DIPENDERE DALL’AMORE

XXX DOMENICA DEL T.O.

Es 22,20-26; 1Ts 5-10; Mt 22,34-40

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

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Anche la domanda del dottore della legge di turno non è innocente, come non lo era quella dei farisei e degli erodiani del vangelo di domenica scorsa. C’è un avvicinarsi al Signore che è ricerca sincera, fiducia in Lui, apertura ad accogliere le novità della verità: perché la verità è immutabile, ma nello stesso tempo sempre nuova. Però c’è anche un avvicinarsi ambiguo, segnato dalla sfiducia e dal sospetto, dalla rigidità delle proprie vedute, dalla paura che questo Gesù possa rubare qualcosa al proprio piccolo regno… C’è pure un riunirsi con gli altri per confrontarsi, per verificare come si possa camminare meglio insieme; e c’è un riunirsi che tende insidie, che fa continuare all’infinito discussioni apparentemente spirituali per mascherare, consapevolmente o inconsapevolmente, gelosie e piccole/grandi battaglie “a fin di bene” (Mt 22,34-35): come se si potesse farla franca a Colui che è la Luce del mondo e davanti al quale nessuna creatura può nascondersi, perché tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,13). Ma il cuore dell’uomo è fatto così, si culla nelle sue “illusiconvinzioni” (perdonate il neologismo!); ed é fatto così il cuore di Gesù, sempre paziente nel rispondere al suo interlocutore per cercare di introdurlo sulla strada della verità.

Il grande comandamento della Legge è quello dell’amore. Ma bisogna che il dottore capisca che l’amore che si deve a Dio non è legato al suo sapere: anche i demoni sanno che Dio-amore esiste, ma non lo conoscono (lo hanno perso per sempre!) e per questo tremano (Gc 2,19). Il culto d’amore a Dio è legato all’amore che si deve all’uomo: Gesù fa dei due un unico comandamento. Nel vangelo di Luca a questa domanda viene data medesima risposta integrata con la parabola del buon samaritano, casomai il lettore di oggi rimanesse perplesso o volesse giustificarsi come quel presunto esperto della Legge (Lc 10,25ss.). Ci è difatti molto facile sovvertire, nel nome del nostro credo, l’ordine della verità. Il Signore infatti afferma che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40): cioè ogni insegnamento sulle cose che riguardano Dio si deve sottomettere a questo comandamento supremo, altrimenti si cade sempre nel feticismo di una legge senza amore. Papa Francesco lo sottolinea in Evangelii Gaudium: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo…Il vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Questo invito non va oscurato in nessuna circostanza. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà il vangelo ciò che propriamente si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del vangelo” (EG nn.36 e 39).

Penso che nello scrivere queste considerazioni il papa si riferisse proprio a tutte quelle circostanze in cui parliamo o decidiamo, nel seno della chiesa, dimenticando che ogni legge/insegnamento dato in nome di Dio dipenda dal grande comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Così come succedeva ai farisei e ai dottori della Legge che conoscevano 613 precetti e divieti oltre alle 10 parole del Sinai: invece di sottoporli al più importante dei comandamenti, li imponevano al popolo di Dio come fossero il nucleo stesso della sua volontà; così, anche oggi, spesso si fanno di orientamenti normativi della vita cristiana il principio della nuova legge di Cristo, dimenticando che esso altro non è che l’amore misericordioso di Dio. E così, alla fine, invece di far crescere la fede, la si soffoca mortificando la gioia del vangelo! Paolo (uno che di Legge se ne intendeva) arriva a dire che solo chi ama il prossimo compie tutta la Legge (Rm 13,8).

