RICOMINCIA DACCAPO

II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

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Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1). Amo la “ouverture” letteraria dell’opera di Marco perché è una concisa dichiarazione di fede che racchiude tutto quello che vuole raccontare. Ogni lettore, se apre il suo cuore alla Parola che ascolta, può davvero vivere un nuovo inizio della sua storia. Infatti, l’inizio della lieta notizia per l’uomo è la storia di Gesù: se questa storia entra nella sua storia, allora comincia un nuovo capitolo della propria esistenza, comincia una nuova vita, un nuovo mondo si schiude ai suoi occhi. Gesù è sempre pronto a ricominciare daccapo con l’uomo. Perché come dice Pietro, davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno (2Pt 3,8).

Come è giunta questa lieta notizia per l’umanità di nome Gesù? Con la realizzazione delle profezie, in particolare con l’invio di un messaggero di nome Giovanni che realizza la profezia di Isaia (Is 40,3). Anche oggi Dio, fedele a sé stesso, invia messaggeri ai suoi figli per annunciarsi. Chi è il Giovanni Battista della tua vita? Sapresti individuarlo? Sappi che, perché sia tale, deve essere voce di uno che grida nel deserto: cioè uno che parla con chiarezza ma in uno spazio dove è dai più inascoltato (chi c’è in un deserto a udire uno che grida?). Deve essere anche uno che richiama a preparare la via del Signore nel deserto (Mc 1,3): ovvero uno che ti attrae ad andare al nocciolo essenziale della vita, che non si può cogliere se non incontrando sé stessi mentre ci si impegna a far tacere le mille voci che tirano la tua vita da tutte le parti, fuorché da quella di Dio. Insomma, deve essere uno che alla fine ti rimette in contatto con la nostalgia di Dio che abita nel profondo del tuo cuore. Per questo, nonostante vivesse in un deserto, accorrevano a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme (Mc 1,5a).

10 bis
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

Ma non solo. Deve essere uno che provoca (“pro-vocare”, cioè “chiama fuori”) la tua vita al punto da aiutarti a vedere e poi confessare i tuoi peccati, non per paura di Dio, ma appunto perché ti aiuta a incontrare il tuo vero io (Mc 1,5b). Egli è uno che ti vuole convincere di peccato solo per farti gustare il dono che Dio ti vuole rinnovare: il perdono dei peccati (Mc 1,4). Inoltre, con la sobrietà della sua vita (Mc 1,6) è uno che ti fa innamorare di Gesù perché innamorato a tal punto di Lui da essere sempre pronto a farsi da parte: poiché gli basta l’onore di essere al suo servizio, consapevole della propria indegnità e del limite del suo ministero (Mc 1,7-8).

Conoscete la storiella di quell’uomo “credente” che, naufrago in mare, ad ogni barca che gli si accostava per soccorrerlo replicava: “andate pure, so che Dio mi salverà”? Dopo aver rifiutato di salire su varie barche che gli si erano avvicinate per il soccorso, quell’uomo morì annegato. E il racconto si conclude con l’uomo che giunge alle porte del paradiso e subito si rivolge a Dio dicendogli: “avevo fede che mi avresti soccorso, perché dunque mi hai fatto morire in mare?” Dio gli risponde: “ma se ti ho mandato almeno una decina di barche per salvarti, sciocco!…”. Credo che Dio ci mandi sempre messaggeri di salvezza per la nostra vita che sono il più delle volte a un tiro di schioppo nel parlarci! Il problema spesso è la nostra sordità (per questo anche il Battista attuale dovrà gridare!…), le nostre resistenze, la nostra attesa sbagliata (cfr. la storiella precedente), oppure il pensare che un messaggero come il Battista attuale debba riprodurre necessariamente le categorie del passato (quanti corrono dietro al primo profeta di sventura che si presenta accreditato da innumerevoli digiuni, piedi scalzi e carismi eccezionali…): forse anche per questo quell’uomo naufrago della storiella non salì su nessuna di quelle barche, tanto gli sembrava troppo normale il messaggero di Dio che gli chiedeva di farsi soccorrere!

Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all’inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.

 

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VUELVE A COMENZAR DESDE EL COMIENZO

 

Comienzo del evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios (Mc 1,1). Amo la “ouverture” literaria de la obra de Marco porque es una concisa declaración de fe que encierra todo aquello que quiere contar. Cada lector, si abre su corazón a la Palabra que escucha, puede de verdad vivir un nuevo comienzo de su historia. De hecho, el comienzo de la feliz historia para el hombre es la historia de Jesús: si esta historia entra en su historia, entonces comienza un nuevo capítulo de la propia existencia, comienza una nueva vida, un nuevo mundo se abre a sus ojos. Jesús siempre está listo a volver a comenzar desde el comienzo con el hombre. Porque como dice Pedro, para el Señor un solo día son como mil años y mil años como un solo dia (2Pt 3,8).

