LO DICO A TUTTI

I DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

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Il verbo vegliare si trova al principio, al centro e alla fine del vangelo di oggi. E’ il significato inequivocabilmente riassuntivo di questa prima domenica di Avvento, una delle parole-chiave del tempo liturgico in cui stiamo entrando. Il cristianesimo è una fede scomoda che non offre anestetici o pillole a buon mercato per attutire l’impatto della vita con la realtà. Non è oppio per i popoli, come diceva Marx. E’ un paio di occhi sempre aperti a scrutare in essa i segni del ritorno del Signore, a dispetto di tutti gli umani catastrofismi. Il cristiano è uno che si fida della parola di Cristo. E Cristo Gesù ci ha avvertito su tutto. Sugli eventi naturali e soprannaturali che terranno con il fiato sospeso gli uomini, sui falsi profeti, su ogni tipo di tribolazione che affliggerà il pianeta. Ha invitato il discepolo a non speculare sull’ora del suo ritorno definitivo (Mc 13,33 e 35), quanto piuttosto a occuparsi di null’altro che non sia ciò di cui Lui si occupava e si occupa tuttora: servire gli uomini per la loro salvezza.

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Vegliate dunque, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Questo è infatti il senso della parabolina al v.34 che richiama il vangelo di due domeniche fa, dove si parlava di talenti consegnati ai servi. Oggi si sottolinea il potere correlato a quei talenti e all’incarico che si è ricevuto. Il discepolo è un battezzato, cioè una persona amata e perciò chiamata a compiere una missione. Quante volte il papa ci sta invitando a credere che noi “siamo” la nostra missione! Se ci credessimo di più, con quanta maggior cura cercheremmo di conoscere la nostra vocazione! Come daremmo più importanza, a tutti i livelli, di essere ciascuno al proprio compito! (Mc 13,34) Nel prologo di Giovanni sta scritto che a coloro che accolgono Gesù, viene dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Dio ha/esercita un solo potere, quello dell’amore. Ecco dunque cosa ci ha donato e di cosa ci dobbiamo occupare: ci ha dato il potere di vivere una vita bella come quella di Gesù, ci ha fatto ogni dono necessario per farla fiorire e fruttificare, così da portare a termine la nostra missione sulla terra. Perciò il credente si deve guardare da 2 cose: dal fanatismo di chi vive in una attesa agitata dalla preoccupazione di conoscere date, orari e scadenze del regno di Dio; e dalla delusione/sfiducia di chi vive senza attendere niente, addormentandosi nel sonno del peccato (Mc 13,35-36).

Bisogna dire che in chiesa e fuori di essa si incontrano oggi tantissime persone avvolte da questo duplice e opposto atteggiamento. Soprattutto nella chiesa, c’è chi oggi si sente investito del compito di dover avvertire gli uomini di eventi imminenti accreditati ora da quella, ora dall’altra profezia di quel santo o di quella beata. E che sia in questo atteggiamento “apocalittico” di fronte alla realtà nel suo cammino, ne è prova la fedeltà e la cura comunicativa nei social che non va a toccare mai altri argomenti della vita di fede. In genere poi, nei discorsi che postano, fanno sempre la morale agli altri. Tuttavia è comprensibile. C’è infatti anche un clima completamente soporifero che tiene tanti battezzati e non nell’illusione di una vita che si può condurre lasciando Dio, nella migliore delle ipotesi, come un soprammobile in casa propria o un appendice di cui si può tranquillamente fare a meno. Non possiamo tacere che c’è in giro un delirio di onnipotenza collettivo che si manifesta a tutti i livelli della vita, segno della perdita del senso del peccato, anche tra i cristiani, che non fa certamente bene al nostro spirito.

La sapienza del vangelo ci ricorda che il Signore è imprevedibile. Giunge all’improvviso (Mc 13,36) per tutti e bisogna fare in modo che non ci trovi addormentati. In realtà, tutti finiamo con l’addormentarci. L’avvertimento è di non farci trovare nel sonno (tenebre) sbagliato, quello del peccato. Perché ci si può addormentare in esso, oppure “nel Signore”. Addormentarsi nel Signore significa condurre una vita vigile e occupata nel procurarsi olio per la propria lampada (cfr. vangelo di tre domeniche fa), ovvero impegnati nel far fruttare i talenti ricevuti (cfr. vangelo di due domeniche fa): allora la venuta di Gesù risulterà un andare festoso incontro allo Sposo e un prendere parte alla sua gioia. Altrimenti, sarà l’esperienza di un ladro (1 Ts 5,2-3) che viene a rubarci qualcosa perché abbiamo posto il nostro tesoro altrove, ma non nel Signore. Quello che dico a voi, lo dico a tutti (Mc 13,37). Come un piccolo microfono di Gesù ripeto queste sue parole a voi che leggete e vi invito a fare altrettanto con chi siete in contatto: vegliate!   

 

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LO DIGO A TODOS

 

El verbo vigilar se encuentra al principio, al centro y al final del evangelio de hoy. Es el significado inequivocablemente resumido de este primer domingo de Adviento, una de las palabras-claves del tiempo litúrgico en el cual estamos entrando. El cristianismo es una fe incomoda que no ofrece anestesia ni medicamentos a buen mercado para suavizar el impacto de la vida  con la realidad. No es opio por los pueblos, como decía Marx. Es un par de ojos siempre abiertos a escudriñar en ella los signos del regreso del Señor, a despecho de todos los humanos catastróficos. El cristiano es uno que se fia de la palabra de Cristo. Y Cristo Jesús nos ha advertido de todo. Sobre los eventos naturales y sobrenaturales que tendrán con el respiro suspendido  a los hombres, sobre los falsos profetas, sobre cada tipo de tribulación que afligirá al planeta. Ha invitado sl discípulo a no especular sobre la hora de su regreso definitivo (Mc 13,33 y 35), sino más bien a ocuparse de nada que no sea de lo que Él se ocupaba y se ocupa hasta ahora: servir a los hombres para su salvación.

Esto es de hecho el sentido de la parábola en el v.34 que nos lleva al evangelio de dos domingos atrás, donde se habla de talentos entregados a los siervos. Hoy se subraya el poder relacionado a aquellos talentos y al encargo que se ha recibido. El discípulo es un bautizado, o sea una persona amada y por lo tanto llamada a cumplir una misión. Cuantas veces el Papa nos está invitando a creer que nosotros “somos” ¡nuestra misión! Si lo creyéramos más, con cuanto mayor cuidado ¡intentaremos conocer nuestra vocación! ¡Cuánta más importancia daríamos, a todos los niveles, estando cada uno en la propia tarea! (Mc 13,34) En el prólogo de Juan está escrito que a aquellos que acogen a Jesús, viene dado el poder de volverse hijo de Dios (Jn 1,12). Dios tiene/ejercita un solo poder, aquello del amor. He aquí entonces que cosa nos ha donado y de qué cosa nos debemos ocupar: nos ha dado el poder de vivir una linda vida como la de Jesús, nos ha hecho cada don necesario para hacerla florecer y fructificar, así llevar a término nuestra misión en la tierra. Por lo cual el creyente se debe guardar de dos cosas: del fanatismo de quien vive en una espera agitada de la preocupación de conocer fechas, horarios y términos del reino de Dios; y de la desilusión/desconfianza de quien vive sin esperar nada, quedándose dormido en el sueño del pecado (Mc 13,35-36).