Il santo, con la sua stessa vita, è la migliore spiegazione del primato e dell’intimo legame tra i 2 comandamenti dell’amore. Madre Teresa di Calcutta ad esempio, come forse già sapete, ha voluto che in tutte le cappelle delle sue case ci fosse ben evidente una scritta: ho sete (Gv 19,28). Un chiaro segno della sua coscienza sull’unica sete che Dio ha: una sete di amore. Ed è anche per questo che nella prima cappella della casa di Calcutta ha fatto aggiungere significativamente la frase: io ti disseto. E’ il programma di vita della sua famiglia religiosa. Percorrere i crocicchi delle strade del mondo per dissetare Dio negli ultimi tra i poveri che il mondo scarta. Fu la sua vita, ora è la vita delle missionarie della Carità. Si racconta che una notte ella incontrò una donna anziana per strada, moribonda e piena di putride piaghe, a causa dell’abbandono e della sporcizia in cui viveva. La portò in uno dei suoi primi ricoveri per moribondi e cominciò a lavarla e a medicarla. Mentre operava si sentì dire dalla nonnina: “ma perché stai facendo questo?” – “perché ti voglio bene” – rispose Madre Teresa. Allora l’anziana continuò a farle la stessa domanda per altre 3 volte, e la madre le diede la stessa risposta. Nell’ultima aggiunse che lo faceva per Gesù, perché Egli voleva essere riconosciuto e amato in persone come lei. La donna morì tra le sue braccia, con un grande sorriso sul suo volto. Solo l’amore ci mette sicuramente a contatto con Dio. Ed è solo con l’amore che possiamo darlo a conoscere a chi lo cerca, anche se non lo sa.

 

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DEPENDER DEL AMOR

 

También la pregunta del doctor de la ley de turno no es inocente, como no lo era la de los fariseos y de los herodianos del evangelio del domingo pasado. Hay un acercarse al Señor que es búsqueda sincera, confianza en Él, apertura en acoger la novedad de la verdad: porque la verdad es inmutable, pero al mismo tiempo siempre nueva. Pero hay también un acercarse ambiguo, marcado por la desconfianza y la sospecha, de la rigidez de los propios modos de ver, del miedo que este Jesús pueda robar algo al propio pequeño reino… Está también un reunirse con los demás para confrontarse, para verificar como se pueda caminar mejor juntos; y hay un reunirse que tiende insidias, que hace continuar discusiones al infinito aparentemente espirituales para enmascarar, conscientemente o inconscientemente, celos y pequeñas/grandes batallas “con el fin del bien” (Mt 22,34-35): como si se pudiera hacerla franca a Él que es la Luz del mundo y delante al cual ninguna creatura puede esconderse, porque todo está al desnudo y descubierto a sus ojos (Heb 4,13). Pero el corazón del hombre está hecho así, se mese en sus “ilusasconvinciones” (perdónenme el neologismo); y está hecho así el corazón de Jesús, siempre paciente en responder a su interlocutor para intentar introducirlo en el camino de la verdad.

El gran mandamiento de la Ley es el del amor. Pero es necesario que el doctor entienda que el amor que se debe a Dios no está ligado a su parecer: también los demonios saben que Dios-amor existe, pero no lo conocen (¡lo han perdido para siempre!) y por esto tiemblan (St 2,19). El culto de amor a Dios está ligado al amor que se debe al hombre: Jesús hace de los dos un único mandamiento. A esta misma pregunta en el evangelio de Lucas viene dada la misma respuesta integrada con la parábola del buen samaritano, no sea que el lector de hoy se quede perplejo o quisiera justificarse como aquél presunto experto de la Ley (Lc 10,25ss.). De hecho nos es muy fácil anular, en nombre de nuestro credo, el orden de la verdad. El Señor de hecho afirma que de estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas (Mt 22,40): o sea cada enseñanza sobre las cosas que conciernen a Dios se debe someter a este mandamiento supremo, sino se cae siempre en el fetichismo de una ley sin amor. El Papa Francisco lo subraya en Evangelii Gaudium: “Todas las verdades reveladas proceden de la misma fuente divina y son creídas con la misma fe, pero algunas de ellas son más importantes por expresar más directamente el corazón del Evangelio… El Evangelio invita ante todo a responder al Dios amante que nos salva, reconociéndolo en los demás y saliendo de nosotros mismos para buscar el bien de todos. ¡Esa invitación en ninguna circunstancia se debe ensombrecer! Todas las virtudes están al servicio de esta respuesta de amor. Si esa invitación no brilla con fuerza y atractivo, el edificio moral de la Iglesia corre el riesgo de convertirse en un castillo de naipes, y allí está nuestro peor peligro. Porque no será propiamente el Evangelio lo que se anuncie, sino algunos acentos doctrinales o morales que proceden de determinadas opciones ideológicas. El mensaje correrá el riesgo de perder su frescura y dejará de tener «olor a Evangelio»” (EG nn.36 e 39).

