RICOMINCIA DACCAPO

II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

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Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1). Amo la “ouverture” letteraria dell’opera di Marco perché è una concisa dichiarazione di fede che racchiude tutto quello che vuole raccontare. Ogni lettore, se apre il suo cuore alla Parola che ascolta, può davvero vivere un nuovo inizio della sua storia. Infatti, l’inizio della lieta notizia per l’uomo è la storia di Gesù: se questa storia entra nella sua storia, allora comincia un nuovo capitolo della propria esistenza, comincia una nuova vita, un nuovo mondo si schiude ai suoi occhi. Gesù è sempre pronto a ricominciare daccapo con l’uomo. Perché come dice Pietro, davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno (2Pt 3,8).

Come è giunta questa lieta notizia per l’umanità di nome Gesù? Con la realizzazione delle profezie, in particolare con l’invio di un messaggero di nome Giovanni che realizza la profezia di Isaia (Is 40,3). Anche oggi Dio, fedele a sé stesso, invia messaggeri ai suoi figli per annunciarsi. Chi è il Giovanni Battista della tua vita? Sapresti individuarlo? Sappi che, perché sia tale, deve essere voce di uno che grida nel deserto: cioè uno che parla con chiarezza ma in uno spazio dove è dai più inascoltato (chi c’è in un deserto a udire uno che grida?). Deve essere anche uno che richiama a preparare la via del Signore nel deserto (Mc 1,3): ovvero uno che ti attrae ad andare al nocciolo essenziale della vita, che non si può cogliere se non incontrando sé stessi mentre ci si impegna a far tacere le mille voci che tirano la tua vita da tutte le parti, fuorché da quella di Dio. Insomma, deve essere uno che alla fine ti rimette in contatto con la nostalgia di Dio che abita nel profondo del tuo cuore. Per questo, nonostante vivesse in un deserto, accorrevano a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme (Mc 1,5a).

10 bis
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

Ma non solo. Deve essere uno che provoca (“pro-vocare”, cioè “chiama fuori”) la tua vita al punto da aiutarti a vedere e poi confessare i tuoi peccati, non per paura di Dio, ma appunto perché ti aiuta a incontrare il tuo vero io (Mc 1,5b). Egli è uno che ti vuole convincere di peccato solo per farti gustare il dono che Dio ti vuole rinnovare: il perdono dei peccati (Mc 1,4). Inoltre, con la sobrietà della sua vita (Mc 1,6) è uno che ti fa innamorare di Gesù perché innamorato a tal punto di Lui da essere sempre pronto a farsi da parte: poiché gli basta l’onore di essere al suo servizio, consapevole della propria indegnità e del limite del suo ministero (Mc 1,7-8).

Conoscete la storiella di quell’uomo “credente” che, naufrago in mare, ad ogni barca che gli si accostava per soccorrerlo replicava: “andate pure, so che Dio mi salverà”? Dopo aver rifiutato di salire su varie barche che gli si erano avvicinate per il soccorso, quell’uomo morì annegato. E il racconto si conclude con l’uomo che giunge alle porte del paradiso e subito si rivolge a Dio dicendogli: “avevo fede che mi avresti soccorso, perché dunque mi hai fatto morire in mare?” Dio gli risponde: “ma se ti ho mandato almeno una decina di barche per salvarti, sciocco!…”. Credo che Dio ci mandi sempre messaggeri di salvezza per la nostra vita che sono il più delle volte a un tiro di schioppo nel parlarci! Il problema spesso è la nostra sordità (per questo anche il Battista attuale dovrà gridare!…), le nostre resistenze, la nostra attesa sbagliata (cfr. la storiella precedente), oppure il pensare che un messaggero come il Battista attuale debba riprodurre necessariamente le categorie del passato (quanti corrono dietro al primo profeta di sventura che si presenta accreditato da innumerevoli digiuni, piedi scalzi e carismi eccezionali…): forse anche per questo quell’uomo naufrago della storiella non salì su nessuna di quelle barche, tanto gli sembrava troppo normale il messaggero di Dio che gli chiedeva di farsi soccorrere!

Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all’inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.

 

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VUELVE A COMENZAR DESDE EL COMIENZO

 

Comienzo del evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios (Mc 1,1). Amo la “ouverture” literaria de la obra de Marco porque es una concisa declaración de fe que encierra todo aquello que quiere contar. Cada lector, si abre su corazón a la Palabra que escucha, puede de verdad vivir un nuevo comienzo de su historia. De hecho, el comienzo de la feliz historia para el hombre es la historia de Jesús: si esta historia entra en su historia, entonces comienza un nuevo capítulo de la propia existencia, comienza una nueva vida, un nuevo mundo se abre a sus ojos. Jesús siempre está listo a volver a comenzar desde el comienzo con el hombre. Porque como dice Pedro, para el Señor un solo día son como mil años y mil años como un solo dia (2Pt 3,8).

¿Cómo ha llegado esta feliz noticia para la humanidad de nombre Jesús? Con las realizaciones de las profecias, en particular con el envío de un mensajero de nombre Juan que realiza la profecía de Isaias (Is 40,3). Dios, también hoy, fiel a sí mismo, envía mensajeros a sus hijos para anunciarse. ¿Quién es el Juan Bautista de tu vida? ¿sabrías identificarlo? Debes saber que, para que sea tal, debe ser voz de uno que grita en el desierto: o sea uno que habla con claridad pero en un lugar donde es de los menos escuchados (¿quién está en un desierto escuchando a uno que grita?). Debe ser también uno que llama a preparar el camino del Señor en el desierto (Mc 1,3): o mejor uno que te atrae a ir al corazón de lo esencial de la vida, que no se puede tomar sino solo encontrandose a sí mismo mientras nos empeñamos a hacer callar las miles voces que tiran tu vida por todas partes menos a la de Dios. En conclusión, debe ser uno que al final te vuelve a poner en contacto con la nostalgia de Dios que vive en lo profundo de tu corazón . Para esto, a pesar de que viviera en un desierto, concurrían a Juan toda la región de Judea y todos los habitantes de Jerusalém (Mc 1,5a).

Pero no solo. Debe ser uno que provoca (“pro-vocar”, o sea “llama afuera”) tu vida al punto de ayudarte a ver y luego confesar tus pecados, no por miedo de Dios, sino justamente porque te ayuda a encontrar tu verdadero yo (Mc 1,5b). Él es uno que te quiere convencer de pecado solo para hacerte gustar el don que Dios te quiere renovar: el perdón de los pecados (Mc 1,4). Además, con la sobriedad de su vida (Mc 1,6) es uno que te hace enamorar de Jesús porque enamorado a tal punto de Él que está siempre listo a ponerse a un costado: porque le basta el honor de estar a su servicio, consciente de ser indigno y del límite de su propio ministerio (Mc 1,7-8).

Conocen la historia de aquél hombre “creyente” que, náufrago en el mar, a cada barca que se le acercaba para socorrerlo replicaba: “váyanse, ¿sé que Dios me salvará? Después de haber rechazado subir sobre varias barcas que se le habían acercado para socirrerlo, aquél hombre murió ahogado. Y la historia se concluye con el hombre que llega a las puertas del paraíso e inmediatamente se dirige a Dios diciéndole: “tenía fe en que me hibieras auxiliado ¿por qué entonces me has hecho morir en el mar?” Dios le respondió: “pero si te he enviado al menos una docena de barcos para salvarte ¡tonto!…” Creo que Dios nos mande siempre mensajeros de salvación para nuestra vida que ¡están más de las veces a un tiro de piedra a hablarnos! El problema muchas veces es nuestra sordera (Por esto también el Bautista actual deberá ¡gritar!…), nuestras resistencias, nuestra espera equivocada (cfr. la historia precedente), o también el pensar que un mensajero como el Bautista actual deba reproducir necesariamente las categorias del pasado (cuantos corren detrás del primer profeta de desventura que se presenta acreditado por innumerables ayunos, pies descalzos y carismas excepcionales…): quizás también por esto aquél hombre náufrago de la historia no subió en ninguna de aquellas barcas, ¡por tanto normal le parecía el mensajero de Dios que le pedía hacerse auxiliar!