Se necesita decir que en la iglesia y fuera de ella se encuentran hoy tantísimas personas envueltas de esta doble y opuesta actitud. Sobre todo en la iglesia, hay quien hoy se siente investido de la tarea de deber advertir a los hombres de eventos inminentes acreditados ahora por aquella, luego por la otra profecía de aquel santo o de aquella beata. Y que esté en esta actitud “apocalíptica” delante de la realidad en su camino, da prueba la fidelidad y el cuidado comunicativo en el social que no va a tocar nunca otros argumentos de la vida de fe. Luego, en los discursos que publican en general, hacen siempre moral a los demás. Sin embargo es comprensible. Hay también de hecho un clima completamente soporífero que tiene tantos bautizados y no en la ilusión de una vida que se puede conducir dejando a Dios, en la mejor de las hipótesis, como un adorno en la casa propia o un apéndice del cual se puede tranquilamente prescindir. No podemos callar que está dando vueltas un delirio de omnipotencia colectiva que se manifiesta a todos los niveles de la vida, signo de la pérdida del sentido del pecado, también entre los cristianos, que no hace ciertamente bien a nuestro espíritu.

La sabiduría del evangelio nos recuerda que el Señor es imprevisible. Llega de improviso (Mc 13,36)  para todos y es necesario hacer de manera que no nos encuentre dormidos. En realidad, todos terminamos con quedarnos dormidos. La advertencia es de no hacernos encontrar en el sueño (tinieblas) equivocado, aquello del pecado. Porque nos podemos quedar dormidos en ello, o también “en el Señor”.  Dormirse en el Señor significa conducir una vida vigilante y ocupada en procurarse el aceite para la propia lámpara (cfr. evangelio de tres domingos atrás), o bien comprometidos en hacer fructificar los talentos recibidos (cfr. evangelio de tres domingos atrás): entonces la venida de Jesús resultará un ir en fiesta al encuentro del Esposo y un tomar parte de su gozo. Sino será una experiencia de un ladrón (1 Ts 5,2-3) que viene a robarnos algo porque hemos puesto nuestro tesoro en otra parte, pero no en el Señor. Lo que le digo a ustedes, lo digo a todos (Mc 13,37). Como un pequeño micrófono de Jesús repito sus palabras a ustedes que leen y los invito a hacer lo mismo con quien están en contacto: ¡vigilen!

RIVESTITEVI DEL SIGNORE GESÙ CRISTO

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

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Ma quelli non se ne curarono, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Un re, non una persona qualunque, invita alle nozze del proprio figlio. I suoi servi eseguono l’ordine, ma gli invitati non vollero venire (Mt 22,2). Cosa può indurli a rifiutarsi di andare a quella festa? L’antipatia del re o di suo figlio? Una temuta noia per la possibile lungaggine delle celebrazioni? Il fatto che l’accettazione dell’invito possa comportare delle spese? Il primo rifiuto non fa desistere il re. E questo già desta la nostra attenzione. Quasi fosse preoccupato di qualche fraintendimento, egli manda altri servi con lo stesso invito e una importante precisazione: “guardate che è già tutto pronto, al pranzo ho provveduto e non vi chiedo nient’altro che venire alla festa di nozze” (Mt 22,4). Ma nemmeno questa precisazione piena di gratuità contenuta nel nuovo invito li fa ritornare sui propri passi. Anzi, alcuni di essi insultano oppure accoppano i servi inviati. Visto il comportamento di questi invitati, verrebbe da dire che questa festa di nozze ha qualcosa che non va, oppure che qualcosa non va nel re che invita. O sono forse questi primi invitati il problema?

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Allora il re si indignò, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Il re indignato (Mt 22,7) ci toglie ogni dubbio in proposito: sono gli invitati che non sono degni (Mt 22,8). Ma cos’è che li rende tali? In che cosa consiste la loro indegnità? Nel fatto che si sentono sicuri di poter fare a meno, per essere felici, di andare a quella festa. Si sentono ricchi e sicuri nei loro affari o nelle loro proprietà (Mt 22,5), ma non si accorgono di essere nudi, ciechi e sordi all’invito del Signore! Il vangelo è sempre un pungolo salutare! Le parabole, se le accettiamo, sono come uno specchio che mostra ciò che avviene in chi legge. Da questo punto di vista sono sempre particolarmente efficaci, perché parlando d’altro spiazzano il lettore che, all’inizio, ascolta senza tante difese, come si trattasse di cose che riguardano gli altri, per poi capire, alla fine, che parlano di lui. La parabola di oggi è un logico sviluppo di quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa. Quello che ha fatto Israele infatti, lo fa oggi pure la Chiesa. Far parte del popolo di Dio (per noi in quanto battezzati) non era, non è e non sarà mai garanzia di salvezza. I cristiani sono oggi coloro che partecipano alle nozze del Figlio, ma come vi partecipano? Non basta partecipare, ovvero dire “sì” a Lui oppure dire “Signore, Signore” (cfr. Mt 7,21). La salvezza viene dal riconoscere che siamo uguali ai nostri padri ebrei! Se riconosciamo di essere come quel fratello che dice di sì e poi non fa, possiamo diventare come l’altro figlio che sa di dire no per poi pentirsi (cfr. Mt 21,28-32): ed è questo che salva e introduce alla comprensione della 2a parte della parabola.

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Andate ora ai crocicchi delle strade, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Andate ora ai crocicchi delle strade (Mt 22,9), dice il re nuovamente ai suoi servi perché continuino a invitare alla festa di nozze tutti quelli che incontrano sul proprio cammino. E chiamano proprio tutti, buoni e cattivi, fino a quando la sala nuziale è piena (Mt 22,10). Gli antichi padri della chiesa hanno visto in questi tre inviti del re le tre epoche dell’annuncio del regno di Dio. La prima, con l’incarnazione e l’inaugurazione delle nozze del Figlio di Dio, invera il primo rifiuto di Israele che prolunga, nel non riconoscimento del Messia, la storia dei rifiuti del popolo ebreo dall’esodo in poi. La seconda, con l’avvento della chiesa nascente segnata dal secondo rifiuto di Israele all’annuncio kerigmatico, unito alla persecuzione degli apostoli. Questo secondo rifiuto diventa occasione perché l’annuncio del regno si estenda nell’invito alla fede rivolto a tutte le genti: è il terzo invito del re. In tal senso, la sala nuziale imbandita e piena di commensali è la terza e ultima epoca, quella della chiesa attuale in cui convivono, come dappertutto, buoni e cattivi. Però il messaggio fondamentale, quello che deve penetrare nel cuore del lettore, si trova contenuto nei versetti finali. Il re che gioisce nel vedere la propria casa piena perché vuole che tutti siano salvi, passa ad osservare i commensali e nota che tra essi ce n’è uno che non ha la veste nuziale. Allora, pur chiamandolo amico, con la sola sua domanda ammutolisce il suo interlocutore (Mt 22,12) e ordina ai suoi servi di legarlo e gettarlo nelle tenebre (Mt 22,13).