¿Cómo ha llegado esta feliz noticia para la humanidad de nombre Jesús? Con las realizaciones de las profecias, en particular con el envío de un mensajero de nombre Juan que realiza la profecía de Isaias (Is 40,3). Dios, también hoy, fiel a sí mismo, envía mensajeros a sus hijos para anunciarse. ¿Quién es el Juan Bautista de tu vida? ¿sabrías identificarlo? Debes saber que, para que sea tal, debe ser voz de uno que grita en el desierto: o sea uno que habla con claridad pero en un lugar donde es de los menos escuchados (¿quién está en un desierto escuchando a uno que grita?). Debe ser también uno que llama a preparar el camino del Señor en el desierto (Mc 1,3): o mejor uno que te atrae a ir al corazón de lo esencial de la vida, que no se puede tomar sino solo encontrandose a sí mismo mientras nos empeñamos a hacer callar las miles voces que tiran tu vida por todas partes menos a la de Dios. En conclusión, debe ser uno que al final te vuelve a poner en contacto con la nostalgia de Dios que vive en lo profundo de tu corazón . Para esto, a pesar de que viviera en un desierto, concurrían a Juan toda la región de Judea y todos los habitantes de Jerusalém (Mc 1,5a).

Pero no solo. Debe ser uno que provoca (“pro-vocar”, o sea “llama afuera”) tu vida al punto de ayudarte a ver y luego confesar tus pecados, no por miedo de Dios, sino justamente porque te ayuda a encontrar tu verdadero yo (Mc 1,5b). Él es uno que te quiere convencer de pecado solo para hacerte gustar el don que Dios te quiere renovar: el perdón de los pecados (Mc 1,4). Además, con la sobriedad de su vida (Mc 1,6) es uno que te hace enamorar de Jesús porque enamorado a tal punto de Él que está siempre listo a ponerse a un costado: porque le basta el honor de estar a su servicio, consciente de ser indigno y del límite de su propio ministerio (Mc 1,7-8).

Conocen la historia de aquél hombre “creyente” que, náufrago en el mar, a cada barca que se le acercaba para socorrerlo replicaba: “váyanse, ¿sé que Dios me salvará? Después de haber rechazado subir sobre varias barcas que se le habían acercado para socirrerlo, aquél hombre murió ahogado. Y la historia se concluye con el hombre que llega a las puertas del paraíso e inmediatamente se dirige a Dios diciéndole: “tenía fe en que me hibieras auxiliado ¿por qué entonces me has hecho morir en el mar?” Dios le respondió: “pero si te he enviado al menos una docena de barcos para salvarte ¡tonto!…” Creo que Dios nos mande siempre mensajeros de salvación para nuestra vida que ¡están más de las veces a un tiro de piedra a hablarnos! El problema muchas veces es nuestra sordera (Por esto también el Bautista actual deberá ¡gritar!…), nuestras resistencias, nuestra espera equivocada (cfr. la historia precedente), o también el pensar que un mensajero como el Bautista actual deba reproducir necesariamente las categorias del pasado (cuantos corren detrás del primer profeta de desventura que se presenta acreditado por innumerables ayunos, pies descalzos y carismas excepcionales…): quizás también por esto aquél hombre náufrago de la historia no subió en ninguna de aquellas barcas, ¡por tanto normal le parecía el mensajero de Dios que le pedía hacerse auxiliar!

Este tiempo de Adviento tendrá todavía una vez más su Juan Bautista. No lo hagamos gritar en vano. Regresemos a escucharlo creando el desierto dentro de nosotros, o mejor preparando nuestra alma a una silenciosa acogida del evangelio de Dios: Jesucristo Señor nuestro. Juan nos invita a volver a caminar desde el comienzo nuestra historia yendo al encuentro del comienzo de la suya que se parte de un lugar pobre, no acogedor, absolutamente imprevisto. Si caminamos verdaderamente hacia aquél lugar, para nosotros es la promesa segura: Él los bautizará en Espíritu Santo (Mc 1,8), o sea estaremos nuevamente zambullidos en el misterio de Dios que se ha zambullido en nuestra humanidad.

CERCATI UN DESERTO

2a DOMENICA DI AVVENTO

Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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La prima domenica di Avvento ci ha dato una scossa, non per riempirci di angoscia e paralizzarci, ma per riportare i nostri cuori alla sola speranza che regge all’urto della storia e di ogni tragico, inevitabile evento in cui ci imbattiamo, siano essi rivolgimenti della natura o fatti provocati dagli uomini. Gesù è il futuro e l’unica speranza del credente.

La liturgia della parola oggi ci presenta Giovanni Battista, l’uomo che incarna un’esistenza impregnata di fedeltà ai messaggi profetici provenienti dal passato, nonché un’attiva testimonianza tutta protesa verso il futuro: cioè verso colui che viene dopo di me (Mt 3,11). La sua sobrietà, il suo stile di vita in linea con i veri profeti d’Israele (Mt 3,4) dovettero colpire molto il cuore del popolo: lo vediamo infatti predicare in un deserto periferico invece che nel frequentato tempio (Mt 3,1) e ciononostante attirare una buona fetta del popolo di Dio (Mt 3,5a). E’ come dire che invece di andare a predicare in cattedrale, Giovanni svolgeva il proprio ministero profetico in una chiesetta periferica e desertica di una grande città, se non addirittura all’aperto di una natura scarna. Eppure, molti si lasciavano interpellare nel profondo dalla sua predicazione, se, come dice il vangelo, accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati (Mt 3,6). Chi era Giovanni Battista? E perché riusciva a risvegliare la fede di chi lo ascoltava? Il vangelo ce lo dice riprendendo un testo del profeta Isaia che offre un brevissimo identikit del Battista. Egli è voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Is 40,3).

Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Giovanni è l’uomo che della Parola ha fatto il suo cibo; è l’uomo che sa e gioisce di essere solo voce di essa (cfr. Gv 1,23). Fa risuonare la Parola di Dio nel deserto, assenza di voci e di suoni. Cosa davvero molto importante: in un mondo in cui oramai la parola vale meno di niente; dove si afferma qualcosa solo per sentito dire, dove si sparla degli altri come se fosse la cosa più normale al mondo, o dove si comunica alla velocità della luce una notizia per poi smentirla nemmeno dieci minuti dopo, Giovanni ci ricorda che le parole hanno un peso, che ci piaccia o no. E in realtà non ce lo dice solo lui, ma il Signore stesso, cui dovremo rendere conto di ogni parola uscita dalla nostra bocca (cfr. Mt 5,21 ss.). Penso sia un buon esercizio e, nello stesso tempo, una sana ed ecologica abitudine da intraprendere, pesare bene le nostre parole prima di diffonderle; il che vuol dire anche: riflettere bene prima di parlare. C’è un’inflazione di parole in giro per i vecchi e i nuovi media che ammorbano lo spirito e risucchiano tempo, energie e attenzione; per non dire che a volte sono semplicemente al servizio del diavolo. Questo non ci fa bene. La medicina che suggerisce Giovanni sta nel deserto. Lì possiamo incontrare noi stessi (e se ci vai, stanne certo, ti verrà presto la voglia di confessare i tuoi peccati più che quelli degli altri!…), lì si impara il silenzio, grembo necessario per sottoporre le nostre parole al servizio della Parola e non della menzogna. Solo lì si diventa poco a poco persone autentiche come Giovanni, voce di una Parola normalmente inascoltata in questo mondo. C’è una poetessa americana della fine del secolo XIX che amo molto: Emily Dickinson. A 25 anni scopre il suo deserto nella stanza superiore della casa paterna. Lì condurrà un’esistenza monastica per altri 30 anni, come il Battista, vivendo di pochissime cose e di pochissime relazioni. Alla sua morte, la sorella trova circa 1775 tra poesie e pensieri scritti su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Dentro le righe stupende di uno di questi brevi pensieri, si può leggere bene cosa fiorì nel deserto di Emily:

Non conosco nulla che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo aspettando che cominci a splendere. 

Allora in questo Avvento cerchiamoci un deserto e facciamo un po’ igiene di parole. Torniamo a dare un peso alle nostre parole. E se lo si vuol fare seriamente, bisogna ritornare, nella preghiera, all’ascolto della sua Parola!

Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

La sintesi della predicazione giovannea fu: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino (Mt 3,1): sarà anche l’incipit della predicazione di Gesù. La conversione che Giovanni addita può declinarsi nei due verbi dell’identikit di cui sopra: preparate e raddrizzate. La vita umana è preparazione. Ci si prepara quando si esce di mattino al lavoro o a scuola, ci si prepara quando si deve affrontare un viaggio, ci si prepara quando si deve dare una conferenza, ci si prepara se si vuol diventare un buon professionista, ci si prepara se si vuol essere competitivi in una prestazione sportiva, ci si prepara se si attende l’incontro della persona che si ama…Giovanni viene a ricordare qualcosa che è nell’intima natura di ogni uomo: questo spiega anche il suo disporre il popolo per prepararsi ad accogliere quel messia che attendeva da secoli.

Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Però, in mezzo al popolo, non c’era solo chi accreditava Giovanni e si faceva battezzare da lui. C’erano anche delle guide che fingevano di credergli (Mt 3,7-9). Cosa dice questo a noi oggi? Che c’è vera preparazione solo laddove ci si impegna a raddrizzare la propria vita. Se infatti si crede alle parole di Gesù di domenica scorsa (vegliate, perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’uomo) si impara pian piano a vivere questa vita come una preparazione continua all’incontro definitivo con Lui. Allora si vive davvero attenti alle proprie azioni e alle intenzioni del cuore. E si scopre che c’è sempre qualcosa da raddrizzare. La confessione sacramentale dei peccati è un tesoro posto a nostra disposizione per fare questa operazione, con l’aiuto del sacerdote. Se non c’è questo primo, sincero passo, rischiamo di trovarci davanti agli appelli della chiesa come farisei e sadducei che s’illudevano dicendo a se stessi: abbiamo Abramo come padre (Mt 5,9). Oggi diremmo “siamo cristiano-cattolici, andiamo sempre a messa”. Ringraziamo il Signore che dona ancora tempo per la nostra conversione ed è sempre pronto a immergere la nostra vita in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). Mentre camminiamo nella fede e ci prepariamo, scopriamo infatti che anche Lui è impegnato a prepararci. 

BUONA DOMENICA!

 

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El primer domingo de Adviento nos ha dado una sacudida, no para llenarnos de angustia y paralizarnos, sino para llevar nuestros corazones a la única esperanza que resiste al impacto de la historia y de cada trágico, inevitable evento en el cual nos encontramos, ya sean trastornos de la naturaleza o hechos provocados por los hombres. Jesús es el futuro y la única esperanza del creyente.

