SEMPRE GRATUITI, NON SEMPRE GRATIFICATI

XXVII DOMENICA DEL T.O.

anno C (2019)

Ab 1,2-3.2,2-4; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

 

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

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Discepoli in preghiera (Lc 17)
Discepoli in preghiera, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2019

Chi, tra i credenti, non si identifica profondamente in questa preghiera degli apostoli riassunta nella semplice richiesta: accresci in noi la fede? (Lc 17,5-6) Penso nessuno. Diversamente, dovrebbe mettere in seria discussione sé stesso e quanto crede. Come il profeta Abacuc (1a lettura), al vedere dilagare la corruzione, la violenza e l’ingiustizia, le liti e i soprusi che si moltiplicano tra gli uomini, e Dio che sembra non ascoltare il grido degli oppressi o perlomeno gli resta indifferente, chi non vacillerebbe nella fede? Eppure, proprio in quella confessata impotenza, giunge l’invito di Dio a resistere e non disperare (Ab 2,2-4). La fede è l’esperienza della forza nella debolezza (cfr. 2Cor 12,10 e Fil 4,13). La fede è anche resistenza. È chiedere insistentemente al Signore di aumentarcela nelle prove in cui ci imbattiamo.

Dunque la preghiera, e la preghiera che implora il dono della fede, è indizio stesso della fede. La cosa veramente interessante è come Gesù risponde a questa richiesta: se aveste fede quanto un granello di senape. Pare che ce ne voglia davvero poca per fare esperienza dell’impossibile (Lc 17,6). Ma, come suggerisce l’immagine del granello di senape in altra parabola (Mt 13,31ss.), sempre dentro un misterioso dinamismo temporale di qualcosa che muore e poi risorge. La fede non è forse quel dono incomprensibile che fiorisce sul terreno dei nostri fallimenti e della nostra mancanza di fede? Entrare nel mondo della fede è entrare nel mondo della gratuità dell’agire divino. La fede non si merita. È una cosa importantissima da capire se non vogliamo confondere la fede con un do ut des, la superstizione o altri fenomeni pseudo-religiosi. Perciò seguono istruzioni precise del Signore per i suoi apostoli circa la gratuità del loro servizio.

Da questo punto di vista, chi è l’apostolo e discepolo di Cristo? La piccola parabola apre una finestra sulla sua identità. È l’uomo che vive per servire il suo Signore nell’annuncio della parola e nella cura dei suoi fratelli: un servo che ara e pascola (Lc 17,7), cioè uno che semina (la parola di Dio è un seme) e che pasce pecore (i fratelli). L’unico movente del servizio è l’amore di un Signore che per primo non si comporta da padrone, ma è in mezzo a tutti noi come colui che serve (Lc 22,27). Ecco dove nascono le paradossali esigenze (Lc 17,8-9): se non si vive gioiosamente al servizio di Dio per amore, lo si continua a pensare come un padrone ingiusto (cfr. Mt 20,12), o come un padre scriteriato, incapace di educare (Lc 15,28-30). Si vive una relazione creditoria e non debitoria nei suoi confronti, insomma non si entra affatto in una relazione autentica con Dio, semplicemente perché Dio è amore e solo nell’amore lo si incontra.  

Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17,10). La parola “inutili” non è appropriata. Noi siamo preziosissimi agli occhi di Dio! Se è vero che il termine greco significa proprio questo, bisogna tuttavia precisare. La parola “inutile” sta ad indicare il non averne un utile, cioè non aver un tornaconto personale per quello che si fa. Il messaggio di Gesù nel vangelo è che lavorare per il Regno significa aver compreso e accolto che non c’è una ricompensa più bella e grande di vivere il comando: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (cfr. Mt 10,8). S.Paolo lo ha capito e nel difendere il suo apostolato lo afferma con chiarezza (cfr. 1Cor 9,17-18). Chi sta nella casa di Dio con altre motivazioni o intenti non rivela la sorgente da cui è scaturita la sua chiamata, ma solo le logiche di potere e avere che inficiano le relazioni umane ed ecclesiali. La gratuità di quel che facciamo è sicuramente un criterio di verifica di quello che siamo e del cammino di fede che viviamo. Il cammino del credente è divenire gratuito come il Signore.

