LA PAURA TI FA NASCONDERE, L’AMORE TI MOLTIPLICA

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Prv 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

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Come vivere bene il momento presente? Il vangelo di domenica scorsa ci ha piantato questa domanda con l’esortazione del Signore a vigilare, perché siamo immersi nel tempo ma non ne siamo padroni: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Oggi ci viene detto come accogliere e vivere il tempo a nostra disposizione in una parabola strutturata in tre parti: una al passato, nel quale ci viene rivelato che si è ricevuto un dono in diversa misura (Mt 25,14-15); una al presente nel quale siamo chiamati a far fruttare quel dono (Mt 25,16-18), e una al futuro in cui ci sarà chiesto conto di ciò che ne abbiamo fatto (Mt 25,19-30). L’uomo partito lontano per un viaggio è il Signore Gesù. A tutti ha consegnato i suoi beni secondo le capacità di ciascuno. Ma cosa sono questi beni, se l’uomo in questione è Colui che da ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà? (2Cor 8,9) In realtà, i talenti di cui parla la parabola non sono primariamente i doni personali, le singolari potenzialità di ciascuno ricevute in natura o dallo Spirito di Dio. Sono invece quell’olio di cui ci parlava la parabola delle vergini di domenica scorsa e dei cui venditori si parlerà nel racconto evangelico di domenica prossima. E’ la capacità di amare che ci è stata data dall’amore di Dio in varia misura: con essa possiamo rispondergli per diventare bene-fattori (gente che fa il bene) come Lui.

Parabola dei talenti 1
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 1, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Rimango sempre colpito da tutti coloro che raccontano l’esperienza di un servizio svolto presso gli ammalati di un ospedale, verso i detenuti di un carcere, verso i disabili di una struttura aggregativa o verso i più poveri ed emarginati di una squallida periferia di città. In genere, dopo averli ascoltati, tutti riassumono sempre quanto vissuto più o meno con questa frase: “in realtà ho ricevuto molto di più di quanto possa aver dato”. Questa espressione è sempre indicativa di cosa vive chi mette in pratica la parola di Dio. Uno può ricevere 5 talenti, un altro 2, ma quello che conta è impiegarli (Mt 25,16), ovvero donare agli altri ciò che si è ricevuto in dono. Quando si agisce così, in questa gratuità “grata a Dio”, ci si rende conto che la nostra lampada si riempie d’olio: si riceve di più di quel che si dona. E’ l’effetto moltiplicatore dell’amore. Alla mamma di un sacerdote che aveva cresciuto con lui altri 9 figli fu chiesto: “signora, come ha fatto a dividere il suo amore tra i suoi 10 figli?”. Ella rispose: “semplice, non ho diviso il mio amore tra loro, ho dovuto moltiplicarlo per loro e l’ho ritrovato tale dentro di me”. Quale sapienza evangelica sulla bocca dei piccoli!

Parabola dei talenti 2
Prendi parte alla gioia del tuo padrone 2, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Il vangelo però, anche questa volta, vuole mettere in guardia dal pericolo in cui può incorrere il lettore. C’è infatti un servo che, ricevuto il suo talento, non lo traffica, ma va a nasconderlo in una buca (Mt 25,18). Il perché viene svelato nella terza parte del vangelo, alla resa dei conti (Mt 25,19). Colui che ricevette 5 talenti e colui che ne ricevette 2 vengono definiti dal padrone servi buoni e fedeli, e ad entrambi è data la stessa ricompensa: prendere parte alla gioia del padrone (Mt 25,20-23). Cioè, ricevono lo stesso incommensurabile dono di entrare nell’unica vera felicità per il cuore umano: amare con lo stesso amore con cui si è amati da Dio. Eppure quel servo non sembra credere né di essere amato, né di avere come padrone un uomo capace di amarlo. Lo ritiene duro e ingiusto (Mt 25,24). Uno con il quale è meglio non avere a che fare e di cui avere paura; uno a cui semplicemente restituire quanto ricevuto per stare a posto in coscienza (Mt 25,25). Ecco allora che il padrone lo incastra con le sue stesse parole (Mt 25,26-27). Se consideriamo questo servo per quello che fa, sembrerebbe una persona giusta: restituisce quello che non è suo. In realtà, è come la vita di tanti che ai nostri occhi sembrano giusti, ma non lo sono, perché sono appunto tutti intenti a volersi presentare giusti davanti al Signore: sono più preoccupati di rendere la loro immagine candida e inattaccabile invece che della risposta d’amore da donare. La radice del loro problema profondo è nell’immagine falsa di Dio che li domina dentro e li blocca con la paura. La loro cattiveria nasce proprio dal considerare Dio cattivo. E così sterilizzano la capacità di amare data loro in dono, si affossano da se stessi perché concepiscono la loro esistenza non come un dono, ma come qualcosa da restituire amaramente a Dio. Si compie quel detto di Gesù: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia la salverà. In conclusione, chi risponde all’amore di Dio è in grado di ricevere e dare sempre più amore: a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,28-29) Chi non vuole rispondere, alla fine non accetterà (=non riconoscerà) nemmeno l’amore con cui è amato: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29). E si accorgerà troppo tardi (cfr. le vergini stolte) che non ha più in sé olio, ma si ritrova nelle tenebre dove non si vive della gioia del padrone, bensì di tristezza infinita: là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25,30).