Este tiempo de Adviento tendrá todavía una vez más su Juan Bautista. No lo hagamos gritar en vano. Regresemos a escucharlo creando el desierto dentro de nosotros, o mejor preparando nuestra alma a una silenciosa acogida del evangelio de Dios: Jesucristo Señor nuestro. Juan nos invita a volver a caminar desde el comienzo nuestra historia yendo al encuentro del comienzo de la suya que se parte de un lugar pobre, no acogedor, absolutamente imprevisto. Si caminamos verdaderamente hacia aquél lugar, para nosotros es la promesa segura: Él los bautizará en Espíritu Santo (Mc 1,8), o sea estaremos nuevamente zambullidos en el misterio de Dios que se ha zambullido en nuestra humanidad.

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.

CERCATI UN DESERTO

2a DOMENICA DI AVVENTO

Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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La prima domenica di Avvento ci ha dato una scossa, non per riempirci di angoscia e paralizzarci, ma per riportare i nostri cuori alla sola speranza che regge all’urto della storia e di ogni tragico, inevitabile evento in cui ci imbattiamo, siano essi rivolgimenti della natura o fatti provocati dagli uomini. Gesù è il futuro e l’unica speranza del credente.

La liturgia della parola oggi ci presenta Giovanni Battista, l’uomo che incarna un’esistenza impregnata di fedeltà ai messaggi profetici provenienti dal passato, nonché un’attiva testimonianza tutta protesa verso il futuro: cioè verso colui che viene dopo di me (Mt 3,11). La sua sobrietà, il suo stile di vita in linea con i veri profeti d’Israele (Mt 3,4) dovettero colpire molto il cuore del popolo: lo vediamo infatti predicare in un deserto periferico invece che nel frequentato tempio (Mt 3,1) e ciononostante attirare una buona fetta del popolo di Dio (Mt 3,5a). E’ come dire che invece di andare a predicare in cattedrale, Giovanni svolgeva il proprio ministero profetico in una chiesetta periferica e desertica di una grande città, se non addirittura all’aperto di una natura scarna. Eppure, molti si lasciavano interpellare nel profondo dalla sua predicazione, se, come dice il vangelo, accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati (Mt 3,6). Chi era Giovanni Battista? E perché riusciva a risvegliare la fede di chi lo ascoltava? Il vangelo ce lo dice riprendendo un testo del profeta Isaia che offre un brevissimo identikit del Battista. Egli è voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Is 40,3).

Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Giovanni è l’uomo che della Parola ha fatto il suo cibo; è l’uomo che sa e gioisce di essere solo voce di essa (cfr. Gv 1,23). Fa risuonare la Parola di Dio nel deserto, assenza di voci e di suoni. Cosa davvero molto importante: in un mondo in cui oramai la parola vale meno di niente; dove si afferma qualcosa solo per sentito dire, dove si sparla degli altri come se fosse la cosa più normale al mondo, o dove si comunica alla velocità della luce una notizia per poi smentirla nemmeno dieci minuti dopo, Giovanni ci ricorda che le parole hanno un peso, che ci piaccia o no. E in realtà non ce lo dice solo lui, ma il Signore stesso, cui dovremo rendere conto di ogni parola uscita dalla nostra bocca (cfr. Mt 5,21 ss.). Penso sia un buon esercizio e, nello stesso tempo, una sana ed ecologica abitudine da intraprendere, pesare bene le nostre parole prima di diffonderle; il che vuol dire anche: riflettere bene prima di parlare. C’è un’inflazione di parole in giro per i vecchi e i nuovi media che ammorbano lo spirito e risucchiano tempo, energie e attenzione; per non dire che a volte sono semplicemente al servizio del diavolo. Questo non ci fa bene. La medicina che suggerisce Giovanni sta nel deserto. Lì possiamo incontrare noi stessi (e se ci vai, stanne certo, ti verrà presto la voglia di confessare i tuoi peccati più che quelli degli altri!…), lì si impara il silenzio, grembo necessario per sottoporre le nostre parole al servizio della Parola e non della menzogna. Solo lì si diventa poco a poco persone autentiche come Giovanni, voce di una Parola normalmente inascoltata in questo mondo. C’è una poetessa americana della fine del secolo XIX che amo molto: Emily Dickinson. A 25 anni scopre il suo deserto nella stanza superiore della casa paterna. Lì condurrà un’esistenza monastica per altri 30 anni, come il Battista, vivendo di pochissime cose e di pochissime relazioni. Alla sua morte, la sorella trova circa 1775 tra poesie e pensieri scritti su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Dentro le righe stupende di uno di questi brevi pensieri, si può leggere bene cosa fiorì nel deserto di Emily:

Non conosco nulla che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo aspettando che cominci a splendere. 

Allora in questo Avvento cerchiamoci un deserto e facciamo un po’ igiene di parole. Torniamo a dare un peso alle nostre parole. E se lo si vuol fare seriamente, bisogna ritornare, nella preghiera, all’ascolto della sua Parola!

Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

La sintesi della predicazione giovannea fu: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino (Mt 3,1): sarà anche l’incipit della predicazione di Gesù. La conversione che Giovanni addita può declinarsi nei due verbi dell’identikit di cui sopra: preparate e raddrizzate. La vita umana è preparazione. Ci si prepara quando si esce di mattino al lavoro o a scuola, ci si prepara quando si deve affrontare un viaggio, ci si prepara quando si deve dare una conferenza, ci si prepara se si vuol diventare un buon professionista, ci si prepara se si vuol essere competitivi in una prestazione sportiva, ci si prepara se si attende l’incontro della persona che si ama…Giovanni viene a ricordare qualcosa che è nell’intima natura di ogni uomo: questo spiega anche il suo disporre il popolo per prepararsi ad accogliere quel messia che attendeva da secoli.

Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Però, in mezzo al popolo, non c’era solo chi accreditava Giovanni e si faceva battezzare da lui. C’erano anche delle guide che fingevano di credergli (Mt 3,7-9). Cosa dice questo a noi oggi? Che c’è vera preparazione solo laddove ci si impegna a raddrizzare la propria vita. Se infatti si crede alle parole di Gesù di domenica scorsa (vegliate, perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’uomo) si impara pian piano a vivere questa vita come una preparazione continua all’incontro definitivo con Lui. Allora si vive davvero attenti alle proprie azioni e alle intenzioni del cuore. E si scopre che c’è sempre qualcosa da raddrizzare. La confessione sacramentale dei peccati è un tesoro posto a nostra disposizione per fare questa operazione, con l’aiuto del sacerdote. Se non c’è questo primo, sincero passo, rischiamo di trovarci davanti agli appelli della chiesa come farisei e sadducei che s’illudevano dicendo a se stessi: abbiamo Abramo come padre (Mt 5,9). Oggi diremmo “siamo cristiano-cattolici, andiamo sempre a messa”. Ringraziamo il Signore che dona ancora tempo per la nostra conversione ed è sempre pronto a immergere la nostra vita in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). Mentre camminiamo nella fede e ci prepariamo, scopriamo infatti che anche Lui è impegnato a prepararci. 

BUONA DOMENICA!