Pienso que al escribir estas consideraciones el Papa se refiera justamente a todas aquellas circunstancias en las cuales hablamos o decidimos, en el seno de la iglesia, olvidándonos que cada ley/enseñanza dada en nombre de Dios dependa del gran mandamiento del amor a Dios y al prójimo. Así como les sucedía a los fariseos y a los doctores de la Ley que conocían 613 preceptos y prohibiciones además de las 10 palabras del Sinaí: en cambio de someterlas al más importante de los mandamientos, lo imponían al pueblo de Dios como si fuera el núcleo mismo de su voluntad; así, también hoy, muchas veces se hacen de las orientaciones normativas de la vida cristiana el principio de la nueva ley de Cristo, olvidando el primado del amor misericordioso de Dios. Y así al final ¡en cambio de hacer crecer la fe se la sofoca mortificando el gozo del evangelio! Pablo (uno que de Ley se entendía) llega a decir que solo quien ama al prójimo cumple toda la Ley (Rm 13,8).

El santo, con su misma vida, es la mejor explicación del íntimo vínculo y del primado de los 2 mandamientos del amor. Madre Teresa de Calcuta por ejemplo, como quizás ya saben, ha querido que en todas las capillas de las casas de la congregación que ha fundado estuviera bien evidente una frase: tengo sed (Jn 19,28). Un signo claro de su consciencia de la única sed que Dios tiene: una sed de amor. Y es también por esto que en la primera capilla de la casa de Calcuta ha hecho agregar significativamente la frase: yo apago tu sed. Es el programa de vida de su familia religiosa. Recorrer las encrucijadas de las calles del mundo para apagar la sed de Dios en los últimos entre los pobres que el mundo descarta. Fue su vida, ahora es la vida de las misioneras de la Caridad. Se cuenta que ella una noche encontró una mujer anciana por la calle, moribunda y llena de llagas podridas a causa del abandono y de la suciedad en la cual vivía. La llevó en uno de sus primeros hospitales para moribundos y comenzó a lavarla y a medicarla. Mientras hacía todo esto escuchó decir de la abuelita: “pero ¿por qué estás haciendo esto?” – “porque te quiero mucho” – respondió Madre Teresa. Entonces la anciana continuó a hacerle la misma pregunta por otras 3 veces, y la madre le dio la misma respuesta. En la última agregó que lo hacía por Jesús, porque Él quería ser reconocido y amado en personas como ella. La mujer murió en sus brazos, con una gran sonrisa en su rostro. Solo el amor nos pone seguramente en contacto con Dios. Y es solo con el amor que podemos darlo a conocer a quien lo busca, también si no lo sabe.

 

SEPPE CHE LO AVEVANO CACCIATO

4a DOMENICA DI QUARESIMA

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

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          Fece del fango con la saliva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

 

Nel racconto evangelico di questa domenica ci è posto davanti, al di là dell’episodio specifico della vita di Gesù, l’itinerario che ciascun battezzato compie per venire alla luce della fede. Ciascuno di noi nasce spiritualmente cieco, però, camminando nella vita, per un dono di Dio, la luce della fede ci apre gli occhi sulla realtà fino a incontrare e riconoscere personalmente in Gesù Cristo la verità di Dio e dell’uomo. Perché se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3). Il racconto è denso di simbolismi, sarebbe bello commentarlo nella sua interezza, ma non possiamo. Desidero soffermarmi con voi solo su un aspetto, peraltro richiamato dalla prima lettura della liturgia di oggi.