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Come mai sei senza abito nuziale? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Cos’è questa veste nuziale senza della quale non si può stare alla presenza del Signore? E perché la mancanza di questa veste ci relega nelle tenebre? E’ indubbio che quando si va a una festa di nozze ci si veste bene; è una esperienza umana così comune che se davvero qualcuno si presentasse vestito male penso che subito attirerebbe gli sguardi (e i commenti…) degli altri invitati. Allora la veste nuziale non può che essere metafora di una realtà spirituale, senza della quale, si viene a essere tagliati fuori dalla comunione con Dio e con i fratelli che già l’indossano. La veste è un simbolo/tema densissimo nella Bibbia. Pensate alle tuniche di pelle con cui Dio riveste Adamo ed Eva dopo il peccato (Gn 3,21), alla veste dalle lunghe maniche del patriarca Giuseppe (Gn 37,3) fino alla visione giovannea della Gerusalemme celeste in cui si sottolineano le vesti candide dei salvati (Ap 7,9-14). Potremmo stare una giornata intera a passeggiare nelle Scritture. Vorrei soffermarmi solo evocando una veste, quella che una celebre pagina del vangelo chiama come la più bella (Lc 15,22): è una veste che il padre ordina ai servi di far indossare al figlio minore tornato a casa, quale segno di amore accogliente, per far cominciare una grande festa, anche qui con tanto di banchetto. Dunque la veste nuziale è, prima di tutto, metafora della vita nuova che Dio ci dona misericordiosamente e gratuitamente per il solo fatto di riconoscerci peccatori. E’ il dono di Dio che ci fa vivere da figli suoi. Ma, nello stesso tempo, è una veste che non si indossa una volta per tutte. Il vangelo di oggi mette in guardia il credente perché non giunga alla fine della vita svestito, scoprendo la propria nudità quando non c’è più tempo per indossare la veste nuziale. Non ci si può permettere di rimandare l’accettazione dell’invito al banchetto, né ci si può permettere di giocare con l’invito stesso, andando al banchetto senza chiedersi se ci si sta lasciando vestire da Dio. E si lascia vestire da Dio solo chi scopre (e si convince!) ogni giorno di essere peccatore. Chi si sente perdonato e decide di far vivere di perdono sé stesso e gli altri. Soltanto chi si riconosce sterile comincia a far frutto, chi si riconosce di aver crocifisso il Figlio diventa suo erede, chi si scopre nudo viene rivestito, perché conosce l’amore con cui è amato! Perciò soltanto al termine di un lungo cammino un uomo di nome Agostino crollò davanti a un albero all’udire quella parola che guarì la sua sordità e gli fece cambiare vita: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).

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Un rey, no una persona cualquiera, invita al matrimonio del propio hijo. Sus sirvientes siguen la orden, pero los invitados no quisieron ir (Mt 22,2). ¿Qué cosa puede llevarlos a rechazar ir a aquella fiesta? ¿La antipatía del rey o de su hijo? ¿Un temible aburrimiento por la posibilidad de que la celebración sea larga? ¿El hecho de que la aceptación a la invitación pueda conllevar a gastos? El primer rechazo no hace que el rey se desanime. Y ya esto hace llamar nuestra atención. Como si estuviera casi preocupado por algún mal entendido, él manda a otros siervos con la misma invitación y una importante precisión: “miren que ya todo está listo, para el almuerzo ya está pensado y no les pido nada más que venir a la fiesta de bodas” (Mt 22,4). Pero ni siquiera esta precisión llena de gratuidad contenida en la nueva invitación les hace volverlo a pensar. Más bien, algunos de ellos insultan o también arrean a los siervos enviados. Viendo el comportamiento de estos invitados, daría ganas de decir que esta fiesta de bodas tiene algo que no va bien, o si no que algo no va bien el rey que invita. ¿O quizás son estos primeros invitados el problema?

El rey indignado (Mt 22,7) nos quita cada duda a propósito: son los invitados que no son dignos (Mt 22,8).  ¿Pero qué es que los hace así? ¿En qué consiste su indignidad? En el hecho de que se sienten seguros de poder prescindir, para ser felices, de no ir a esa fiesta. Se sienten ricos y seguros en sus negocios o en sus propiedades (Mt 22,5), pero no se dan cuenta que ¡están desnudos, ciegos y sordos a la invitación del Señor! ¡El evangelio es siempre un hincón saludable! Las palabras, si las aceptamos, son como un espejo que muestra lo que sucede en quien lo lee. Desde este punto de vista es siempre particularmente eficaz, porque hablando de otra cosa desubican al lector que, al comienzo, escucha sin tantas defensas, como si se tratara de cosas que reguardan a los demás, para luego entender, al final, que hablan de él. La parábola de hoy es un lógico desarrollo de aquellos de los viñeros asesinos del domingo pasado. Aquello que ha hecho Israel de hecho, lo hace también hoy la Iglesia. Hacer parte del pueblo de Dios (para nosotros en cuanto bautizados) no era, no es y nunca será garantía de salvación. Hoy los cristianos son aquellos que participan a las bodas del Hijo, pero ¿cómo participan? No basta con participar, o decir “sí” a Él o también decir “Señor, Señor” (cfr. Mt 7,21). ¡La salvación viene del reconocer que somos iguales a nuestros padres hebreos! Si reconocemos ser como aquél hermano que dice sí y luego no hace, podemos volvernos como el otro hijo que sabe que dice que no para luego arrepentirse (cfr. Mt 21,28-32): y es esto que salva e introduce a la comprensión de la segunda parte de la parábola.

Vayan al cruce de los caminos (Mt 22,9), dice el rey nuevamente a sus siervos porque continúen invitando a la fiesta de bodas a todos aquellos que encuentran en su camino. Y llaman justamente a todos, buenos y malos, hasta cuando la sala nupcial esté llena (Mt 22,10). Los antiguos padres de la iglesia han visto en estos tres invitados del rey las tres épocas del anuncio del reino de Dios. La primera, con la encarnación y la inauguración de las bodas del Hijo de Dios, la verdad es que es el primer rechazo de Israel que prolonga, en el no reconocimiento del Mesías, la historia de los rechazos del pueblo hebreo desde el éxodo en adelante. La segunda, con el adviento de la iglesia naciente marcada por el segundo rechazo de Israel al anuncio kerigmático, unido a la persecución de los apóstoles. Este segundo rechazo se vuelve ocasión para que el anuncio del reino se extienda a la invitación a la fe dirigida a todas las gentes: es la tercera invitación del rey. En tal sentido, la sala nupcial servida y llena de comensales es la tercera y última época, aquella de la iglesia actual en la cual conviven, como por todas partes, buenos y malos. Pero el mensaje fundamental, aquello que debe penetrar en el corazón del lector, se encuentra contenida en los versículos finales. El rey que se alegra en el ver la propia casa llena porque quiere que todos sean salvados, pasa a observar a los comensales y nota que entre ellos hay uno que no tiene la túnica nupcial. Entonces, aun llamándolo amigo, con solo su pregunta enmudece a su interlocutor (Mt 22,12) y ordena a sus siervos que lo amarren y tiren a las tinieblas (Mt 22,13).