Parabola dei talenti 3
Toglietegli il talento, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2017

Si racconta che a Lambarenè (Gabon, in Africa) si incontrarono un giorno Raoul Follereau e il dr. Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952). Si trovarono a discorrere amabilmente delle cose di Dio quando a un certo punto Follereau chiese al dr. Schweitzer: “Senti, se ti capitasse di incontrare improvvisamente Gesù su una di queste povere strade africane, che cosa faresti?” – Il medico ebbe un momento di esitazione, poi gli rispose: “Cosa farei? Abbasserei la testa per la vergogna…abbiamo fatto così poco di quello che ci ha comandato per i nostri fratelli poveri!”. Anche noi abbiamo fatto ancora troppo poco con il capitale d’amore che Dio ci ha donato. Rimbocchiamoci le maniche e finché c’è tempo impieghiamolo per amare!  

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EL MIEDO TE HACE ESCONDERTE, EL AMOR TE MULTIPLICA  

¿Cómo vivir bien el momento presente? El evangelio del domingo pasado nos ha puesto esta pregunta con la exhortación del Señor a vigilar, porque estamos sumergidos en el tiempo pero no somos dueños de ello: velen entonces, porque no saben ni el día ni la hora (Mt 25,13). Hoy nos viene dicho cómo acoger y vivir el tiempo a nuestra disposición en una parábola estructurada en tres partes: una en  pasado, en el cual nos viene revelado que se ha recibido un don en diferente medida (Mt 25,14-15); una al presente en la cual estamos llamados a hacer fructificar aquel don (Mt 25,16-18), y una en futuro en el cual se nos pedirá cuentas de lo que hemos hecho (Mt 25,19-30). El hombre que partió lejano para un viaje es el Señor Jesús. A todos ha entregado sus bienes según las capacidades de cada uno. Pero ¿qué son estos bienes, si el hombre en cuestión es Aquél que de rico se hizo pobre, para enriquecer con su pobreza? (2Cor 8,9) En realidad, los talentos del cual habla la parábola no son primeramente los dones personales, las singulares potencias de cada uno recibidas por la naturaleza o del Espíritu de Dios. Es en cambio aquél aceite del cual nos hablaba la parábola de las vírgenes del domingo pasado y de los vendedores del cual se hablará en la narración evangélica del domingo próximo. Es la capacidad de amar que nos ha sido dado del amor de Dios en varias medidas: con ella podemos responder para volvernos bien-hechores (gente que hace el bien) como Él.

Me quedo siempre sorprendido de todos aquellos que cuentan la experiencia de un servicio desarrollado cerca a los enfermos de un hospital, con los detenidos de una cárcel, con los minusválidos de una estructura agregativa o con los más pobres y emarginados de una débil periferia de una ciudad. En general, después de haberlos escuchado, todos resumen siempre todo lo vivido más o menos con esta frase: “en realidad he recibido mucho más de cuanto pueda haber dado yo”. Esta expresión es siempre indicativa de qué cosa vive quien pone en práctica la palabra de Dios. Uno puede recibir 5 talentos, otro 2, pero lo que cuenta es utilizarlos (Mt 25,16), o mejor donar a los demás lo que se ha recibido como don. Cuando se actúa así, en esta gratuidad “grata a Dios”, nos damos cuenta que nuestra lámpara se llena de aceite: se recibe más de lo que se dona. Es el efecto multiplicador del amor. A la mamá de un sacerdote que había criado con él otros 9 hijos se le preguntó: “señora, ¿cómo ha hecho a dividir su amor entre sus 10 hijos? Ella respondió: “simple, no lo he dividido mi amor entre ellos, he debido multiplicarlo para ellos y me lo he encontrado igual dentro de mí”. ¡Cuánta sabiduría evangélica en la boca de los pequeños!