 

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El primer domingo de Adviento nos ha dado una sacudida, no para llenarnos de angustia y paralizarnos, sino para llevar nuestros corazones a la única esperanza que resiste al impacto de la historia y de cada trágico, inevitable evento en el cual nos encontramos, ya sean trastornos de la naturaleza o hechos provocados por los hombres. Jesús es el futuro y la única esperanza del creyente.

La liturgia de la Palabra de hoy nos presenta a Juan Bautista, el hombre que encarna una existencia impregnada de fidelidad a los mensajes proféticos provenientes del pasado, así como un activo testimonio todo dirigido hacia el futuro: o sea, hacia aquél que viene después de mí (Mt 3,11). Su sobriedad, su estilo de vida en línea con los verdaderos profetas de Israel (Mt 3,4) tuvieron que golpear mucho el corazón del pueblo: lo vemos de hecho predicar en un desierto periférico en lugar que el concurrido templo (Mt 3,1) y a pesar de todo atraer a una buena rebanada del pueblo de Dios (Mt 3,5a). Es como decir que en cambio de ir a predicar en la catedral, Juan desarrolla el propio ministerio profético en una iglesita periférica y desierta de una grande ciudad, sino además al abierto de una naturaleza desencarnada. Y aun así, muchos se dejaban interpelar en lo profundo de su predicación, si, como dice el evangelio, y además de confesar sus pecados, se hacían bautizar por Juan en el río Jordán (Mt 3,6). ¿Quién era Juan Bautista? Y ¿por qué lograba a despertar la fe de quien lo escuchaba? El evangelio nos lo dice retomando un texto del profeta Isaías que ofrece un brevísimo identikit del Bautista. Él es voz de uno que grita en el desierto: enderecen sus caminos (Is 40,3)

Juan es el hombre que ha hecho de la Palabra su alimento; es el hombre que sabe y goza de ser solo voz de ella (cfr. Jn 1,23). Hace resonar la Palabra de Dios en el desierto, ausencia de voces y de sonidos. Cosa verdaderamente importante: en un mundo que como nunca la palabra vale menos que nada; donde se afirma algo solo porque lo escuché decir, donde se habla mal de los demás como si fuera la cosa más normal del mundo, o donde se comunica a la velocidad de la luz una noticia para luego desmentirla ni siquiera 10 minutos después, Juan nos recuerda que las palabras tienen un peso, que nos guste o no. Y en realidad no nos lo dice solo él, sino el Señor mismo, al cual debemos rendir cuentas de cada palabra salida de nuestra boca (cfr. Mt 5,21ss). Pienso que es un buen ejercicio y, al mismo tiempo, un sano y ecológico hábito para emprender, pesar bien nuestras palabras antes de difundirlas; lo que quiere decir también: reflexionar bien antes de hablar. Hay por ahí una inflación de palabras por los viejos y los nuevos medios de comunicación que contagian el espíritu y absorben tiempo, energías y atención; por no decir que a veces están sencillamente al servicio del diablo. Esto no nos hace bien. La medicina que sugiere Juan está en el desierto. Ahí podemos encontrarnos a nosotros mismos (¡y si vas, debes estar seguro, te vendrán rápidamente las ganas de confesar tus propios pecados más que lo de los demás!…), ahí se aprende el silencio, vientre necesario para someter nuestras palabras al servicio de la Palabra y no de la mentira. Solo ahí se vuelve poco a poco personas auténticas como Juan, voz de una Palabra normalmente no escuchada en este mundo.

Existe una poetisa americana del final del siglo XIX que amo mucho: Emily Dickinson. A los 25 años descubre su desierto en el cuarto superior de la casa paterna. Ahí conducirá una existencia monástica por otros 30 años, como el Bautista, viviendo de poquísimas cosas y de poquísimas relaciones. En su muerte, la hermana encuentra como 1775 entre poesías y pensamientos escritos en hojas dobladas y cocidas con aguja e hilo en una carpeta. Dentro de las líneas estupendas de uno de estos breves pensamientos, se puede leer bien qué cosa floreció en el desierto de Emily:

No conozco nada que tenga tanto poder como la palabra. A veces escribo una, y la miro esperando que comience a resplandecer. 

