IL TEMPO E’ PIENO D’OLIO

XXXII DOMENICA DEL T.O.

Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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In una delle sue opere maggiori quale Essere e tempo (Sein und Zeit), M.Heidegger  getta le basi di una filosofia che concepisce l’uomo come un progetto la cui struttura antropologica fondamentale è quella di un essere-per-la-morte (Sein Zum Tode). In sostanza, la morte viene recuperata positivamente dal pensiero del filosofo tedesco quale distintivo dell’”esserci” dell’uomo nel mondo (Dasein): dunque egli può condurre un’esistenza autentica solo se si misura con essa. Diversamente, è come uno di quelli che vive sempre sull’onda di quel che gli dicono gli altri, manipolato e manipolabile. Come dire (in soldoni ovviamente): se l’uomo vuole restare veramente se stesso, se vuole salvaguardare la propria trascendenza e libertà, deve vivere mettendo sempre davanti a sé la morte; deve fare della morte il cardine delle possibilità di scelta che ha. Ma mentre Heidegger ritiene che sia l’angoscia che assolve positivamente questa funzione nell’uomo, il vangelo invece ci rivela che ad assolvere questa funzione in modalità più rasserenante, è la fede nell’incontro definitivo con il Signore situato nel futuro; come il felice incontro di una sposa con il suo sposo: ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Parabola delle vergini 1
Come dieci vergini che uscirono incontro allo sposo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Il problema è che l’uomo può mancare clamorosamente a questo appuntamento. E’ il succo del discorso di Gesù in questa parabola. Innanzitutto, con l’espressione il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini (Mt 25,1), il Signore ci fa capire che il mistero del regno ha il suo compimento in un futuro che supera la nostra storia. Inoltre, che la condizione di tutta l’umanità è quella di andare verso quel futuro come dieci vergini: è un’umanità “verginizzata”, perché ha ricevuto già in dono la redenzione. Eppure, in quel futuro, si rivelerà una situazione che dividerà gli uomini tra stolti e saggi : una stoltezza e una saggezza che si erano però già manifestati lungo la propria storia (Mt 25,2-4). La parabola puntualizza il motivo dell’una e dell’altra: nel cammino della vita, la stoltezza di cinque vergini consiste nel portarsi una lampada senza provvedere all’olio, mentre la saggezza delle altre cinque consiste esattamente nel portarla con provvista di olio in piccoli vasi. Poi viene la morte, evento nel quale tutti sperimentiamo un certo ritardo del Signore (Mt 25,5).

Parabola delle vergini 2
Si assopirono tutte, acquarello di Maria Cavazzioni Fortini, marzo 2013

Ma è proprio il sopravvenire del sonno che ci accomuna, cioè la morte, a far venire a galla la condizione mutata di quelle donne: le stolte sono quelle che dopo la morte si accorgono troppo tardi che in esse non c’è sostanza, manca ciò che da luce, manca l’essenziale, e vorrebbero che le altre potessero dar loro dell’olio per riprendere vita. Le sagge non possono rispondere a questa richiesta e le invitano ad andare a comprarsene dai venditori (Mt 25,8-9). Il racconto si conclude con un sano monito che sottolinea come, all’arrivo della morte, si chiudono le possibilità per la nostra libertà di cambiare il proprio destino, per cui c’è il serio rischio di restare fuori dalla salvezza, ovvero non incontrare il Signore, lo Sposo (Mt 25,10-12). Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13) riassume Gesù, nel voler indicare a tutti il cammino della sapienza che conduce alla vita eterna.

Parabola delle vergini 3
Andate dai venditori a comprarne, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

C’è un’espressione di papa Francesco, tra le più citate in giro e tra le più presenti nel suo magistero (forse la n.1 in assoluto), che può spiegare bene lo sfondo nel quale si muove il racconto del vangelo: il tempo è superiore allo spazio. Nella parabola ci accorgiamo di uno dei fondamenti biblici di ciò che il papa insegna. Al lettore attento infatti non sarà sfuggito quanto sia importante il fattore tempo. Se consideriamo il racconto nel suo esito finale, sembrerebbe che il Signore voglia spaventarci riguardo al futuro. E invece è proprio il contrario: ci racconta come stanno le cose del regno perché vuole responsabilizzarci nel presente, l’unico tempo prezioso che ci è dato da vivere, all’interno del quale possiamo acquisire l’olio che ci è necessario. Perché ogni istante della nostra vita è come un vasetto che si riempie di qualcosa; lo riempiamo di amore o di altro. Quindi il messaggio del vangelo è il seguente: sta bene attento di cosa ti stai riempendo la vita!

Parabola delle vergini 4
Più tardi arrivarono anche le altre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Poiché alla fine il vaso siamo noi (cfr. At 9,15  – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), allora la nostra storia terrena è quel tempo che ci procura l’olio indispensabile per vivere luminosi in eterno; altrimenti diventa il recipiente di qualcosa che passa e che lascerà la nostra esistenza vuota, cioè senza amore, né per gli altri né per noi stessi. Adesso si comprende perché quel minaccioso orizzonte del fallimento nel finale della parabola, con tanto di porta chiusa e Dio che dice: “non vi conosco” (Mt 25,11-12). Gesù ci invita ad andare a comprare in tempo dai venditori l’olio necessario per vivere! Ci invita a cogliere tutte le innumerevoli occasioni in cui i venditori, passando accanto alla nostra vita, ci danno la possibilità di arricchire davanti a Dio (cfr. anche Lc 12,21), ovvero di riempire di amore la nostra esistenza. Cosa sia questo olio, credo lo abbiamo intuito tutti. Chi siano invece i venditori e come vivere bene il momento presente, lo vedremo meglio nei vangeli che ci saranno proposti nelle prossime due domeniche (non perdeteveli, mi raccomando!): lì Gesù ci istruirà a dovere. Che poi il tempo sia prezioso, lo sanno anche i profani: negli USA si dice che “time is money”. Solo che per noi cristiani il time non serve per accumulare denaro, ma per incontrare il Signore Gesù già qui sulla terra. Perciò ti suggerisco, a conferma di quanto detto, di visitare più spesso il libro della Bibbia, dove già puoi incontrare Cristo Gesù: perché tu possa renderti conto sempre di più, insieme al salmista, che lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 118,105).

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EL TIEMPO ESTÁ LLENO DE ACEITE

 

En una de sus más grandes obras como Ser y tiempo (Sein und Zeit), M. Heidegger echa las bases de una filosofía que concibe al hombre como proyecto de la cual estructura antropológica fundamental es aquella de un ser-para-la-muerte (Sein Zum Tode). En sustancia, la muerte viene recuperada positivamente del pensamiento del filósofo alemán cual distintivo del “ser” del hombre en el mundo (Dasein): entonces él puede conducir una existencia auténtica solo si se mide con ella. Diversamente, es como uno de esos que vive siempre en la onda de lo que le dicen los demás, manipulado y manipulable. Como decirlo (en dinero obviamente): si el hombre quiere quedarse verdaderamente él mismo, si quiere salvaguardar la propia trascendencia y libertad, debe vivir siempre poniendo delante de sí a la muerte; debe hacer de la muerte el centro de las posibilidades de elección que tiene. Pero mientras Heidegger retiene que sea la angustia quien realiza positivamente esta función en el hombre, el evangelio en cambio nos revela que en desempeñar esta función en modalidad más serena, es la fe en el encuentro definitivo con el Señor situado en el futuro; como el feliz encuentro de una esposa con su esposo: ¡Ya viene el esposo, salgan a su encuentro! (Mt 25,6)

El problema es que el hombre puede faltar clamorosamente a esta cita. Es el néctar del discurso de Jesús en esta parábola. Ante todo, con la expresión el reino de los cielos será semejante a diez vírgenes (Mt 25,1), el Señor nos hace entender que el misterio del reino tiene su cumplimiento en un futuro que supera nuestra historia. Además, que la condición de toda la humanidad es aquella de ir hacia aquél futuro como diez vírgenes: es una humanidad “virginizada”, porque ha recibido ya como don la redención. Y sin embargo, en aquél futuro, se revela una situación que dividirá a los hombres entre necios y sabios: pero una necedad y una sabiduría que se habían ya manifestado a lo largo de la propia historia (Mt 25,2-4). La parábola puntualiza el motivo de una y de la otra: en el camino de la vida, la necedad de cinco vírgenes consiste en llevarse una lámpara sin reserva de aceite, mientras que la sabiduría de las otras cinco  consiste  exactamente en llevarse la reserva de aceite en pequeños frascos. Luego viene la muerte, evento en el cual todos experimentamos un cierto retraso del Señor (Mt 25,5).