La liturgia de la Palabra de hoy nos presenta a Juan Bautista, el hombre que encarna una existencia impregnada de fidelidad a los mensajes proféticos provenientes del pasado, así como un activo testimonio todo dirigido hacia el futuro: o sea, hacia aquél que viene después de mí (Mt 3,11). Su sobriedad, su estilo de vida en línea con los verdaderos profetas de Israel (Mt 3,4) tuvieron que golpear mucho el corazón del pueblo: lo vemos de hecho predicar en un desierto periférico en lugar que el concurrido templo (Mt 3,1) y a pesar de todo atraer a una buena rebanada del pueblo de Dios (Mt 3,5a). Es como decir que en cambio de ir a predicar en la catedral, Juan desarrolla el propio ministerio profético en una iglesita periférica y desierta de una grande ciudad, sino además al abierto de una naturaleza desencarnada. Y aun así, muchos se dejaban interpelar en lo profundo de su predicación, si, como dice el evangelio, y además de confesar sus pecados, se hacían bautizar por Juan en el río Jordán (Mt 3,6). ¿Quién era Juan Bautista? Y ¿por qué lograba a despertar la fe de quien lo escuchaba? El evangelio nos lo dice retomando un texto del profeta Isaías que ofrece un brevísimo identikit del Bautista. Él es voz de uno que grita en el desierto: enderecen sus caminos (Is 40,3)

Juan es el hombre que ha hecho de la Palabra su alimento; es el hombre que sabe y goza de ser solo voz de ella (cfr. Jn 1,23). Hace resonar la Palabra de Dios en el desierto, ausencia de voces y de sonidos. Cosa verdaderamente importante: en un mundo que como nunca la palabra vale menos que nada; donde se afirma algo solo porque lo escuché decir, donde se habla mal de los demás como si fuera la cosa más normal del mundo, o donde se comunica a la velocidad de la luz una noticia para luego desmentirla ni siquiera 10 minutos después, Juan nos recuerda que las palabras tienen un peso, que nos guste o no. Y en realidad no nos lo dice solo él, sino el Señor mismo, al cual debemos rendir cuentas de cada palabra salida de nuestra boca (cfr. Mt 5,21ss). Pienso que es un buen ejercicio y, al mismo tiempo, un sano y ecológico hábito para emprender, pesar bien nuestras palabras antes de difundirlas; lo que quiere decir también: reflexionar bien antes de hablar. Hay por ahí una inflación de palabras por los viejos y los nuevos medios de comunicación que contagian el espíritu y absorben tiempo, energías y atención; por no decir que a veces están sencillamente al servicio del diablo. Esto no nos hace bien. La medicina que sugiere Juan está en el desierto. Ahí podemos encontrarnos a nosotros mismos (¡y si vas, debes estar seguro, te vendrán rápidamente las ganas de confesar tus propios pecados más que lo de los demás!…), ahí se aprende el silencio, vientre necesario para someter nuestras palabras al servicio de la Palabra y no de la mentira. Solo ahí se vuelve poco a poco personas auténticas como Juan, voz de una Palabra normalmente no escuchada en este mundo.

Existe una poetisa americana del final del siglo XIX que amo mucho: Emily Dickinson. A los 25 años descubre su desierto en el cuarto superior de la casa paterna. Ahí conducirá una existencia monástica por otros 30 años, como el Bautista, viviendo de poquísimas cosas y de poquísimas relaciones. En su muerte, la hermana encuentra como 1775 entre poesías y pensamientos escritos en hojas dobladas y cocidas con aguja e hilo en una carpeta. Dentro de las líneas estupendas de uno de estos breves pensamientos, se puede leer bien qué cosa floreció en el desierto de Emily:

No conozco nada que tenga tanto poder como la palabra. A veces escribo una, y la miro esperando que comience a resplandecer. 

Entonces en este Adviento busquemos un desierto y hagamos un poco de higiene de palabras. Regresemos a dar un peso a nuestras palabras. ¡Y si se quiere hacerlo seriamente, es necesario regresar, en la oración, a la escucha de su Palabra!

La síntesis de la predicación juanina fue conviértanse, porque el Reino de los Cielos está cerca (Mt 3,1): será también el comienzo de la predicación de Jesús. La conversión que Juan tilda puede declinarse en dos verbos del identikit de aquí arriba: preparen y enderecen.