¿Qué es este vestido nupcial sin la cual no se puede estar a la presencia del Señor? ¿Y por qué la falta de este vestido nos encierra en las tinieblas? Es indudable que cuando se va a una fiesta de bodas nos vestimos bien; es una experiencia humana muy común que si de verdad alguien se presentara mal vestido pienso que inmediatamente atraería las miradas (y los comentarios…) de los demás invitados. Entonces la túnica nupcial no puede ser que metáfora de una realidad espiritual, sin la cual, se viene a ser sacados de la comunión con Dios y con los hermanos que ya la visten. La túnica es un símbolo/tema densísimo en la Biblia. Piensen a las túnicas de piel con la cual Dios viste a Adán y Eva después del pecado (Gen3,21), a la túnica de las mangas largas del patriarca José (Gen 37,3) hasta la visión juanina de la Jerusalén celeste en la cual se subraya las cándidas túnicas de los salvados (Ap 7,9-14). Podríamos estar una jornada entera a pasear en las Escrituras. Quisiera detenerme solo evocando una túnica, aquella que una célebre página del evangelio llama como la más bella (Lc 15,22): es una túnica que el padre ordena a los siervos que hagan poner al hijo menor regresado a casa, qué signo de amor acogedor, para hacer comenzar una gran fiesta, también aquí con tanto de banquete. Entonces la túnica nupcial es, antes de todo, metáfora de la vida nueva que Dios nos dona misericordiosamente y gratuitamente por el solo hecho de reconocernos pecadores. Es el don de Dios que nos hace vivir como hijos suyos. Pero, al mismo tiempo, es una túnica que no se pone una vez para siempre. El evangelio de hoy pone en guardia al creyente para que no llegue al final de la vida desvestido, descubriendo la propia desnudez cuando no hay más tiempo para ponerse la túnica nupcial. No nos podemos permitir postergar la aceptación de la invitación al banquete, ni nos podemos permitir jugar con la invitación misma, yendo al banquete sin preguntarnos si nos estamos dejando vestir por Dios. Y se deja vestir por Dios solo quien descubre (¡y se convence!) cada día de ser pecador. Quien se siente perdonado y decide hacer vivir de perdón a sí mismo y a los demás. Solamente quien se reconoce estéril comienza a dar fruto, quien reconoce haber crucificado al Hijo se vuelve su heredero, quien se descubre desnudo viene revestido, porque ¡conoce el amor con el cual es amado! Por lo cual solamente al final de un largo camino un hombre de nombre Agustín se derrumbó delante de un árbol al oír aquella palabra que curó su sordera y le hizo cambiar vida: revístanse del Señor Jesucristo (Rm 13,14).

 

QUELLA STRANA USCITA DI DIO “IN USCITA”

XXV DOMENICA DEL T.O.

Is 55, 6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20, 1-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Uscì all’alba per prendere lavoratori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Perché questo papa ha coniato, nella sua prima esortazione apostolica (Evangelii Gaudium), l’immagine della Chiesa in uscita? Possono essere tante le ragioni per cui Francesco l’ha escogitata, ma la radice di tutte sta nel vangelo che questa domenica si proclama in tutte le chiese del mondo. Perché lo stesso Dio in cui crediamo, è come un uomo, un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna (Mt 20,1): un Dio in uscita che instancabilmente ci chiama e richiama, a tutte le ore, a lavorare nella sua vigna per portare frutti di vita nuova. E’ il suo mestiere, perché sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2,3-4). E fin qui, Iddio che ritorna ad ogni ora della nostra vita per chiamarci, perché conta su di noi, perché in ogni stagione della vita possiamo saperci amati e preziosi per compiere i suoi sapienti disegni, non può che piacere a tutti. Egli diventa invece per molti alquanto problematico, per non dire irritante, alla sera, quando giunge il momento di compiere la sua promessa di retribuire i lavoratori chiamati nella sua vigna: il padrone della vigna disse al suo fattore, “chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8). Come mai tutta questa attenzione e la precedenza accordata agli ultimi arrivati? Perché ricevettero la stessa paga dei primi lavoratori? (Mt 20,9)

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Andate anche voi nella mia vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

La seconda parte del vangelo ci offre la spiegazione che, naturalmente, ha a che fare con il mistero stesso di Dio. Rileggiamo insieme attentamente, versetto dopo versetto. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più… (Mt 20,10) I lavoratori della prima ora si muovono nel terreno del pensare umano comune, quello che si rifà ad un’etica economica molto spicciola. Sembra che essi non abbiano mai letto o abbiano completamente dimenticato Isaia 55, dove Dio ci dice che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is 55,8). Essi più o meno ragionano così: se agli ultimi è stata data la stessa paga pattuita con loro, allora giustizia vuole che i primi, i quali hanno lavorato per più ore, ricevano di più. Invece ricevono la stessa paga degli ultimi. Ecco allora la mormorazione contro il padrone (Mt 20,11-12): costui è ingiusto, perché ha trattato gli ultimi come loro che invece hanno dovuto lavorare e sudare molto di più. E’ innegabile che allora come oggi, tanti credenti hanno da ridire verso Dio, anche se i più non lo ammetteranno mai semplicemente perché in genere Dio non è da loro attaccato direttamente come nella parabola. Penso ad esempio a quei fratelli che continuano a pensare che la grazia di Dio si debba meritare/conquistare, penso a quei fratelli che stanno spesso ad osservare minuziosamente il comportamento del loro parroco per verificare se è giusto/perfetto nelle sue relazioni, sempre pronti a brontolare verso di lui; penso a quei fratelli che in nome della più lunga esperienza nella chiesa vivono un eterno/competitivo confronto con altri di più recente conversione, penso a quei fratelli che si chiedono, davanti alla sorprendente misericordia di Dio verso peccatori incalliti: “ma allora, che vantaggio c’è a lavorare nella vigna del Signore sin dagli inizi della propria vita?” Penso cioè, a tutti quei fratelli che assomigliano tanto al profeta Giona che si incupisce vedendo come Dio elargisce il suo amore ai Niniviti (Gn 4,2); che assomigliano tanto a Paolo prima della sua conversione, quando si gloriava della sua irreprensibilità (Fil 3,3-6); quelli che assomigliano al fratello maggiore che si adira nel vedere la bontà del padre far festa per aver riavuto in casa il fratello minore (Lc 15,28); quelli che assomigliano ai farisei, ai dottori della legge e gli scribi che mormorano vedendo Gesù che accoglie e mangia con i peccatori, o quando lo vedono entrare a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Lc 15,1ss e Lc 19,7). E così scopriamo che il tema della parabola percorre tutta la Bibbia, ovvero vive nella storia di tutti coloro che inciampano nella rivelazione piena di Dio.