Entonces en este Adviento busquemos un desierto y hagamos un poco de higiene de palabras. Regresemos a dar un peso a nuestras palabras. ¡Y si se quiere hacerlo seriamente, es necesario regresar, en la oración, a la escucha de su Palabra!

La síntesis de la predicación juanina fue conviértanse, porque el Reino de los Cielos está cerca (Mt 3,1): será también el comienzo de la predicación de Jesús. La conversión que Juan tilda puede declinarse en dos verbos del identikit de aquí arriba: preparen y enderecen.

La vida humana es preparación. Nos preparamos cuando se sale en la mañana al trabajo o al colegio, nos preparamos cuando se debe enfrentar un viaje, nos preparamos cuando se debe dar una conferencia, nos preparamos si queremos volvernos un buen profesional, nos preparamos si queremos ser competitivos en una prestación deportiva, nos preparamos si se espera el encuentro de la persona que se ama… Juan viene a recordarnos algo que está en lo más íntimo de la naturaleza de cada hombre: esto explica también su disponer al pueblo para prepararse a acoger a aquél mesías que esperaba desde siglos. Pero, en medio al pueblo, no estaba solo quien creía en Juan y se hacía bautizar por él. Estaban también guías que fingían creerle (Mt 3,7-9). ¿Qué nos dice hoy esto a nosotros? Que hay verdadera preparación solo donde nos comprometemos a enderezar la propia vida. Si de hecho se cree en las palabras de Jesús del domingo pasado (vigilen, porque en la hora que no imaginan viene el Hijo del hombre) se aprende poco a poco a vivir esta vida como una preparación continúa al encuentro definitivo con Él. Entonces se vive verdaderamente atento a las propias acciones y a las intenciones del corazón. Y se descubre que hay siempre algo para enderezar. La confesión sacramental de los pecados es un tesoro puesto a nuestra disposición para hacer esta operación, con la ayuda del sacerdote. Si no está este primer, sincero paso, arriesgamos de encontrarnos delante de las apelaciones de la Iglesia como fariseos y saduceos que se ilusionaban diciéndose a sí mismos: tenemos a Abraham como padre (Mt 5,9). Hoy diríamos “somos cristianos-católicos, vamos siempre a misa”. Agradezcamos al Señor que dona todavía tiempo para nuestra conversión y está siempre listo a bautizar nuestra vida en Espíritu Santo y fuego (Mt 3,11). Mientras caminamos en la fe y nos preparamos, descubrimos de hecho que también Él está comprometido a prepararnos.

SIAMO CIRCONDATI DA DIO

III DOMENICA DI QUARESIMA

Es 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

In queste prime due settimane di quaresima la morte ha colto di sorpresa varie persone che conoscevo. Sono stati giorni nei quali i classici interrogativi sulla nostra esistenza riaffioravano nei cuori di tanti, compreso me. Nello stesso tempo, con un gruppo di fratelli ho vissuto il Giubileo in pellegrinaggio verso Roma, sulle tracce del Signore della Misericordia. La vita è questo mistero impastato di gioia e di dolore, di luce e di oscurità. Bisogna imparare a saper vivere tenendo unite entrambe queste polarità. S.Paolo, nella 2a lettura di oggi, guardando alla storia del suo popolo chiamato dall’Egitto alla libertà come una lezione da meditare, ricorda che il nostro cammino è l’esperienza dell’attraversamento di un deserto che, a seconda di come lo affrontiamo, può diventare luogo di pericolo o di fecondità per la nostra vita.