Pero es exactamente el sobrevenir del sueño que nos acomuna, o sea la muerte, en hacer venir a flote la condición mutada de aquellas mujeres: las necias son aquellas que después de la muerte se dan cuenta demasiado tarde que en las lámparas no hay sustancia, falta lo que da luz, falta lo esencial, y quisieran que las otras puedan darle el aceite para retomar la vida. Las sabias no pueden responder a este pedido y le invitan a ir a comprar donde los vendedores (Mt 25,8-9). La historia se concluye con una sana advertencia que subraya como, a la llegada de la muerte, se cierran las posibilidades para nuestra libertad de cambiar el propio destino, por lo cual está el serio riesgo de quedarse fuera de la salvación, o mejor dicho no encontrar al Señor, el Esposo (Mt 25,10-12). Velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13) resume Jesús, en el querer indicar a todos el camino de la sabiduría que conduce a la vida eterna.

Hay una expresión del papa Francisco, entre las más citadas y entre las más presentes en su magisterio (quizás la nº1 en absoluto), que puede explicar bien el fondo en el cual se mueve la historia del evangelio: el tiempo es superior al espacio. En la parábola nos damos cuenta de uno de los fundamentos bíblicos de lo que el papa enseña. Al lector atento de hecho no se le habrá escapado cuanto sea importante el factor tiempo. Si consideramos la historia en su éxito final, pareciera que el Señor quiera asustarnos con respecto al futuro. Y en cambio es justamente lo contrario: nos cuenta como van las cosas del reino porque quiere responsabilizarnos en el presente, el único tiempo precioso que nos ha sido dado para vivir, en lo interior del cual podemos adquirir el aceite que nos es necesario. Porque cada instante de nuestra vida es como un frasco que se llena de algo: ¡quédate bien atento de qué cosas te estas llenando la vida!

Porque al final el frasco somos nosotros (cfr. Hch 9,15 – 2Tm 2,20-21 – 2Cor 4,7 – 1Ts 4,4), entonces nuestra historia terrena es aquél tiempo que nos procura el aceite indispensable para vivir luminosos en eterno; de lo contrario se vuelve el recipiente de algo que pasa y que dejará vacía nuestra existencia, o sea sin amor, ni por los demás ni por nosotros mismos. Ahora se comprende por qué aquél amenazante horizonte del fracaso final de la parábola, con tanto de puerta cerrada y Dios que dice: “no los conozco” (Mt 25,11-12). ¡Jesús nos invita ir a comprar con tiempo a los vendedores de aceite lo necesario para vivir! Nos invita a acoger todas las innumerables ocasiones en la cual los vendedores, pasan junto a nuestra vida, nos dan la posibilidad de enriquecernos delante de Dios (cfr. También Lc 12,21), es decir de llenar de amor nuestra existencia. Qué puede ser este aceite, lo hemos intuido todos. Quiénes sean en cambio los vendedores y como vivir bien el momento presente, lo veremos mejor en los evangelios que nos proponen en los próximos dos domingos (¡no se lo pierdan!, ¡me recomiendo!): allí Jesús nos instruirá en deber. Que luego el tiempo sea precioso, lo saben también los profanos: en los Estados Unidos se dice que “time is money”. Solo que para nosotros cristianos el time no sirve para acumular dinero, sino para encontrar al Señor Jesús ya aquí en la tierra. Por lo tanto te sugiero, en confirmar de cuanto ha sido dicho, de visitar más seguido el libro de la Biblia, donde ya puedes encontrar a Cristo Jesús: para que tú puedas darte cuenta siempre más, junto al salmista, que lámpara para mis pasos es tu palabra, luz para mi camino (Sal 118,105)

RIVESTITEVI DEL SIGNORE GESÙ CRISTO

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

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Ma quelli non se ne curarono, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Un re, non una persona qualunque, invita alle nozze del proprio figlio. I suoi servi eseguono l’ordine, ma gli invitati non vollero venire (Mt 22,2). Cosa può indurli a rifiutarsi di andare a quella festa? L’antipatia del re o di suo figlio? Una temuta noia per la possibile lungaggine delle celebrazioni? Il fatto che l’accettazione dell’invito possa comportare delle spese? Il primo rifiuto non fa desistere il re. E questo già desta la nostra attenzione. Quasi fosse preoccupato di qualche fraintendimento, egli manda altri servi con lo stesso invito e una importante precisazione: “guardate che è già tutto pronto, al pranzo ho provveduto e non vi chiedo nient’altro che venire alla festa di nozze” (Mt 22,4). Ma nemmeno questa precisazione piena di gratuità contenuta nel nuovo invito li fa ritornare sui propri passi. Anzi, alcuni di essi insultano oppure accoppano i servi inviati. Visto il comportamento di questi invitati, verrebbe da dire che questa festa di nozze ha qualcosa che non va, oppure che qualcosa non va nel re che invita. O sono forse questi primi invitati il problema?

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Allora il re si indignò, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Il re indignato (Mt 22,7) ci toglie ogni dubbio in proposito: sono gli invitati che non sono degni (Mt 22,8). Ma cos’è che li rende tali? In che cosa consiste la loro indegnità? Nel fatto che si sentono sicuri di poter fare a meno, per essere felici, di andare a quella festa. Si sentono ricchi e sicuri nei loro affari o nelle loro proprietà (Mt 22,5), ma non si accorgono di essere nudi, ciechi e sordi all’invito del Signore! Il vangelo è sempre un pungolo salutare! Le parabole, se le accettiamo, sono come uno specchio che mostra ciò che avviene in chi legge. Da questo punto di vista sono sempre particolarmente efficaci, perché parlando d’altro spiazzano il lettore che, all’inizio, ascolta senza tante difese, come si trattasse di cose che riguardano gli altri, per poi capire, alla fine, che parlano di lui. La parabola di oggi è un logico sviluppo di quella dei vignaioli omicidi di domenica scorsa. Quello che ha fatto Israele infatti, lo fa oggi pure la Chiesa. Far parte del popolo di Dio (per noi in quanto battezzati) non era, non è e non sarà mai garanzia di salvezza. I cristiani sono oggi coloro che partecipano alle nozze del Figlio, ma come vi partecipano? Non basta partecipare, ovvero dire “sì” a Lui oppure dire “Signore, Signore” (cfr. Mt 7,21). La salvezza viene dal riconoscere che siamo uguali ai nostri padri ebrei! Se riconosciamo di essere come quel fratello che dice di sì e poi non fa, possiamo diventare come l’altro figlio che sa di dire no per poi pentirsi (cfr. Mt 21,28-32): ed è questo che salva e introduce alla comprensione della 2a parte della parabola.