La vida humana es preparación. Nos preparamos cuando se sale en la mañana al trabajo o al colegio, nos preparamos cuando se debe enfrentar un viaje, nos preparamos cuando se debe dar una conferencia, nos preparamos si queremos volvernos un buen profesional, nos preparamos si queremos ser competitivos en una prestación deportiva, nos preparamos si se espera el encuentro de la persona que se ama… Juan viene a recordarnos algo que está en lo más íntimo de la naturaleza de cada hombre: esto explica también su disponer al pueblo para prepararse a acoger a aquél mesías que esperaba desde siglos. Pero, en medio al pueblo, no estaba solo quien creía en Juan y se hacía bautizar por él. Estaban también guías que fingían creerle (Mt 3,7-9). ¿Qué nos dice hoy esto a nosotros? Que hay verdadera preparación solo donde nos comprometemos a enderezar la propia vida. Si de hecho se cree en las palabras de Jesús del domingo pasado (vigilen, porque en la hora que no imaginan viene el Hijo del hombre) se aprende poco a poco a vivir esta vida como una preparación continúa al encuentro definitivo con Él. Entonces se vive verdaderamente atento a las propias acciones y a las intenciones del corazón. Y se descubre que hay siempre algo para enderezar. La confesión sacramental de los pecados es un tesoro puesto a nuestra disposición para hacer esta operación, con la ayuda del sacerdote. Si no está este primer, sincero paso, arriesgamos de encontrarnos delante de las apelaciones de la Iglesia como fariseos y saduceos que se ilusionaban diciéndose a sí mismos: tenemos a Abraham como padre (Mt 5,9). Hoy diríamos “somos cristianos-católicos, vamos siempre a misa”. Agradezcamos al Señor que dona todavía tiempo para nuestra conversión y está siempre listo a bautizar nuestra vida en Espíritu Santo y fuego (Mt 3,11). Mientras caminamos en la fe y nos preparamos, descubrimos de hecho que también Él está comprometido a prepararnos.

LO SPIRITO DI DIO ABITA IN VOI

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

At 2,1-11; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

 

La solennità che si celebra oggi ci ricorda il dono dello Spirito Santo: per dirla con il vangelo, il compimento della promessa di Gesù di non lasciarci orfani dopo la sua Ascensione: pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre (Gv 14,15). La liturgia della parola del giorno offre, come sempre, il racconto dell’evento presente negli Atti degli Apostoli; questa volta però ci soffermeremo sulla 2a lettura, un brano tratto dalla lettera ai Romani che invita a meditare sul mistero della inabitazione dello Spirito Santo nel cuore umano dal giorno del suo battesimo. Tremo e nello stesso tempo gioisco al solo fermarmi a pensare questa verità di fede. Una regola esegetica ci dice che quando meditiamo un testo biblico bisogna fermarsi ad osservare attentamente quella parola o quella espressione che ricorre maggiormente nel brano esaminato: ebbene qui Paolo dice “lo Spirito di Dio abita in voi” per ben 3 volte in 3 versetti (Rm 8,8-11). E’ innegabile che voglia attirare l’attenzione sulla presenza dello Spirito Santo nella nostra anima.

Di solito quando battezzo un bimbo rinnovo sempre con piacere la mia fede insieme a familiari e amici convenuti al rito liturgico. E di solito mi soffermo sempre a spiegare che nel corso della nostra breve vita l’uomo rincorre tanti obiettivi e titoli, ma per noi cristiani si tratta di cose che impallidiscono di fronte alla luce invisibile e abbagliante di ciò che accade nel battesimo. La vita umana viene immersa nella vita divina, viene liberata dalla forza del peccato originale, Dio “entra” nella sua creatura come nel suo proprio tempio e ci assicura il titolo maggiormente ambito da tutti gli esseri viventi dell’universo visibile ed invisibile: figli di Dio. Da lì lo Spirito di Dio non se ne va più e ci accompagnerà lungo tutto il cammino della nostra esistenza per farci comprendere, se lo vogliamo, che cosa significa che dopo il battesimo siamo figli di Dio. S.Giovanni nella sua 1a lettera ce lo spiega con una breve ma densissima espressione: quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!…Noi sin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1Gv 3,1-2). Questo grande amore è lo Spirito Santo. Ed è lo stesso Spirito Santo che, rivelandosi nell’arco della vita del credente, insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che vi ho detto (Gv 16,26); è Lui stesso che attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio (Rm 8,16). Lo Spirito Santo presente nei nostri cuori è la prova concreta che Dio ci ama: l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5).

Da qualche tempo una buona parte delle domande “teologiche” che ricevo in colloqui personali riguarda la persona dello Spirito Santo. Molti mi dicono: dov’è lo Spirito Santo? Cos’è? Io non sento lo Spirito Santo, come posso avvertire la sua presenza? Devo invocarlo come qualcuno che è fuori o dentro di me? Come posso capire quando è lo Spirito Santo che mi parla? Segno evidente che quando ci si interroga su di Lui, emerge una sorta di fatica a stabilire una relazione che lo consideri persona. Non mi sembra il caso di dare risposte puntuali o di definizioni precise, anche perché non ne ho: le lascio volentieri a chi se ne occupa. Eppure dirò qualcosa in merito. Infatti, se leggi una parola della Scrittura e questa si illumina improvvisamente dando una comprensione nuova al tuo intelletto o riscaldando/guarendo il tuo fragile cuore: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che fa questo. Se una persona molesta offende con la parola o con un gesto la tua dignità e invece di reagire ripagandola con la stessa moneta pazienti e lasci cadere l’offesa, non tenendo conto del male ricevuto: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti ha guidato in questa scelta. Se dopo un periodo trascorso nelle gozzoviglie di qualche peccato senti il vuoto e il dispiacere dentro di te per aver sciupato tanto tempo e risorse in quello che non può dare felicità al proprio cuore, e ti senti spinto ad andare a confessare il male accumulato: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha creato questo. E se in quella confessione, attraverso le parole del sacerdote, ti senti di nuovo libero interiormente e convinto del perdono di Dio: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha operato tutto questo. Se guardando uno straniero povero in difficoltà che cerca accoglienza ti viene da avvicinarlo mentre gli altri rimangono indifferenti, ascolti la sua storia e la sua sofferenza provando compassione e poi ti adoperi con gioia per far qualcosa per lui: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti spinge a far questo. Se davanti a una scelta importante da prendere, dopo tanta incertezza trovi il coraggio di prendere risolutamente quella decisione che era da prendere superando la paura che ti bloccava: non avere dubbi, lo Spirito Santo era dentro quella decisione. Potrei continuare, ma penso possa bastare.