Pero el evangelio, también esta vez, quiere poner en guardia el peligro en el cual puede entrar el lector. Hay de hecho un siervo que, recibido su talento, no lo trabaja, sino que va a esconderlo en un hueco (Mt 25,18). El por qué viene descubierto en la tercera parte del evangelio, el día del juicio final (Mt 25,19). Aquél que recibió 5 talentos y el que recibió 2 vienen definidos por el dueño siervos buenos y fieles, y a los dos les es dada la misma recompensa: hacer parte del gozo del dueño (Mt 25,20-23). O sea, reciben el mismo inconmensurable don de entrar en la única verdadera felicidad para el corazón humano: amar con el mismo amor con el cual se es amado por Dios. Y sin embargo ese siervo no parece creer ni de ser amado, ni de tener como dueño un hombre capaz de amarlo. Lo retiene duro e injusto (Mt 25,24). Uno con el cual es mejor no tener nada que ver y del cual tener miedo; uno al cual simplemente devolver cuanto ha recibido para estar tranquilo con la conciencia (Mt 25,25). He aquí entonces que  el dueño lo encastra con sus mismas palabras (Mt 25,26-27). Si consideramos este siervo por lo que hace, pareciera una persona justa: devuelve lo que no es suyo. En realidad, es como la vida de tantos que a nuestros ojos parecen justos, pero no lo son, porque son justamente todos propensos en quererse presentar justos delante del Señor: están más preocupados de hacer de su imagen cándida y hermética en cambio que de la respuesta de amor para donar. La raíz de su problema profundo es en la imagen falsa de Dios que los domina dentro y los bloquea con el miedo. Su maldad nace justamente del considerar a Dios malo. Y así esterilizan la capacidad de amar dada a ellos como don, se enlodan de sí mismos porque conciben su existencia no como un don, sino como algo que devolver amargamente a Dios. Se cumple aquel dicho de Jesús: quien querrá salvar la propia vida la perderá, pero quien la pierde por causa mía la salvará. En conclusión, quien responde al amor de Dios está en grado de recibir y dar siempre más amor: a quien tiene se le dará y será en la abundancia (Mt 25,28-29) Quien no quiere responder, al final no aceptará (=no reconocerá) ni siquiera el amor con el cual es amado: pero a quien no tiene, se le quitará también lo que tiene (Mt 25,29). Y se dará cuenta demasiado tarde (cfr. Las vírgenes necias) que no tienen en sí el aceite, pero se encuentra en las tinieblas donde no se vive del gozo del dueño, sino de tristeza infinita: allí será llanto y rechinar de dientes (Mt 25,30).

Se cuenta que en Lambarenè (Gabon, en África) se encontraron un día Raoul Follereau y el Dr. Albert Schweitzer (premio Nobel de la paz en el 1952). Se encontraron a conversar amablemente de las cosas de Dios cuando a un cierto punto Follereau preguntó al Dr. Schweitzer: “Escucha, ¿si te sucediera encontrar de improviso a Jesús en una de estas pobres calles africanas, qué harías?” – El médico tuvo un momento de excitación, luego le respondió: “¿Qué haría? Bajaría la cabeza por la vergüenza… ¡hemos hecho así poco de lo que nos ha encomendado por nuestros hermanos pobres!”. También nosotros hemos hecho todavía muy poco con el capital de amor que Dios nos ha donado. ¡Remanguémonos las mangas y hasta que haya tiempo ocupémoslo para amar!

FELICI DI GESÙ

IV DOMENICA DEL T.O.

Sof 2,3.3,12-13; 1cor 1,26-31; mt 5,1-12

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Molti parlano di felicità. Andate su facebook o altri social. Chi passa almeno una volta al giorno da quelle parti credo mi stia capendo. Tutti (o quasi) a dare ricette, a indicare poeticamente una via, oppure a citare questo o quell’altro sulla felicità. Magari, dopo nemmeno qualche ora, alcuni fra essi sparando giudizi a destra e a manca solo per qualche contrarietà. Poi ti giri un po’ intorno e non è che trovi subito al primo angolo della strada di casa una persona felice. Anche Gesù parlò di felicità. Ma, come sempre, dentro la cornice di un sano realismo. Si può essere felici già su questa terra, certamente. Però ciò che Gesù indica per giungere alla felicità non ha grande “audience”, tutt’altro.