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Andate ora ai crocicchi delle strade, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Andate ora ai crocicchi delle strade (Mt 22,9), dice il re nuovamente ai suoi servi perché continuino a invitare alla festa di nozze tutti quelli che incontrano sul proprio cammino. E chiamano proprio tutti, buoni e cattivi, fino a quando la sala nuziale è piena (Mt 22,10). Gli antichi padri della chiesa hanno visto in questi tre inviti del re le tre epoche dell’annuncio del regno di Dio. La prima, con l’incarnazione e l’inaugurazione delle nozze del Figlio di Dio, invera il primo rifiuto di Israele che prolunga, nel non riconoscimento del Messia, la storia dei rifiuti del popolo ebreo dall’esodo in poi. La seconda, con l’avvento della chiesa nascente segnata dal secondo rifiuto di Israele all’annuncio kerigmatico, unito alla persecuzione degli apostoli. Questo secondo rifiuto diventa occasione perché l’annuncio del regno si estenda nell’invito alla fede rivolto a tutte le genti: è il terzo invito del re. In tal senso, la sala nuziale imbandita e piena di commensali è la terza e ultima epoca, quella della chiesa attuale in cui convivono, come dappertutto, buoni e cattivi. Però il messaggio fondamentale, quello che deve penetrare nel cuore del lettore, si trova contenuto nei versetti finali. Il re che gioisce nel vedere la propria casa piena perché vuole che tutti siano salvi, passa ad osservare i commensali e nota che tra essi ce n’è uno che non ha la veste nuziale. Allora, pur chiamandolo amico, con la sola sua domanda ammutolisce il suo interlocutore (Mt 22,12) e ordina ai suoi servi di legarlo e gettarlo nelle tenebre (Mt 22,13).

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Come mai sei senza abito nuziale? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2017

Cos’è questa veste nuziale senza della quale non si può stare alla presenza del Signore? E perché la mancanza di questa veste ci relega nelle tenebre? E’ indubbio che quando si va a una festa di nozze ci si veste bene; è una esperienza umana così comune che se davvero qualcuno si presentasse vestito male penso che subito attirerebbe gli sguardi (e i commenti…) degli altri invitati. Allora la veste nuziale non può che essere metafora di una realtà spirituale, senza della quale, si viene a essere tagliati fuori dalla comunione con Dio e con i fratelli che già l’indossano. La veste è un simbolo/tema densissimo nella Bibbia. Pensate alle tuniche di pelle con cui Dio riveste Adamo ed Eva dopo il peccato (Gn 3,21), alla veste dalle lunghe maniche del patriarca Giuseppe (Gn 37,3) fino alla visione giovannea della Gerusalemme celeste in cui si sottolineano le vesti candide dei salvati (Ap 7,9-14). Potremmo stare una giornata intera a passeggiare nelle Scritture. Vorrei soffermarmi solo evocando una veste, quella che una celebre pagina del vangelo chiama come la più bella (Lc 15,22): è una veste che il padre ordina ai servi di far indossare al figlio minore tornato a casa, quale segno di amore accogliente, per far cominciare una grande festa, anche qui con tanto di banchetto. Dunque la veste nuziale è, prima di tutto, metafora della vita nuova che Dio ci dona misericordiosamente e gratuitamente per il solo fatto di riconoscerci peccatori. E’ il dono di Dio che ci fa vivere da figli suoi. Ma, nello stesso tempo, è una veste che non si indossa una volta per tutte. Il vangelo di oggi mette in guardia il credente perché non giunga alla fine della vita svestito, scoprendo la propria nudità quando non c’è più tempo per indossare la veste nuziale. Non ci si può permettere di rimandare l’accettazione dell’invito al banchetto, né ci si può permettere di giocare con l’invito stesso, andando al banchetto senza chiedersi se ci si sta lasciando vestire da Dio. E si lascia vestire da Dio solo chi scopre (e si convince!) ogni giorno di essere peccatore. Chi si sente perdonato e decide di far vivere di perdono sé stesso e gli altri. Soltanto chi si riconosce sterile comincia a far frutto, chi si riconosce di aver crocifisso il Figlio diventa suo erede, chi si scopre nudo viene rivestito, perché conosce l’amore con cui è amato! Perciò soltanto al termine di un lungo cammino un uomo di nome Agostino crollò davanti a un albero all’udire quella parola che guarì la sua sordità e gli fece cambiare vita: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).

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Un rey, no una persona cualquiera, invita al matrimonio del propio hijo. Sus sirvientes siguen la orden, pero los invitados no quisieron ir (Mt 22,2). ¿Qué cosa puede llevarlos a rechazar ir a aquella fiesta? ¿La antipatía del rey o de su hijo? ¿Un temible aburrimiento por la posibilidad de que la celebración sea larga? ¿El hecho de que la aceptación a la invitación pueda conllevar a gastos? El primer rechazo no hace que el rey se desanime. Y ya esto hace llamar nuestra atención. Como si estuviera casi preocupado por algún mal entendido, él manda a otros siervos con la misma invitación y una importante precisión: “miren que ya todo está listo, para el almuerzo ya está pensado y no les pido nada más que venir a la fiesta de bodas” (Mt 22,4). Pero ni siquiera esta precisión llena de gratuidad contenida en la nueva invitación les hace volverlo a pensar. Más bien, algunos de ellos insultan o también arrean a los siervos enviados. Viendo el comportamiento de estos invitados, daría ganas de decir que esta fiesta de bodas tiene algo que no va bien, o si no que algo no va bien el rey que invita. ¿O quizás son estos primeros invitados el problema?

El rey indignado (Mt 22,7) nos quita cada duda a propósito: son los invitados que no son dignos (Mt 22,8).  ¿Pero qué es que los hace así? ¿En qué consiste su indignidad? En el hecho de que se sienten seguros de poder prescindir, para ser felices, de no ir a esa fiesta. Se sienten ricos y seguros en sus negocios o en sus propiedades (Mt 22,5), pero no se dan cuenta que ¡están desnudos, ciegos y sordos a la invitación del Señor! ¡El evangelio es siempre un hincón saludable! Las palabras, si las aceptamos, son como un espejo que muestra lo que sucede en quien lo lee. Desde este punto de vista es siempre particularmente eficaz, porque hablando de otra cosa desubican al lector que, al comienzo, escucha sin tantas defensas, como si se tratara de cosas que reguardan a los demás, para luego entender, al final, que hablan de él. La parábola de hoy es un lógico desarrollo de aquellos de los viñeros asesinos del domingo pasado. Aquello que ha hecho Israel de hecho, lo hace también hoy la Iglesia. Hacer parte del pueblo de Dios (para nosotros en cuanto bautizados) no era, no es y nunca será garantía de salvación. Hoy los cristianos son aquellos que participan a las bodas del Hijo, pero ¿cómo participan? No basta con participar, o decir “sí” a Él o también decir “Señor, Señor” (cfr. Mt 7,21). ¡La salvación viene del reconocer que somos iguales a nuestros padres hebreos! Si reconocemos ser como aquél hermano que dice sí y luego no hace, podemos volvernos como el otro hijo que sabe que dice que no para luego arrepentirse (cfr. Mt 21,28-32): y es esto que salva e introduce a la comprensión de la segunda parte de la parábola.

