RICOMINCIA DACCAPO

II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

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Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1). Amo la “ouverture” letteraria dell’opera di Marco perché è una concisa dichiarazione di fede che racchiude tutto quello che vuole raccontare. Ogni lettore, se apre il suo cuore alla Parola che ascolta, può davvero vivere un nuovo inizio della sua storia. Infatti, l’inizio della lieta notizia per l’uomo è la storia di Gesù: se questa storia entra nella sua storia, allora comincia un nuovo capitolo della propria esistenza, comincia una nuova vita, un nuovo mondo si schiude ai suoi occhi. Gesù è sempre pronto a ricominciare daccapo con l’uomo. Perché come dice Pietro, davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno (2Pt 3,8).

Come è giunta questa lieta notizia per l’umanità di nome Gesù? Con la realizzazione delle profezie, in particolare con l’invio di un messaggero di nome Giovanni che realizza la profezia di Isaia (Is 40,3). Anche oggi Dio, fedele a sé stesso, invia messaggeri ai suoi figli per annunciarsi. Chi è il Giovanni Battista della tua vita? Sapresti individuarlo? Sappi che, perché sia tale, deve essere voce di uno che grida nel deserto: cioè uno che parla con chiarezza ma in uno spazio dove è dai più inascoltato (chi c’è in un deserto a udire uno che grida?). Deve essere anche uno che richiama a preparare la via del Signore nel deserto (Mc 1,3): ovvero uno che ti attrae ad andare al nocciolo essenziale della vita, che non si può cogliere se non incontrando sé stessi mentre ci si impegna a far tacere le mille voci che tirano la tua vita da tutte le parti, fuorché da quella di Dio. Insomma, deve essere uno che alla fine ti rimette in contatto con la nostalgia di Dio che abita nel profondo del tuo cuore. Per questo, nonostante vivesse in un deserto, accorrevano a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme (Mc 1,5a).

10 bis
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

Ma non solo. Deve essere uno che provoca (“pro-vocare”, cioè “chiama fuori”) la tua vita al punto da aiutarti a vedere e poi confessare i tuoi peccati, non per paura di Dio, ma appunto perché ti aiuta a incontrare il tuo vero io (Mc 1,5b). Egli è uno che ti vuole convincere di peccato solo per farti gustare il dono che Dio ti vuole rinnovare: il perdono dei peccati (Mc 1,4). Inoltre, con la sobrietà della sua vita (Mc 1,6) è uno che ti fa innamorare di Gesù perché innamorato a tal punto di Lui da essere sempre pronto a farsi da parte: poiché gli basta l’onore di essere al suo servizio, consapevole della propria indegnità e del limite del suo ministero (Mc 1,7-8).

Conoscete la storiella di quell’uomo “credente” che, naufrago in mare, ad ogni barca che gli si accostava per soccorrerlo replicava: “andate pure, so che Dio mi salverà”? Dopo aver rifiutato di salire su varie barche che gli si erano avvicinate per il soccorso, quell’uomo morì annegato. E il racconto si conclude con l’uomo che giunge alle porte del paradiso e subito si rivolge a Dio dicendogli: “avevo fede che mi avresti soccorso, perché dunque mi hai fatto morire in mare?” Dio gli risponde: “ma se ti ho mandato almeno una decina di barche per salvarti, sciocco!…”. Credo che Dio ci mandi sempre messaggeri di salvezza per la nostra vita che sono il più delle volte a un tiro di schioppo nel parlarci! Il problema spesso è la nostra sordità (per questo anche il Battista attuale dovrà gridare!…), le nostre resistenze, la nostra attesa sbagliata (cfr. la storiella precedente), oppure il pensare che un messaggero come il Battista attuale debba riprodurre necessariamente le categorie del passato (quanti corrono dietro al primo profeta di sventura che si presenta accreditato da innumerevoli digiuni, piedi scalzi e carismi eccezionali…): forse anche per questo quell’uomo naufrago della storiella non salì su nessuna di quelle barche, tanto gli sembrava troppo normale il messaggero di Dio che gli chiedeva di farsi soccorrere!

Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all’inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.

 

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VUELVE A COMENZAR DESDE EL COMIENZO

 

Comienzo del evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios (Mc 1,1). Amo la “ouverture” literaria de la obra de Marco porque es una concisa declaración de fe que encierra todo aquello que quiere contar. Cada lector, si abre su corazón a la Palabra que escucha, puede de verdad vivir un nuevo comienzo de su historia. De hecho, el comienzo de la feliz historia para el hombre es la historia de Jesús: si esta historia entra en su historia, entonces comienza un nuevo capítulo de la propia existencia, comienza una nueva vida, un nuevo mundo se abre a sus ojos. Jesús siempre está listo a volver a comenzar desde el comienzo con el hombre. Porque como dice Pedro, para el Señor un solo día son como mil años y mil años como un solo dia (2Pt 3,8).

¿Cómo ha llegado esta feliz noticia para la humanidad de nombre Jesús? Con las realizaciones de las profecias, en particular con el envío de un mensajero de nombre Juan que realiza la profecía de Isaias (Is 40,3). Dios, también hoy, fiel a sí mismo, envía mensajeros a sus hijos para anunciarse. ¿Quién es el Juan Bautista de tu vida? ¿sabrías identificarlo? Debes saber que, para que sea tal, debe ser voz de uno que grita en el desierto: o sea uno que habla con claridad pero en un lugar donde es de los menos escuchados (¿quién está en un desierto escuchando a uno que grita?). Debe ser también uno que llama a preparar el camino del Señor en el desierto (Mc 1,3): o mejor uno que te atrae a ir al corazón de lo esencial de la vida, que no se puede tomar sino solo encontrandose a sí mismo mientras nos empeñamos a hacer callar las miles voces que tiran tu vida por todas partes menos a la de Dios. En conclusión, debe ser uno que al final te vuelve a poner en contacto con la nostalgia de Dios que vive en lo profundo de tu corazón . Para esto, a pesar de que viviera en un desierto, concurrían a Juan toda la región de Judea y todos los habitantes de Jerusalém (Mc 1,5a).