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Prendi il tuo vattene, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Già, perché il nocciolo del messaggio evangelico è diretto proprio ai fratelli chiamati per primi. La parabola è un amoroso ammonimento per loro. E’ infatti in gioco la loro stessa salvezza, l’accoglienza o il rifiuto di Dio! Ascoltiamo insieme la strana uscita di Dio: amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,13-15). Il ragionamento degli operai della prima ora è una grave offesa a Dio perché essi non hanno ancora capito chi è Lui e cos’è la sua paga. Se infatti scambiano la paga del Signore per il diritto a una maggiorazione di premio, allora vuol dire che amano quello che il Signore dona più del Signore stesso! Hanno servito Dio per qualcosa che gli interessa più di Lui! E purtroppo, (ma direi anche per fortuna, dipende dal punto di vista…) tutto questo nel cammino di fede viene a galla. Il privilegio d’amore di cui godono gli ultimi nel cuore di Dio fa uscir fuori chi è veramente Lui e chi siamo veramente noi. Perciò Gesù ci dice che i pubblicani e le prostitute ci precederanno nel Regno di Dio (Mt 21,31). Dio è amore che si dona a tutti, gratuitamente. Questa grazia è da accogliere con gioia, non come un oggetto di guadagno da comperare o meritare. Chi la riduce a questo, anche se non lo sa, si mette contro Dio. Perché Egli stesso è la paga per il lavoratore, del primo come dell’ultimo. Se uno invece desidera non il Signore misericordioso che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), ma la propria giustizia, allora è perduto, è fuori della grazia (Gal 5,4). Vuole il frutto della propria fatica perché, come il fratello maggiore della parabola, ama stare nella casa dei propri meriti e non con il padre della casa, dove si fa festa per il ritorno dei fratelli perduti! (Lc 15,28ss.)

L’invito del Signore è chiaro. Tutti quelli che si rapportano con gli altri in questo modo, sappiano che indirettamente si rapportano così anche con Dio, e pertanto non lo stanno amando, ma piuttosto lo stanno mettendo in discussione, nella migliore delle ipotesi. E’ interessante sapere che una più appropriata/letterale traduzione del v.15 dice “Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” Gesù dice che il nostro occhio è la finestra del cuore. Se non accetto e gioisco per l’amore gratuito di Dio verso tutti e prima verso gli ultimi, vuol dire che il mio cuore è cattivo, anche se me la racconto richiamando a me e a gli altri le opere di bene che faccio. La bontà di Dio con i suoi doni non si effonde su di noi per distinguerci dai fratelli, ma per servirli e renderli partecipi come noi ne siamo partecipi. Il Signore chiama dunque i primi a farsi servi degli ultimi per non rimanere nella trappola di chi, tra gli angeli, sembra che in principio fosse il primo, ma non accettò di servire gli ultimi (gli uomini e il creato) e così perse per sempre Dio. E potranno liberarsi del “segreto rancore del giusto” (P.Silvano Fausti S.I.) scoprendo, con la paternità/maternità di Dio, la fraternità con tutti. 

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¿Por qué este papa ha acuñado, en su primera exhortación apostólica (Evangelii Gaudium), la imagen de la Iglesia en salida? Las razones pueden ser tantas por la cual Francisco la ha creado, pero la raíz de todas está en el evangelio que este domingo se proclama en todas las iglesias del mundo. Porque el mismo Dios en el cual creemos, es como un hombre, un jefe de casa que salió de madrugada a contratar trabajadores para su viña (Mt 20,1): un Dios en salida que incansablemente nos llama y vuelve a llamar, a todas las horas, a trabajar en su viña para llevar frutos de vida nueva. Es su trabajo, porque su voluntad es que todos los hombres se salven y lleguen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,3-4). Y hasta aquí, Dios que regresa a cada hora de nuestra vida para llamarnos, porque cuenta con nosotros, porque en cada estación de la vida podamos sabernos amados y preciosos para cumplir sus sabios designios, no puede que gustar a todos. Él se vuelve en cambio para muchos al parecer problemáticos, por no decir irritante, al anochecer, cuando llega el momento de cumplir su promesa de pagar a los trabajadores llamados a su viña: dijo el dueño de la viña a su mayordomo: “Llama a los trabajadores y págales su jornal, empezando por los últimos y terminando por los primeros” (Mt 20,8).  ¿Cómo así toda esta atención y la precedencia acordada para los últimos llegados? ¿Por qué recibieron la misma paga de los primeros trabajadores? (Mt 20,9)

La segunda parte del evangelio nos ofrece la explicación que, naturalmente, tiene que ver con el mismo misterio de Dios. Volvamos a leer atentamente, versículo tras versículo. Cuando llegó el turno a los primeros, pensaron que iban a recibir más… (Mt 20,10) Los trabajadores de la primera hora se mueven en el terreno del pensar humano común, aquél que se apoya a una ética muy pequeña. Parece que estos no hayan leído nunca o hayan completamente olvidado a Isaías 55, donde Dios nos dice que sus pensamientos no son nuestros pensamientos (Is 55,8). Estos más o menos razonan así: si a los últimos les ha sido dado la misma paga pactada con ellos, entonces justicia quiere que los primeros, los cuales han trabajado por más horas, reciban más. En cambio reciben la misma paga de los últimos. He aquí entonces la murmuración contra el propietario (Mt 20,11-12): ése es injusto, porque ha tratado a los últimos como a ellos que en cambio han tenido que trabajar y sudar mucho más. Es innegable que en aquél entonces como hoy, tantos creyentes tienen quejas hacia Dios, aunque si la mayoría nunca lo admitirá simplemente porque generalmente Dios no es atacado por ellos directamente como en la parábola. Pienso por ejemplo a aquellos hermanos que continúan a pensar que la gracia de Dios se deba merecer/conquistar, pienso a aquellos hermanos que están muchas veces observando minuciosamente el comportamiento de su párroco para verificar si es justo/perfecto en sus relaciones, siempre listos a murmurar de él; pienso a esos hermanos que en nombre de la más larga experiencia en la iglesia viven un eterno/competitiva comparación con otros de más reciente conversión, pienso en aquellos hermanos que se preguntan, delante de la sorprendente misericordia de Dios hacia pecadores empedernidos: “pero entonces, ¿qué ventaja hay en trabajar en la viña del Señor desde el comienzo de la propia vida?” O sea, pienso, a todos aquellos hermanos que se parecen tanto al profeta Jonás que se oscurece viendo como Dios provee su amor a los Ninivitas (Gn 4,2); que se parecen tanto a Pablo antes de su conversión, cuando se gloriaba de su irreprochabilidad (Fil 3,3-6); aquellos que se parecen al hermano mayor que se enoja al ver la bondad del padre hacer fiesta por volver a tener en su casa al hermano menor (Lc 15,28); aquellos que se parecen a los fariseos, a los doctores de la ley y los escribas que murmuraban viendo a Jesús que acoge y come con los pecadores, o cuando lo ven entrar a la casa de Zaqueo, el jefe de los publicanos (Lc 15,1ss y Lc 19,7). Y así descubrimos que el tema de la parábola recorre toda la Biblia, o mejor dicho vive en la historia de todos aquellos que tropiezan en la revelación plena de Dios.