Vayan al cruce de los caminos (Mt 22,9), dice el rey nuevamente a sus siervos porque continúen invitando a la fiesta de bodas a todos aquellos que encuentran en su camino. Y llaman justamente a todos, buenos y malos, hasta cuando la sala nupcial esté llena (Mt 22,10). Los antiguos padres de la iglesia han visto en estos tres invitados del rey las tres épocas del anuncio del reino de Dios. La primera, con la encarnación y la inauguración de las bodas del Hijo de Dios, la verdad es que es el primer rechazo de Israel que prolonga, en el no reconocimiento del Mesías, la historia de los rechazos del pueblo hebreo desde el éxodo en adelante. La segunda, con el adviento de la iglesia naciente marcada por el segundo rechazo de Israel al anuncio kerigmático, unido a la persecución de los apóstoles. Este segundo rechazo se vuelve ocasión para que el anuncio del reino se extienda a la invitación a la fe dirigida a todas las gentes: es la tercera invitación del rey. En tal sentido, la sala nupcial servida y llena de comensales es la tercera y última época, aquella de la iglesia actual en la cual conviven, como por todas partes, buenos y malos. Pero el mensaje fundamental, aquello que debe penetrar en el corazón del lector, se encuentra contenida en los versículos finales. El rey que se alegra en el ver la propia casa llena porque quiere que todos sean salvados, pasa a observar a los comensales y nota que entre ellos hay uno que no tiene la túnica nupcial. Entonces, aun llamándolo amigo, con solo su pregunta enmudece a su interlocutor (Mt 22,12) y ordena a sus siervos que lo amarren y tiren a las tinieblas (Mt 22,13).

¿Qué es este vestido nupcial sin la cual no se puede estar a la presencia del Señor? ¿Y por qué la falta de este vestido nos encierra en las tinieblas? Es indudable que cuando se va a una fiesta de bodas nos vestimos bien; es una experiencia humana muy común que si de verdad alguien se presentara mal vestido pienso que inmediatamente atraería las miradas (y los comentarios…) de los demás invitados. Entonces la túnica nupcial no puede ser que metáfora de una realidad espiritual, sin la cual, se viene a ser sacados de la comunión con Dios y con los hermanos que ya la visten. La túnica es un símbolo/tema densísimo en la Biblia. Piensen a las túnicas de piel con la cual Dios viste a Adán y Eva después del pecado (Gen3,21), a la túnica de las mangas largas del patriarca José (Gen 37,3) hasta la visión juanina de la Jerusalén celeste en la cual se subraya las cándidas túnicas de los salvados (Ap 7,9-14). Podríamos estar una jornada entera a pasear en las Escrituras. Quisiera detenerme solo evocando una túnica, aquella que una célebre página del evangelio llama como la más bella (Lc 15,22): es una túnica que el padre ordena a los siervos que hagan poner al hijo menor regresado a casa, qué signo de amor acogedor, para hacer comenzar una gran fiesta, también aquí con tanto de banquete. Entonces la túnica nupcial es, antes de todo, metáfora de la vida nueva que Dios nos dona misericordiosamente y gratuitamente por el solo hecho de reconocernos pecadores. Es el don de Dios que nos hace vivir como hijos suyos. Pero, al mismo tiempo, es una túnica que no se pone una vez para siempre. El evangelio de hoy pone en guardia al creyente para que no llegue al final de la vida desvestido, descubriendo la propia desnudez cuando no hay más tiempo para ponerse la túnica nupcial. No nos podemos permitir postergar la aceptación de la invitación al banquete, ni nos podemos permitir jugar con la invitación misma, yendo al banquete sin preguntarnos si nos estamos dejando vestir por Dios. Y se deja vestir por Dios solo quien descubre (¡y se convence!) cada día de ser pecador. Quien se siente perdonado y decide hacer vivir de perdón a sí mismo y a los demás. Solamente quien se reconoce estéril comienza a dar fruto, quien reconoce haber crucificado al Hijo se vuelve su heredero, quien se descubre desnudo viene revestido, porque ¡conoce el amor con el cual es amado! Por lo cual solamente al final de un largo camino un hombre de nombre Agustín se derrumbó delante de un árbol al oír aquella palabra que curó su sordera y le hizo cambiar vida: revístanse del Señor Jesucristo (Rm 13,14).

 

DAVVERO!

III DOMENICA DI PASQUA

At 2,14a.22-23; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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                          Gesu’ in persona si avvicino’, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E’ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16).

Si fermarono con il volto triste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all’annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E’ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell’aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona.

             Spiego’ loro in tutte le scritture, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d’amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29).

Si aprirono gli occhi e lo riconobbero, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il cammino della fede è una discesa nell’oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d’amore: l’Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l’un l’altro (Lc 24,32). L’incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35). 

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¿Nunca les ha sucedido soñar con los ojos abiertos y haber trabajado por tanto tiempo en algo en el cual han dedicado todo de sí mismos con sacrificio y afecto, entreviendo poco a poco gradualmente la realización, para después asistir a la caída de todo delante de tu mirada? Si les ha sucedido, entonces podemos acercarnos también nosotros a los dos discípulos que retroceden tristes de Jerusalém, conversando sobre todo lo trágico que les había sucedido. Podemos imaginarnos sus sentimientos, sus preguntas, sus pausas, podemos comprender su discusión que intenta explicar algo sobre lo sucedido. Se hubiera vuelto una de las mismas estériles discusiones humanas, si Jesús en persona (Lc 24,15) no los hubiera alcanzado en aquel camino hecho de conversaciones sin salida. Es hermoso pensar que Jesús nos alcanza en nuestro extravío, allí donde nuestro corazón no sabe darse respuestas, allí donde retrocedemos delante a los dramas que nos suceden en la vida, es hermoso saber que continúa a caminar con nosotros a pesar de nuestra persistente ceguera: pero sus ojos eran incapaces de reconocerlo (Lc 24,16)

El viandante resucitado provoca un alto con una pregunta acerca del discutir de ellos. Enciende un diálogo simple que hace salir de sus corazones la tristeza (Lc 24,17), la personal interpretación de los hechos, la esperanza desilusionada ahora perteneciente al pasado: nosotros esperábamos (Lc 24,21); pero, sobretodo, la total incerteza delante al anuncio de las mujeres que han encontrado la tumba vacía. Es así que trabaja el Señor. Caminando con nosotros, primero nos lleva a conocer todas las hosquedades (dudas) y las resistencias que nos habita. Porque es así que estamos hechos, primero más que nada escépticos delante a lo que otros testimonian de haber visto y oído y a cuanto nos comunica la misma palabra de Dios. Necios y lentos de corazón para creer (Lc 24,25): esta es nuestra carta de identidad cuando está privada de la ayuda del Peregrino que nunca nos abandona.

¿No tenía que ser así y que el Cristo padeciera para entrar en su gloria? (Lc 24,26): esta es la palabra sobre la cual se infringen nuestros razonamiento y nuestras esperas erradas, nuestra equivocada imagen de Dios y cada otra búsqueda que queremos conducir por nosotros mismos. ¿Por qué Señor, era necesario que sufrieras? ¿Por qué Señor esta necesidad por ti y por nosotros? El Resucitado no dice por qué, pero invita a los dos discípulos a regresar con Él en las Escrituras: allí, en el libro sagrado de la palabra de Dios, estaba ya predicha esta historia de amor sufrida y solo aparentemente derrota. También hoy Jesús nos invita a regresar sobre las Escrituras, para que todo lo que ha sido dicho es por Él y en vista de Él: ellas son la roca inquebrantable sobre la cual apoyarnos si queremos que nuestra fragilisima fe crezca y no muera. Así, cuando respondamos siempre más a su invitación, nos encontremos invitando nosotros mismos al Señor para que continúe a hablarnos quedándose junto a nosotros (Lc 24,29).