2
Gesù spalma il fango sugli occhi del cieco nato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non lo vede; vede un uomo che gli altri vedevano soltanto nel proprio status di mendicante, certamente non gradevole allo sguardo (Gv 9,8). Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7). Gesù è attirato dalla piccolezza di quel cieco e, nel suo vedere e agire, conferma la parola che Dio rivolge al profeta Samuele, inviato nella casa di Iesse per scegliersi il re del suo popolo. Gesù non si perde dietro inutili interrogativi che gli uomini pongono davanti al mistero della sofferenza umana (Gv 9,2-3). La compassione è sempre il movente di ogni sua azione, la compassione porta il Signore a chinarsi sempre su chi è escluso o messo ai margini di una vita più umana (Gv 9,4-7).

3
                   Tornò che ci vedeva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

La mancanza di compassione e l’incredulità sembra invece attorniare subito l’ex-cieco dopo il miracoloso intervento di Gesù (Gv 9,10ss.). L’uomo risponde con sincerità a ciascuna domanda che gli si rivolge, ed è lì, con la vista riacquistata, a testimoniare la bellezza di quanto accaduto. Eppure nessuno si apre allo stupore di questa vita restituita alla gioia del dono della vista, persino i suoi genitori (Gv 9,20-22) in preda alle proprie paure, non entrano nella meraviglia operata dal Signore. Anzi, per giudei e farisei quel miracolo è solo argomento per imbastire un processo sommario e trovare ogni tipo di cavillo che sostenga non solo la loro incredulità, ma anche l’accusa di peccato verso Gesù e il cieco graziato (Gv 9,16.24.34). Succede sempre così con chi non sa sorprendersi dell’agire divino, perché impegnato a promuovere e difendere la religione della dottrina fredda che categorizza gli uomini in figli di serie “A”, di serie “B”, “C” ecc.; la religione dei privilegi che, facendo presa sulle paure che abitano nelle coscienze umane, cavalca l’immagine del Dio impietoso per controllarle a proprio vantaggio. E’ la religione che, non sopportando di perdere il suo potere sulle coscienze, non può che avvertire come una grave minaccia Gesù e la sua opera, perché porta in dono all’uomo una fede libera e liberante.

4
                      Il cieco nato guarito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’esito dell’incalzante interrogatorio è inevitabile. L’ex-cieco viene espulso dalla sinagoga a motivo della sua testimonianza (Gv 9,34). Ogni aspirante discepolo deve saperlo. Se sta camminando davvero sulle orme di Gesù, questa esperienza sarà inevitabile. La progressiva illuminazione della fede comporta la progressiva aggressività di chi è ancora nelle tenebre, persino di chi presume di conoscere e seguire Dio. Ma è proprio nella condivisione profonda del suo stesso incomprensibile destino, è proprio nell’esperienza di essere banditi dalla comunità umana a causa del nome di Gesù, che il discepolo entra in un rapporto più intimo con il Signore. Che bello il versetto che introduce il faccia a faccia tra Gesù e il cieco guarito! Dopo aver incassato la scomunica dei farisei, il vangelo ci dice che Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori (Gv 9,34). Ecco il privilegio di tutti coloro che, rimanendo nella verità piccoli, sofferenti e senza difensori, incuranti del disprezzo di chi conta religiosamente, possono accogliere il Signore che rivela a loro la propria identità: tu lo hai visto, è colui che parla con te (Gv 9,37).

5
        Il cieco guarito e interrogato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Franco Zeffirelli ha sceneggiato mirabilmente, nel suo film sulla vita di Gesù, l’incontro al tempio dell’ex-cieco con Lui e il prosieguo di questa parte del racconto. Da una parte i farisei e i dottori della Legge schierati come un plotone di esecuzione mentre guardano minacciosamente Gesù da un’altra parte che posa la sua mano sul cieco guarito (Renato Rascel) rannicchiato a una sua gamba. Da un lato gli oppressori, dall’altro l’oppresso insieme al Dio che starà sempre dalla parte di ogni oppresso.

6
       Il cieco guarito espulso dalla sinagoga, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Anche se Gesù non è venuto per condannare, davanti a Lui è già cominciato un giudizio che, in realtà, compiamo noi stessi. Infatti, in un altro testo del suo vangelo, Giovanni dice che il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3,19). L’uomo ha la libertà di rifiutare la luce che è venuta per illuminare ogni uomo (Gv 1,9) e preferire le tenebre di una vita mondana e incurante delle cose di Dio, cullando l’illusione di vedere e sapere ciò che giova alla sua vita. Allora, la scoperta del suo accecamento potrà essere l’unica áncora per la sua salvezza (Gv 9,41). Proprio come accadde al più celebre dei farisei della Bibbia: Saulo di Tarso (At 9,8-9).