Pero no solo. Debe ser uno que provoca (“pro-vocar”, o sea “llama afuera”) tu vida al punto de ayudarte a ver y luego confesar tus pecados, no por miedo de Dios, sino justamente porque te ayuda a encontrar tu verdadero yo (Mc 1,5b). Él es uno que te quiere convencer de pecado solo para hacerte gustar el don que Dios te quiere renovar: el perdón de los pecados (Mc 1,4). Además, con la sobriedad de su vida (Mc 1,6) es uno que te hace enamorar de Jesús porque enamorado a tal punto de Él que está siempre listo a ponerse a un costado: porque le basta el honor de estar a su servicio, consciente de ser indigno y del límite de su propio ministerio (Mc 1,7-8).

Conocen la historia de aquél hombre “creyente” que, náufrago en el mar, a cada barca que se le acercaba para socorrerlo replicaba: “váyanse, ¿sé que Dios me salvará? Después de haber rechazado subir sobre varias barcas que se le habían acercado para socirrerlo, aquél hombre murió ahogado. Y la historia se concluye con el hombre que llega a las puertas del paraíso e inmediatamente se dirige a Dios diciéndole: “tenía fe en que me hibieras auxiliado ¿por qué entonces me has hecho morir en el mar?” Dios le respondió: “pero si te he enviado al menos una docena de barcos para salvarte ¡tonto!…” Creo que Dios nos mande siempre mensajeros de salvación para nuestra vida que ¡están más de las veces a un tiro de piedra a hablarnos! El problema muchas veces es nuestra sordera (Por esto también el Bautista actual deberá ¡gritar!…), nuestras resistencias, nuestra espera equivocada (cfr. la historia precedente), o también el pensar que un mensajero como el Bautista actual deba reproducir necesariamente las categorias del pasado (cuantos corren detrás del primer profeta de desventura que se presenta acreditado por innumerables ayunos, pies descalzos y carismas excepcionales…): quizás también por esto aquél hombre náufrago de la historia no subió en ninguna de aquellas barcas, ¡por tanto normal le parecía el mensajero de Dios que le pedía hacerse auxiliar!

Este tiempo de Adviento tendrá todavía una vez más su Juan Bautista. No lo hagamos gritar en vano. Regresemos a escucharlo creando el desierto dentro de nosotros, o mejor preparando nuestra alma a una silenciosa acogida del evangelio de Dios: Jesucristo Señor nuestro. Juan nos invita a volver a caminar desde el comienzo nuestra historia yendo al encuentro del comienzo de la suya que se parte de un lugar pobre, no acogedor, absolutamente imprevisto. Si caminamos verdaderamente hacia aquél lugar, para nosotros es la promesa segura: Él los bautizará en Espíritu Santo (Mc 1,8), o sea estaremos nuevamente zambullidos en el misterio de Dios que se ha zambullido en nuestra humanidad.

CHE VE NE PARE?

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Siamo ancora nella vigna del Signore. Domenica scorsa abbiamo visto che la parabola raccontata da Gesù era indirizzata soprattutto a coloro che sono chiamati per primi a lavorarci dentro. Il suo inequivocabile finale getta una luce profonda sul mistero del regno di Dio e della sua accoglienza: così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Mt 20,16). La piccola parabola di oggi continua a illuminare questo mistero, ovvero continua a far emergere la mormorante resistenza dei primi chiamati che, allora come oggi, contestano segretamente il Signore per la sua bontà verso tutti. Il suo infatti sarebbe un comportamento ingiusto (Mt 20,11-12). A chi oggi continua, consciamente o inconsciamente, a discutere sulla sua giustizia così “strana”, Dio risponde nella prima lettura: voi dite “non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque casa d’Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?…(cfr. Ez 18,25-28)

Gesù tiene moltissimo anche ai primi chiamati. Per questo vediamo come anche il vangelo di oggi si dirige a una delle categorie più difficili a convertirsi, ai capi e agli anziani del popolo: l’intento del Signore non è infatti quello di abbandonarli nel loro rifiuto, ma di far rispecchiare i suoi uditori nel personaggio che li riguarda. E’ così anche oggi nel popolo di Dio. Quanto sta accadendo a Francesco non fa che rendere un gran servizio alla verità del vangelo, nonché confermare ancor di più questo papa nella sua chiamata. Perché in fin dei conti, con l’ultima lettera “correctio filialis de haeresibus propagatis” di alcuni autorevoli fratelli sacerdoti e non, che cosa c’è dietro il sospetto (se non l’accusa) delle eresie indicate? Lo stesso sospetto che circondò Gesù da parte delle autorità religiose per il suo misericordioso abbassarsi  su tutti coloro che, per il loro peccato o la loro reputazione non proprio immacolata, venivano accolti e chiamati dal Signore. In Amoris Laetitia il papa conclude un cammino sinodale di due anni dove tutte le voci ecclesiali sono state ascoltate e confrontate in materia per poi convergere nel documento; il quale, non è mera espressione di una sua visione personale sull’amore nella famiglia, ma della chiesa intera nel suo insieme. Si è liberi di pensare quello che si vuole, ma dietro il sospetto che Francesco con questa esortazione apostolica stia minando alcuni fondamenti dottrinali della fede, in realtà mal si cela, ancora una volta, il “problema” della bontà di Dio che si apre verso gli ultimi e chiede alla sua chiesa di fare altrettanto. E di “ultimi”, ve l’assicuro, ce ne sono anche tra coppie ferite nelle proprie vicende personali che stanno cercando di vivere come famiglia nella fede con sincera intenzione.