El camino de la fe es una pendiente en la oscuridad de nuestro corazón para después descubrir, más adelante, que el Viviente es capaz de estar con nosotros también en nuestras tinieblas. Su palabra nos transmite la luz victoriosa que sana nuestra ceguera espiritual y nos lo hace reconocer siempre presente con nosotros, sobretodo en el altar donde hacemos memoria de su don de amor: La Eucaristía. Y también si a causa de nuestra intermitencia nos parezca a veces de perderlo de vista (Lc 24,31), el fuego encendido de su palabra en nuestro corazón nos asegura y nos ayuda a confirmarnos el uno con el otro (Lc 24,32). El encuentro con el Resucitado cambia la dirección de nuestro camino, nos convierte a recorrer su mismo camino haciéndonos superar nuestros miedos (Lc 24,33), nos reune a nuestros hermanos que comparten con nosotros la misma inaudita sorpresa: Es verdad, el Señor ha resucitado (Lc 24,34). Quien lo ha encontrado no puede callar, porque siente la necesidad de contar con gozo aquello que el Señor ha hecho en la propia historia personal (Lc 24,35).

IL TUO VOLTO IO CERCO

XXI DOMENICA DEL T.O.

Sap 11,22-12,2; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

 

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

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Ci sono pagine del vangelo che fanno letteralmente scatenare la fantasia: in questi casi, perdo il controllo della mia facoltà immaginativa. Il vangelo di domenica è una di queste pagine. Per favore, perdonate subito chi scrive se nel commento si prenderà qualche licenza narrativa…

Il Signore Gesù sta entrando a Gerico, la città inespugnabile (cfr. Gs 6,1ss.). E lì vive un uomo inespugnabile, Zaccheo, il ricco capo dei pubblicani (Lc 19,2). Egli è uno di quelli di cui il Signore dice: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio (Lc 18,25); uno davanti al quale anche noi, insieme ai primi discepoli, ci interroghiamo: “e chi si può salvare?” (Lc 18,26). Ma Zaccheo, quel giorno, udì il frastuono della gente che faceva ressa attorno a un uomo. Perché tutta quella agitazione? La notizia giunse anche alle sue orecchie: “sta passando in città Gesù, il Rabbi di Nazareth!” (Lc 19,1) Il cuore di Zaccheo è colto da una improvvisa ma non definibile emozione. Esce fuori, si dirige nella calca, anche lui vuole vedere Gesù. Cerca e ricerca un punto di osservazione adeguato, ma non gli riesce; nella folla son tutti più alti di lui, non gli permettono di vederlo (Lc 19,3). Zaccheo non desiste. Perché non ha rinunciato? Perché non ha lasciato perdere questa sua voglia? Perché questa curiosità? Cosa aveva dentro di sé da ingegnarsi così tanto a cercare un posto dove poter finalmente vedere il figlio del falegname di Galilea? Forse che qualche cittadino compiacente non poteva farlo salire sul balcone di casa sua? O forse sapeva che qualsiasi richiesta di questo tipo sarebbe stata respinta, disprezzato e scomunicato com’era presso la cittadinanza e le autorità religiose?

Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Una volta mi trovavo a meditare questo testo da solo, davanti al tabernacolo. Ho rivolto direttamente questi interrogativi a Zaccheo, convinto di essere ascoltato. In fondo, mi dicevo, è uno dei primi amici di Gesù, è un santo, me lo farà questo piacere! Non ho avuto risposte dirette, ma condivido volentieri quel che ho sentito formarsi nel profondo della mia interiorità, mentre meditavo. Allora Zaccheo corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là (Lc 19,4). Il capo dei pubblicani vede la strada che Gesù deve percorrere. Più avanti, vede che c’è un bell’albero frondoso: da lì si può vederlo bene, lì si può anche rimanere nascosti da occhi indiscreti! Non so se Zaccheo avrebbe potuto dire con parole sue cosa esattamente lo muovesse a salire su quell’albero. E poi diciamocelo, é un po’ ridicolo alla sua età: non è forse quando si è bambini che si sale sugli alberi? Anzi, penso sinceramente che non sapesse proprio il senso profondo di quel che faceva, ma lo fece! Forse, nella sua vita socialmente e religiosamente disprezzata, c’era una fame profonda che né il potere né il denaro di cui disponeva riuscivano a soddisfare. Forse, da qualche parte, aveva udito parlare di questo strano maestro che non si rifiutava di stare e persino di mangiare con peccatori come lui: come era possibile? Forse aveva sentito parlare della lezione data a Simone il fariseo, in casa sua, con una nota prostituta di quel luogo (Lc 7,36-50). Forse era nato in lui un desiderio: “sarebbe bello conoscere questo Gesù! Non ho mai sentito finora di un rabbino in Israele che si intrattenga volentieri con gente come noi, che mangi anche in casa di persone come noi…sarà vero che costui parla e agisce così? Se Lui è così, come può essere il suo volto? Come può essere la sua voce? Cosa può fare la sua parola in chi l’ascolta?”. Zaccheo cercava di vedere chi era Gesù. Quel balzo sull’albero mi sembra rivelare che in lui non ci sia la morbosa curiosità “gossippara” di Erode (cfr. Lc 9,9 e 23, 8-9), tanto diffusa oggi, ma l’attrazione misteriosa di chi si chiede: “chi è veramente Gesù?”. Perché c’è una curiosità “possessiva”, quella di chi cerca con lo sguardo una persona ma solo per poterla controllare; e c’è anche una curiosità “contemplativa”, quella di chi cerca con un altro sguardo la persona, aprendosi al suo mistero, senza pretendere nulla da essa.

Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Zaccheo si è sistemato tra i rami del sicomoro: gli basta vedere a distanza Gesù, non desidera altro. Il momento dell’incontro è imminente: “finalmente da quassù vedrò il suo volto un po’ da vicino, vedrò come guarda gli altri attorno a sé, vedrò se davvero come dicono ci sono peccatori come me che camminano vicino a lui, vedrò…”. Come non ricordare le parole di quel salmo? Il mio cuore ripete il tuo invito: “cercate il mio volto”. Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto (Sal 26). Gesù giunge sul posto. Ed ecco, il suo maestoso sguardo si alza verso di lui: Zaccheo scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5). Sorpresa inaudita! Zaccheo ha un sussulto di gioia e obbedisce istintivamente all’invito/auto-invito del Signore (Lc 19,6).

Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

L’uomo che cercava con lo sguardo lo sconosciuto Gesù ora scopre che dal Suo sguardo era cercato e persino conosciuto per nome! Oggi stesso il maestro sarà a casa sua! Gesù a casa dell’immondo Zaccheo, il capo dei pubblicani! Non è possibile,…anzi sì! Perché ciò che è impossibile presso gli uomini è possibile a Dio! Tutto è possibile a Dio! (Mc 10,27). Che cos’è la fede cristiana secondo Zaccheo? E’ incontrare Gesù e rimanere sbalorditi dal suo modo di guardarti e relazionarsi con te. E’ scoprire personalmente che quello che si dice su di Lui non sono frottole, non sono nemmeno storie belle per pochi eletti, ma è un dono per tutti, anche per me!

Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

“E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico – perché anche a quel tempo si chiacchierava tanto! – che diceva: ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quello schifoso di pubblicano? Sì, da lui, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù. Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. Il nome Zaccheo significa “Dio ricorda”: Egli ricorda sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Guardiamo Zaccheo, oggi, sull’albero: il suo è un gesto ridicolo, ma è un gesto di salvezza. E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare! Ricordatelo bene, così è Gesù. Lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua”, cioè nel tuo cuore, nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo; lasciati guardare da Gesù!” (Papa Francesco, Angelus, 3.11.2013)

Le ultime parole di Gesù nel vangelo generalmente sono anche tra le prime ad essere dimenticate: Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Cercare e salvare: identità e missione del Signore Gesù, identità e missione della sua chiesa che prosegue nella storia. Volto di Dio, volto della chiesa. Dio ci faccia la grazia di non perdere di vista il suo Volto, perché subito perderemmo di vista il nostro.