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                   E si prostrò innanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

CURATI DI LUI, GUARDA E PASSAGLI ACCANTO

XV DOMENICA DEL T.O.

Dt 30,10-14; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

 

Il dottore della Legge vuole fare una domanda a Gesù. Ma il Vangelo dice che la fece per metterlo alla prova (Lc 10,25). Anche oggi molti si avvicinano così a Gesù. Non è che se lo dicono (genericamente si tratta di fratelli che non sono molto attenti ad osservare ciò che avviene nel loro cuore, ma piuttosto a quel che fanno gli altri…), anzi, il più delle volte non ne sono consapevoli. Fanno domande, ma da “dottori”. Cioè, non si fanno piccoli davanti a Gesù perché in realtà diffidano di Lui come degli altri: la fiducia è il loro problema. E si ritrovano così a mettere alla prova gli altri, mentre sarebbe meglio riservare questo mestiere a Dio. Alla fine del vangelo, dalle parole di Gesù, comprendiamo che il dottore della Legge metteva al centro se stesso. Come facciamo anche noi quando vogliamo giustificarci davanti alle sue parole (Lc 10,29). Il dottore sa bene qual è il comandamento di tutti i comandamenti (Lc 10,27-28), ma chi è il mio prossimo? è domanda che tradisce il suo problema di uomo di legge. Come tutti quelli che fanno delle Legge il loro Dio, si aspetta che dall’esterno arrivi la rassicurante risposta. Per loro voler bene a Dio è osservare scrupolosamente quel che dice la Legge; in questa logica allora si vuol sapere con precisione chi è il prossimo da amare, forse ci sarà anche qualcuno che si potrà non amare!…Gesù racconta la celebre parabola di un pagano disprezzato e incapace di conoscere il vero Dio (così erano considerati i samaritani al suo tempo) che si comporta molto diversamente (Lc 10,33-35) da un sacerdote e un levita anch’essi incappati in un uomo mezzo morto (Lc 10,30-32). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e il culto. C’è già implicito in questo primo quadretto della parabola un sano ammonimento: la Legge e il culto possono essere, nella nostra vita di credenti, un grande inganno. Crediamo di servire e piacere a Dio nell’osservanza dei comandamenti, nelle pignolerie dei decreti e nella cura/frequenza puntualissima delle liturgie, ma esse possono far avanzare impercettibilmente la nostra insensibilità verso i fratelli che soffrono. Chissà cosa fece passare oltre i due religiosi. La paura di sporcarsi le mani? La fretta degli impegni che incombevano? La paura di essere ingannati da quell’uomo steso per terra? La paura dell’impegno che richiede il soccorso a un moribondo? Passare oltre davanti alle sofferenze dell’uomo il più delle volte è segnale di una vita guidata dal peccato, ovvero il nostro egoismo. E se mi permettete, (lo dico prima a me stesso) sono convinto che anche se non sempre siamo chiamati a risolvere i problemi di tutti i fratelli sofferenti, siamo però sempre chiamati a far sentire loro la nostra vicinanza.

Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alcuni giorni fa un amico che insegna in scuola media mi raccontava questa lezione appresa nei suoi primi anni di lavoro. Si dirigeva ogni giorno a piedi verso la scuola dove insegnava e puntualmente incontrava un uomo che mendicava sulla strada che percorreva. Dopo aver chiesto la prima volta come si chiamava e da dove proveniva, passava sempre a salutarlo e gli lasciava ogni giorno qualche soldo. Visse fedelmente quest’incontro mattutino per tanto tempo, ma un giorno si ritrovò senza soldi. Decise allora di passare oltre, perciò quel giorno non si avvicinò a salutarlo. Ma, mentre stava attraversando un incrocio, si sentì toccare dietro le spalle. Era il povero mendicante che, sorridendo, gli disse: “ma tu pensi che ogni giorno io stessi aspettando quei soldini che mi hai sempre lasciato? Io ti ho sempre aspettato perché tu mi salutassi!…”

Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Dietro il modello di azione del buon samaritano si cela il nostro unico punto di riferimento per quel che riguarda la conoscenza di Dio, quel che piace a Lui e quel che riguarda il nostro cammino di fede. Gesù è infatti il buon samaritano che passa sempre accanto, mai oltre, prendendosi cura di ogni uomo, soprattutto quello ferito e mezzo morto che noi scansiamo. Nel suo viaggio, Gesù ci ha lasciato questa traccia chiarissima e ha affidato a noi sua chiesa la cura di ogni essere umano spezzato dalla vita, anzi, si è identificato con essi e ha lasciato dietro di sé una importante promessa: abbi cura di lui; ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno (Lc 10,35). Coordinando con altra parabola evangelica: ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me (Mt 25,40). Ogni secondo del nostro tempo speso per amore sincero dei fratelli si imprime nell’eternità! Ma si imprime anche quello che non spendiamo per loro!…Come sua chiesa non possiamo non interrogarci, davanti all’umanità mezza morta che bussa incessantemente alle porte della nostra realtà, se stiamo accogliendo e spendendo del tempo, nel nome di Gesù, per i fratelli cui hanno portato via tutto: terra, casa, famiglia e dignità…

Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alla fine della parabola scopriamo che Gesù ha capovolto il senso della domanda del dottore. Nella vita, bisogna passare dal “chi è il mio prossimo?” a “come posso io diventare sempre più prossimo?” Se sono incamminato a smetterla di fare di me stesso il centro della vita potrò capirci qualcosa di Dio. E allora, piano piano, Dio stesso mi farà entrare nel mistero della sua compassione, movente di ogni sua azione. Diversamente, anche se si moltiplicassero opere buone, si rischia di cercare solo se stessi, come spesso accade tra noi e come vedremo anche domenica prossima con l’episodio di Marta e Maria. Allora affrettiamoci, se davvero abbiamo sperimentato l’Amore che si prende cura di ciascuno, ad andare e fare anche noi così (Lc 10,37), come Lui fa con noi.

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El doctor de la ley quiere hacer una pregunta a Jesús. Pero el Evangelio dice que la hizo para ponerlo a la prueba (Lc 10,25). También hoy muchos se acercan así a Jesús. No es que se lo dicen (genéricamente se trata de hermanos que no son muy atentos a observar lo que sucede en su corazón, sino más bien a lo que hacen los demás…), Es más, muchas de las veces no lo saben. Hacen preguntas, pero como “doctores”. O sea, no se hacen pequeños delante de Jesús porque en realidad desconfían de Él como de los demás: la confianza es su problema. Y así se encuentran a poner a la prueba a los demás, mientras sería mejor dejar este trabajo reservado a Dios. Al final del evangelio, de las palabras de Jesús, comprendemos que el doctor de la Ley ponía al centro a él mismo. Como hacemos también nosotros cuando queremos justificarnos delante de sus palabras (Lc 10,29)