Il Signore Gesù nel vangelo, in linea con le parole di S.Paolo, rivolge a tutti un richiamo all’urgenza della conversione. Ai tempi di Gesù c’era chi interpretava certi tragici avvenimenti di morte come l’indizio di una vita più peccaminosa (vv.1-5). Anche oggi molti pensano che la morte improvvisa o assurda che colpisce alcuni sia segno di uno sfavore divino. Niente di più equivoco per il Signore. Anzi, quelle stesse notizie che circolavano ai suoi tempi (un’uccisione premeditata e un incidente con molte vittime), diventano per Gesù occasione di richiamo ad una verità essenziale. Al credente Egli offre una comune chiave di lettura per gli eventi storici e naturali: il male presente sia nell’uomo che nelle cose create è misteriosamente connesso con il peccato, ma non sfugge di mano a Colui che ha tutto nelle sue mani. Si tratta di interpretare diversamente gli stessi eventi, anche se di segno negativo. Questi fatti evocano il nostro limite e la nostra fragilità originaria che, dopo il peccato dell’uomo, è divenuta tragica. Ogni evento insensato ed assurdo di morte ci richiama pertanto a cercare nella conversione a Dio il senso ultimo della vita (vv.3-5). Il momento presente è il punto preciso in cui ci si può convertire da una vita insensata, ovvero preoccupata solo di salvare se stessa. Insomma, Gesù offre un criterio di corretto discernimento della realtà: bisogna leggere ogni fatto come appello a passare dalla paura alla libertà, dall’egoismo al dono, dalla volontà di dominio (controllare tutti e tutto) al servizio.

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Il proprietario e il vignaiolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Dunque, per chi crede in Lui, cos’è in fondo la nostra vita? E’ un tempo sempre propizio per convertirsi, cioè per scoprire, come dice il salmista, quanto misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore (Sal 102). Ed è uno spazio che ci è concesso dentro il quale posso rispondere (o non rispondere) a questo instancabile amore. Dietro la piccola parabola del proprietario e dell’albero di fichi sterile si cela (ma non tanto) questa invisibile realtà. Dio è Colui che si prende da sempre amorosa cura dell’uomo, ma questi non si decide a fare frutti degni di autentica conversione. Il dialogo tra il proprietario della vigna e il vignaiolo circa il fico sterile rivela il misterioso dramma interno a Dio tra giustizia (“taglialo”) e misericordia (“lascialo ancora quest’anno”) sempre in dialogo tra loro. E’ molto bella questa immagine del vignaiolo che invita il suo padrone a indulgere con l’albero, offrendo di lavorarci attorno ancora per un anno. E’ immagine della fatica di Dio a farsi ascoltare dall’uomo, è immagine del suo instancabile lavoro che circonda la nostra vita di mille attenzioni perché essa si realizzi pienamente come il fico che esiste per produrre fichi. Ed è immagine della tenera e misericordiosa pazienza verso l’uomo, sempre disposto ad accordargli una dilazione di tempo (v.9) perché la sua vita fruttifichi e non debba essere tagliata: Dio non gode della rovina del peccatore (Ez 18,23ss.). E’ immagine di quell’anno di Misericordia che, inauguratosi con la venuta di Gesù, continua per tutto il tempo del cammino della umanità, perché Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4)

Per la Scrittura una vita veramente realizzata è quella di chi scopre Dio intorno a sé circondarlo del suo amore misericordioso. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia (Sal 102). E ancora: alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano (Sal 138). Chi vive cercando ogni giorno di convertire la propria vita al Signore lo scoprirà così, ricco di misericordia. Anzi, sarà prima di tutto proprio il peccato e il dolore umano messi nelle sue mani il luogo di questa sua rivelazione. Ma il rischio per l’uomo di vivere una vita non orientata alla conversione incombe sempre. Se no, lo taglierai via (v.9): non è la minaccia di un giudizio, ma l’amara constatazione dell’ostinazione dell’uomo che, non convertitosi e non unito a Lui come il tralcio alla vite (Gv 15,1ss.), rimane sterile e incapace di riconoscere la bontà di Dio.