Ya, porque la esencia del mensaje evangélico es directo justamente a los hermanos llamados como primeros. La parábola es una amorosa amonestación para ellos. Está de hecho en juego su misma salvación, ¡la acogida o el rechazo de Dios! Escuchemos juntos la extraña salida de Dios: amigos, yo no he sido injusto contigo. ¿No acordamos en un denario al día? Toma lo que te corresponde y márchate. Yo quiero dar al último lo mismo que a ti. ¿No tengo derecho a llevar mis cosas de la manera que quiero? ¿O será que tú eres envidioso porque soy generoso? (Mt 20,13-15). El razonamiento de los obreros de la primera hora es una grave ofensa a Dios porque ellos no han entendido todavía quién es Él y qué cosa es su paga. Si de hecho confunden la paga del Señor por el derecho a un aumento de premio, entonces quiere decir que ¡aman lo que el Señor dona más que al Señor mismo! ¡Han servido a Dios por algo que les interesa más que a Él! Y lamentablemente, (pero diría también por fortuna, depende del punto de vista…) todo esto en el camino de fe sale a flote. El privilegio de amor del cual gozan los últimos en el corazón de Dios hace salir a la luz quién es verdaderamente Él y quiénes somos verdaderamente nosotros. Por lo cual Jesús nos dice que los publicanos y las prostitutas nos precederán en el Reino de Dios (Mt 21,31). Dios es amor que se dona a todos, gratuitamente. Esta gracia es para acogerla con gozo, no como un objeto de ganancia para comprar o merecer. Quien la reduce a esto, también si no lo sabe, se pone en contra de Dios. Porque Él mismo es la paga para el trabajador, del primero como del último. Si uno en cambio desea no al Señor misericordioso que hace salir el sol sobre buenos y sobre malos y hace llover sobre justos e injusto (Mt 5,45), sino la propia justicia, entonces está perdida, está fuera de la gracia (Gal 5,4). ¡Quiere el fruto de la propia fatiga porque, como el hermano mayor de la parábola, ama estar en la casa de los propios méritos y no con el padre de la casa, donde se hace fiesta por el regreso de los hermanos perdidos! (Lc 15,28ss.)

La invitación del Señor está clara. Todos aquellos que se relacionan con los demás de esta manera, sepan que indirectamente se relacionan así también con Dios, y por lo tanto no lo están amando, sino más bien lo están poniendo en discusión, en la mejor de las hipótesis. Es interesante saber que una más apropiada/literal traducción del V.15 dice “¿O tu ojo es malo porque yo soy bueno?” Jesús dice que nuestro ojo es la ventana del corazón. Si no acepto y gozo por el amor gratuito de Dios hacia todos y antes hacia los últimos, quiere decir que mi corazón es malo, aunque si me hago creer  acentuando a mí misma y a los demás las obras de bien que hago. La bondad de Dios con sus dones no se infunden sobre nosotros para distinguirnos de los hermanos, sino para servirlos y hacerlos partícipes como nosotros somos partícipes. El Señor llama entonces a los primeros a hacerse siervos de los últimos para no quedarse en la trampa de quien, entre los ángeles, parece que en principio fuera el primero, pero no aceptó servir a los hombres (los hombres y la creación) y así perdió para siempre a Dios. Y podrán librarse del “secreto rencor del justo” (P.Silvano Fausti S.I.) descubriendo, con la paternidad/maternidad de Dios, la fraternidad con todos.

 

QUELLA FEDE CHE VIENE DALL’ESTERO

XX DOMENICA DEL T.O.

Is 56,1.6-7; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

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La paura, come realtà non controllabile che ci abita, non impedisce l’avanzare della fede. Anzi, il vangelo di domenica scorsa ci suggerisce come essa possa mettersi al suo servizio. Ma per sé stessa, la paura è realtà che si oppone alla fede. Invece quest’ultima è antidoto e forza che muove la persona ad affrontare e superare ogni paura. La mamma cananea del vangelo di oggi è una delle icone più belle in tal senso.

Cananea 1
Il grido della cananea, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Una donna di Canaan che vive nella regione di Tiro e Sidone (Mt 15,21-22a). Cos’era e cos’é oggi Canaan per gli ebrei? Gli abitanti di Canaan sono i nemici “tradizionali” di Israele; il popolo eletto li aveva scacciati dal loro territorio per ordine divino, i cananei erano dunque un popolo dal paganesimo crudele e selvaggio. La donna viene quindi da un contesto culturale molto torbido. Di questa donna emerge solo una realtà: ha una figlia, anche se non è presente. La donna rivolge un appello secco a Gesù: pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio (Mt 15,22b). Il Signore tira dritto senza rivolgerle una parola (Mt 15,23a). Già qui ci potremmo meravigliare: ha avuto compassione di ogni essere umano immerso nel dolore, perché di questa mamma non ha subito pietà? Da questo punto di osservazione il vangelo tace, ma vediamo che subito i suoi discepoli, avvicinandosi, si comportano come forse ci saremmo comportati anche noi. A Gesù noi cosa gli avremmo detto? Avremmo solamente espresso la nostra meraviglia per vederlo insensibile al grido di quella donna? Sta di fatto che i discepoli danno un consiglio al Signore: esaudiscila, perché ci viene dietro gridando (Mt 15,23b). Può darsi che gli dissero così per indurlo ad esaudirla. Ma devo dirvi che oggi, tra gli esegeti, al posto di esaudiscila circola una versione che pare sia più corretta: mandala via. Questa migliore traduzione è venuta incontro a una sensazione molto forte percepita mentre meditavo il testo. Mi sembra che i discepoli non si facciano intercessori per quella mamma. Semplicemente suggeriscono al Signore di togliere davanti a loro quella fastidiosa voce. Non vi vengono in mente altri episodi simili nel vangelo? Vi ricordate quando un’altra audace donna si avvicinò a Gesù in mezzo a una calca di gente, riuscendo a malapena a toccargli il lembo del mantello? Gesù cercava con lo sguardo chi lo avesse toccato, mentre i discepoli cercavano di scoraggiarlo facendogli osservare la quantità di persone che premevano su di lui. Oppure quell’uomo cieco al bordo della strada di Gerico: ricordate come questi gridava a Gesù mentre il suo seguito gliene diceva di tutti i colori per farlo tacere? Certo che noi discepoli di Cristo non sempre imbrocchiamo bene la via della fede, non c’è che dire. Per dirla con il vangelo di domenica scorsa, siamo uomini di poca fede.

Cananea 2
Si prostrò dinanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù ribadisce il limite della sua missione (Mt 15,24) per la gioia dei discepoli presenti che l’ascoltarono e di tutti quegli altri che nella storia della chiesa (anche oggi!…) vorrebbero la chiesa come recinto dei giusti, quelli che vorrebbero un cattolicesimo a propria immagine e somiglianza, cioè con dei confini precisi, un’identità precisa, una storia precisa, un cattolicesimo che confisca il Signore al servizio delle proprie attese invece che presentarlo sulla lunghezza d’onda delle sue, come indica anche lo stesso termine greco καθολικός, da cui proviene il termine “cattolico”: universale, cioè per tutti, annunciato a tutti, offerto a tutti gli uomini che si aprono al vangelo. E allora perché Gesù ha avuto quella espressione? Metto da parte lo sfondo interpretativo più ampio che emerge alla luce del finale del vangelo di Matteo: cioè la delimitazione storica della missione che Gesù compie nei confini di Israele, per poi consegnarla e farla proseguire alla sua chiesa inviata a tutti i popoli. Mi concentro invece sulla esperienza molto umana di chi avverte il silenzio di Dio di fronte alle proprie richieste come una sorta di fredda distanza, di indifferenza o, peggio ancora, di ostilità. Quella mamma infatti non si scoraggia alla risposta di Gesù e si prostra davanti a Lui continuandolo a invocare (Mt 15,25). Ma Gesù a questo appello risponde con peggiore durezza: non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini (Mt 15,26). E’ la risposta più dura che si possa attendere un pagano. Gli ebrei infatti chiamavano “cani” i pagani.  

