituras. Quisiera detenerme solo evocando una túnica, aquella que una célebre página del evangelio llama como la más bella (Lc 15,22): es una túnica que el padre ordena a los siervos que hagan poner al hijo menor regresado a casa, qué signo de amor acogedor, para hacer comenzar una gran fiesta, también aquí con tanto de banquete. Entonces la túnica nupcial es, antes de todo, metáfora de la vida nueva que Dios nos dona misericordiosamente y gratuitamente por el solo hecho de reconocernos pecadores. Es el don de Dios que nos hace vivir como hijos suyos. Pero, al mismo tiempo, es una túnica que no se pone una vez para siempre. El evangelio de hoy pone en guardia al creyente para que no llegue al final de la vida desvestido, descubriendo la propia desnudez cuando no hay más tiempo para ponerse la túnica nupcial. No nos podemos permitir postergar la aceptación de la invitación al banquete, ni nos podemos permitir jugar con la invitación misma, yendo al banquete sin preguntarnos si nos estamos dejando vestir por Dios. Y se deja vestir por Dios solo quien descubre (¡y se convence!) cada día de ser pecador. Quien se siente perdonado y decide hacer vivir de perdón a sí mismo y a los demás. Solamente quien se reconoce estéril comienza a dar fruto, quien reconoce haber crucificado al Hijo se vuelve su heredero, quien se descubre desnudo viene revestido, porque ¡conoce el amor con el cual es amado! Por lo cual solamente al final de un largo camino un hombre de nombre Agustín se derrumbó delante de un árbol al oír aquella palabra que curó su sordera y le hizo cambiar vida: revístanse del Señor Jesucristo (Rm 13,14).

 

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.

 

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.