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I due figli inviati nella vigna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Gesù racconta di un uomo che comanda ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo disobbedisce inizialmente con la parola, ma ci ripensa e si pente, alla fine obbedisce e ci va a lavorare. Il secondo obbedisce subito con la parola, ma in realtà poi disobbedisce perché non ci va (Mt 21,28-30). Il Signore fa trarre le conclusioni ai suoi stessi uditori, i quali, senza accorgersene, confermano il suo insegnamento. Significato inequivocabile: c’è chi arriva nella vigna a lavorare dopo esserne stato a lungo lontano e tuttavia entra per primo nel regno; e c’è chi solo apparentemente vi è già dentro per lavorarci, ma in realtà è fuori, e vi accederà se e soltanto dopo che avrà aperto il cuore a Chi il cuore ce l’ha sempre aperto a tutti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Infatti, a dimostrazione delle sue parole, Gesù osserva come gli stessi pubblicani e prostitute si pentirono e si convertirono al messaggio di un appartenente al popolo dei primi chiamati come Giovanni il Battista, che certo non sottolineava tanto la via della misericordia (Mt 21,32); ma anche questo messaggio fu del tutto inascoltato dalle autorità religiose.

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Vi passano avanti, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2017

Il brano del vangelo di oggi ci aiuta a penetrare maggiormente nel segreto del nostro rapporto con Dio. Se lo si vuole verificare seriamente, non può essere mai sganciato dal rapporto con i fratelli e dalla immagine che noi abbiamo di Lui. Prima di tutto, quello che sicuramente emerge dalle parole di Gesù è che Egli ama molto la sincerità. Come dire: meglio un “no” sincero alla sua chiamata che un “sì” ad essa falso, calcolatore e mormorante. Al lettore attento non sarà sfuggita la somiglianza di questi due figli a quelli della ben più celebre parabola di Luca (Lc 15,1ss.): il primo al fratello minore allontanatosi dalla casa paterna, il secondo al fratello maggiore che, pur restando nella casa del padre, non vive in comunione di cuore con il padre della casa. Alla fine del racconto, quel padre che ha tanto atteso pazientemente il ritorno del figlio minore esce di casa a pregare il maggiore perché vi rientri a celebrare con lui la salvezza donata al fratello. Ma l’inghippo che gli impedisce di rientrare è la sua “giustizia” messa a confronto con l’inspiegabile condotta misericordiosa del padre, segno inconfondibile di una immagine sbagliata che ha di lui. Stiamo pian piano scoprendo qualcosa di importante nella vita spirituale: il Signore Gesù si rivela solo a chi lo ama, a chi gli dice un sì sincero, fiducioso, senza pretendere di capire tutto. A chi invece dice di capirlo/conoscerlo, ma non lo ama per quello che è, Gesù parla con il suo silenzio (come sta facendo papa Francesco con coloro che lo sospettano o lo accusano in via epistolare). Poi, per recuperarlo, gli parla in parabole affinché rifletta e capisca quello che non vuol capire. Difatti il vangelo di oggi è come uno “screening” che svela a sé stesso l’ascoltatore/lettore che non vuole convertirsi, perché si riconosca nel secondo figlio e così passi al movimento interiore e al comportamento del primo.

Kierkeegärd diceva che la verità è paradossale. Quando meditiamo il vangelo ce ne accorgiamo. Gesù afferma che persone che vivono in modo palesemente ingiusto (pubblicani e prostitute) sono preferibili a quelle che vivono in modo “giusto”. Come è possibile? Non è forse una contraddizione? Può il Signore contraddirsi? No. Ancora una volta è il paradosso del vangelo a rispondere. In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Trovo queste parole di Gesù tra le più dure e nello stesso tempo più belle e consolanti che abbia mai detto ai suoi uditori. Perché pubblicani e prostitute sono peccatori d.o.c. che non potranno mai fingersi giusti e pertanto sono più aperti e pronti ad accogliere la salvezza che il Signore offre loro (cfr. Lc 7,36 ss., 18,9-14 e 19,1-10!!!…). Solo quando accetteremo di essere come loro (o peggio!) potremo entrare nel regno di Dio. La proposta del padre ai due figli è identica: è il comando dell’amore che se messo in pratica li rende simili a Lui. Ma il secondo figlio guarda il padre come a un padrone al quale non si può dire di no. E’ come la persona religiosa che si sente in obbligo di compiacere Dio. Ma per dovere nessuno saprà mai amare! In realtà anche questo figlio, come l’altro, non vuole ascoltare il padre. Tuttavia mentre il primo dice apertamente di no e ci ripensa, questo invece non se lo permette perché vive nella paura di mettersi contro il padre-padrone. Dunque esprimere apertamente il proprio rifiuto è già segno positivo: suppone che il padre che ci sta di fronte rispetti la libertà del figlio, mentre dire di sì per paura suppone che il padre non tolleri la libertà e schiacci chi a Lui si ribella (P.Silvano Fausti S.I.). Ancora una volta, il vero peccato più nascosto nel cuore dell’uomo, ma evidenziato dal vangelo, è quello di chi si crede nel giusto e non può ottenere il perdono semplicemente perché non ne sente nemmeno il bisogno. Rischio alto di resistenza allo Spirito cui si avvicinano tutti coloro che non riconoscono in sé il peccato che rimproverano agli altri.

Che ve ne pare? Vi piace questo Gesù che porta sempre ciascuno a guardare dentro di sé?

 

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QUE LES PARECE?