Come in tante altre circostanze, mi sarebbe piaciuto vedere le reazioni della folla che quel giorno udì il Signore annunciare la felicità eterna per i poveri, per quelli che sono nel pianto, per i miti, per quelli che hanno fame e sete della giustizia o sono perseguitati per essa, per i misericordiosi, per i puri di cuore, gli operatori di pace, e per tutti i perseguitati e insultati a causa del suo nome. Gli avranno creduto subito? Avranno chiesto spiegazioni? Gli avranno dato del matto? Ci siamo tanto, ma tanto abituati a leggere questo vangelo. Io per primo. Ma se prendiamo seriamente quello che Gesù dice, è davvero sconvolgente: la beatitudine, ovvero la felicità per sempre, è promessa a coloro che in questo mondo normalmente sono sconfitti, scartati, diseredati, quelli che non contano a niente, quelli che non hanno alcuna presa sugli altri, ridicolizzati, deboli, disprezzati, insignificanti. E poi quelli che vengono calunniati, quelli che portano addosso l’obbrobrio di Gesù (Eb 13,13). Tutta una umanità che soffre, poco attraente.

Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017
                     Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

Adesso fermiamoci un attimo. Rileggiamo lentamente il vangelo. Rispondiamo personalmente: ma davvero ci credo che la strada della felicità è indicata nelle beatitudini di Gesù? Quando partii nell’anno 2003 per l’America Latina (Perù) avevo nel cuore ancora la certezza che lì la Chiesa intera vivesse davvero “l’opzione preferenziale per i poveri”. Ero un po’ più giovane. Poi scoprii che lì almeno tre quarti delle forze della Chiesa tra sacerdoti, comunità di consacrati, associazioni e istituti secolari di vita apostolica, hanno sede e vivono il loro ministero nel centro moderno della città di Lima che forse non arriva nemmeno a un quarto della sua popolazione totale. In periferia, tra le masse anonime di poveri che non vivono come noi, ci va a vivere solo una piccola percentuale delle forze ecclesiali. Fu una delusione. Però alla lunga è diventata una bella provocazione per la mia vita. Voglio seguire Gesù perché altri lo seguono o perché liberamente voglio aderire al suo programma di vita che trovo nel Vangelo? Dove appoggio la mia scelta? Sulla sua Chiesa, fatta di uomini fragili come me, o sulla parola del Signore? Forse che il Signore mi chiede di controllare se gli altri stanno veramente scegliendo Lui con le sue scelte, oppure ogni giorno rivolge a me questa domanda?

Ho riletto anch’io il vangelo. Dalla mia cecità mi pare di intravedere il filo sottile che unisce tutte le beatitudini. Chi ama diventa povero in spirito per rispettare e lasciare sempre spazio al suo prossimo, e per lasciar fare a Dio il suo mestiere. Chi ama diventa irreversibilmente una persona mite, virtù di chi matura nella fede. Chi ama vive costantemente affamato e assetato di giustizia, oppure perseguitato per essa, perché la giustizia umana è quasi sempre ingiusta. Chi ama diventa misericordioso, perché si accorge ogni giorno di ricevere misericordia. Chi ama diventa puro di cuore, perché l’amore nel tempo purifica. Chi ama diventa un operatore di pace, perché l’amore riconcilia con se stessi e con gli altri. Chi ama inevitabilmente sarà insultato, perseguitato e calunniato, semplicemente perché si trova nel cammino non davanti, ma dietro a Gesù.