Cari amici, forse ora state pensando che non è poi così difficile riconoscere la sua presenza ed entrare in una relazione confidenziale con lo Spirito Santo, o almeno questo mi e vi auguro. Perciò, mi viene ora da concludere con semplicità insieme a voi invocandolo come la Chiesa lo invoca da secoli:

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

E NOI COSA DOBBIAMO FARE?

III DOMENICA DI AVVENTO

Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

 

“Che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10), si chiedono le folle, i peccatori e i pubblicani insieme ad alcuni soldati giunti davanti a Giovanni nel deserto. Ed è anche quello che ci chiediamo noi, giunti da Giovanni alla terza domenica di avvento, sperando di aver fatto un po’ di deserto dentro i nostri cuori. E’ importante porsi questa domanda. Diversamente si vive la propria fede da “addetti ai lavori”, come quei personaggi dei vangeli (scribi, farisei, sacerdoti, dottori della legge ecc.) così sicuri di sé che non solo non si lasciano interpellare, ma nemmeno interessare dalle parole di Dio. Costoro infatti non andarono da Giovanni, su cui venne la Parola di Dio (Lc 3,2). Ci andranno soltanto quando, temendo che Giovanni in qualche modo potesse pregiudicare la loro autorità, invieranno una loro delegazione a interrogarlo sulla sua identità (Gv 1,19ss.).

Giovanni Battista
Giovanni il Battista, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Le letture domenicali e l’inizio del Giubileo straordinario ci offrono la prima risposta. La prima cosa da fare è aprire il nostro cuore alla gioia di Dio. E’ quello che ci raccomanda il profeta Sofonia, poi S.Paolo, poi il profeta Jorge da Buenos Aires, alias Francesco vescovo di Roma e papa della Chiesa di Dio. Notate bene: la gioia di Dio, cioè quella che viene da Lui e che ha il potere di cambiare la nostra vita. Perché la gioia di Dio coincide esattamente nel farci grazia ogni giorno, nel perdonarci e offrirci la sua immutata e infinita misericordia. “Questo Giubileo, è un momento privilegiato, perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”. E, che cosa è che “a Dio piace di più”? Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo. Questo è quello che a Dio piace di più!…Il Giubileo sarà un tempo favorevole per la Chiesa se impareremo a scegliere ciò che a Dio piace di più”, senza cedere alla tentazione di pensare che ci sia qualcos’altro che sia più importante o prioritario. Niente è più importante di scegliere ciò che a Dio piace di più”, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza!…” (Papa Francesco, Udienza Generale del 9.12.2015). Dunque nel “gaudete” di questa domenica di avvento, prima di tutto, dobbiamo chiederci: è diventato per me causa di gioia riconoscermi peccatore davanti al Signore Gesù? Mi sento accolto/a dal suo personale amore, mi sento portato/a sulle sue spalle? E’ giunta nel mio cuore la sua gioia di avermi ritrovato/a? Sento il bisogno profondo di tornare sempre da Lui, per invocare misericordia sulla mia vita e quella altrui? Ma soprattutto, credo davvero che Egli è Misericordia, che ciò che gli piace di più è appunto ricoprirci di misericordia e che non c’è niente di più importante per Lui di vedermi impegnato a diventare a mia volta misericordioso/a? Sono domande per niente scontate. Rimango sempre molto colpito da quei fratelli e sorelle che spacciano coloro che camminano su questa strada, in primis il papa, come persone deboli e ingenue, a cui mancano persino gli attributi. Non so quale immagine di Dio e della sua chiesa governi questo modo di pensare e di parlare ma, facendo eco alle parole di Francesco, mi vengono in mente le parole di S.Paolo ai Corinzi: ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,25). Forse siamo già caduti nella tentazione di andar dietro a un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, forse siamo già caduti nel pensare che ci sia qualcosa di più importante e prioritario, nella nostra fede, di credere nella misericordia di Dio e nell’imparare a essere misericordiosi.