 

Estamos todavía en la viña del Señor. El domingo pasado hemos visto que la parábola narrada por Jesús estaba dirigida sobre todo para aquellos que son  llamados primero a trabajarnos adentro. Su inconfundible final lanza una luz profunda sobre el misterio del reino de Dios y de su acogida: Así sucederá: los últimos serán primeros, y los primeros serán últimos (Mt 20,16). La pequeña parábola de hoy continúa a iluminar este misterio, o mejor dicho continúa en hacer sobresalir la murmurante resistencia de los llamados primero que, en aquél entonces como hoy, contestan secretamente al Señor por su bondad hacia todos. El suyo de hecho sería un comportamiento injusto (Mt 20,11-12). A quien hoy continúa, conscientemente o inconscientemente, a discutir sobre su justicia así “extraña”, Dios responde en la primera lectura: ustedes dicen “no es recto el modo de actuar del Señor”. Oigan, pues, gente de Israel: ¿así que mi manera de ver las cosas no es correcta? ¿No lo será más bien la de ustedes?… (cfr. Ez 18,25-28)

Jesús tiene muchísimo también a los primeros llamados. Por esto vemos como también el evangelio de hoy se dirige a una de las categorías más difíciles en convertirse, a los jefes y a los ancianos del pueblo: el intento del Señor no es de hecho el de abandonarlos en su rechazo, sino de hacer reflejar a sus oidores en el personaje que les reguarda. Es así también hoy en el pueblo de Dios. Cuanto está ocurriéndole a Francisco no hace que devolver un gran servicio a la verdad del evangelio, además de todavía confirmar a este Papa aún más en su llamada. Porque al fin de cuentas, con la última carta “correctio filialis de haeresibus propagatis” de algunos acreditados hermanos sacerdotes y no, ¿qué cosa hay detrás de las sospechas (sino la acusación) de las herejías indicadas? La misma sospecha que circundó Jesús de parte de las autoridades religiosas por su misericordioso abajarse sobre todos aquellos que, por su pecado o su reputación no seguramente inmaculada, venían acogidos y llamados por el Señor. En Amoris Laetitia el papa concluye un camino sinodal de dos años donde todas las voces eclesiales han sido escuchadas y confrontadas en materia para luego converger en el documento; el cual, no es mera expresión de su visión personal sobre el amor en la familia, sino de la iglesia entera en su conjunto. Sé es libre de pensar lo que se quiere, pero detrás de la sospecha que Francisco con esta exhortación apostólica esté minando algunos fundamentos doctrinales de la fe, en realidad mal se esconde, una vez más, el “problema” de la bondad de Dios que se abre hacia los últimos y pide a su iglesia de hacer lo mismo. Y de “últimos”, les aseguro, están también entre las parejas heridas en sus propios asuntos personales que están buscando de vivir como familia en la fe con sincera intensión.

Jesús cuenta de un hombre que manda a sus dos hijos a ir a trabajar en la viña. El primero desobedece inicialmente con la palabra, pero lo vuelve a pensar y se arrepiente, al final obedece y va a trabajar. El segundo obedece inmediatamente con la palabra, pero en realidad luego desobedece porque no va (Mt 21,28-30). El Señor hace sacar las conclusiones a sus mismos oyentes, los cuales, sin darse cuenta, confirman su enseñanza. Significado inconfundible: está quien llega a la viña a trabajar después de haber estado por mucho tiempo lejano y sin embargo entra como primero al reino; y está quien solo aparentemente está ya dentro por trabajar, pero en realidad está afuera, y entrará si y solamente después que habrá abierto el corazón a Quien el corazón lo tiene siempre abierto a todos: los publicanos y las prostitutas los adelantarán en el reino de Dios (Mt 21,31). De hecho, en demostración de sus palabras, Jesús observa como los mismos publicanos y prostitutas se arrepintieron y se convirtieron al mensaje de un perteneciente al pueblo de los primeros llamados como Juan Bautista, que ciertamente no subrayaban tanto el camino de la misericordia (Mt 21,32); pero también este mensaje fue no escuchado del todo por las autoridades religiosas.

El texto del evangelio de hoy nos ayuda a penetrar mayormente en el secreto de nuestra relación con Dios. Si se quiere verificar seriamente, no puede ser nunca desenganchado de la relación con los hermanos y de la imagen que nosotros tenemos de Él. Primero de todo, lo que seguramente sobresale de las palabras de Jesús es que Él ama mucho la sinceridad. Como decir: mejor un “no” sincero a su llamada que un “si” falso a esa, calculador y murmurante. Al lector atento no se le habrá escapado la semejanza de estos dos hijos a aquellos de la tanto célebre parábola de Lucas (Lc 15,1ss.): el primero al hermano menor alejándose de la casa paterna, el segundo al hermano mayor que, a pesar de estar en la casa del padre, no vive en comunión de corazón con el padre de la casa. Al final del relato, aquél padre que tanto ha esperado pacientemente el regreso del hijo menor sale de casa a rogar al mayor para que entre a celebrar con él la salvación donada al hermano. Pero el obstáculo que le impide entrar es su “justicia” puesta en confrontación con la inexplicable conducta misericordiosa del padre, signo inconfundible de una imagen equivocada que tiene de él. Estamos poco a poco descubriendo algo importante en la vida espiritual: el Señor Jesús se revela solo a quien lo ama, a quien le dice un sí sincero, confiado, sin pretender de entenderlo todo. A quien en cambio dice de entenderlo/conocerlo, pero no lo ama por lo que es, Jesús habla con su silencio (como está haciendo papa Francisco con aquellos que lo sospechan o lo acusan de manera epistolar). Luego, para recuperarlo, le habla en parábolas para que reflexione y entienda lo que no quiere entender. De hecho el evangelio de hoy es como un “screening” que revela a sí mismo el que escucha/lector que no quiere convertirse, para que se reconozca en el segundo hijo y así pase al movimiento interior y al comportamiento del primero.