BUONA DOMENICA!

 

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Hay páginas del evangelio que hacen literalmente desencadenar la fantasía: en estos casos, pierdo el control de mi facultad imaginativa. El evangelio del domingo es una de estas páginas. Por favor, perdonen inmediatamente a quien escribe si en el comentario se tomará algunas licencias narrativas…

El Señor Jesús está entrando a Jericó, la ciudad inexpugnable (cfr. Gs 6,1ss.). Y allí vive un hombre inexpugnable, Zaqueo, el rico jefe de los publicanos (Lc 19,2). Él es uno de aquellos del cual el Señor dice: es más fácil para un camello pasar por el ojo de una ajuga que para un rico entrar en el Reino de Dios (Lc 18,25); uno delante al cual también nosotros, junto a los primeros discípulos, nos preguntamos:  y “¿Quién podrá salvarse entonces? (Lc 18,26). Pero Zaqueo, aquél día, oyó el ruido de la gente que hacia alboroto alrededor de un hombre. ¿Por qué toda esa agitación? La noticia llegó también a sus oídos: “está pasando Jesús por la ciudad, ¡el Rabí de Nazaret!” (Lc 19,1) El corazón de Zaqueo viene tomado por una imprevista pero no definible emoción. Sale afuera, se dirige al tumulto, también él quiere ver a Jesús. Busca y rebusca un punto de observación adecuado, pero no logra; en el gentío son todos más altos que él, no le permiten verlo (Lc 19,3). Zaqueo no desiste. ¿Por qué no ha renunciado? ¿Por qué no ha dejado este deseo suyo? ¿Por qué esta curiosidad? ¿Qué tenía dentro de sí para ingeniarse así tanto en el buscar un lugar donde poder finalmente ver al hijo del carpintero de Galilea? ¿Quizás que algún ciudadano complaciente no pudo hacerlo subir sobre el balcón de su casa? ¿O quizás sabía que cualquier pedido de este tipo hubiera sido rechazado, despreciado y excomulgado como era delante de la ciudadanía y las autoridades religiosas?

Una vez me encontraba solo a meditar este texto delante del sagrario. He dirigido directamente estos interrogantes a Zaqueo, convencido de ser escuchado. En fondo, me decía, es uno de los primeros amigos de Jesús, es un santo, ¡me hará este favor! No he tenido respuestas directas, pero comparto con mucho gusto lo que he sentido formarse en lo más profundo de mi interioridad, mientras meditaba.

Entonces se adelantó corriendo y se subió a un árbol para verlo cuando pasara por allí (Lc 19,4). El jefe de los publicanos ve el camino que Jesús debe recorrer. Más adelante, ve que hay un árbol frondoso: de allí se puede verlo bien, ¡allí también se puede quedarse escondido de los ojos indiscretos! No sé si Zaqueo hubiera podido decir con palabras suyas qué cosa exactamente lo movía a subir sobre ese árbol. Y luego digámonoslo, es un poco ridículo a su edad: ¿no es quizás que cuando se es niño se sube sobre los árboles? Además, sinceramente pienso que no sabía el sentido profundo de lo que hacía, pero ¡lo hizo! Quizás, en su vida socialmente y religiosamente despreciada, había un hambre profunda que ni el poder ni el dinero del cual disponía lograban a satisfacerlo. Quizás, en algún lugar, había escuchado hablar de este extraño maestro que no se negaba de estar y hasta de comer con pecadores como él: ¿Cómo era posible? Quizás había escuchado hablar de la lección dada a Simón el fariseo, en su casa, con una notable prostituta de aquél lugar (Lc 7,36-50). Quizás había nacido en él un deseo: “¡sería hermoso conocer este Jesús! No he escuchado hasta ahora de un rabí en Israel que se detenga con gusto con gente como nosotros, que coma también en casa de personas como nosotros… ¿será verdadero que este habla y actúa así? Si Él es así, ¿cómo será su rostro? ¿Cómo será su voz? ¿Qué puede hacer su palabra en quien lo escucha?”. Zaqueo quería ver cómo era Jesús. Aquél rebote sobre el árbol me parece revelar que en él no esté la morbosa curiosidad “posesiva” de Herodes (cfr. Lc 9,9 y 23,8-9), tan difundida hoy, sino la atracción misteriosa de quien se pregunta: “¿quién es verdaderamente Jesús?”. Porque hay una curiosidad “chismosa”, aquella de quien busca con la mirada a una persona pero solo para poderla controlar; y hay también una curiosidad “contemplativa”, aquella de quien busca con otra mirada a la persona, abriéndose a su misterio, sin pretender nada de ella.

Zaqueo se ha ubicado entre las ramas del árbol: le basta ver a distancia a Jesús, no desea más. El momento del encuentro es inminente: “finalmente desde aquí arriba veré su rostro un poco más cerca, veré como mira a los demás alrededor suyo, veré si verdaderamente como dicen hay pecadores como yo que caminan cerca de él, veré…”. ¿Cómo no recordar las palabras de aquel salmo? Mi corazón de ti me habla diciendo: “Procura ver mi faz”. Es tu rostro, Señor, lo que yo busco, no me escondas tu rostro (Sal 26)

Jesús llega al lugar. Y he aquí, su majestosa mirada se levanta hacia él: Zaqueo, baja en seguida, pues hoy tengo que quedarme en tu casa (Lc 19,5). ¡Sorpresa inaudita! Zaqueo tiene un sobresalto de gozo y obedece instintivamente a la invitación / auto-invitación del Señor (Lc 19,6). ¡El hombre que buscaba con la mirada al desconocido Jesús ahora descubre que de Su mirada era buscado y hasta conocido por nombre! ¡Hoy mismo el maestro estará en su casa! Jesús en la casa del inmundo Zaqueo, ¡el jefe de los publicanos! No es posible,… ¡pero sí! Porque para los hombres es imposible, pero no para Dios, porque para Dios ¡todo es posible! (Mc 10,27). ¿Qué es la fe cristiana según Zaqueo? Es encontrar a Jesús quedándonos asombrados de su modo de mirarte y relacionarse contigo. Es descubrir personalmente que aquello que se dice sobre Él no son cuentos, no son ni siquiera historias lindas para pocos elegidos, sino un don para todos, ¡también para mí!