Giovanni battezza nel Giordano
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Allora ecco Giovanni venire in nostro aiuto, affinché non ci imbrogliamo in questo tempo di avvento. In fondo anche a lui chiedevano, in quel “che cosa dobbiamo fare?”, cosa c’era di più importante da praticare. Nelle tre risposte che il Battista da a questa domanda, la prima riguarda due opere di misericordia corporale: chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare, faccia altrettanto (Lc 3,11). Poi il richiamo all’onestà, al rispetto delle persone, al sapersi accontentare di quanto abbiamo, al non approfittarsi degli altri. Un evidente primato, quello della misericordia, anche in chi, come Giovanni, ancora non aveva una piena rivelazione del volto di Dio. Ma soprattutto, una cartina di tornasole per verificare il proprio rapporto con il meraviglioso Dio così ricco di misericordia nei nostri confronti. Se davvero credo che il volto del Dio è questo, non posso non sentire, come un appello urgente, di dover diventare misericordioso con gli altri: questo è molto concreto! La parabola del Buon Samaritano docet. E allora per concludere, una breve storia di una samaritana dei nostri tempi: un uomo è entrato in un supermercato ed ha rubato il portafoglio ad una donna, la quale, invece di chiamare subito la polizia, ha fatto qualcosa di imprevedibile. L’uomo è rimasto talmente spiazzato dal suo gesto tanto da restituirle il portafoglio. La protagonista di questo incredibile episodio si chiama Jessica Eaves , ha 4 figli e vive a Guthrie, in Oklahoma (USA). Come ogni settimana, Jessica è andata al locale supermercato per fare la spesa, quando si è accorta che un uomo la stava seguendo in modo sospetto. Poco dopo, Jessica si è accorta che dalla borsetta mancava il suo portafoglio: sicura che fosse stato lui, ha deciso di non chiamare la polizia, ma di risolvere il problema a modo suo. “In una corsia affollata di gente, mi sono avvicinata a lui”, ha raccontato Jessica. “Di solito sono impulsiva, ma in quel momento ero molto tranquilla. Gli ho detto: senti tu hai qualcosa che mi appartiene. Ti do la possibilità di scegliere. Se mi restituisci il portafoglio, non solo ti perdono ma ti pago anche la spesa”. Il messaggio sottinteso era chiaro: se invece non mi ridai il portafoglio, chiamo la polizia. “Ha messo la mano in tasca e mi ha restituito il portafoglio. Mentre prendeva il cibo che gli serviva dagli scaffali, mi ha chiesto scusa almeno una ventina di volte. E mentre ci avvicinavamo alla cassa, ha cominciato a piangere. Mi ha detto che era disperato”. L’uomo, che continuava a ringraziare Jessica per averlo aiutato e perdonato, ha comprato generi alimentari per un totale di 27 dollari. “Di solito non porto mai contanti, ma quel giorno avevo giusto 28 dollari nel portafoglio. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: “Non dimenticherò mai questa serata. Sono davvero disperato, ho dei figli, mi vergogno e mi dispiace tantissimo”. “Qualcuno mi ha criticato, perché non l’ho denunciato, e forse ha ragione”, ha spiegato Jessica, “ma a volte credo che la cosa giusta da fare è dare a qualcuno che ha sbagliato una seconda possibilità per non perdere la propria dignità. Quando avevo sette anni, io e mio fratello abbiamo perso nostro padre, ma ricordo che mi diceva sempre: non importa cosa diventerai da grande, ma ricorda che dovrai sempre essere gentile con tutti”.

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“¿Qué debemos hacer? (Lc 3,10), se pregunta la muchedumbre, los pecadores y los publicanos junto a algunos soldados llegados delante de Juan en el desierto. Y es también lo que nos preguntamos nosotros, llegando a Juan en el tercer domingo de adviento, esperando haber hecho un poco de desierto dentro de nosotros. Es importante hacernos esta pregunta. De lo contrario se vive la propia fe como “adictos al trabajo”, como esos personajes de los evangelios (escribas, fariseos, sacerdotes, doctores de la ley, etc.) así seguros de sí mismos que no solo no se dejan interrogar, sino que ni siquiera interés por la Palabra de Dios. Ellos de hecho no fueron a Juan, sobre el cual vino la Palabra de Dios (Lc 3,2). Irán solamente cuando, temiendo que Juan de algún modo pudiera perjudicar su autoridad, enviarán una delegación a interrogarlo sobre su identidad (Jn 1,19ss.)