Kierkeegärd decía que la verdad es paradojal. Cuando meditamos el evangelio nos damos cuenta. Jesús afirma que las personas que viven de manera lampantemente injusta (publicanos y prostitutas) son preferibles a aquellos que viven de manera “justa”. ¿Cómo es posible? ¿No es quizás una contradicción? ¿Puede el Señor contradecirse? No. Una vez más es la paradoja del evangelio en responder. En verdad yo les digo: los publicanos y las prostitutas llegarán antes que ustedes al Reino de los cielos. Encuentro en estas palabras de Jesús entre las más duras y al mismo tiempo más lindas y consoladoras que jamás haya dicho a sus oyentes. Porque publicanos y prostitutas son pecadores ad hoc que nunca podrán fingirse justos y por lo tanto son más abiertos y listos en acoger la salvación que el Señor ofrece a ellos (cfr. ¡¡¡Lc 7,36 ss., 18,9-14 y 19,1-10!!!…). Solo cuando aceptaremos ser como ellos (¡o peor!) podremos entrar en el reino de Dios. La propuesta del padre a los dos hijos es idéntica: es el mandamiento del amor que si es puesto en práctica lo rinde similar a Él. Pero el segundo hijo mira al padre como un jefe al cual no se le puede decir que no. Es como la persona religiosa que se siente en la obligación de complacer a Dios. ¡Pero por deber nunca nadie sabrá amar! En realidad también este hijo, como el otro, no quiere escuchar al padre. Sin embargo mientras el primero dice abiertamente que no y vuelve a pensar, este en cambio no se lo permite porque vive en el miedo de ponerse en contra del padre-jefe. Entonces expresar abiertamente el propio rechazo es ya signo positivo: supone que el padre que nos está delante respete la libertad del hijo, mientras decir que si por miedo supone que el padre no tolera la libertad y aplaste quien a Él se rebela (P. Silvano Fausti S.I.). Una vez más, el verdadero pecado más escondido en el corazón del hombre pero evidenciado por el evangelio, es aquello de quien se cree estar en lo justo y no puede obtener el perdón, simplemente porque no siente ni siquiera la necesidad. Riesgo alto de resistencia al Espíritu de quienes se acercan todos aquellos que no reconocen en sí el pecado que culpan a los demás.

¿Qué les parece? ¿Les gusta este Jesús que lleva siempre a cada uno a mirarse dentro de sí?

IL PERDONO TI PORTA NEL FUTURO

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

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Non si può veramente comprendere che cos’è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa), se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni che Gesù da circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21) La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all’infinito l’orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un’occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni autentica fraternità. E, vista la chiarezza dell’insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell’offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno talvolta bisogno di più tempo e perdoni che si offrono subito oltre le umane attese, ferma restando la fatica “naturale” dell’uomo a perdonare. Non a caso il proverbio recita: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”.

Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) diventa personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorre per trasportare tutto questo debito? Il centro del messaggio emerge facendoci un’altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re lo lascia libero condonandogli tutto il debito! (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell’uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l’accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell’uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l’abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio compagno debitore. Sdegnato, il re cambia comportamento ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che egli ha emesso nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35).

Tutto sommato, credo che la nostra stessa ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, anche se lo riconosciamo, il vangelo suona come un ammonimento e nello stesso tempo come una sana provocazione che ci “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? E nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell’ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l’ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l’innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti a dure prove da superare che toccano l’uomo fino a fargli sentire come insormontabile il perdonare certe offese? E’ davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c’è qualcos’altro?

Leiris
Antoine Leiris con il piccolo Melvil

Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all’indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell’ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata su Facebook con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l’uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?…Se lui che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? (Sir 27,30-28,1ss.). Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo visto anche nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così come mi dice il vangelo, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà l’esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell’odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con se stessi e con l’animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio impegnandosi a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.

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Verdaderamente no se puede comprender qué cosa es la corrección fraterna como acto de amor (cf. El evangelio del domingo pasado), si no se acoge sinceramente el mensaje inequivocable del evangelio de este domingo. Aquella sin esto no se puede iluminar a los ojos de nuestro corazón, y viceversa. Pedro se da cuenta, de las indicaciones que Jesús da acerca de las relaciones entre los discípulos, de cuanto le está a pecho la fraternidad, y entonces hace una pregunta con propuesta en adjunto: Señor, si mi hermano comete culpa contra mí, ¿cuántas veces debo perdonarlo? ¿Hasta siete veces? (Mt 18,21) La respuesta de Jesús a la pregunta de Pedro (Mt 18,22) no solo amplía al infinito el horizonte del perdón así reducido en el corazón de su discípulo, sino que ofrece una ocasión única a Jesús para reiterar, con una parábola, cuál es el fundamento de cada auténtica fraternidad. Es, vista la claridad de la enseñanza, se resigne cada espíritu que quiera llamarse “cristiano” a buscar de justificar de alguna manera el perdón negado, cualquiera sea el tipo y la repetición de la ofensa en caso. No existen perdones para conceder y perdones para negar. Existen solo perdones más fáciles y perdones más difíciles que regalar; perdones que algunas veces tienen necesidad de más tiempo y perdones que se ofrecen inmediatamente más allá de la humana espera, teniendo en cuenta la fatiga “natural” del hombre a perdonar. No casualmente el proverbio recita: “Dios perdona siempre, el hombre algunas veces, la naturaleza nunca”.