“Y Jesús va a la casa de Zaqueo, suscitando las críticas de toda la gente de Jericó  – porque también en ese tiempo se murmuraba mucho -, que decía: ¿Cómo? Con todas las buenas personas que hay en la ciudad, ¿va a estar precisamente con ese publicano? Sí, porque él estaba perdido; y Jesús dice: «Hoy ha sido la salvación de esta casa, pues también éste es hijo de Abrahán» (Lc 19, 9). En la casa de Zaqueo, desde ese día, entró la alegría, entró la paz, entró la salvación, entró Jesús. No existe profesión o condición social, no existe pecado o crimen de algún tipo que pueda borrar de la memoria y del corazón de Dios a uno solo de sus hijos. El nombre Zaqueo significa «Dios recuerda», Él recuerda siempre, no olvida a ninguno de aquellos que ha creado. Él es Padre, siempre en espera vigilante y amorosa de ver renacer en el corazón del hijo el deseo del regreso a casa. Y cuando reconoce ese deseo, incluso simplemente insinuado, y muchas veces casi inconsciente, inmediatamente está a su lado, y con su perdón le hace más suave el camino de la conversión y del regreso. Miremos hoy a Zaqueo en el árbol: su gesto es un gesto ridículo, pero es un gesto de salvación. Y yo te digo a ti: si tienes un peso en tu conciencia, si tienes vergüenza por tantas cosas que has cometido, detente un poco, no te asustes. Piensa que alguien te espera porque nunca dejó de recordarte; y este alguien es tu Padre, es Dios quien te espera. Trépate, como hizo Zaqueo, sube al árbol del deseo de ser perdonado; yo te aseguro que no quedarás decepcionado. Jesús es misericordioso y jamás se cansa de perdonar. Recordadlo bien, así es Jesús. ¡Dejémonos también nosotros llamar por el nombre por Jesús! En lo profundo del corazón, escuchemos su voz que nos dice: «Es necesario que hoy me quede en tu casa», es decir, en tu corazón, en tu vida. Y acojámosle con alegría: Él puede cambiarnos, puede convertir nuestro corazón de piedra en corazón de carne, puede liberarnos del egoísmo y hacer de nuestra vida un don de amor. Jesús puede hacerlo; ¡déjate mirar por Jesús!” (Papa Francesco, Ángelus, 3.11.2013)

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio generalmente son también entre las primeras a ser olvidadas: el Hijo del hombre de hecho ha venido a buscar y a salvar lo que estaba perdido (Lc 19,10). Buscar y salvar: identidad y misión del Señor Jesús, identidad y misión de su iglesia que prosigue en la historia. Rostro de Dios, rostro de la iglesia. Dios nos haga la gracia de no perder de vista su Rostro, porque inmediatamente perderíamos de vista el nuestro.

METTI QUI IL TUO DITO

JezuUfamTobie

AT 4,32-35; 1GV 5,1-6; GV 20,19-31

Da qualche anno la 2a domenica di Pasqua è diventata, per l’esattezza dal giorno in cui S.Giovanni Paolo II l’ha istituita, la domenica della festa della Divina Misericordia. Una domenica pasquale in cui la chiesa fa festa al mistero dell’attributo più profondo di Dio: il suo essere amore misericordioso. In realtà l’istituzione è di volontà divina. Il nostro mai dimenticato papa Giovanni Paolo II ha solo creduto e obbedito a quanto rivelato dal Signore Gesù a Sr. Maria Faustina Kowalska del SS.mo Sacramento, una mistica polacca vissuta a cavallo tra la 1a e la 2a guerra mondiale divenuta depositaria di uno dei messaggi più belli che Dio potesse consegnare ad un essere umano, naturalmente, in piena sintonia con il Vangelo e l’insegnamento magisteriale della chiesa. Sr. Maria Faustina ha ricevuto in dono di vedere il Signore come nell’immagine (molto conosciuta e diffusa) qui sopra postata. Lui stesso le ha chiesto esplicitamente, il 22 febbraio del 1931, di far dipingere una immagine di come le era concesso di vederlo, promettendo grandi grazie a chi con fede l’avesse diffusa e fatta venerare nella preghiera: “Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto la scritta: Gesù confido in te! Desidero che quest’immagine venga venerata prima nella vostra cappella e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima che venererà questa immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come mia propria gloria…Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Cosa le è costato promuoverla e farla realizzare, testimoniando il grande messaggio ricevuto negli intimi colloqui con il Signore, ve lo lascio soltanto immaginare rimandando agli scritti raccolti nel suo Diario, la misericordia divina nella mia anima, Libreria Editrice Vaticana.

Vi confesso che i miei primi timidissimi passi di ritorno al Signore, nell’arco degli anni 1987-1988, sono stati marcati dalla graduale conoscenza del messaggio consegnato a questa donna consacrata e da quest’immagine del Signore Gesù che ci viene incontro con la mano destra alzata nell’atto di benedirci e la mano sinistra appoggiata sul petto indicante il suo cuore. Ancora oggi questa immagine è intronizzata nella mia stanza. Da allora non mi sono più staccato da essa. Il perché, lo lascio dire ad alcuni brani scelti dal Diario della santa, cominciando dalle sublimi parole che hanno marcato pure gli inizi del mio ministero sacerdotale: “Desidero che i sacerdoti annuncino la mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve avere paura di avvicinarsi a me; le fiamme della mia Misericordia mi divorano, voglio riversarle sulle anime degli uomini. La sfiducia delle anime mi strazia le viscere. Ancora di più mi addolora la sfiducia delle anime consacrate. Nonostante il mio inesauribile amore non hanno fiducia in Me. Nemmeno la mia morte è stata sufficiente per loro…Figlia mia, dì al mondo intero che sono l’amore e la Misericordia in persona. Le anime che diffondono il culto della mia Misericordia le proteggo per tutta la vita come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante, e nell’ora della morte non sarò per loro giudice, ma salvatore misericordioso. In quell’ultima ora, felice l’anima che durante la vita si è immersa nella sorgente della Misericordia, poiché la giustizia non la raggiungerà. Scrivi: tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della mia Misericordia più profondamente di un bimbo nel grembo materno. Quanto dolorosamente mi ferisce la diffidenza verso la mia bontà! I peccati di sfiducia sono quelli che mi feriscono nella maniera più dolorosa!”. E ancora: “Desidero la fiducia dalle mie creature. Esorta le anime ad una grande fiducia nella mia insondabile Misericordia. L’anima peccatrice non abbia paura di accostarsi a me, ed anche se avesse più peccati di quanti granelli di sabbia ci sono sulla terra, tutto sprofonderà nell’abisso della mia Misericordia!…Scrivi che quanto più grande è la miseria di un’ anima, tanto maggiore è il suo diritto alla mia Misericordia…Di alle anime dove debbono cercare le consolazioni, cioè nel tribunale della Misericordia: lì avvengono i più grandi miracoli che si ripetono continuamente. Per ottenere questo miracolo non occorre fare pellegrinaggi in terre lontane né celebrare solenni riti esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un mio rappresentante confessandogli la propria miseria, ed il miracolo della Divina Misericordia si manifesterà in tutta la sua pienezza. Scrivi che anche se un’anima fosse come un cadavere in processo di decomposizione ed umanamente non ci fosse alcuna possibilità di risurrezione e tutto sembrasse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo della Divina Misericordia risusciterà quest’anima in tutta la sua pienezza. Infelici coloro che non ne approfittano!”.

Sono solo alcune delle meravigliose parole rivolte dal Signore a santa Maria Faustina. Come commentarle? Cos’altro aggiungere? Cosa potrebbe o dovrebbe ancora dirci per convincerci di quanto siamo amati? Eppure il Vangelo ci fa capire che la nostra fragile umanità non si apre facilmente all’annuncio che proviene dalla sua passione, morte e resurrezione d’amore. Lo dicevamo qualche domenica fa, siamo un po strani: facciamo più fatica a lasciarci amare che ad amare, anzi, tutti gli episodi evangelici che narrano l’evento della resurrezione ci evidenziano una misteriosa paura di essere amati dal Risorto.