El doctor sabe bien cuál es el mandamiento de todos los mandamientos (Lc 10,27-28), pero ¿quién es mi prójimo? Es una pregunta que traiciona su problema de hombre de ley. Como todos aquellos que hacen de la Ley su Dios, se espera que de la exterioridad llegue la tranquilizadora respuesta. Para ellos querer mucho a Dios es observar escrupulosamente lo que la Ley dice; en esta lógica entonces se quiere saber con precisión quién es el prójimo para amar, ¡quizás habrá alguno también que se podrá no amar!… Jesús cuenta la célebre parábola de un pagano despreciado e incapaz de conocer el verdadero Dios (así eran considerados los samaritanos en su tiempo) que se comporta muy diferente (Lc 10,33-35) a un sacerdote y a un levita también ellos atascados en un hombre medio muerto (Lc 10,30-32). El sacerdote y el levita representan a la Ley y el culto. Está ya implícito en este primer cuadro de la parábola una sana amonestación: la Ley y el culto pueden ser, en nuestra vida de creyentes, un gran engaño. Creemos servir y gustar a Dios en la observancia de los mandamientos, en las pedanterías de los decretos y en el cuidado/frecuencia puntual de las liturgias, pero eso pueden hacer avanzar imperceptiblemente nuestra insensibilidad hacia los hermanos que sufren. Quizás qué cosa hizo tomar el otro lado a los dos religiosos. ¿El miedo de ensuciarse las manos? ¿El apuro de los compromisos que les incumbía? ¿El miedo de ser engañados por aquel hombre tirado en el piso? ¿El miedo del compromiso que requería el auxilio a un moribundo? Pasar de largo delante de los sufrimientos del hombre la mayor de las veces es señal de una vida guiada por el pecado, o mejor dicho por nuestro egoísmo. Y si me permiten, (lo digo antes a mí mismo) estoy convencido que también si no siempre estamos llamados a resolver los problemas de todos los hermanos que sufren, estamos siempre llamados a hacerles sentir nuestra cercanía.

Hace algunos días  un amigo que enseña en el colegio me contaba esta lección aprendida en sus primeros años de trabajo. Se dirigía cada día a pie hacia la escuela donde enseñaba y puntualmente encontraba a un hombre que mendigaba en el camino que recorría. Después de haber preguntado la primera vez cómo se llamaba y de dónde provenía, pasaba siempre a saludarlo y le dejaba cada día un poco de dinero. Después de haber vivido fielmente este encuentro matutino por tanto tiempo, un día se encontró sin dinero. Decidió entonces pasar de largo, por lo cual aquel día no se acercó a saludarlo. Pero, mientras estaba atravesando un cruce, sintió ser tocado por las espaldas. Era el pobre mendigo que, sonriendo, le dijo: “pero ¿piensas tú que cada día estoy esperando esas monedas que me has dejado siempre? ¡Yo siempre te he esperado para que tú me saludaras!…”

Detrás del modelo de acción del buen samaritano se conserva nuestro único punto de referencia por lo que concierne al conocimiento de Dios, lo que le gusta a Él y lo que respecta a nuestro camino de fe. Jesús es de hecho el buen samaritano que siempre pasa cerca, nunca por otro lado, cuidando de cada hombre, sobretodo del herido y medio muerto que nosotros apartamos. En su viaje, Jesús nos ha dejado esta huella clarísima y ha confiado a nosotros su iglesia el cuidado de cada ser humano partido por la vida, es más, se ha identificado con ellos y ha dejado detrás de sí una importante promesa: cuídalo; y si gastas más, yo te lo pagaré a mi vuelta (Lc 10,35). Coordinando con otra parábola evangélica: cuando lo hicieron con alguno de los más pequeños de estos mis hermanos, me lo hicieron a mí (Mt 25,40). ¡Cada segundo de nuestro tiempo muchas veces por amor sincero de los hermanos se imprime en la eternidad! ¡Pero se imprime también aquello que no gastamos por ellos!… Como su iglesia no podemos no interrogarnos, delante a la humanidad media muerta que toca incesantemente a la puerta de nuestra realidad, si estamos acogiendo y gastando tiempo, en el nombre de Jesús, por los hermanos a los cuales se les ha quitado todo: tierra, casa, familia y dignidad…

Al final de la parábola descubrimos que Jesús ha dado vuelta al sentido de la pregunta del doctor. En la vida, es necesario pasar del “¿quién es mi prójimo?” a “¿cómo puedo yo volverme siempre más prójimo?” Si estoy encaminado a acabar de hacer de mí mismo el centro de la atención podré entender algo de Dios. Y entonces, poco a poco, Dios mismo me hará entrar en el misterio de su compasión, motivo de cada acción suya. Diversamente, también si se multiplicaran obras buenas, se arriesga de buscar solo a sí mismos, como muchas veces sucede entre nosotros y como veremos también el domingo próximo con el episodio de Marta y María. Entonces apurémonos, si de verdad hemos experimentado el Amor que cuida de cada uno, a ir y hacer así también nosotros (Lc 10,37), como Él hace con nosotros.