El rey que quiere arreglar cuentas (Mt 18,23) se vuelve un personaje extraordinariamente magnánimo delante de la deuda insolvente de un tal que le viene presentado (Mt 18,24): un talento=6000 jornadas laborables; entonces la deuda de 10.000 talentos=60.000.000 de sueldos cotidianos. Para pagar tal deuda se necesitaría 200.000 ¡años de vida, y sin comer! O bien: en el tiempo de Jesús un talento pesaba 36 kg. de metal; entonces 10.000 talentos es un peso de 360 toneladas de metal precioso. ¿Con qué cosa se transporta y cuánto tiempo se necesitaría para transportar toda esta deuda? El centro del mensaje emerge haciéndonos otra pregunta: ¿qué hace cambiar así repentinamente al rey que había ordenado que fuera vendido como esclavo, junto con su mujer, sus hijos y todo cuanto poseía? La compasión delante de la súplica de su oración (Mt 18,26). El rey lo deja libre ¡perdonándole toda la deuda! (Mt 18,27). El problema muy serio de la parábola es que apenas salió (Mt 18,28) aquél hombre encuentra a un compañero que tiene una deuda infinitamente menor con él y parece no haber aprendido nada de la magnanimidad del rey. El compañero le dirige la mismísima súplica, pero no encuentra en él alguna piedad (Mt 18,29-30). Otros compañeros asisten a la escena y muy disgustados refieren al rey lo sucedido (Mt 18,31). El rey convoca a ese hombre y, llamándolo siervo miserable le pregunta cómo así, después de haber experimentado la abundancia de su perdón, no se haya comportado así también con el propio compañero deudor. Indignado, el rey cambia comportamiento y ejecuta hacia aquél tal la misma “sentencia” que él ha emitido respecto a su deudor. Lapidaria la conclusión del evangelio: lo mismo hará mi Padre Celestial con ustedes, a no ser que cada uno perdone de corazón a su hermano (Mt 18,35).

Sumando todo, creo que nuestra misma razón no haga fatiga en reconocer justo el comportamiento del rey. Sin embargo, también si lo reconocemos, el evangelio suena como una advertencia y al mismo tiempo como una sana provocación que nos “obliga” a ponernos una serie de preguntas: yo ¿cómo vivo mis relaciones con mis hermanos? ¿Cómo un acreedor o un deudor? Y en mi vida de fe, ¿cuál es el baricentro de mí actuar? ¿Mi promesa de restituirle a Dios lo que le debo (cfr. Mt 18,26) o su promesa ya cumplida con el don del Hijo suyo Jesús, nuestro Salvador? Es decir, vivo mi relación con Dios en el ansia de deberle algo por la consciencia de mi deuda (ilusionándome de poderlo saldar), o en el gozo de no poderlo cancelar, porque creo que Él que ya lo ha cancelado (cfr. Col 2,13-14) me ofrece cada día una vida de pecador perdonado? Y luego: ¿creo que el Señor me ha hecho el don del poder de perdonar a los demás como Él me ha perdonado? O ¿me escondo detrás de la innata fatiga humana de perdonar, creándome un pretexto delante de duras pruebas que superar que tocan al hombre hasta hacerle sentir como insuperable el perdonar ciertas ofensas? ¿Verdaderamente el perdón está al centro de la vida nueva que Jesús nos ha donado o hay otra cosa?

Pienso que todos recordamos la sensación generada un par de años atrás por Antoine Leiris, un hombre francés que, al día siguiente de la trágica desaparición de la esposa por obra de los terroristas del ISIS, después de algunas noches de dolor y sin dormir escribió la célebre carta publicada con el título “Ustedes no tendrán mi odio”. En aquella carta el hombre no solo daba testimonio de su fuerza en la decisión de no odiar a los asesinos de su esposa, sino que prometía también de hacer crecer a su pequeño hijo ensenándole a ejercitar esta misma elección, agregando que en ella, juntos, hubieran sido “más fuertes que cualquier ejército”. No sé si el sr. Antoine sea cristiano, pero sé ciertamente que, también si no lo fuera, su decisión ha sido un rayo potente de luz que ha desgarrado las tinieblas de aquél trágico momento de la historia. Porque también la Palabra de Dios confirma, en la 1ra lectura de hoy, que si son horribles las tragedias procuradas por los graves pecados de los hombres, también odio e ira son cosas abominables, y el pecador lo lleva dentro. El que se venga experimentará la venganza del Señor: él le tomará rigurosa cuenta de todos sus pecados. Perdona a tu próximo el daño que te ha hecho, así cuando tú lo pidas, te serán perdonados tus pecados. ¡Cómo! ¿Un hombre guarda rencor a otro hombre y le pide a Dios que lo sane?… Si él, débil y pecador, guarda rencor, ¿quién le conseguirá el perdón?  (Sir 27,30-28,1ss.).  Entonces la elección del perdón es también razonable. Pero es la revelación del rostro de Dios en la Biblia que la funda y la refuerza, como hemos visto también en la parábola contada por Jesús. En ella de hecho, el Señor nos indica con claridad como poderlo seguir en el camino de un amor que no retrocede delante de las ofensas que se pueden derribar en nuestra vida: pensar a mis 10.000 talentos de deuda perdonados por Dios más que a las 100 monedas que mi prójimo me debe. Si estoy realmente convencido que las cosas están así como me dice el evangelio, entonces no será solo fatigoso recorrer su camino de amor a ultranza, sino que será una experiencia de un poder que de verdad el Señor dona a quien le cree. Una última consideración. El sr. Antoine se ha prometido así mismo educar a su pequeño a no odiar, sino a perdonar. Ha elegido también la mejor inversión para su hijo. Porque si induces a un ser humano a recordar siempre los pecados de los demás, lo haces vivir en el rencor y en el odio establecido en el pasado. Y allí se vive muy mal, en prisión consigo mismo y con el ánimo siempre en guerra hacia los demás; de allí no nos movemos más. Si en cambio decides educar a un hombre al perdón, lo haces caminar y le garantizas el futuro. Porque solo quien vive del perdón de Dios está comprometido a su vez en perdonar, es verdaderamente un hombre libre que vive ya en el futuro.