Cananea 3
Eppure i cagnolini, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Gesù si comporta da perfetto ebreo ortodosso! Disprezzando (apparentemente) il suo vicino di territorio. Di fronte all’atteggiamento e alle parole di Gesù chiunque avrebbe vacillato. O, quanto meno, si sarebbe fortemente irritato per la mancata accoglienza. Invece questa mamma no. Ed ecco che allora scopriamo qualcosa di nuovo circa la dinamica della fede. Essa infatti è messa spesso alla prova da ripetute disfatte e delusioni, da porte chiuse in faccia e da apparente sordità divina. Le parole della donna hanno qualcosa di combattivo e di geniale (Mt 15,27). Perché se hai fede hai uno spirito combattivo e il genio proprio di chi ama. L’amore ti fa vedere oltre le parole, oltre i silenzi, oltre le resistenze che incontri, oltre ciò che ti appare. L’amore ti dona anche parole nuove, ti da una speranza e una marcia incrollabili. L’amore non ti fa arrendere mai. Quella donna di Canaan è una vera mamma! Una mamma così immedesimata con la sofferenza della figlia che non tiene più in conto quello che può succedere a lei. La vita della figlia è la sua stessa vita! Quante mamme ho incontrato sul mio cammino con un cuore così! La prima è proprio la mia mamma, 76 anni da qualche giorno, ma mi fermo subito altrimenti non la finisco più. Voglio ricordare invece una mamma incontrata in Sardegna anni fa. Il figlio adolescente chiuso, da quando aveva 5 anni, in una macchina di acciaio che l’aiuta a respirare per una malattia progressivamente paralizzante. Ve l’assicuro, guardare quella mamma era come contemplare il cielo: era una liturgia continua vedere come ogni suo movimento si sintonizzasse sul respiro del figlio immobilizzato dentro quell’apparecchio. Poi vorrei raccontarvi di un’altra cananea dei nostri giorni. Un fatto realmente accaduto durante un caldo giorno d’estate, in una località del sud della Florida (U.S.A): un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore che un alligatore si stava avvicinando alle spalle del bambino, senza che questi si accorgesse di nulla. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola, il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando l’alligatore gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. L’alligatore era forte, ma la mamma era molto più determinata… e nessuno dei due mollava la presa! Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise l’alligatore. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare. Durante il ricovero in ospedale, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e, invece di mostrare le gambe, con grande orgoglio si rimboccò le maniche del pigiama: “quelle che devi vedere sono queste!”- gli disse – mostrando le cicatrici che le unghie della mamma gli avevano lasciato sulle sue braccine. E aggiunse: “queste ce le ho perché la mamma mi ha salvato”. 

Cananea 4
Sua figlia fu guarita, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2011

Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri (Mt 15,28) risponde subito Gesù al genio della cananea. Il Signore è venuto sulla terra per mostrare come la fede si manifesti e si manifesterà ancora in molti che verranno da oriente ed occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,11). Ma, nello stesso tempo, la fede di questa donna immortalata dal vangelo, ci mostra come bisogna parlare al Signore, come bisogna pregare, come bisogna guardare ai suoi apparenti silenzi. Pietro domenica scorsa, non appena toglie gli occhi da Gesù comincia ad affondare. Questa donna non toglie mai gli occhi dal Signore e, convinta della sua bontà, lotta non per ottenere qualcosa per sé, ma per la figlia. Dobbiamo dunque ringraziare anche questa indomita donna straniera se oggi crediamo che Dio è padre e madre e che a Lui si può gridare, con Lui si può piangere e, perché no?…si può anche lottare, a meno che non gli si voglia imporre i nostri orari, i nostri criteri di bene, le nostre pretese infantili.

 

Non ti arrendere mai,

 neanche quando la fatica si fa sentire,

 neanche quando il tuo piede inciampa,

 neanche quando i tuoi occhi bruciano,

 neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati,

 neanche quando la delusione ti avvilisce,

 neanche quando l’errore ti scoraggia,

 neanche quando il tradimento ti ferisce,

 neanche quando il successo ti abbandona,

 neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta,

 neanche quando l’incomprensione ti circonda,

 neanche quando la noia ti atterra,

 neanche quando tutto ha l’aria del niente,

 apri le tue mani, sorridi e…ricomincia!

 Io sono con Te

 

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El miedo, como realidad no controlable que nos habita, no impide el avance de la fe. Más bien, el evangelio del domingo pasado nos sugiere cómo ella puede ponerse al servicio de la fe. Pero por ella misma, el miedo es realidad que se opone a la fe. En cambio esta última es antídoto y fuerza que mueve a la persona a afrontar y superar cada miedo. La mamá cananea del evangelio de hoy es una de los iconos más lindos en tal sentido.

Una mujer de Canaán que vive en la región de Tiro y Sidón (Mt 15,21-22a). ¿Qué era y qué cosa es hoy Canaán para los hebreos? Los habitantes de Canaán son los enemigos “tradicionales” de Israel; el pueblo elegido los había botado de su territorio por orden divino, los cananeos eran entonces un pueblo de paganismo cruel y salvaje. La mujer viene entonces de un contexto cultural muy turbio. De esta mujer emerge solo una realidad: tiene una hija, aunque si no está presente. La mujer dirige una llamada seca a Jesús: piedad de mí Señor, hijo de David! Mi hija está muy atormentada por un demonio (Mt 15,22b).  El Señor sigue adelante sin dirigirle una palabra  (Mt 15,23a). Ya aquí nos podríamos maravillar: ha tenido compasión de cada ser humano sumergido en el dolor, ¿por qué de esta mamá no ha sentido piedad?  De este punto de vista el Evangelio calla, pero vemos que inmediatamente sus discípulos, acercándose, se comportan como quizás nos hubiéramos comportado también nosotros. Está de hecho que los discípulos dan un consejo al Señor: atiéndela, porque nos persigue con sus gritos  (Mt 15,23b). Puede ser que le dijeron así para obligarlo a atenderla. Pero debo decir que hoy, entre los exégetas, en lugar de atenderla circula una versión que parece sea más correcta: dile que se vaya. Esta mejor traducción ha venido al encuentro a una sensación muy fuerte percibida mientras meditaba el texto. Me parece que los discípulos no se hacen intercesores por esa mamá. Simplemente sugieren al Señor de sacársela de delante aquella fastidiosa voz. ¿No les viene a la mente otros episodios similares en el evangelio? ¿Se acuerdan cuando otra audaz mujer se acercó a Jesús en medio a una muchedumbre logrando a las justas a tocarle el borde de la túnica? Jesús buscaba con la mirada quién lo hubiera tocado, mientras los discípulos intentaban desanimarlo haciéndole observar la cantidad de personas que se apiñaban sobre él. O también aquél hombre ciego al borde del camino de Jericó: se acuerdan cómo este gritaba a Jesús mientras sus seguidores le decían de todo para hacerlo callar? Cierto que nosotros discípulos de Jesús no siempre dirigimos bien el camino de la fe, no hay duda. Para decirlo con el evangelio del domingo pasado, somos hombres de poca fe