Chi ama? Una cosa sola è certa. Gesù ci ama veramente. La sua storia è lì, nei vangeli, a ricordarcelo; ed è lì, nel sacramento della Eucarestia, a rendercela presente. Allora si capisce perché, se uno davvero sta imparando ad amare, prima o poi si rallegrerà e non si lamenterà più di quello che gli potrà toccare in sorte come sofferenza (Mt 5,12). Perché dunque così pochi disposti a entrare in questo cammino e così tanti disposti a vivere di surrogati d’amore? Mi sento incerto a dare una risposta, in fin dei conti siamo tutti un mistero. Ma oso darla: perché imparare ad amare fa soffrire. E noi non vogliamo più soffrire. Eppure, se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua…

S.Paolo nella seconda lettura invita a considerare la nostra chiamata (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente il senso profondo delle beatitudini. Ci dice: prima di tutto datevi una occhiata intorno e osservate se tra voi che avete sentito la chiamata di Gesù c’è gente sapiente, potente e di nobili origini. Ce ne sono ben pochi. Ed ecco la rivelazione: in tre versetti, per tre volte, viene ripetuto Dio ha scelto (vv.27-29). Sì, anche Dio fa le sue scelte. Proprio qui, sinteticamente, ritroviamo le beatitudini del vangelo: ciò che è stolto, ciò che é debole, ciò che è ignobile e disprezzato, ciò che è nulla per il mondo, Dio lo ha scelto! Il motivo riassuntivo: perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio (1Cor 1,29).

Chi sta imparando ad amare infatti, si ritrova pian piano a scegliere quello che Dio sceglie, cartina di tornasole per verificare se si sta seguendo Lui oppure se stessi, con quel sottilissimo e ben nascosto compiacimento per il bene che si fa. Solo chi sta imparando ad amare comincia ad essere felice. Avendo accettato di essere solo una creatura e di non essere la sorgente dell’amore, è contento di una sola cosa ed è il suo unico vanto: di avere come Dio e sole della propria vita Gesù Cristo Nostro Signore, perché come sta scritto: chi si vanta, si vanti nel Signore (1Cor 1,31). 

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Muchos hablan de felicidad. Vayan a facebook u otros medios sociales. Quien pasa al menos una vez al día por esas partes creo que me está entendiendo. Todos (o casi) a dar recetas, a indicar poéticamente un camino, o también a citar esto o lo otro sobre la felicidad. Quizás, ni siquiera después de algunas horas, algunos entre ellos disparando juicios por aquí y por allá solo por alguna contrariedad. Luego miras un poco a tu alrededor y no es que encuentres inmediatamente en la primera esquina de la calle de casa una persona feliz. También Jesús habló de felicidad. Pero, como siempre, dentro del cuadro de un sano realismo. Se puede ser feliz ya sobre esta tierra, seguramente. Pero lo que Jesús indica para alcanzar la felicidad no tiene grandes “audiencias”, todo lo contrario.

Como en tantas otras circunstancias, me hubiera gustado ver las reacciones de la gente que aquél día escuchó al Señor anunciar la felicidad eterna para los pobres, para aquellos que están en el llanto, para los humildes, para aquellos que tienen hambre y sed de justicia o están perseguidos por ella, para los misericordiosos, para los puros de corazón, los trabajadores por la paz, y para todos los perseguidos e insultados a causa de su nombre. ¿Le habrán creído inmediatamente? ¿Habrán pedido explicaciones? ¿Lo habrán tachado de loco? Nos hemos acostumbrado tanto, pero tanto acostumbrado a leer este evangelio. Yo en primer lugar. Pero si tomamos seriamente aquello que Jesús dice, es verdaderamente desconcertante: las bienaventuranzas, o más bien la felicidad para siempre, es prometida a aquellos que en este mundo normalmente son derrotados, descartados, desheredados, aquellos que no cuentan para nadie, aquellos que no tienen algún peso sobre los demás, ridiculizados, débiles, despreciados, insignificantes. Y luego aquellos que vienen calumniados, aquellos que llevan encima la ignominia de Jesús (Heb 13,13). Toda una humanidad que sufre, poco atrayente.

Ahora detengámonos un momento. Volvamos a leer lentamente el evangelio. Respondamos personalmente: ¿Pero de verdad creo que el camino de la felicidad está indicada en las bienaventuranzas de Jesús? Cuando partí en el 2003 para América Latina (Perú) tenía en el corazón todavía la certeza que allí la Iglesia entera viviera de verdad “la opción preferencial por los pobres”. Era un poco más joven. Luego descubrí que allí al menos tres cuartos de las fuerzas de la Iglesia entre sacerdotes, comunidades de consagrados, asociaciones e institutos seculares de vida apostólica, tienen como sede y viven su ministerio en el centro moderno de la ciudad de Lima que quizás no llega ni siquiera a un cuarto de su población total. En la periferia, entre las masas anónimas de pobres que no viven como nosotros, va a vivir solo un pequeño porcentaje de las fuerzas eclesiales. Fue una desilusión. Pero a la larga se volvió una hermosa provocación para mi vida. ¿Quiero seguir a Jesús porque otros lo siguen o porque libremente quiero adherir a su programa de vida que encuentro en el Evangelio? ¿Dónde apoyo mi elección? ¿Sobre su Iglesia, hecha de hombres frágiles como yo, o sobre la palabra del Señor? ¿Quizás que el Señor me pide que controle si los otros están verdaderamente eligiendo a Él con sus elecciones, o quizás cada día dirige a mí esta pregunta?