 

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SIEMPRE GRATUITOS, NO SIEMPRE GRATIFICADOS

 

Quién, entre los creyentes, no se identifica profundamente en esta oración de los apóstoles resumida en el simple pedido: ¿acrecienta en nosotros la fe? (Lc 17,5-6) Pienso nadie. De otra manera, debería ponerse en seria discusión de sí mismo y en lo que cree. Como el profeta Habacuc (1ra lectura), al ver propagarse la corrupción, la violencia y la injusticia, las peleas y los abusos que se multiplican entre los hombres, y Dios que parece no escuchar el grito de los oprimidos o por lo menos es indiferente, ¿quién no vacilaría en la fe? Y sin embargo, justamente en aquella confesada impotencia, llega la invitación de Dios a resistir y a no desesperarse (Hab 2,2-4). La fe es la experiencia de la fuerza en la debilidad (cfr. 2Cor 12,10 e Fil 4,13). La fe es también resistencia. Es pedir insistentemente al Señor de aumentárnosla en las pruebas en las cuales nos encontramos.

Entonces la oración, y la oración que implora el don de la fe, es el indicio mismo de la fe. Lo que es verdaderamente interesante es cómo Jesús responde a este pedido: si tuvieras fe como un granito de mostaza. Parece que se necesitara de verdad poco para hacer experiencia de lo imposible (Lc 17,6). Pero, como sugiere la imagen del granito de mostaza en otra parábola (Mt 13,31ss.), siempre dentro de un misterioso dinamismo temporal de algo que muere y luego resurge. ¿La fe no es quizás ese don incomprensible que florece sobre el terreno de nuestros fracasos y de nuestra falta de fe? Entrar en el mundo de la fe es entrar en el mundo de la gratuidad del actuar divino. La fe no se merece. Es una cosa importantísima por entender si no queremos confundir la fe con un do ut des, la superstición u otros fenómenos pseudo-religiosos. Por lo cual siguen instrucciones precisas del Señor para sus apóstoles acerca de la gratuidad de su servicio.

De este punto de vista, ¿quién es el apóstol y discípulo de Cristo? La pequeña parábola abre una ventana sobre su identidad. Es el hombre que vive para servir a su Señor en el anuncio de la palabra y en el cuidado de sus hermanos: un siervo que ara y pastorea (Lc 17,7), o sea uno que siembra (la palabra de Dios es una semilla) y que pastorea ovejas (los hermanos). El único motivo del servicio es el amor de un Señor que primero no se comporta como patrón, sino que está en medio de todos como aquél que sirve (Lc 22,27). He aquí donde nacen las paradojales exigencias (Lc 17,8-9): si no se vive gozosamente al servicio de Dios por amor, se continua a pensarlo como un patrón injusto (cfr. Mt 20,12), o como un padre salvaje, incapaz de educar (Lc 15,28-30). Se vive una relación crediticia y no de deuda hacia él, es decir no se entra de hecho en una relación auténtica con Dios, simplemente porque Dios es amor y solo en el amor se le encuentra.

Así también ustedes cuando hayan hecho todo lo que les ha sido ordenado digan: somos siervos inútiles. Hemos hecho lo que teníamos que hacer (Lc 17,10). La palabra “inútil” no es  apropiada. ¡Nosotros somos preciosísimos a los ojos de Dios! Es verdad que el término griego significa justamente esto, pero es necesario precisar. La palabra “inútil” está indicando el no tener una utilidad, o sea no tener un provecho personal por lo que se hace. El mensaje de Jesús en el evangelio es que trabajar por el Reino significa haber comprendido y acogido que no hay una recompensa más bella y grande de vivir el mandato: gratuitamente han recibido, gratuitamente den (cfr. Mt 10,8). S. Pablo lo ha entendido y en el defender su apostolado lo afirma con claridad (cfr. 1Cor 9,17-18). Quien está en la casa de Dios con otros motivos o intensiones no revela la fuente del cual nace su llamada, sino solo las lógicas de poder y tener que invalidan las relaciones humanas y eclesiales. La gratuidad de lo que hacemos es seguramente un criterio de evaluación de aquello que somos y del camino de fe que vivimos. El camino del creyente es volverse gratuito como el Señor.