UN SAGGIO PROTOCOLLO PER I RAPPORTI COMUNITARI

XXIII DOMENICA DEL T.O.

Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

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Mi pare che da un bel po’ di tempo, sul primo canale televisivo di mamma Rai, una serie di telefilm riscontri presso il pubblico un buon successo: quella di don Matteo, con il tanto amato Terence Hill protagonista nel ruolo del popolare parroco. Io non l’avevo mai visto fino a un paio di mesi fa, quando ho cominciato ad assistere a qualche episodio. Quello che mi è sembrato un “leitmotiv” di questa serie televisiva è che don Matteo conduce delle indagini parallele godendo delle informazioni che il maresciallo dei carabinieri fiduciosamente gli passa, per poi giungere alla soluzione del caso, inducendo il colpevole a riconoscere il male commesso. Ma il tocco finale del padre Brown nazionale è dato dalla sua capacità di aiutarlo anche a vedere la via d’uscita dal male, di fargli cioè sperimentare il perdono divino al di la della giustizia umana che deve fare il suo corso. In altre parole, vediamo in don Matteo un esempio di quella che chiamiamo “correzione fraterna”, il tema della liturgia della parola di questa domenica.

Diciamo subito che la correzione fraterna è arte di amore non facile da esercitare. E tuttavia è una sua forma espressiva molto alta. Basti vedere qual è il testo successivo al vangelo di oggi (Mt 18,21-35). Si rende necessaria pertanto una serie di premesse, per non confonderci in questa materia. Innanzitutto la correzione fraterna è possibile solo laddove, in una comunità cristiana, ciascuno è in primo luogo accolto incondizionatamente con i suoi limiti e non giudicato per i suoi sbagli. Per questo S.Paolo, nella 2a lettura, ricorda a tutti dove deve incastonarsi questa prassi: non siate debitori di nulla a nessuno se non dell’amore vicendevole, perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge (Rm 13,8) Inoltre, la correzione fraterna di cui si parla è quella che riguarda peccati gravi (cfr. Mt 18,6-9). Oggetto della correzione fraterna non è l’offesa personale, come ad una prima lettura il testo sembra far intendere (Mt 18,15). Infatti l’offesa personale è sempre da perdonare e dimenticare (cfr. Mt 18,21ss.). L’oggetto è il peccato, in quanto fattore che nuoce in primo luogo a chi lo commette. Il fine della correzione è riguadagnarlo alla fraternità (Mt 18,15b), perché bisogna tentare di tutto per riportare a casa chi si è smarrito (cfr. Mt 18,12-14). Quindi, prima di lanciarsi ad esercitare la correzione fraterna è bene esaminarsi nel proprio cuore per verificare da dove parte la propria mozione: dall’amore verso il fratello che, operando il male, fa prima di tutto del male a sé stesso ferendo la fraternità? Oppure da un desiderio di umana “giustizia” che mal cela giudizi personali o critiche malevole?    

Gesù indica un protocollo fondamentale da seguire per l’esercizio della correzione fraterna:

a) prima si affronta la persona a tu per tu, in privato, per rispetto nei suoi confronti. Chi si sente accolto senza condizioni in genere è disposto a ricevere osservazioni, per cui la correzione, se esercitata nell’amore, funziona e ristabilisce la fraternità.

b) Siccome non sempre la cosa si semplifica secondo la prima modalità, allora il Signore suggerisce di ricorrere alla mediazione di 2 o 3 testimoni (Mt 18,16). E’ il tentativo di riportare la persona alla verità con l’aiuto di altri, non l’indizione di un regolare processo: laddove uno non riesce per dei limiti personali, forse può riuscirci sostenuto da altri; naturalmente, anche questi dovranno trovarsi nelle disposizioni di cui sopra per aiutarlo.

c) Se nemmeno la seconda modalità inducesse la persona a ravvedersi, Gesù dice di comunicare la situazione, se necessario, alla comunità. Su questo terzo passaggio si è discusso molto in passato e anche oggi. C’è stato un periodo, nei primissimi secoli cristiani, in cui il dettame veniva seguito alla lettera. Ma nel tempo lo Spirito ha spiegato alla chiesa che il senso delle parole di Gesù non è certo quello di esporre la persona che sbaglia al pubblico ludibrio, anche se il suo peccato fosse già grave e conosciuto presso il popolo. Si tratta invece di mettere il soggetto sotto lo sguardo della chiesa per indurlo a sentire la personale responsabilità verso i suoi fratelli. Se poi non ascoltasse nemmeno la comunità cristiana sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,17). Questa espressione non è sinonimo di condanna o esclusione. La comunità è chiamata a far capire che, rifiutando di ascoltare, la persona si pone da se stessa fuori dalla comunione ecclesiale. E’ questo anche il significato della “scomunica”, uno dei provvedimenti più gravi che la chiesa può prendere nei confronti di uno dei suoi figli. Essa ha sempre un valore illustrativo-pedagogico-deterrente: cioè serve a manifestare alla persona la gravità del male che commette, magari a cuor leggero, affinché si ravveda.

In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo (Mt 18,18). La Chiesa ha ricevuto lo stesso potere che Gesù ha dato a Pietro (cfr. anche Mt 16,19) e deve usarlo nella stessa maniera: è il potere dell’amore che non vuole che nessuno si perda (Mt 18,14). La preghiera ecclesiale garantisce la presenza di Gesù (Mt 18,19-20) affinché si cerchi e si trovi la luce per camminare insieme sempre meglio. La comunità cristiana allora diventa spiritualmente matura quando, fondata in questa preghiera, impara ad esercitare la correzione fraterna.   