He vuelto a leer también yo el evangelio. De mi ceguera me parece entrever el hilo sutil que une todas las bienaventuranzas. Quien ama se vuelve pobre en espíritu por respetar y dejar siempre espacio a su prójimo, y para dejar hacer a Dios su trabajo. Quien ama se vuelve irreversiblemente una persona humilde, virtud de quien madura en la fe. Quien ama vive constantemente hambriento y sediento de justicia, o más bien perseguido por ella, porque la justicia humana es casi siempre injusta. Quien ama se vuelve misericordioso, porque se da cuenta cada día de recibir misericordia. Quien ama se vuelve puro de corazón, porque el amor en el tiempo purifica. Quien ama se vuelve un operador de paz, porque el amor reconcilia consigo mismo y con los demás. Quien ama inevitablemente será insultado, perseguido y calumniado, simplemente porque se encuentra en el camino no delante, sino detrás de Jesús.

¿Quién ama? Una cosa sola es cierta. Jesús nos ama verdaderamente. Su historia está allí, en los evangelios, para recordárnoslo; y está allí, en el sacramente de la Eucaristía, a rendírnosla presente. Entonces se entiende por qué, si uno de verdad está aprendiendo a amar, antes o después se alegrará y no se lamentará de aquello que le podrá tocar en su suerte como sufrimiento (Mt 5,12). ¿Por qué entonces así pocos dispuestos a entrar en este camino y así tantos dispuesto a vivir de subrogados de amor? Me siento incierto a dar una respuesta, en fin de cuentas somos todo un misterio. Pero me atrevo a darla: porque aprender a amar hace sufrir. Y nosotros no queremos sufrir más. Y sin embargo, si alguien quiere venir detrás de mí reniegue así mismo, tome su cruz y me siga

S.Pablo en la segunda lectura invita a considerar nuestra llamada (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente en el sentido profundo de las bienaventuranzas. Nos dice: antes de nada den una mirada alrededor y observen si entre ustedes que han escuchado la llamada de Jesús hay gente sabia, potente y de origen noble. Hay pero muy pocos. Y he aquí la revelación: en tres versículos, por tres veces, viene repetido Dios ha elegido (vv.27-29). Sí, también Dios hace sus elecciones. Justamente aquí, sintéticamente, encontramos las bienaventuranzas del evangelio: lo que es común y despreciado en este mundo, lo que es nada, para deducir a la nada lo que es. Y así ningún mortal podrá alabarse a sí mismo ante Dios (1Cor 1,28).

Quien está aprendiendo a amar de hecho, se encuentra poco a poco a elegir lo que Dios elige, papel para verificar si se está siguiendo a Él o a sí mismos, con aquel sutilísimo y bien escondido complacimiento por el bien que se hace. Solo quien está aprendiendo a amar comienza a ser feliz. Habiendo aceptado de ser solo una criatura y de no ser la fuente del amor, está contento de una sola cosa y es su única vanidad: de tener como Dios y sol de la propia vida Jesucristo Nuestro Señor, porque así está escrito: El que se gloríe, que se gloríe en el Señor (1Cor 1,31)

 

LE PAROLE DA OSSERVARE

VI DOMENICA DI PASQUA

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

 

Ho ancora in mente la tragedia di qualche giorno fa. Una promettente studentessa fotomodella che attraversa i binari di una stazione di Milano, la musica a tutto volume con le cuffie alle orecchie. Non avverte il sopraggiungere di un treno ad alta velocità, l’impatto è fatale. Leggo qualche commento. Non ne ho trovato uno che si chiedesse se non ci sia qualcosa di anomalo nell’andare in giro assordando le proprie orecchie, quando la realtà che mi sta davanti richiederebbe una concentrazione auditiva ben diversa e rivolta a tante altre persone o cose che mi circondano, non solo su se stessi. Questo fatto mi ha fatto pensare quanto sia importante dirigere il traffico di quello che arriva alle mie orecchie: senza questa attenzione, possono giungere ad esse anche semi di morte.