"Mio Signore e mio Dio!" di Maria Cavazzini Fortini,      maggio 2012
“Mio Signore e mio Dio!” di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Tommaso non si lascia contagiare dalla gioia che poco a poco ha sostituito la paura nei suoi fratelli, ma vi si oppone dicendo: “se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito nel segno dei chiodi…” (Gv 20,25). Tommaso non ha amore e fede sufficiente in sé per credere, e non potrebbe essere altrimenti, ma in tutta sincerità viene fuori allo scoperto. In realtà, quando facciamo venire allo scoperto chi siamo e cosa veramente sentiamo, diventiamo un grido di preghiera, attiriamo la Misericordia Divina a soccorrerci e a compiere in noi, ancora una volta, il miracolo di tutti miracoli: “mio Signore e mio Dio!..” (Gv 20,28) ovvero a generare in noi, “la vittoria che vince il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4). Nel luogo delle piaghe del corpo di Gesù, Tommaso voleva metterci il dito. Il Signore gli viene incontro invitandolo a mettercelo. Anche noi siamo invitati a tendere la nostra mano e a mettere il nostro dito lì, nel posto dove Lui si fa toccare e dove noi veniamo toccati da Lui: miseria e Misericordia, faccia a faccia, possono vivere insieme felici!

BUONA FESTA DELLA MISERICORDIA A TUTTI! 

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Desde hace algunos años el segundo domingo de Pascua se ha convertido, para ser exactos desde el día en que San Juan Pablo II instituyó, el domingo de la Fiesta de la Divina Misericordia. Un domingo de Pascua en que la Iglesia hace fiesta al misterio del atributo más profundo de Dios: su ser amor misericordioso. En realidad, la institución es de voluntad divina. Nuestro nunca olvidado Papa Juan Pablo II sólo ha creído y obedecido según lo revelado por el Señor Jesús a Sor Faustina Kowalska del Santísimo Sacramento, una mística polaca que vivió entre la primera y la segunda guerra mundial que se ha convertido en la depositoria de uno de los más bellos mensajes que Dios podría entregar a un ser humano, por supuesto, en plena armonía con el Evangelio y el magisterio de la Iglesia. Sor María Faustina ha recibido el don de ver al Señor como en la imagen (bien conocida y difundida) y aquí arriba publicada. Él mismo le ha pedido explicitamente, el 22 de febrero de 1931, que haga pintar una imagen como se le había concedido verlo,  prometiendo grandes gracias a quien con fe lo hubiera difundido y hecho venerar en la oración: “pinta una imagen según el modelo que ves, con la frase escrita debajo: ¡Jesús en ti confío! Deseo que esta imagen sea venerada antes en nuestra capilla y luego en el mundo entero. Prometo que el alma que venerará esta imagen, no perecerá. Prometo también ya sobre esta tierra, pero en particular en la hora de la muerte, la victoria sobre los enemigos. Yo mismo la defenderé como mi propia gloria… yo deseo que haya una fiesta de la Misericordia. Quiero que la imagen venga solemnemente bendecida en el primer domingo después de la Pascua; este domingo debe ser la fiesta de la Misericordia”. Cuánto le ha costado promoverla y hacerla realizar, testimoniando el gran mensaje recibido en los íntimos coloquios con el Señor, se los dejo imaginar solo haciendo referencia a los escritos recogidos en su Diario, la misericordia divina en mi alma, Librería Editorial Vaticana.

Les confieso que mis primeros timidísimos pasos de regreso al Señor en el arco de los años 1987 – 1988, han sido marcados por el conocimiento gradual del mensaje entregado a esta mujer consagrada y de esta imagen del Señor Jesús que nos viene al encuentro con la mano derecha levantada en el acto de bendecirnos y la mano izquierda apoyada sobre el pecho indicando su corazón. Todavía hoy esta imagen está entronizada en mi dormitorio. Desde entonces no me he separado más de ella. El por qué, lo dejo decir a algunos textos elegidos por el Diario de la santa, comenzando de las sublimes palabras que han marcado también los inicios de mi ministerio sacerdotal: “Deseo que los sacerdotes anuncien mi gran Misericordia por las almas de los pecadores. El pecador no debe tener miedo de acercarse a mí; las llamas de mi Misericordia me devoran, quiero derramarla sobre las almas de los hombres. La desconfianza de las almas me desgarra las entrañas. Todavía más me causa dolor la desconfianza de las almas consagradas. A pesar de mi gran amor no tienen confianza en Mí. Ni siquiera mi muerte ha sido suficiente para ellos… Hija mía, dí al mundo entero que soy el amor y la Misericordia en Persona. Las almas que difunden el culto de mi Misericordia las protejo por toda la vida como una tierna madre protege su niño todavía lactante, y en la hora de la muerte no seré para ellos juez, sino salvador misericordioso. En esta última hora, feliz el alma que durante la vida se ha sumergido en la fuente de la Misericordia, porque la justicia no la alcanzará. Escribe: todo lo que existe está encerrado en las visceras de mi Misericordia más profundamente que un niño en el vientre materno. Cuando dolorosamente me hiere la desconfianza son aquellos que me hieren en el modo más doloroso!” Y todavía: “Deseo la confianza de mis creaturas. Exorta a las almas a una gran confianza en mi insondable Misericordia. El alma pecadora no tenga miedo de acercarse a mí, y aunque si tuviera más pecados que los granitos de arena que hay en la tierra, todo se hundirá en el abismo de mi Misericordia!… Escribe que cuanto más grande es la miseria de un alma, tanto más es su derecho a mi Misericordia… Dí a las almas dónde deben buscar las consolaciones, o sea en el tribunal de la Misericordia: allí sucede los más grandes milagros que se repiten continuamente. Para obtener este milagro no es necesario hacer pelegrinajes en tierras lejanas ni celebrar solemnes ritos exteriores, sino basta ponerse con fe a los pies de mi representante confesándo la propia miseria, y el milagro de la Divina Misericordia se manifestará en toda su plenitud. Escribe también que si un alma fuera como un cadáver en proceso de descomposición y humanamente no hubiera alguna posibilidad de resurrección y todo pareciera perdido, no sería así para Dios: un milagro de la Divina Misericordia resucitará esta alma en toda su plenitud. Infelices aquellos que no aprovechan!”.

Solo son algunas de las maravillosas palabras dirigidas por el Señor a Santa María Faustina. ¿Cómo comentarlas? ¿Qué más agregar? ¿Qué podría o debería todavía decir para convencernos de cuánto somos amados? Y sin embargo el Evangelio nos hace entender que nuestra frágil humanidad no se abre facilmente al anuncio que proviene de su pasión, muerte y resurrección de amor. Lo decíamos hace algunos domingos, somos un poco extraños: hacemos más fatiga a dejarnos amar que amar, aún más, todos los episodios evangélicos que narran el evento de la resurrección nos evidencian un misterioso miedo de ser amados por el Resucitado.

Tomás no se deja contagiar por el gozo que poco a poco ha sustituido el miedo en sus hermanos, sino que se opone diciendo: “No creeré sino cuando vea la marca de los clavos en sus manos, meta mis dedos enn el lugar de los clavos y palpe la herida del costado…” (Jn 20,25). Tomás en sí no tiene amor y fe suficiente para creer, y no pudiera ser de otra manera, pero con toda sinceridad viene afuera al descubierto. En realidad, cuando sacamos afuera quién somos y qué cosa verdaderamente sentimos, nos volvemos un grito de oración, atraemos la Misericordia Divina para socorrernos y para cumplir en nosotros, todavía una vez, el milagro de todos los milagros: “¡mi Señor y mi Dios!” (Jn 20,28) o también para generar en nosotros, “la victoria que vence al mundo: nuestra fe” (1Jn 5,4). Tomás quería meter el dedo en el lugar de las llagas del cuerpo del Señor. Y Jesús lo alcanza invitándole a meterlo. También nosotros estamos invitados a extender nuestra mano y a meter nuestro dedo allí, en el lugar donde Él se hace tocar y donde nosotros venimos tocados por Él: ¡miseria y Misericordia, cara a cara, pueden vivir felices juntos!

¡BUENA FIESTA A TODOS!