Las lecturas dominicales y el inicio del Jubileo extraordinario nos ofrecen la primera respuesta. La primera cosa que hay que hacer es abrir nuestro corazón al gozo de Dios. Es lo que nos recomienda el profeta Sofonías, luego S. Pablo, luego el profeta Jorge de Buenos Aires, alias Francisco obispo de Roma y papa de la Iglesia de Dios. Noten bien: el gozo de Dios, o sea, esa que viene de Él y que tiene el poder de cambiar nuestra vida. Porque el gozo de Dios coincide exactamente en el hacernos gracia cada día, en el perdonarnos y ofrecernos su inalterada e infinita misericordia. Este jubileo, es momento privilegiado, para que la Iglesia aprenda a elegir únicamente “lo que a Dios le gusta más”. Y, ¿qué es lo que “a Dios le gusta más”? Perdonar a sus hijos, tener misericordia de ellos, para que también ellos puedan a su vez perdonar a los hermanos, resplandeciendo como antorchas de la misericordia de Dios en el mundo. ¡Esto es lo que a Dios le gusta más!…El Jubileo será un tiempo favorable para la Iglesia si aprenderán a elegir “lo que a Dios le gusta más”, sin ceder a la tentación de pensar que haya otra cosa que sea más importante o prioritario. Nada es más importante que elegir “lo que a Dios le gusta más”, o sea, ¡su misericordia, su amor, su ternura!… (Papa Francisco, Audiencia General del 9.12.2015) Pues en el “gaudete” de este domingo de adviento, ante todo, debemos preguntarnos: ¿Para mí se ha vuelto causa de gozo reconocerme pecador delante del Señor Jesús? ¿Me siento acogido/a de su amor personal, me siento llevado/a sobre sus espaldas? ¿Ha llegado a mi corazón su gozo de haberme encontrado/a? ¿Siento la necesidad profunda de regresar siempre a Él, para invocar misericordia sobre mi vida y la de los demás? Pero sobretodo, creo verdaderamente ¿que Él es Misericordia, que lo que le gusta más es justamente recubrirnos de misericordia y que no hay nada más importante para Él que verme comprometido a volverme a su vez misericordioso/a? Son preguntas para nada deducidas. Siempre quedo muy impactado por aquellos hermanos y hermanas que venden a los que caminan sobre esta vía, en primer lugar el papa como personas débiles e ingenuas, a las cuales faltan hasta los atributos. No sé qué imagen de Dios y de su Iglesia gobierne este modo de pensar y de hablar pero, haciendo eco a las palabras de Francisco, me vienen en mente las palabras de S. Pablo a los Corintios: Porque la locura de Dios es más sabia que la sabiduría de los hombres, y la debilidad de Dios es más fuerte que la fortaleza de los hombres (1Cor 1,25). Quizás ya hemos caído en la tentación de ir detrás de un Dios hecho a nuestra imagen y semejanza, quizás hemos ya caído en creer que haya algo más importante y prioritario, en nuestra fe, que creer en la misericordia de Dios y de aprender a ser misericordiosos.

Entonces he aquí venir a Juan en nuestra ayuda, para que no nos engañemos en este tiempo de adviento. En fondo también a él le preguntaban, en ese “¿qué debemos hacer?”, qué cosa era más importante para practicar. En las tres respuestas que el Bautista da a esta pregunta, la primera compete dos obras de misericordia corporal: quien tiene dos túnicas, de una a quien no tenga y quien tenga para comer, haga lo mismo (Lc 3,11) Luego la llamada a la honestad, al respeto de las personas, al saberse contentar de lo que tenemos, a no aprovecharse de los demás. Un evidente primado, aquella de la misericordia, también en quien, como Juan, todavía no tenía una plena revelación del rostro de Dios. Pero sobretodo, una hoja a la luz del sol para verificar la propia relación con nuestro maravilloso Dios así rico de misericordia con respecto a nosotros. Si verdaderamente creo que el rostro del Dios en el cual creo es este, no puedo no sentir, como una llamada urgente, de tener que volverme misericordioso con los demás: ¡es muy concreto! La parábola del Buen Samaritano docet. Entonces para concluir, una breve historia de una samaritana de nuestros tiempos:  un hombre ha entrado en un supermercado y ha robado la billetera a una mujer, la cual, en lugar de llamar inmediatamente a la policía, ha hecho algo  imprevisible. El hombre se quedó desalmado de tal manera por su gesto tanto que restituyó la billetera. La protagonista de este increíble episodio se llama Jessica Ealves, tiene 4 hijos y vive en Guthrie, en Oklahoma (USA). Como cada semana, Jessica ha ido al local del supermercado para hacer las compras, cuando se ha dado cuenta que un hombre la estaba siguiendo de manera sospechosa. Poco después, Jessica se ha dado cuenta que de la bolsa le faltaba su billetera: segura que hubiera sido él, ha decidido no llamar a la policía, sino resolver el problema a su modo. “En un corredor lleno de gente, me acerqué a él”, ha contado Jessica. “Normalmente soy impulsiva, pero en ese momento estaba muy tranquila. Le he dicho: escucha tú tienes algo que me pertenece. Te doy la posibilidad de escoger. Si me devuelves la billetera, no solo te perdono sino que te pago también tus compras”. El mensaje implícito era claro: si en cambio no me devuelves la billetera, llamo a la policía. “Ha puesto su mano en el bolsillo y me ha restituido la billetera. Mientras tomaba la comida que le servía de  los estantes, me ha pedido disculpas al menos una veintena de veces. Y mientras nos acercábamos a la caja, ha comenzado a llorar. Me ha dicho que estaba desesperado”. El hombre, que continuaba a agradecer a Jessica por haberlo ayudado y perdonado, ha comprado géneros alimentarios por un total de 27 dólares. “Normalmente no llevo conmigo efectivo, pero ese día tenía justo 28 dólares en mi billetera. La última cosa que me ha dicho ha sido: “No me olvidaré jamás esta tarde. Estoy de verdad desesperado, tengo hijos, me avergüenzo y lo siento tanto”. “Algunos me han criticado, porque no lo he denunciado, y quizás tiene razón”, ha explicado Jessica, “pero a veces creo que lo justo que hay que hacer es dar a alguien que se ha equivocado una segunda posibilidad para no perder la propia dignidad. Cuando tenía siete años, mi hermano y yo hemos perdido a nuestro padre, pero recuerdo que me decía siempre: no importa qué cosa te volverás cuando seas grande, pero recuerda que deberás ser siempre gentil con todos”.