La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013
La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013

Come è importante ricevere parole che comunichino vita e ottimismo! E’ così importante che da qualche tempo siamo arrivati a capire quanto sono determinanti persino nella vita intrauterina, come dimostrano vari studi scientifici al riguardo. I cristiani si fidano di uno che dice: le mie parole sono spirito e vita (Gv 6,63). Anzi, nel vangelo di oggi il Signore sembra dirci che l’amore per Lui è proporzionale alla accoglienza/frequenza della sua parola (Gv 14,23). Però ci si sarebbe aspettato che dicesse: se uno mi ama ascolterà la mia parola. Invece dice: osserverà la mia parola. Ma come si può “guardare” la parola? E’ solo un povero esempio, ma può aiutare. Sui banchi universitari di teologia ho incrociato due luminari dell’esegesi biblica, ritenuti allora i maggiori esperti italiani del vangelo di Giovanni per le conoscenze linguistiche-semantiche e i prolungati studi su quel vangelo. Quando uno di essi dava le sue lezioni bastavano poche battute iniziali perché in classe regnasse un autentico dormitorio: il professore esponeva tutta la sua scienza, eppure le ore delle sue lezioni ci sembravano interminabili. Quando invece l’altro professore ci dava lezione era sempre come se stesse per iniziare una sinfonia: si creava immediatamente un silenzio pieno di ascolto e le sue ore di lezione correvano velocissime al punto che al suono della campanella ti dicevi sempre: “è già finita l’ora?”. Ed era così per tutti. Perché stessa grande competenza e così grande differenza? Mi sono dato una risposta quando mi sono accorto che c’era una grande differenza tra i due anche quando li incontravi fuori dall’aula. Uno scontroso, poco disponibile e a volte persino sprezzante difronte alle tue domande. L’altro affabile, disponibile e sempre interessato alle stesse domande. Di quest’ultimo professore ricordo quasi ogni lezione, persino alcune puntuali espressioni delle sue spiegazioni. Dell’altro non ricordo niente, se non la noia che avvolgeva noi studenti. E questo perché uno può sapere tante cose senza conoscere veramente ciò di cui parla a menadito. Invece, quando P.Giuseppe Ferraro S.I. svolgeva le sue lezioni, noi “vedevamo” sul suo volto, nei suoi gesti, in tutta la sua originale umanità quelle parole di Gesù che insegnava: credo che questo ci succedesse perché lui per primo “vedeva” quella parola che trasmetteva.

Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Potremmo anche tradurre: se uno mi ama vedrà la mia parola. La rivelazione di Dio passa attraverso questo atto di amore e di fiducia verso le parole di Gesù. Ancora oggi, quando ascoltiamo i vangeli, quelle parole attendono di essere accolte e di incarnarsi in noi, di rendersi visibili in noi. Perciò, se davvero si vuole conoscere la persona di Gesù, bisogna frequentare spesso le Sacre Scritture. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, diceva S.Girolamo. Poi, siccome abbiamo spesso “la memoria corta”, Gesù ci ha promesso il suo Spirito: il “Paraclito”, ovvero “colui che viene in nostro soccorso”, compie il servizio di ricordarci le parole di Gesù con il loro insegnamento. Viene proprio da dire che il Signore, il quale sa come siamo fatti, pensa proprio a tutto! Il vangelo poi ci dice che se amiamo Gesù così come siamo, se accettiamo di vivere questo cammino per imparare da Lui, Dio stesso farà di noi la sua casa portandoci ogni dono necessario di cui il primo è una pace stabile che questo mondo non conosce: una pace capace di farci superare le nostre paure e di farci sperimentare già su questa terra la gioia dell’amicizia con Dio (Gv 14,27-28 e anche 15,11).

BUONA DOMENICA A TUTTI!