Jesús reitera el límite de su misión (Mt 15,24) por el gozo de los discípulos presentes que lo escucharon y de todos aquellos otros que en la historia de la iglesia (¡también hoy!…) quisieran a la iglesia como recinto de los justos, aquellos que quisieran un catolicismo a la propia imagen y semejanza, o sea con confines precisos, una identidad precisa, una historia precisa, un catolicismo que confisque al Señor al servicio de las propias esperas en cambio de presentarlo sobre la longitud de las suyas, como indica también el mismo término griego καθολικός, del cual proviene el término “católico”: universal, o sea para todos, anunciado a todos, ofrecido a todos los hombres que se abren al evangelio. Y entonces ¿por qué Jesús ha tenido aquella expresión? Pongo a parte el fondo interpretativo más amplio que emerge a la luz del final del evangelio de Mateo: o sea la delimitación histórica de la misión que Jesús cumple en los confines de Israel, para luego entregarla y hacerla proseguir a su iglesia enviada a todos los pueblos. Me concentro en cambio sobre la experiencia muy humana de quien advierte el silencio de Dios delante a la hostilidad. Aquella mamá de hecho no se desanima a la respuesta de Jesús y se postra delante de Él continuándolo a invocar (Mt 15,25). Pero Jesús a este llamado responde con peor dureza: No está bien tomar el pan de los hijos, para tirárselo a los perros (Mt 15,26). Es la respuesta más dura que se pueda esperar un pagano. Los hebreos de hecho llamaban “perros” a los paganos.

¡Jesús se comporta como perfecto hebreo ortodoxo! Despreciando (aparentemente) a su vecino de territorio. Delante de la actitud y a las palabras de Jesús cualquiera hubiera vacilado. O, al menos, se hubiera irritado tanto por la falta de acogida. En cambio esta mamá no. He aquí que entonces descubrimos algo de nuevo acerca de la dinámica de la fe. Esta de hecho es puesta muchas veces a la prueba por repetidos fracasos y desilusiones, por puertas cerradas en la cara y de aparente sordera divina. Las palabras de la mujer tienen algo de combatiente y de genial (Mt 15,27). Porque si tienes fe tienes el espíritu combativo y el genio justo de quien ama. El amor te hace ver más allá de las palabras, más allá de los silencios, más allá de las resistencias que encuentras, más allá de lo que se te aparece. El amor te da palabras nuevas, te da una esperanza y una marcha inquebrantable. El amor no te hace rendirte nunca. ¡Aquella mujer de Canaán es una verdadera mamá!  Una mamá así ensimismada con el sufrimiento de la hija que no tiene más en cuenta aquello que puede pasarle a ella. ¡La vida de la hija es su misma vida! ¡Cuántas mamás he encontrado en mi camino con un corazón así! La primera es justamente mi mamá, 76 años desde hace pocos días, pero me detengo inmediatamente sino no acabo más. Deseo recordar en cambio a una mamá encontrada en Cerdeña años atrás. El hijo adolescente cerrado, desde cuando tenía 5 años, en una máquina de acero que lo ayuda a respirar por una enfermedad progresivamente paralizante. Les aseguro, mirar a aquella mamá era como contemplar el cielo: era una liturgia continúa ver como cada movimiento suyo se sintonizara con la respiración del hijo inmovilizado dentro del aparato. Luego quisiera contarles de otra cananea de nuestros días. Un hecho realmente sucedido durante un día caluroso de verano, en una localidad del sur de Florida (U.S.A): un niño decidió ir a nadar en la laguna detrás de su casa. Salió corriendo por la puerta trasera, se tiró en el agua y nadaba feliz. No se daba cuenta de que un cocodrilo se le acercaba Su mama desde la casa miraba por la ventana, y vio con horror lo que sucedía.  Enseguida corrió hacia su hijo gritándole lo más fuerte que podía. Oyéndole, el niño se alarmo y miro nadando hacia su mamá. Pero fue demasiado tarde. Desde el muelle la mamá agarró al niño por sus brazos justo cuando el caimán le agarraba sus piernitas. La mujer jalaba determinada, con toda la fuerza de su corazón. El cocodrilo era más fuerte, pero la mamá era mucho más apasionada y su amor no la abandonaba. Un señor que escuchó los gritos se apresuró hacia el lugar con una pistola y mato al cocodrilo. El niño sobrevivió y, aunque sus piernas sufrieron bastante, aún pudo llegar a caminar. Cuando salió del trauma, un periodista le pregunto al niño si le quería enseñar las cicatrices de sus pies. El niño levantó la colcha y se las mostró. Pero entonces, con gran orgullo se remango las mangas y señalando hacía, las cicatrices en sus brazos le dijo: “Pero las que usted debe ver son estas”. Eran las marcas de las uñas de su mama que habían presionado con fuerza. “Las tengo porque mamá no me soltó y me salvo la vida”. 

Mujer, ¡qué grande es tu fe! Que se cumpla tu deseo (Mt 15,28) responde inmediatamente Jesús al genio de la cananea. El Señor ha venido a la tierra para mostrar como la fe se manifiesta y se manifestará todavía en muchos que vendrán muchos del oriente y del occidente para sentarse a la mesa con Abrahán, Isaac y Jacob en el reino de los cielos (Mt 8,11). Pero, al mismo tiempo, la fe de esta mujer inmortalizada por el evangelio, nos muestra cómo hace falta hablar al Señor, como hace falta rezar, como hace falta mirar sus aparentes silencios. El domingo pasado Pedro, apenas quita la mirada de Jesús comienza a hundirse. Esta mujer no quita nunca los ojos del Señor y, convencida de su bondad, lucha no para obtener para sí misma, sino para la hija. Debemos entonces agradecer también a esta indómita mujer extranjera si hoy creemos que Dios es padre y madre y que a Él se puede gritar, con Él se puede llorar y, ¿por qué no?… se puede también luchar, a menos que no se le quiera imponer nuestros horarios, nuestros criterios de bien, nuestras pretensiones infantiles.

No te rindas nunca,

tampoco cuando la fatiga se hace sentir,

tampoco cuando tu pie tropieza,

tampoco cuando tus ojos queman,

tampoco cuando tus esfuerzos son ignorados,

tampoco cuando la desilusión te deprime,

tampoco cuando el error te desanima,

tampoco cuando la traición te hiere,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando el suceso te abandona,

tampoco cuando la ingratitud te duele,

tampoco cuando la incomprensión te circunda,

tampoco cuando el tedio de aterra,

tampoco cuando todo tiene el aire del nada,

abre tus manos, sonríe y… ¡vuelve a comenzar!

Yo estoy contigo

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).