 

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Me parece que desde hace un poco de tiempo, en el primer canal televisivo de mamá Rai, una serie de película tenga en el público un buen suceso: aquella de padre Mateo, con el tanto amado protagonista Terence Hill en el rol del popular párroco. Yo no lo había nunca visto hasta hace un par de meses, cuando he comenzado a asistir a algunos episodios. Lo que me ha parecido un “leitmotiv” de esta serie televisiva es que padre Mateo conduce algunas investigaciones paralelas disfrutando de las informaciones que el mariscal de la guardia civil confiadamente le pasa, para luego alcanzar a la solución del caso, induciendo al culpable a reconocer el mal cometido. Pero el toque final del padre Brown nacional está dado por su capacidad de ayudarlo también a ver el camino para la salida del mal, o sea, de hacerle experimentar el perdón divino más allá de la justicia humana que debe continuar su recorrido. En otras palabras, vemos en padre Mateo un ejemplo de lo que llamamos “corrección fraterna”, el tema de la liturgia de la palabra de este domingo.

Decimos inmediatamente que la corrección fraterna es arte del amor no fácil de ejercercitar. Y ante todo es su forma expresiva muy alta. Basta ver cuál es el texto sucesivo al evangelio de hoy (Mt 18,21-35). Se hace necesario por lo tanto una serie de premisas, para no confundirnos en esta materia. Ante todo la corrección fraterna es posible solo allí donde, en una comunidad cristiana, cada uno es acogido incondicionalmente en primer lugar con sus límites y no juzgado por sus equivocaciones. Por esto S. Pablo, en la 2da lectura, recuerda a todos dónde debe ubicarse esta práctica: no tengan deuda alguna con nadie, fuera del amor mutuo que se deben, pues el que ama a su prójimo ya ha cumplido con la Ley (Rm 13,8) Además, la corrección fraterna de la cual se habla es aquella que concierne pecados graves (cfr. Mt 18,6-9). Objeto de la corrección fraterna no es la ofensa personal, como en una primera lectura el texto pareciera hacer entender (Mt 18,15). De hecho la ofensa personal es siempre para perdonar y olvidar (cfr. Mt 18,21ss.). El objeto es el pecado, en cuanto factor que daña en primer lugar a quien lo comete. El final de la corrección es reconquistarlo a la fraternidad (Mt 18,15b), porque es necesario intentar de todo para conducirlo a casa a quien se ha descarrilado (cfr. Mt 18,12-14). Entonces, antes de lanzarse a ejercitar la corrección fraterna es bien examinarse en el propio corazón para verificar de dónde parte la propia moción: ¿del amor hacia el hermano que, haciendo el mal, hace antes que nada el mal a sí mismo hiriendo la fraternidad? O también ¿de un deseo de humana “justicia” que no logra a custodiar bien juicios personales o críticas malévolas?

Jesús indica un protocolo fundamental para seguir por el ejercicio de la corrección fraterna:

a) Antes se enfrenta a la persona tú a tú, en privado, por respeto a él mismo. Quien se siente acogido sin condiciones en general está dispuesto a recibir observaciones, por lo cual la corrección, si es ejercitada en el amor, funciona y restablece la fraternidad.

b) Como no siempre la cosa se simplifica según la primera modalidad, entonces el Señor sugiere pedir ayuda a la mediación de 2 o 3 testimonios (Mt 18,16). Es el intento de llevar a la persona a la verdad con la ayuda de otros, no la convocación de un regular proceso: allí donde uno no logra por los límites personales, quizás puede lograrlo sostenido por otros; naturalmente, también estos deberán encontrarse en la predisposición de arriba para ayudarlo.

c) Si ni siquiera la segunda modalidad conduce a la persona a rectificarse, Jesús dice que se debe comunicar la situación, si es necesario, a la comunidad. Sobre este tercer pasaje se ha discutido mucho en el pasado y también hoy. Ha habido un período, en los primeros siglos cristianos, en la cual el dictamen venía seguido a la letra. Pero en el tiempo el Espíritu ha explicado a la iglesia que el sentido de las palabras de Jesús no es seguramente de exponer a la persona que se equivoca a la humillación pública, también si su pecado fuera ya grave y conocido por el pueblo. Se trata en cambio de poner al sujeto bajo la mirada de la iglesia para conducirlo a sentir la personal responsabilidad hacia sus hermanos. Si luego no escuchara ni siquiera a la comunidad cristiana sea para ti como el pagano y el publicano (Mt 18,17). Esta expresión no es sinónimo de condena o exclusión. La comunidad está llamada a hacer entender que, rechazando la escucha, la persona se pone por sí misma fuera de la comunión eclesial. Es esto también el significado de la “excomunión”, uno de las disposiciones más graves que la iglesia puede tomar con respecto a uno de sus hijos. Esta tiene siempre un valor ilustrativo-pedagógico-disuasivo: o sea sirve para manifestar a la persona la gravedad del mal que comete, quizás con el corazón ligero, para que se arrepienta.

En  verdad yo les digo: todo lo que aten en la tierra, lo mantendrá atado el cielo, y todo lo que desaten en la tierra, lo mantendrá desatado el cielo (Mt 18,18). La Iglesia ha recibido el mismo poder que Jesús ha dado a Pedro (cfr. también Mt 16,19) y debe usarlo de la misma manera: es el poder del amor que no quiere que nadie se pierda (Mt 18,14). La oración eclesial garantiza la presencia de Jesús (Mt 18,19-20) para que se busque y se encuentre la luz para caminar juntos siempre mejor. La comunidad cristiana entonces se vuelve espiritualmente madura cuando, fundada en esta oración, aprende a ejercer la corrección fraterna.