 

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Tengo todavía en mente la tragedia de algunos días atrás. Una estudiante fotomodelo que prometía mucho y que atraviesa los binarios de una estación de Milán, la música a todo volumen con los auriculares en los oídos. No advierte el sobrevenir de un tren a alta velocidad, el impacto es fatal. Leo algunos comentarios. No he encontrado ni siquiera uno que se preguntara si hay algo de anormal en el caminar por las calles ensordando los propios oídos, cuando la realidad que me está delante requeriría una concentración auditiva muy diferente y dirigida a tantas otras personas o cosas que me circundan, no solo sobre uno mismo. Este hecho me ha hecho pensar en cuánto es importante dirigir el tráfico de lo que llega a mis oídos: sin esta atención, también pueden llegar a ellas semillas de muerte.

¡Como es importante recibir palabras que comunican vida y optimismo! Es así importante que desde algún tiempo hemos llegado a entender cuanto es determinante hasta en la vida intrauterina, como demuestran varios estudios científicos al respecto. Los cristianos se fían de uno que dice: mis palabras son espíritu y vida (Jn 6,63). Más bien, en el evangelio de hoy el Señor parece decirnos que el amor por Él es proporcional a la acogida/frecuencia de su palabra (Jn 14,23). Pero nos hubiéramos esperado que dijera: si uno me ama escuchará mi palabra. En cambio dice: observará mi palabra. Pero cómo se puede “mirar” la palabra? Es solo un pobre ejemplo, pero puede ayudar. Sobre los bancos universitarios de teología he cruzado a dos lumbreras de la exégesis bíblica, creídos entonces como los mayores expertos italianos del evangelio de Juan por los conocimientos lingüísticos-semántico y los prolongados estudios sobre aquel evangelio. Cuando uno de ellos daba sus lecciones bastaban pocas frases iniciales para que en la clase reinase un auténtico dormitorio: el profesor exponía toda su ciencia, y sin embargo las horas de sus lecciones nos parecían interminables. Cuando en cambio el otro profesor nos daba lecciones era siempre como si estuviera por comenzar una sinfonía: se creaba inmediatamente un silencio lleno de escucha y sus horas de lección corrían velozmente al punto que al sonido de la campana te decías siempre: “¿ya terminó la hora?”. Y era así para todos. ¿Por qué la misma gran competencia y así gran diferencia? Me he dado una respuesta cuando me he dado cuenta que había una grande diferencia entre los dos aunque cuando los encontraba fuera del aula. Uno hosco, poco disponible y a veces hasta desdeñoso delante a tus preguntas. El otro afable, disponible y siempre interesado a las mismas preguntas. De este último profesor recuerdo casi cada lección, hasta algunas puntuales expresiones de sus explicaciones. Del otro no recuerdo nada, sino el aburrimiento que envolvía a nosotros estudiantes. Y esto porque uno puede saber tantas cosas sin conocer verdaderamente de lo que habla a dedillo. En cambio, cuando P. Giuseppe Ferraro S.I. desenvolvía sus lecciones, nosotros “veíamos” en su rostro, en sus gestos, en toda su original humanidad esas palabras de Jesús que enseñaba: creo que esto nos sucedía porque él primeramente “veía” esa palabra que transmitía.

Si uno me ama observará mi palabra y el Padre mío lo amará y nosotros vendremos a él y pondremos demora en él. Podríamos también traducir: si uno me ama verá mi palabra. La revelación de Dios pasa a través de este acto de amor y de confianza hacia las palabras de Jesús. También hoy, cuando escuchamos los evangelios, aquellas palabras esperan ser acogidas y de encarnarse en nosotros, de rendirse visible en nosotros. Por esto, si de verdad se quiere conocer a la persona de Jesús, es necesario frecuentar mucho las Sagradas Escrituras. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, decía S. Girolamo. Luego, como muchas veces tenemos “la memoria corta”, Jesús nos ha prometido su Espíritu: el “Paráclito”, es decir “aquél que viene en nuestra ayuda”, cumple el servicio de recordarnos las palabras de Jesús con su enseñanza. Me viene exactamente en decir que el Señor, el cual sabe cómo somos hechos, ¡piensa exactamente en todo! El evangelio luego nos dice que si amamos a Jesús así como somos, si aceptamos de vivir este camino para aprender de Él, Dios mismo hará de nosotros su casa trayéndonos cada don necesario de la cual el primero es una paz estable que este mundo no conoce: una paz capaz de hacernos superar nuestros miedos y de hacernos experimentar ya sobre esta tierra el gozo de la amistad con Dios (Jn 14,27-28 y también 15,11).